Lucrezia Algozzino – Tre inediti

colmiamo il vuoto

nell’anima con parole

come salti nel nulla

il passato mastica tutto

odora fin qui sento

il graffio di spine sanguina

un sogno infranto nello

specchio del lago

la casa danza mentre

il mattino profuma di caffè

i baci salgono nel fumo

di una tua sigaretta

stelle scie sciamano

vedo con i tuoi occhi

la donna stanca

che non smette di amare

 

 

**

 

Mela di ghiaccio

in primavera sospiri

di vento dai rami

lacrimano foglie

l’urlo gelato spegne

un desiderio intrappolato

nel vuoto della stanza

– amore anima –

distante l’incanto

insegue il tempo

l’inverno smarrito

ci guarda dal suo paradiso

 

**

 

rosa d’intatta purezza

respiri serrata dal tuo petalo

sospiri in una carezza

la tua stessa fine

inattesa.

 

terra che cresci il seme

nel fiato di luce

aspettami

io salgo e scendo ancora

nel gioco dell’ultima

ora

di vita non so

di bellezza qualcosa

il mistero rimane con me

 

C’è un’idea della vita come un corpo a corpo, prima ancora che con le “parole”, con le cose(la “casa”, il “caffé”, la “sigaretta”) come feticcio necessario: occasione di una messa a punto di sé, sono lo specchio che danno la misura di quanto l’Altro sia capace di agirti e influenzarti, oltre ogni “vuoto” e “incanto”. È per questo che, nonostante tutto, su tale scena la “donna”, il soggetto, “non smette di amare” e resta con ammirevole fedeltà a guardia della sua “rosa”, del suo “mistero”. (Vincenzo Guarracino)

 

Questa poesia si radica in un movimento che genera stati d’animo, sentimenti delicati, solitudini e tensioni. Sono i versi di tale tenore che ci rivelano come la poesia appartenga ad un linguaggio insostituibile, ad un’esperienza di scrittura che “insegue il tempo” e “ci guarda dal suo paradiso”. Uno strumento di conoscenza: il canto nel territorio dell’umano, volubile e resistente. (Alessandro Moscè)

 

Lucrezia Algozzino (Antonella Spina) – nata a Palermo nel 1970, vive da molti anni tra Palermo e Bucarest. Viaggia, è impegnata sul fronte del volontariato, dipinge, legge e scrive. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Armando Saveriano – Tre inediti

Se appartenessi a un mondo nascosto
tirerei per le code un vento musicista
che come felino mozzafiato
non smette di far tremare
Non sbufferei ai tuoi gesti elastici
anzi rivendicherei uno zoo
di testimonianze fuori della porta del bagno
nello sgabuzzino dove picchiavo
per trastullo il nonno impermalito
Ciascuno sceglie un posto dove tossire
piegare in 4 le figurine del Cuore Immacolato di Maria
differenziarsi soffiandosi il muco sui finocchi gratinati
complicherei le lungaggini per non
capirci più una mazza come diffondendo tra gli idioti
pagine strappate dal Demian e Siddharta
Sono flessibile licenzianda alla prima opportunità
slegata dalla vita con un bonus per due malattie
turista di questo o quell’orizzonte in prossimità
della comare secca sempre disponibile
a pernottarsi nel cervello con mezzi autonomi
e forse per qualcuno a lungo raggio
un po’ perversi
Se non fossi così cervellotica e oscura
sarebbe vendere biglietti a prezzo scontatissimo
e depravare il senso di parole in un cunnilinguo
fino a estate inoltrata senza pensare più
alle minacce della natura che se la ride e ci deride
Cianfrusaglio versi che nessuno trascriverà
pronto a pagar debiti nemmeno per farmi o
restituirmi un favore di circostanza
Mi diedero della outsider ed io timida ringraziai
ero allora finzione di una quacchera
che traduceva in norvegese Eudora Welty
sperando nella medaglia presidenziale della libertà
e facendo le mie buone distinzioni tra indisponenza
e cortesia Non ho soldi sfioriscono i seni
mi prenoto per la scompostezza della malinconia
Scosto la mascherina lavabile personalizzata
solo per succhiarlo a Ben Affleck da qui alla cinepresa
Mi sono regalata melanzane maioriane con la cioccolata
orecchini bizantini con tormaline e tanzaniti
La felicità però se n’è scappata fra i rami dell’acero grosso
e m’ha fregata

23 maggio 2020

*

Scolorita madre accondiscendente
addio
Addio pensieri sbalorditivi
passo rapido addio
frugalità di appetiti
adesso veglio su tirocinio
di accumulate solitudini
voglio avere orizzonti a frotte
e soggiogare bei ragazzi giocattolo
Squaderno qui sottolineature
del mio io scarabocchio
Avrei di che rimproverarmi
ma basta tormente sotto lampade incandescenti
pochi metri più avanti
avrò proporzioni più comode
sarò una di voi senza essere come voi
consideratemi una copertina patinata
mi riproduco con sveltezza
nonostante sia un po’ svogliata
per posa da tubercolotica intellettuale
con le flip ends quando riapre il parrucchiere
sono connessa per più intime ballate
con amici on line discuto di Polansky
Jurgen Habermas del dotto latino nel mondo
che fu
Riapro il cerchio chiuso
con sventata euforia
e se mi denaturalizzo pazienza
poco importa
Verranno giorni da ruggire
tempi privi di sobrietà
vascelli fantasma da armare
e il coraggio di tacere

24 maggio 2020

*

Sono goffo con i desideri
li avvolgo tra le dita
e nelle mani li sciupo
Per strada m’ingozzo di pesciolini fritti
e di luna crescente il dì di festa
Bisogna prendermi con il cucchiaino
perché ho certi pensieri
di quelli gloriosi
che mi spuntano come peli di dio ispido
incanutito dalle orecchie spesse e molli
come gnocchi di patate
Spesso faccio il marinaio
e discuto la rotta con Walcott*
gli dico Derek non trovo il sestante
tu sai leggere le stelle
oppure sono un pedone
sembro io o un altro
guardo in tralice i passanti
spio ogni deambulante
con un versetto di Rimbaud
a pattinare sulle papille gustative
O ancora sono un docente
di applicazioni tecniche
sdraiato sotto la scala dell’imbianchino
dalle ascelle umide
mentre faccio mente locale
al ricettario della Lucia
è finito nella credenza di zia Assunta
lì in mansarda
Sono un uomo come un altro
Io
io o un altro
ho qui un lucchetto
mi scrollo la giacca dai sogni
arati da sarà qualche annetto
Scopro una rassomiglianza con
un grosso torrone
con un cellulare di prima generazione
Allora stamani presento
il giovane Igor’ Bobyrev**
a mia nipote Ornella
pensate volevano chiamarla Azzurra
ha appena spento il fornello
su cui scaldava la frittedda***
Qualcosa accadrà fra di loro
Sono fiducioso
Lui è un bel ragazzo ucraino
lei gli sta parlando di Alejandra Pizarnik****
hanno il mondo nelle pupille
e si confodono nella luce bianca
come due petali bianchi
Sono partiti per una gita al Faro

29 maggio 2020

* poeta santaluciano, premio Nobel 1992
** poeta di lingua rusa, nato el 1985 a Doneck nell’Ucraina
Orientale
*** contorno sicilano a base di fave,carciofi, piselli e cipolle
**** poeta e tradutrice argentina

 

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Paolo Fabrizio Iacuzzi, Consegnati al silenzio, Bompiani 2020 – Recensione di Vincenzo Guarracino

Un enigma che fa paura: il MALE SENZA NOME, in un libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi

 

Un libro nutrito di vita, laddove la vita balla pericolosamente su un crinale di malattia e di morte: Consegnati al silenzio. Ballata del bizzarro unico male è questo, sesto capitolo in sette quadri di una saga, piena di vita e insieme di dolore e di morte, che Paolo Fabrizio Iacuzzi con determinazione va costruendo da anni, tra biografia e invenzione, a partire da Magnificat (1996), a Jacquerie (2000), a Patricidio (2005), a Rosso degli affetti (2008), a Pietra della pazzia (2016), fino a Folla delle vene (2018), inscrivendoli in un ambizioso organismo poematico tenuto ossessivamente insieme, oltre che dalla passione per le arti, plastiche e figurative, dal filo di un colore, rispettivamente il bianco, il blu, il giallo, il rosso, il rosa, fino al verde che intride e contraddistingue quest’ultimo tassello. Il tutto vissuto con un atteggiamento tra leggerezza e attesa, giocato com’è tra toni contrastanti, tra popolaresco e sublime, come suggerisce il genere.

La vita c’è perché c’è una galleria di persone, luoghi e situazioni reali, concrete, che coralmente si accampano sulla scena nell’hic et nunc di una evocazione senza tempo, ciascuno fissato con le stimmate del suo dramma, in un gioco di specchi e rifrazioni tra ieri e oggi: un “coro di misericordia” (“Le luci che si accorciano. Inesorabile potenza dell’istante. / Qui riuniti babbo nonno figlio nipote. Mozzi nomi / d’organi virus batteri. Tutti consegnati al silenzio. /…/ un coro di misericordia. Un punto di carità condivisa…”). È una folla che si trasforma in una genealogia, quella che appare nei versi di Iacuzzi, costituendosi come una sorta di “cronaca familiare”, se non di vero e proprio romanzo freudiano (“museo che di me affiora”, come veniva chiamato in un testo della raccolta precedente): una “vita a quadri”, insomma, lineare eppure spezzettata, a livello sia di fabula che di forma, dove individuale e collettivo, io e moltitudine, coincidono eppure sono intercambiabili, nel segno ciascuno di una propria “bizzarra” unicità che emerge dal tempo e si attesta nel teatro di una città, Pistoia, sintetizzata nello Spedale del Ceppo, luogo fondativo e terminale al tempo stesso, incidendovi la propria cifra, onomastica o biografica, in una sigla, come uno sfregio (quello che compare in Pietra della pazzia, nel nome di un antenato, Gio Batta, e in una data, 1816, su una colonna del portico dello Spedale), quasi a decretare e accampare su ogni cosa diritti e signoria, ma con un misto di “crudeltà” e “leggerezza”.

Ma c’è anche, al tempo stesso, incombente, non dissimulato, fin dal sintagma del sottotitolo, il segno subdolo del suo sfacimento, un Male che “bizzarro” s’incista nelle pieghe e nel silenzio del corpo o negli oscuri ambulacri tra mente e cuore, come “virus annidati fra un organo / e l’altro”, affermando il diritto di farsi luce e riconoscersi attraverso gli indizi della fisiologia, dal “rumore del sangue” non meno che  da “una traccia” (“di profumo” o ”di seme”): un silenzio da ascoltare come un “mistero”, un enigma che fa paura (“Hiv”) e reclama di essere riconosciuto e alla cui decifrazione l’autore si presta quasi a voler ricostruire per suo tramite quella che lui chiama la propria stessa “autobiopsia”.

È così che nel segno livido del Male, tra “il tempo della peste” e “la peste in tempo”, lo Spedale da luogo concreto e reale diventa il luogo-simbolo, universo concentrazionario, tramutandosi per virtù di poesia in occasione per leggere, attraverso i tasselli di cui il testo si compone, incubi e fantasmi che agitano vita e sentimenti di un individuo, di “Iac che da sempre malato” si è sentito “escluso dal mondo”,  dando modo alla scrittura di saldare un debito col suo passato accendendo, come si dice in conclusione del testo introduttivo, “speranze nel cuore”.

(di Vincenzo Guarracino)

 

Paolo Fabrizio Iacuzzi

CONSEGNATI AL SILENZIO.

BALLATA DEL BIZZARRO UNICO MALE

Bompiani, Milano 2020

Nicola Perullo o la filosofia come cura del senso, di Marco G. Ciaurro

Forse nel mio volto era scritta la magia, forse io stesso ero il fine della mia ricerca. Ero in questo travaglio quando ricordai che il giaguaro era uno degli attributi del dio. […] Nessuna voce articolata da lui può essere inferiore all’universo o minore della somma del tempo. Ombre o simulacri di quella voce che equivale a un linguaggio e quanto può contenere un linguaggio sono le ambiziose e povere voci umane tutto, mondo, universo.

L. Borges

 

 

Il bel libro dell’amico Nicola Perullo, vigoroso e acuto, acuto cioè aguzzo come un coccio di bottiglia, edito recentemente da Mimesis col titolo di «Estetica ecologica. Percepire saggio, vivere corrispondente»[1] è un laboratorio del pensiero dell’esistenza, del modo di pensare col vino e col cibo, radicato nella filosofia e nella storia della filosofia occidentale. (Benché fortemente critico verso alcune istanze di fondo che agiscono alla base della nostra tradizione). Ma una delle cose che colpisce di più è quella prova, talora tipica dei mistici come San Juan de la Cruz o Jeanne Guyon, che compiono il tentativo estremo di mettere la vita in movimento all’interno della scrittura per cercare di uncinare, come avrebbe detto Gargani, una visione radicale, globale della varietà di dire dell’esistente. È un libro che parla di ascolto dell’altro, in una visione relazionale con l’altro. O meglio ancora è una visione del rapporto, di integrazione e interazione, tra vita e cultura, tra pensiero e scrittura. Dando in tal modo corso al “processo” delle cose e degli accadimenti di senso in maniera genuina all’interno di questo rapporto di scrittura-vita, scrittura-morte, scrittura-vita-morte.

I.

Pensare significa scrivere. Ma per scrivere bisogna vivere. Vivere, scrivere, pensare sono azioni, al tempo stesso, complementari e contradditorie. Sono contraddittorie perché scrivere nega la vita ma, nell’istante della scrittura, l’atto di scrivere è affermazione massima di una presenza in quanto sigilla l’istante dell’assenza, della mia morte. Vale a dire che intanto nego la vita, scrivendo, vivendo. Ciò dissolve la contraddizione. Poiché questa contraddizione è intrinseca al linguaggio che la scrittura ha il compito di preservare, nella doppia azione, di affermazione e negazione, nel doppio senso di vita-morte, morte vita in cui si dissolve – o meglio dissolve il lato paradossale che la abita, perché in questo procedere è, diventa fonte di conoscenza di sé. Così come, dice Michel Serres, “conoscere significa già intervenire”.[2] Allora scrivere, assumendo questa consapevolezza, è filosofare.

 

II.

Ma nel libro, di Nicola Perullo di «Estetica ecologica» c’è molto di più della questione estetica, del problema filosofico della scrittura e c’è molto altro dall’estetica classica. Procediamo per gradi.

Intanto questo testo pone una domanda aperta sul senso e sul senso della conoscenza. Ma sarebbe riduttivo limitare una ricerca così importante, importante perché indica il movimento stesso della ricerca, della parola che si forgia sul e nel vivere corrispondente al pensiero tra materia e conoscenza, nello specifico in riferimento al vino e al cibo. Questa ricerca comincia già alcuni anni fa con «Epistenologia» I e II e si muove in quella direzione che una volta Maurice Blanchot ha denominato “scrittura del disastro” e che qui invece prende il nome di «Ecologia della vita come corrispondenza. Frammenti per la spoliazione del senso».[3] In questo libro che precede, e in un certo senso prepara, «Estetica ecologica» c’è una scrittura epistemica e frammentaria che si lega al “fare” qualcosa con la scrittura, mettendo in moto un fare delle parole che abitualmente è della letteratura più che della filosofia. Ma è esattamente in quel bivio che si osserva il senso intimo del linguaggio di Perullo che lega poesia e filosofia alla vita come responsabilità teorica della pratica autentica di esistere dentro le cose e nelle circostanze. Nelle pagine, per esempio bellissime del suo legame con Aldo G. Gargani in cui parla più specificamente dell’opera filosofico-poetica che inizia con «Sguardo e destino» e termina con «Una donna a Milano».[4] Sono pagine esistenziali e intense dove si parla di cose e di una noesi passionale durata venti, forse trent’anni di rapporto tra loro, benché a intima distanza.

Dicevo che una delle caratteristiche principali di «Estetica ecologica è il linguaggio come movimento. Il linguaggio come movimento non è una novità di Nicola Perullo (ne parlava già Zumthor come modalità per leggere il medioevo) e neanche l’esperimento di “fare” qualcosa con il linguaggio è in sé per sé originale, per esempio Roland Barthes sperimenta una ricerca di questo genere del “fare” qualcosa con il linguaggio, facendolo, ne «Il piacere del testo». Barthes si pone dalla parte dello scrittore, di colui che prova a “fare” qualcosa con il linguaggio anziché essere colui che giudica un linguaggio, che “giudica un testo”. Perché se accetto di giudicare secondo il piacere del testo non posso giudicare con la morale, per così dire in tasca estraendola a mio piacimento, proprio perché il piacere del testo è al di là o al di qua di ogni morale. È, se vogliamo, un giudizio senza morale. Con questa precisa intenzione Barthes dice: “Se accetto di giudicare un testo secondo il piacere non posso lasciarmi andare a dire: questo è buono, questo è cattivo. Niente graduatoria, niente critica, giacché questa implica sempre una mira tattica, un uso sociale e molto spesso una copertura immaginaria”.

Ma che cos’è un testo di piacere? Ed è ancora un agire all’interno della rete della cultura produrre o meditare sulla produzione propria – produzione della non-produzione – di un testo di piacere? Barthes risponde così: “Testo di piacere: quello che soddisfa, appaga, dà euforia; quello che viene dalla cultura, non rompe con essa, è legato a una pratica confortevole della lettura. Testo di godimento: quello che mette in stato di perdita, quello che sconforta, […] fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche, del lettore, la consistenza dei suoi gusti, dei suoi valori e dei suoi ricordi, mette in crisi il suo rapporto con il linguaggio”. Ma per capire fino in fondo questo accostamento, accostamento che risponde dell’esperienza di lettura-scrittura di cui sono stato partecipe dei testi di Perullo – bisogna leggere ancora alcune righe decisive di Barthes. “Ora, – dice Barthes – è soggetto anacronistico colui che tiene insieme tutti e due i testi nel suo campo e nella mano le redini del piacere e del godimento, perché partecipa nello stesso tempo e contraddittoriamente all’edonismo profondo di ogni cultura (che entra pacatamente in lui sotto la veste di un’arte del vivere di cui partecipano i libri antichi) e alla distruzione di questa cultura: gode della consistenza del suo io (è il suo piacere) e cerca la sua perdita (è il suo godimento). È un soggetto doppiamente scisso, doppiamente perverso”.[5]

Pertanto l’originalità del lavoro teorico, teorico oscuro, nel senso di non manifesto e per questo più potente, di Perullo prende in considerazione per superare questa “perversione” la riflessione sulla forma. Perché la riflessione sulla forma non può essere ignorata come è spesso accaduto nella lunga tradizione della storia della filosofia occidentale. Questa tradizione può essere rintracciata nella linea che da Aristotele, San Tommaso, Cartesio, Kant arriva fino alla filosofia analitica. Ma a questa tradizione, benché Nicola Perullo non lo dica apertamente, se ne può contrapporre un’altra, come sottointende Blanchot, con una linea del continuum frammentario che dai Presocratici attraverso Pascal e Vico, Kierkegaard e Nietzsche porta a Wittgenstein, Heidegger, Derrida, Gargani e, aggiungo io, all’ultimo Severino.[6]

 

La riflessione sull’«Ecologia della vita come corrispondenza» intanto scardinava le motivazioni esistenziali, frammenti per la spoliazione del senso diceva il sottotitolo. Ma in definitiva questo libro smantellava e inficiava le politiche dell’ipocrisia scrittoria e smascherava le versioni epistemiche del soggetto classico che sta sui trampoli poiché questo io scrivente che raffigurava e raffigura Nicola Perullo è nello “scoprendo”, nel modo e nel mondo al gerundio, che va alla ricerca di motivazioni, dei significati inaspettati, scavando verso le esperienze dell’origine che caratterizzano tipicamente la nostra vita nell’indeterminato flusso esistenziale. Nel flusso esistenziale accadono delle cose inattese e noi accadiamo in quelle cose stesse che ci succedono trasformandoci. Sono le esperienze che contribuisco, a loro volta, ad aprire la persona che si lascia accadere oltre la maschera. (Ricordo che il significato di persona in origine vuol dire maschera a cui si aggiunge in seguito il significato di individuo).

Sono le esperienze stesse così che possono condurre l’io oltre l’identità dello stesso, per portarlo fuori da quella zona d’ombra che è la caratteristica circostanza di ogni esperienza esistenziale che, ogniqualvolta, si manifesta un’esperienza autentica essa è unica e irripetibile nella condivisione del senso, del significante. Il cibo, il vino in questo senso hanno questo specifico privilegio perché possiedono quella caratteristica dell’irripetibilità che Vittorio Gasmann attribuiva al teatro in cui accade, se un attore fa cento, mille, diecimila repliche di uno stesso spettacolo di Molière o di Pirandello – non lo riuscirà mai ad interpretare la propria parte uguale alla precedente. Il senso autentico dell’esperienza si rifrange così nell’atto di scrivere oltre ogni maldestro modello di esistere. Ma il senso, dicevo, necessita di una riflessione sulla forma. Perché pensare il senso vuol dire ogni volta ricominciare da capo a pensare ciò che già era stato meditato. Uno dei temi, delle questioni molto care a Gargani, a riguardo della critica di ciò che ho denominato il “soggetto classico”, era l’identità personale vista come un’elaborazione costruttiva e intersoggettiva: spesso diceva piuttosto che un “dato”, la persona può esser letta come il risultato di una trama narrativa e questa può costruirsi oltre l’immagine condivisa e pubblicamente riconosciuta perché può essere ricorsivamente tessuta e ritessuta, in modo indefinito e soggettivo. (Anche se questo è un mio ricordo personale che può essere rintracciato in più punti dell’opera).

Questa critica del soggetto, dell’io, della persona, è il filo conduttore del libro di «Estetica ecologica» che conduce la ricerca verso un orientamento di senso, più che istituire uno statuto, dell’educazione all’aptico. Cioè di quella metafora che va oltre la luce e il vedere relativo alla conoscenza. Perché questa è una possibilità di conoscere ulteriore che può condurre la persona al significato intimo della parola, può aprirla al bisogno di comunicare l’autentico. “L’apticalità, dice Perullo, è glocale: promuove corrispondenze e continue comunicazioni tra differenti senza alcuna volontà universalistica né finalità di consenso”. (Il termine glocale viene precisato che è usato “per esprimere un tipo di attrito, una frizione tra sfaccettature locali e globali che sia sempre aperta, ecologica, relazionale e disponibile”).

 

Chiunque maneggia una penna può convincersi che il tatto è come trasferito sulla punta della penna. Se la penna urta contro qualche ruvidezza della carta, l’urto della penna è rilevato immediatamente, mentre le sensazioni delle dita, della mano attraverso cui lo leggiamo, neppure appaiono. E tuttavia l’urto della penna è soltanto qualcosa che noi leggiamo. Così pure il cielo, il mare, il sole, le stelle gli esseri umani, tutto ciò che ci circonda è qualcosa che noi leggiamo.

S.Weil

 

III.

Ascoltiamo ancora Nicola Perullo nell’«Introduzione»:

“Questo libro raccoglie i frutti della riflessione condotta negli ultimi sei anni, ed è stato scritto sia per spontanee esigenze di elaborazione e di ricerca ulteriore, quella che solo la scrittura permette di fare, sia per una ragione più disciplinata: mettere ordine a una serie di tracce che alcuni lavori – soprattutto i due volumi di Epistenologia e i frammenti riuniti sotto il titolo Ecologia della vita come corrispondenza – lasciavano emergere seppure in modo diverso”

Che cosa lasciano emergere in modo diverso gli altri volumi di questa ricerca? Perché la scrittura, soltanto la scrittura permette questo ordine? Scrittura e forma sono al centro del discorso, centro decentrato, del pensiero. Perché il senso intimo dell’atto di scrittura, com’è già stato detto, è scrivere poiché il movimento stesso di scrivere costituisce della scrittura. E come, esemplarmente mostra questa fase della ricerca di Perullo, il modo diverso di dire è la coscienza di parlare in corso d’opera, è la consapevolezza di un “punto di vista” affinato sul linguaggio come conoscenza, «com’oro che nel foco affina», dice Petrarca. (Sulla metafora del punto di vista, della luce come conoscenza ritorneremo). La scrittura ordina, disciplina. Essa consente al pensiero di esistere nella materialità della cosa e, in tal senso, scrivere è più organico e sistematico di parlare. Ma ascoltiamolo ancora Perullo sempre in queste intense pagine inaugurali:

 

“I temi qui presentati ed elaborati, in riferimento a un’idea di estetica molto larga e inclusiva, sono tanti e molto complessi. Il risultato è un punto di vista specifico che non si pensa certo come risolutivo ma che ha, tuttavia, una certa ambizione, cioè presentarsi come un discorso teorico frutto di elaborazioni attraversate, esperite, vissute.”

 

Se è vero che nel libro i temi trattati sono vasti, poliedrici, multipli tuttavia il leitmotiv è nell’avversione, nel senso latino di adversus, alla partizione del sapere, alla parcellizzazione della conoscenza. Perullo fa a questo riguardo molti esempi interdisciplinari, provenienti cioè dall’antropologia, dall’etnologia, dalla psicologia e dalla scienza pedagogica. Tuttavia di quanto sia arbitraria tale partizione dualistica e distale (come lui la nomina) questa concezione dello studio e delle scienze, esatte e umane (scienze esatte: matematica, chimica; scienze umane: medicina, economia, pedagogia, psicologia etc.) farò un esempio eclatante.

In uno studio di molti anni Vaclav Belohrasky, filologo e storico della letteratura, denuncia l’asetticità del sapere impersonale in un saggio dal titolo “La fuga verso la legge e la crisi del sapere impersonale. Una introduzione alla civiltà mitteleuropea”. L’evoluzione politica di quegli aveva dissolto la coerenza della civiltà mitteleuropea e di conseguenza l’articolazione unitaria delle discipline così due grandi scrittori che per una certa fase della loro vita avevano abitato in strade vicine e per un certo periodo finanche nella stessa strada di Praga si sono trovati separati per sempre. Sto parlando di Jaroslav Hašek autore del celebre il «Buon soldato Švejk» che viene studiato nell’ambito delle “lingue e delle letterature slave” e di Franz Kafka autore de «Il processo» che veniva e viene studiato nell’ambito della “letteratura tedesca” e come dice Milan Kundera questi due autori “non potranno mai più incontrarsi seppur vissuti per tutta la loro vita nella stessa città, nella stessa epoca creando opere che, nonostante la loro diversità esteriore, si completano reciprocamente”. (1978) Il tema di fondo che muove questa importante studio di Nicola Perullo come un contrappunto al dualismo, senza per questo prodursi mai in conflitto con esso apertamente, perché il rifiuto del conflitto è la ricchezza, la prosperità felice alla base di questo atteggiamento che cerca ed è di essere armonioso, corrispondente. “Il dualismo produce necessità della distanza e della mediazione, è un cortocircuito: per pensare la dualità, si deve separare in due parti; se si pensa in due parti, si pensa la distinzione e la distanza.” E conseguentemente a questa affermazione opportunamente si domanda: “Ma è davvero, questa, l’unica possibilità offerta alla vita come tale; o meglio: è, questa, la sola evidenza con cui sentiamo/pensiamo la vita, cioè il modo in cui la vita si fa?”. Siccome parlavamo dell’assenza di conflitto, di un’assenza di rifiuto del conflitto quasi blanchottiano, Perullo scrive prima in risposta alla domanda posta di sopra che: “per un’estetica ecologica come per percepire saggio, vivere corrispondente non c’è evoluzione nel senso che intende il modello dualistico; semmai, tutto è coevoluzione nel senso della corrispondenza relazionale, ab origine, perché tutto è connesso”. Invece relativamente alla domanda sulla risposta del rifiuto del conflitto prima formulata precisa che per il fatto che tutto è connesso: “Ciò non significa ignorare le ragioni del pensiero classificante, separante e analitico; significa piuttosto ricondurlo all’unità della corrente nel quale esso scorre e senza la quale esso non è”. (pag. 91) Perché il vissuto svolge un ruolo nel soggetto che lo pre-determina e, in un certo senso, lo definisce al di à di ciò che egli fa e che pensa nel modo in cui agiscono su noi gli “archetipi” descritti da Elémire Zolla verso i quali siamo tutti sottoposti.[7]

 

Gli spiriti mediocri hanno difficoltà a concepire come un uomo veramente assorto in un problema e deciso a spingere il suo pensiero fino al fondo possa non temere di portar giudizio su ciò che gli è più caro.

Nicola Chiaromonte

IV.

Proprio per questa pluralità di sedimentazioni nello spirito umano il vissuto gioca un ruolo importante se non addirittura decisivo nell’apertura del discorso nel processo verso l’altro, discorso purificato dalle scorie dell’ipostasi, come dice Levinas. L’apertura: cioè il nodo-snodo del discorso. La divisione dualistica produce spirito asettico che con il concetto di “laboratorio”, galileiano-cartesiana, mette a soqquadro il mondo isolandolo in un modello, addomesticando la realtà del mondo e aprendo il sapere alla mutilazione della visione sperimentale, conferendo alla semplificazione uno spirito guida che non tiene conto del tutto collegato con tutto e della visione olistica del mondo e della scienza, come diceva il matematico francese René Thom con il celebre esempio della farfalla che battendo le ali a Pechino, origina tanti piccoli, impercettibili spostamenti, che generano poi un uragano a Rio de Janeiro.

In questo senso l’atto di scrivere diviene filosofia se, come la vita, i saperi s’intrecciano, si legano ad un reticolo di accoglienze stabili od occasionali nella vita e di incontri semantici nella scrittura da qui origina il meshwork e le esperienze dei significati stratificati che conferiscono senso al vivere e alla capacità di pensare l’intreccio di reciprocità dell’uno nell’altro.[8] Allora è in questo senso che si può vivere col pensiero intrecciato alla vita come dice oltre a Perullo anche Brice Parain, nel film di Jean-Luc Godard “Vivre sa vie”, in cui il filosofo francese fa la parte di se stesso in alcune scene all’interno di un elegante bar parlando con una ragazza che gli fa domande.

Questo vivere col pensiero come corrispondenza del senso, per Perullo è legato al percepire saggio, anzi al «percepire saggio, vivere corrispondente» in cui consiste il gioco di senso della responsabilità significante descritta nel “sentire/pensare”. Tale responsabilità consegna all’antica parola “saggezza” – oltreché un nuovo significato, anche un nuovo e inedito destino che è un compito di “esercizio spirituale” che trasforma il quotidiano della vita umana.

Ascoltiamo ancora Perullo in uno snodo strategico e cruciale della sua visione di concezione-esperienza del pensiero:

«La convinzione del qui scrivente è che oggi fare filosofia sia tanto più necessario quanto meno motivato da illusorie e retoriche promesse di immediata “utilità”, magari a traino di un carro in voga al momento. Richard Rorty scrisse una volta che “il progresso della filosofia non consiste nel diventare più rigorosa, ma più immaginativa”: condivido. Prescindendo dal pragmatismo, bisognerà però convenire su come intendere questo immaginare; e, soprattutto, a che cosa questa capacità gioverebbe. Nella visione che suggerirà questo libro, ne va proprio della vita e del vivere bene: la capacità immaginativa è ciò che genera l’unica libertà possibile, quella che nasce da un sentire/pensare “felice” corrispondente a qualcosa come uno “stato di grazia”. Propongo di chiamare questa modalità di sentire/pensare, richiamando la nobile e antica pregnanza della parola, saggezza. Da cui il sottotitolo “percepire saggio, vivere corrispondente”: una sola attitudine in due espressioni, appena differenziate da una virgola, perché non si tratta di congiungere, di mettere in relazione ciò che è già sempre intrecciato e simultaneo».

Dunque, questo atteggiamento del sentire/pensare non è una parola chiave che serve a cucire, appunto, stati d’animo differenti con la comprensione scientifica del mondo è, bensì, uno dei punti del caldo nucleo del discorso di unione di vita e pensiero. Perché il comprendere scientifico ci viene in aiuto se non è frazionato, parcellizzato ma aperto all’esperienza in corso, esposto all’erranza della vita, alla fallacia dell’esperienza.

Così ancora Nicola Perullo:

«Il percepire saggio, vivere corrispondente è una continua pratica di apprendimento, di esposizione, di apertura al mondo, al contempo muovendolo, modificandolo e comprendendolo. Ecco perché il modo di questo filosofare è un esercizio riflessivo come educazione alla vita: perché il suo presupposto consiste nel sentire/pensare che osservare e osservarsi non siano atti separati e distinti ma intrecciati ed indivisibili, così come l’interno e l’esterno. Di conseguenza – da qui prende le mosse questa estetica ecologica – ogni contemplazione, osservazione, descrizione, apprezzamento dell’esperienza non necessita di alcuna distanza e suddivisione, come invece presume il modello separatista cartesiano che ancora tanto incide sulla percezione del mondo della maggior parte dei filosofi. Al contrario, ogni agire vivente è sempre implicato e partecipativo. Si tratta di un’ecologia integrale nel senso di una conoscenza partecipata e implicata, senza possibilità di eccezione. Bisogna esserne consapevoli e trarre le necessarie conseguenze: essa rappresenta un’opportunità per ripensare l’estetica, e la filosofia in generale – giacché l’estetica così intesa è un filosofare “non speciale” – in chiave unificata. Questa opportunità sarà testata nel corso dei saggi di questo libro».

 

 

L’idea che tutti gli opposti sono polari – che luce e buio, vincere e perdere, buono e cattivo sono soltanto differenti aspetti dello stesso fenomeno – è uno dei principi fondamentali del modo di vita orientale. Poiché tutti gli opposti sono interdipendenti, il loro conflitto non può mai finire con la vittoria totale di uno dei poli, ma sarà sempre una manifestazione dell’azione reciproca tra l’uno e l’altro polo. In Oriente, una persona virtuosa non è perciò quella che affronta l’impossibile compito di battersi per il bene e di sconfiggere il male, bensì quella capace di mantenere un equilibrio dinamico tra il bene e il male.

F.Capra

 

V.

Inizialmente ho parlato di una certa influenza del misticismo occidentale, benché nel libro vi siano più esempi del misticismo orientale come lo Yin e lo Yang che sono i principi della vita, dalla cui interazione nasce il movimento esistenziale nel cosmo che mantiene ordinato il Tao, ridotto all’essenziale.

Questa influenza, più o meno esplicita-implicita, è simbolica. Perché l’argomentazione e l’influenza mistica rimangono sempre all’interno del discorso filosofico e laico. Vale dire c’è un’apertura alla comprensione dell’altro da sé che concerne l’esperienza del sacro come nelle pagine di «Per una dietetica della cura. Sul mangiare la carne» (uno dei più belli e sentiti anche se ciò è detto tra parentesi) non si va oltre la visione filosofica del sacro. Infatti il riconoscimento del sacro passa attraverso il rispetto reale dell’animale, non come un’astratta formula valida a prescindere dal soggetto.

“La dietetica della cura, dice Perullo, corrisponde agli eventi: cor-risponde, cioè risponde responsabilmente e di volta in volta a ciò che l’esperienza mette in gioco. La dietetica della cura è un’arte, un sapersi regolare senza affidarsi a regole pregresse: we make up the rules as we go along, scrive Wittgenstein”

 

Il poema o il verso designano l’unità del dirsi di un’esattezza. […] essa non comunica la verità, ma la fa, essendo esattamente e letteralmente la verità.

J.-L. Nancy

 

VI.

C’è bisogno di dire che il libro si compone di sette paragrafi., forse poteva essere detto all’inizio, ma è lo stesso. Sette è un numero significativo nella mistica medievale perché tiene insieme 4 più 3. Il settimo giorno Dio riposò, il numero 7 è il sigillo della creazione stessa. Nei mistici medievali, com’è noto, il 7 rappresentava il numero perfetto perché composto di 4 e 3; dove il 4 rappresentava la Terra, imperfetto perché numero pari, e il 3 perfetto perché impari, così rappresentava il Cielo; già nell’antichità classica i Pitagorici leggevano nel 4 il simbolo del maschile (imperfetto) e nel 3 il femminile (perfetto).

Inoltre il numero 7 è legato al compiersi del ciclo lunare, gli antichi riconobbero nel 7 perfino il valore identico della monade in quanto increato. Increato in quanto non prodotto di alcun numero contenuto tra 1 e 10. Nei babilonesi erano ritenuti festivi e, consacrati al culto, i giorni di ogni mese multipli di 7, per dire un’altra tradizione e scorgere come è radicato nell’immaginario umano, occidentale e non solo occidentale la concezione mistica del numero 7.

I Greci lo chiamarono venerabile, associavano il 7 all’adorazione di Selene e di Apollo; 7 erano le corde della sua lira. 7 erano le vacche sacre del dio cantate da Omero “All’isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingui greggi del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore” (Odissea, XII, 127-133 trad. mia). Nella cultura ellenica l’armonia tra pensiero ed azione veniva indicata nei 7 sapienti.

Questo nesso mi viene in mente anche perché il libro non si conclude con una classica appendice ma con un frammento che equivale a questa modalità ma che invece viene denominata “Coda”. L’accezione principale della parola “coda” indica la parte finale nei vertebrati.[9] Questo rimando nel libro alla presenza animale è lo sfondo che porta il testo oltre il misticismo e oltre l’intellettualismo.

 

 

Ovviamente Bergson non dice che vedremmo meglio se non avessimo occhi, ma piuttsoto che l’occhio è una limitazione dello sguardo. […] Ecco perché l’occhio non è solo un mezzo per vedere, ma anche un impedimento al vedere.

W.Jankélévitch

 

VII.

Ma ritorniamo al dis-cursus di «Estetica ecologica». Il misticismo di cui partecipa questo libro, sebbene di lato, può essere quello proveniente, e in parte assimilabile, al pensiero filosofico dello scrittore surrealista, filosofo e mistico René Daumal. Il quale diffonde nella cultura europea ed occidentale, in particolare, francese raffinandolo notevolmente l’insegnamento per la sua conoscenza della cultura orientale, indiana soprattutto ma anche cinese, l’opera del filosofo e mistico Georges Inanovič Gurdijeff. Il libro emblematico si dal titolo è “Il lavoro su di sé”. Questo è in realtà, originariamente, uno scambio epistolare con i coniugi Geneviève e Louis Lief.[10] Il lavoro su di sé è un viaggio alla scoperta del sé profondo anzi è un viaggio alla scoperta dell’«acquisizione della coscienza». Questa è una coordinata indiretta ma senza di essa si fa una gran fatica ad entrare in armonia con l’orizzonte di questo libro che dichiara apertamente di dover molto allo scrittore e poliedrico artista Alejandro Jodorowsky. Il quale ha notevolmente subito l’influenza del Surrealismo di Breton e la filosofia elaborata da Daumal fino a scrivere un romanzo «La montagna sacra» che fa evidentemente eco a «Il monte analogo». Oppure bisogna conoscere un filosofo come François Jullien che, del grande scrittore francese che fu tra le tante cose maestro di sanscrito di Simone Weil, è stato in una qualche misura un continuatore sviluppando più estesamente il suo pensiero. Di questi filosofi-mistici è vero che non se ne parla nel libro, che non entrano nella bibliografia. Essi sono tuttavia la porta del discorso dentro di lui, come sono dentro di noi.

Questo discorso può apparire strano. Può apparire strano intanto perché il libro è dedicato ad un autore, filosofo e antropologo, che risponde al nome Tim Ingold, di cui Nicola Perullo è peraltro amico. Inoltre i riferimenti espliciti sono Eraclito, Platone, Montaigne, Kant, Baumgarten, Gargani, Zolla, Wittgenstein, Bataille, Deleuze, Derrida, appunto Jullien, Nancy, Serres, Dewey, Whithead. Riferimenti. Questi autori non vengono vivisezionati nei loro discorsi ma trattati nell’ambito di un tessuto del discorso, di un andare dialogico e fluttuante, ondeggiante ma sempre preciso e orientato verso il senso. Dice Nicola ad un certo punto, a proposito dell’educazione ecologica:

“L’educazione estetica è un agire in comune che, liberato dal giogo della gerarchizzazione sociale che viene rappresentata dalla relazione convenzionale maestro-allievo, è dunque senza dubbio un’emancipazione, come aveva sostenuto Rancière; […] solo quando non è esclusivamente né principalmente un’emancipazione intellettuale”.

Perché nell’educazione ecologica si impara ad imparare, questa è la costante riferita al senso. Dicevamo della “Coda” che sembra ricondurci nella circolarità sferica del discorso che, una volta terminato, ricomincia. Ricomincia non perché sia infinito o circolare, tipo alcuni romanzi del Novecento, ma perché è indefinito e indefinito perché vivo, esistente.  Procediamo oltre.

Il punto centrale è la concezione dell’aptico che, strictu sensu, costituisce la modalità con la quale tocchiamo le cose, attraverso il tatto riconosciamo le cose. Alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta si è aperta nella filosofia occidentale una stagione di revisione dei codici, delle grammatiche, dei dizionari del sapere critico e analitico che è tutt’ora in corso d’opera in vista di dar vita ad una più fresca e rinnovata trama del sapere enciclopedico, del sapere che lega il pensiero e l’esistenza.

Tale trasformazione d’orizzonti e la discussione dei confini è avvenuto e ad oggi avviene sia nei contenuti che nelle forme e negli stili di pensiero e di lavoro del e sul pensato. Ci si può opporre a questa revisione in corso, come ogni tanto accade contrapponendo antico e moderno ma questa via di infeconda opposizione non ha argini di tenuta, sia nel mondo dell’arte che nella scienza, sia nella filosofia che nella letteratura. Non faccio esempi perché abbondano in tutti gli ambiti.

Il lavoro denso, stratificato e profondo di Perullo è una via liberatoria sul senso di esistere e pensare l’altro oltre l’identità dello stesso, essere e pensare l’altro nella sua fisica materialità di esistere mettendo a nudo certe pratiche violente rivela che il sapere ecologico e la sua estetica si specifica nell’articolare il tentativo di un nuovo discorso del pensiero a partire dalla critica serrata alla metafora della luce come vetta della conoscenza e del sapere. Uno dei primi filosofi che ha iniziato la presa di distanza dalla metafora della luce come la più alta conoscenza del sapere è Maurice Blanchot. Già nell’ «Entretien infini» scrive un saggio dal titolo «Parlare non è vedere» poi allarga la questione in «La bête de Lascaux» in cui ci ricorda che il compito del linguaggio è essenzialmente profetico e che questo non significa che predica eventi futuri quanto, piuttosto, che non si basa su qualcosa che è già, né su una verità in corso, né sul linguaggio univoco o verificato. La poesia annuncia e annuncia perché cominciamento, è inizio.[11]  Se Blanchot biasima Platone perché nella “gerarchia dei sensi” ponendo la vista all’apice sminuisce il compito della poesia, sullo stesso piano Perullo stigmatizza e disapprova questa distinzione e classificazione dei sensi superiori e inferiori che viene dalla tradizione che “opera con autorità e convinzione nel canone occidentale maggiore fin da Platone, si distinguono, anche se in modo non lineare e con motivazioni diverse, sensi superiori e inferiori”. In questo contesto Perullo precisa che la vista sarebbe il “senso supremo” il più alto ed elevato che conduce alla conoscenza che qualifica distale e neutralizzante. E ricostruendo questo fenomeno dice:

“Nella tradizione cristiana, l’umano è a immagine di Dio. Il cogito di Cartesio è l’evidenza da cui nasce il soggetto. Platone e il platonismo, come il cristianesimo, insistono sulla visione e sulla luce, come verrà denunciato pesantemente anche da Nietzsche. La vista è all’origini del paradigma dualistico che con l’età moderna, si potenzia e si amplifica: la filosofia critica, infatti, basa le sue possibilità di espansione su verifiche rigorosamente visibili”. A questa tradizione in cui nasce il soggetto/oggetto in seguito alle varie scoperte come il cannocchiale, il microscopio, il telescopio che produrranno una concezioni sempre più visiva il museo diventa progressivamente un catalogo di opere da contemplare a distanza da non toccare il senso dell’aptico, del toccare, del sentire con il tatto e attraverso il tatto elaborare il pensiero dell’estetica ecologica prende le mosse da questa realtà monolitica che oggi si identifica nel pensiero analitico. A questo modo di pensare più che contrapporre si propone un percepire fenomenico e ontologico alternativo.

Cosi dice Perullo:

“Si tratta, piuttosto, di scivolare dal paradigma della luce focalizzata, delle posizioni, delle divisioni, delle alternative […] a quello della luce diffusa, delle disposizioni, dell’unitarietà, delle possibilità – paradigma inclusivo, sistemico, localizzato, inteso solitamente dalla filosofia occidentale come polo altro, “orientale”, del pensiero, ma che proprio perché inclusivo, non si presenta come alternativo. Percepire saggio, vivere corrispondente esprime questo, estetica ecologica esprime questo, sentire/pensare esprime questo. Dunque il tatto: senso prossimale, apparentemente diretto e non mediato, che rimanda all’esperienza quale condizione necessaria del sapere, alla natura relazionale del conoscere, e al pensare intimamente intrecciato al sentire. […] Il tatto richiama il contatto, quindi un tipo di conoscenza diversa che implica una relazione”. (pag. 64)

Cosa ben significativa e importante mostra, anzi vorrei dire dimostra, come il lavoro filosofico inizia su di sé, a partire dalla cura del proprio linguaggio per costruire un attraversamento del senso che sia una via percorribile, condivisibile dall’altro e con l’altro. Affinché si possano superare le antitesi interne del pensiero per aprirsi alla parola nella sua materialità di senso, di ponte sul significato perché il senso si costituisce a partire dalla ripugnanza alle «antitesi», come dice Kafka nei Diari il 20 novembre del 1911.

Perché questa via sia percorribile essa deve essere tracciata. Questo lavoro di Perullo getta le sue basi in una ricerca di lunga durata che prende le sue prime mosse da Gargani, Wittgenstein e Derrida, come nota in maniera inappuntabile Manlio Iofrida.[12] Ma il senso nuovo di ogni ricerca non può essere giudicato dall’esterno, ciò vuol dire che il primo e più importante giudizio della ricerca è nella ricerca stessa.[13] Il testo è una stratificazione di significati di cui quello superficiale deve essere comunque intelligibile. Questo è il merito principale di Nicola Perullo.

Detto questo la filosofia occidentale ha sottratto, sin dall’antichità, il sacro alla mitizzazione e all’esperienza della religione e questo è il suo grande merito. Tale esperienza laica della filosofia può essere considerata unica nella storia dell’umanità. Senza che questo significhi un di più o un di meno verso altre tradizioni che hanno altre unicità specifiche loro ricchezza. Avere precisato questo aspetto del Logos è il vero merito di Heidegger e di Emanuele Severino. Il pensiero non si svolge all’ombra di un dio, di una divinità (sebbene Platone parli di un Demiurgo). E questo non vuol dire che altrove non si pensi o che si pensi peggio o meglio. Ciò significa che l’influenza del divino è manifesta in quelle tradizioni di pensiero ed anche per questo motivo che il grande libro di Marcel Granet prende il titolo di «Il pensiero cinese».[14] Dico questo perché il rischio dell’esotismo può essere il pericolo che corriamo oggi nella globalizzazione dei concetti e delle tradizioni. Tale rischio, tuttavia, nelle intense pagine dell’«estetica ecologica» non c’è. Vi è piuttosto la coabitazione delle culture e dei saperi differenti all’interno di un reticolo di pratiche che l’umanità condivide e di cui fa esperienza nel flusso condiviso del senso.

Voglio finire con alcune parole di Jabès prese da «Il libro della condivisione»:

“Tra un libro e l’altro c’è un libro vuoto lasciato/ da un libro scomparso, di cui non si sa/ a quale dei due fosse legato./ Lo chiameremo il libro del tormento, che/dipende da entrambi.[15]

Questo è lo iato semantico del libro, della parola di scrittura, è il tormento di questo libro filosofico di Perullo ma, gli si farebbe torto, riducendolo a un libro perché ha la sua radice più prossima in un’articolata ricerca che dal vino e dal cibo tocca le scaturigini del senso dell’esistenza. Il senso di vivere che è, al tempo stesso, definito e indefinito, una conoscenza che dal libro muove verso l’aperto e dall’aperto muove verso il libro.

 

[1] N. Perullo, «Estetica ecologica. Percepire saggio, vivere corrispondente, Mimesis, Milano-Udine 2020; inoltre altri libri a cui farò esplicito riferimento sono «Ecologia della vita come corrispondenza. Frammenti per la spoliazione del senso», Mimesis, 2017; «Epistenologia I. Il vino e la creatività del tatto», Mimesis, 2016; «Epistenologia II. Il gusto non è senso ma un compito» Mimesis, 2018. Anche se non appare mai citato in questo studio «Bestie e bestioni. Il problema dell’animale in Vico», Guida, Napoli 2002 è un libro, anche se non citato, che ho avuto presente e che mi è risultato molto utile nel mio saggio sulla “filosofia” di Foscolo di prossima uscita per l’editore Aguaplano insieme a Domenico Calcaterra e altri commentatori da lui diretti e coadiuvati.

[2] J. Testart, «L’uovo trasparente», Bompiani 1988 postfazione di M. Serres pag. 167-180.

[3]. N. Perullo, «Ecologia della vita come corrispondenza. Frammenti per la spoliazione del senso», Mimesis, Milano-Udine 2017.

[4] «Ecologia della via come corrispondenza», pagg. 100-104 Prima di morire A. G. Gargani ha predisposto per la stampa un libro intitolato «La seconda nascita», (Moretti & Vitali, Bergamo 2010, pagg. 436 con Prefazione di Vincenzo Vitiello e Postfazione di Flavio Ermini) che raccoglie questa particolare ricerca filosofico-letteraria la quale prende avvio da «Sguardo e destino» lasciando fuori proprio «Una donna a Milano» (Marsilio, Venezia 1996) libro conclusivo della ricerca. Libro che inaugura una collana del romanzo presso l’editore Marsilio che oggi è una delle più prestigiose nel nostro paese. Libro che sia Mario Luzi che Attilio Bertolucci “non hanno capito” mi disse Gargani. Questo fa risaltare la particolarità che il suo stesso autore gli assegna come caso a sé rispetto agli altri, sia perché viene nascosto, ciò che narra ma soprattutto per lo stile della scrittura che per intento e tentativo filosofico e letterario in cui il corpus del testo declina il genere del romanzo. Tale riflessione, tuttavia, merita ma primariamente necessita un saggio a sé stante per coglierne le ragioni profonde dell’incrocio tra vita e opera in Gargani attraverso, sia il “tentativo” del romanzo, che il “significato” della scrittura del romanzo. Scrittura del romanzo che inizialmente si presenta come incrocio di scrittura saggistico-narrativa nel contesto di un’armonica coabitazione. Ma, appunto, come in «Sguardo e destino» o «Il testo del tempo» che, a mio giudizio, è il più riuscito di questa ricerca per la forma che indica il movimento e segnala una ricerca in corso che parla nel corso stesso della ricerca, nel senso di cursus, parlando di sé e dell’altro da sé. Senza inglobarlo o addomesticarlo questo altro da sé, lasciandolo, per così dire, allo stato brado del semantema.

[5] R. Barthes, «Il piacere del testo», ed Einaudi, Torino 1975, pagg. 13-14, trad. it. Lidia Lonzi; «Le plaisir du texte», Ed. du Seuil, Paris 1973, pagg 21-23.Voglio precisare a scanzo di equivoci che l’espressione barthesiana di “anacronistico” ha un valore positivo in quanto rappresenta la particolarità di ogni testo di piacere.

[6] A questo proposito rimando ad un saggio di M. Blanchot che tratta espressamente, in termini filosofici, questo problema nel saggio di apertura dell’«Entretien infini», dal titolo «Il pensiero e l’esigenza della discontinuità”. L’edizione italiana che aveva il titolo di L’infinito intrattenimento è stata ripubblicata da Einaudi con «La conversazione infinita». Di Emanuele Severino invece mi riferisco alla «Storia del pensiero occidentale» da lui curato ad opera di più autori e nello specifico faccio riferimento al saggio conclusivo «Il futuro della filosofia» pagg. 263-284.

[7] Giuseppe Lupo di recente, il 17 maggio, ha scritto su questo spinoso tema un articolo interessante su «Quotidiano Nazionale» ma lo scrittore e critico letterario lucano vi ha dedicato molti studi di cui il più noto ma, forse, anche il più importante porta il titolo di “La letteratura al tempo di Adriano Olivetti”, Edizioni di Comunità, Roma-Ivrea 2016.

[8]. N. Perullo, «Estetica ecologica. Percepire saggio, vivere corrispondente», Mimesis, Milano-Udine 2020

[9] http://www.treccani.it/vocabolario/coda/

 

[10] R. Daumal, «Il lavoro su di sé. Lettere a Geneviève e Louis Lief», Adelphi, Milano 1998 pagg. 140 a cura di Claudio Rugafiori, traduzione di Cosima Campagnolo

[11] M. Blanchot, «L’entretien infini», pagg. 35-45, Gallimard, Paris 1969; «La conversazione infinita», Einaudi, pagg. 32-40 trad. Roberta Ferrara Torino 1977 – 2015. «La bête de Lascaux», fata morgana, Montpellier, 1982 pag. cit. 21. Nello stesso senso di Blanchot e di Perullo lo scrittore e storico Carlo Ginzburg in un libro intitolato «Occhiacci di legno» alle pagine 82-99 in un saggio intitolato “Rappresentazione. La parola, l’idea, la cosa” affronta questo tema spinoso della metafora della vista come onnivora del sapere e della conoscenza con un’analisi particolare e interessante, nel senso di ciò che concerne.

[12] M. Iofrida, “Vino e tatto”, recensione a Epistenologia. Il vino la creatività del tatto, Nicola Perullo, Dianoia 2016

[13] Il pregio dei testi di Manlio Iofrida è nel tono e nell’analisi del politico che riconosce nelle tesi e nello sviluppo dell’argomentazione un nuovo modello di procedura di Nicola ma, tuttavia, in alcuni punti concentrando il tessuto del testo sulla verità greco romana si può notare che corra il rischio di cadere nella contrapposizione di pensiero occidentale/orientale alla quale Perullo tenta di sottrarsi ritendo lo stile del conflitto dannoso alla causa del confronto.

[14]  M. Granet, «Il pensiero cinese», Adelphi, Milano 1971; La renaissance du livre, Paris 1934; sempre sugli stessi temi del pensiero cinese insieme a Marcel Mauss «Il linguaggio dei sentimenti», Adelphi, Milano 1975; PUF, Paris 1953.  Tito Tonietti, «Le matematiche del Tao», Aracne, Roma 2006 libro in cui si dimostra che il teorema che noi denominiamo di Pitagora in Cina era conosciuto come “figura della corda” contenuto nello Zhoubi suanjing librop scientifico della cultura cinese tradotto per la prima volta, nella cultura occidentale, in questo libro che in qualche modo dimostra la “contaminazione” circolare delle culture.

[15]. E. Jabès, «Il libro della condivisione», ed. RaffaelloCortina, 1992 trad. it. Stefano Mecatti e Anna Panicali

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

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LUNGO LE SPONDE DEL FIUME DEI RICORDI DI ALBERTO BEVILACQUA

Perché proprio Alberto Bevilacqua? Il saggio biografico appena edito da Il Rio Edizioni di Mantova a cura di Alessandro Moscè, “Alberto Bevilacqua. Materna parola” è un attestato di riconoscimento alla poliedricità dell’autore nativo di Parma e che viveva a Roma: fu poeta, narratore e regista cinematografico. Moscè racconta sul racconto, apre porte tra vita e arte. “Aveva la fronte alta, lo sguardo acceso e pungente, in quelle stanze di Roma, nel quartiere di Vigna Clara, dove abitava. Durante le mie visite mi accorsi che gli oggetti erano allineati nei tavoli come i quadri d’autore alle pareti”. Moscè non ha scritto un libro anacronistico, almeno in parte, perché non si occupa solo di critica letteraria, militante, ma anche del personaggio Bevilacqua, dell’uomo. Come fosse un reperto illuminante della scrittura stessa, descrive la scala che saliva nel super attico da dove si vede, attraversando il lungo balcone costellato di piante grasse e di sedie di vimini, il gazometro di Roma. Sul grande tavolo una Olivetti Lettera 44, una tazzina di caffè, le penne blu e rosse disposte come soldatini e i sigari, i Davidoff, sia quelli robusti che i più fini. Alberto Bevilacqua non usava mai il computer, perché, diceva, le statue del gruppo I Prigioni di Michelangelo non avrebbero avuto la stessa forma se fossero state realizzate con lo scalpello elettrico. La macchina da scrivere consentiva un avvicinamento potente alla materia. Se trovava anche un solo errore, Bevilacqua ribatteva l’intera pagina.

Mentre a partire dagli anni Sessanta la maggior parte della letteratura italiana preferiva l’ideologia, una dimensione sociale e civile, Bevilacqua optava per la natura umana, intesa come sentimento e dunque come riconoscimento dell’individuo. Moscè lo fa intendere immediatamente. Bevilacqua nacque come poeta e con la poesia ha sempre proseguito. Narratore di fama internazionale (vinse lo Strega, il Campiello e il Bancarella), fu anche regista di celebri film come “La Califfa” (1970) e “Questa specie d’amore” (1972) con attori Romy Schneider, Ugo Tognazzi e Jean Seberg, che gli valsero due David di Donatello, tre Nastri d’Argento e due Palme d’Oro. Alberto Bevilacqua. Materna parola è un metaracconto senza alcuna invadenza dell’io, in cui l’affresco scenico dei luoghi del Po risulta un viaggio nei luoghi dove si svolgevano i drammi umani, in un regno pullulante di bizzarrie, nell’immenso territorio dei cantori ambulanti che vivevano in strada. Alberto Bevilacqua ha appreso la narratività orale dai cosiddetti Strioni, considerati dei maestri del raccontare. Strioni che si nascondevano nella nebbia, che secondo le dicerie popolari erano i maghi delle leggende, che camminavano nella vastità che scompagina le dune sabbiose del fiume. Si muovevano a gruppi festosi. E nei nebbioni questi raccontatori portavano i loro carrozzoni e le loro storie in mezzo ai fuochi dei grandi inverni. Gli Strioni si spostavano dal nord al sud ed “erano tante cose insieme”, scrisse Bevilacqua nel suo “Viaggio al principio del giorno” (2001). La corretta valutazione di Alessandro Moscè attinge alle origini familiari, alla lingua del fiume Po che nacque per espandersi in tanti gerghi e dialetti. Esiste un’arguzia che Bevilacqua chiamava arlìa, una specie di presa in giro del mondo attraverso alcuni individui. Del resto lo scrittore si è spesso servito della lingua nata dalle strade, del dialetto del fiume. Ma non si tratta di dialetti in senso stretto, perché il dialetto di Parma è intessuto di lingue assimilate negli ultimi due secoli (soprattutto la spagnola e la francese). La storia primitiva è stata la lingua orale di Parma e del Po, quando per ascoltare i coristi parmigiani Bevilacqua attraversava i cortili che circondavano la Corale Verdi. La “Lingua della Leggera”, della quale scrisse Danilo Montaldi all’inizio degli anni Sessanta nella “Autobiografia della Leggera”, aveva origine dalla canta popolare, da una parabola, da una favola: nei borghi, nelle sacche fluviali, tra le nebbie fitte dove si incrociavano errabondi, cercatori d’oro, artisti melodrammatici, cantori ambulanti. Un ruolo fondamentale lo hanno avuto anche i protagonisti di quei luoghi nel dopoguerra, dove tutto sembrava ignobile e crudele, in una realtà familiare non certamente facile, dopo il ritorno del padre dalla prigionia in Germania.

Moscè adotta una forma nuova: ha come obiettivo il terminale dell’opera omnia di Bevilacqua e la rilevanza complessiva dei suoi libri innestati in un contesto storico-geografico che funge anche da schema di partenza e di appoggio. Il quoziente visionario e la frequentazione del mondo dell’arte popolare sono elementi fondamentali di questo libro. La vocazione colta da Moscè è rivolta principalmente al ricordo, specie quando Bevilacqua intrecciava la storia personale, durante e dopo la seconda guerra mondiale, con la grande storia: l’Italia della provincia, del disagio sociale, dei rapporti d’amore, ma anche dall’aspetto pubblico. Si pensi al Triangolo Rosso, alle famigerate guerriglie che nacquero dopo il 1945 e che si protrassero a lungo nel Paese, specie lungo il Delta del Po, dove ex partigiani ed ex repubblichini continuavano a spararsi a bruciapelo con odio e rancore. A volte si sparava senza sapere neppure chi venisse giustiziato dentro un cascinale o lungo l’argine del Po. Fu questa storia sotterranea, accertata in prima persona durante le scorribande in bicicletta da ragazzo, che costò a Bevilacqua la censura fino al 2000, anno di edizione della narrazione “La polvere sull’erba”, la cui prova autoriale fu in parte pubblicata da Leonardo Sciascia nel 1955. Ma si pensi anche allo scontro in campo aperto, nel 1922, di Guido Picelli, il rivoltoso contro le squadre fasciste che furono sorprendentemente respinte. La vigoria dell’animatore della rivolta parmense contro le milizie nere, rimane tra le pagine più belle di Bevilacqua, che ne scrisse più volte (specie in “Una città in amore”).

Nel bellissimo libro di Moscè ci sono gli incontri e le amicizie di una vita: Attilio Bertolucci, Sciascia, Cardarelli, Quasimodo, Montanelli, Borges, Céline, Ionesco, Fenoglio, Parise, Charlie Chaplin, Paolo VI. A Bevilacqua ne ha ampiamente scritto nei suoi libri mondadoriani ed einaudiani (in particolare in “Storie della mia storia” edito nel 2007). Notevole anche come poeta, nella sua opera in versi c’è sempre stata la sensazione di una piena maturità arcana e compatta. I versi della raccolta “L’amicizia perduta” (1962) consentirono ad Attilio Bertolucci di parlare, per la prima volta, di “na­tura shelleyana” di un poeta ancora fanciullo, immune da manierismi moderni. Pier Paolo Pasolini, in un epistolario in versi contenuto in quel libro, individuò un “irrelato fantasma idillico”. Bevilacqua spiegò che il segreto alter ego del narratore è pro­prio il poeta, una sorta di compagno-accompagnatore che dà la sensa­zione di intervenire quando il narratore ne ha bisogno e quando il poeta chiama. Si rimpolpa una doppia versione, sconfessando un cascame di tipo accademico per cui poesia e romanzo siano armati l’uno contro l’altro.

Eppure, ad appena sette anni dalla morte, Alberto Bevilacqua è stato del tutto dimenticato per ragioni squallide, in un’Italia povera moralmente. “Era scomodo perché piaceva moltissimo alla gente, ha dichiarato Alessandro Moscè alla stampa”. Un suo romanzo poteva sfiorare un milione di copie vendute, mentre uno scrittore medio, nel nostro paese, arriva si e no alla tiratura di 5.000 copie. Suscitava invidia, ma la cosa stucchevole è che anche l’editoria se ne sia dimenticata. Il libro di Moscè può aiutare la riscoperta di un classico al quale è stato riservato un Meridiano Mondadori tra i più belli. Alberto Bevilacqua. Materna parola risponde ad un mandato rievocativo e non celebrativo, alla vittoria di un fuoriclasse dell’umanesimo autoriflesso, di massima concentrazione lirica. Moscè ha fatto giustizia dopo tanto silenzio.

Elisabetta Monti

MARIO URQUIZA MONTEMAYOR

Esto y aquello

Esto y aquello, deberías decir,
es lo único que se nos ha dado
para este instante, que es de nadie
y para todos

 

Questo e quello

Questo e quello, dovresti dire,

è tutto quel che ci è dato

per questo istante, che è di nessuno

e per tutti.

 

 

Elogio del árbol

A Octavio Paz

El día despierta para nosotros
como la memoria abierta

dispersión absoluta y transparente

gira alrededor del día
el fruto es la mirada franca
el hombre es el mediodía
la poesía es dispersión
memoria
constante retorno
vuelta a este instante
reinvención del otro día

 

 

Elogio dell’albero

A Octavio Paz

Il giorno per noi si sveglia

come la memoria aperta

 

dispersione assoluta e trasparente

 

gira attorno al giorno

il frutto è lo sguardo franco

l’uomo è il mezzogiorno

la poesia è dispersione

memoria

costante ritorno

indietro a questo istante

reinvenzione del giorno altro.

 

 

A veces no estoy para la poesía

A veces no estoy para la poesía
todo el día es sol
insertado en la memoria

sabemos que allá arriba está
porque así nos lo dijeron

el hombre surca la palabra otorgada
camina sin miramientos

su camino se abre en los ojos del día
las cosas se alejan
un poco más de él

 

A volte non ci sono per la poesia

 

A volte non ci sono per la poesia

tutto il giorno è sole

inserito nella memoria

 

sappiamo che lassù esiste

perché così ci dissero

 

l’uomo solca la parola accordata

avanza senza riguardo

 

il suo cammino si apre negli occhi del giorno

le cose si allontanano

da lui un altro po’.

  

Entre el dolor y el placer

Entre el dolor y el placer
huye el día,
los astros dejan de ser audibles y legibles,
remiendo de todo lo vivo y de todo lo soñado,

hay sueños que vienen a estas horas

a tu cuerpo, a mis ojos, a tus manos…
… acabamiento de la luz pensada y escrita,

entre el dolor y el placer
huye el día,
mis pasos en la zozobra del agua vertida,
la noche ofrece a los astros
un ramillete de miradas.

 

Fra il dolore e il piacere

Fra dolore e piacere

fugge il giorno,

gli astri smettono di essere udibili e leggibili,

rammendo di tutto ciò che è vivo e sognato,

 

ci sono sogni che arrivano a quest’ora

 

al tuo corpo, i miei occhi, le tue mani…

… compimento della luce pensata e scritta,

 

fra dolore e piacere

fugge il giorno,

i miei passi nell’angoscia dell’acqua versata,

la notte offre agli astri

un mazzolino di sguardi.

 

Transfiguraciones

Nos volvemos rocas
…espacios infinitos
nombres que susurra el viento

letras desgastadas
escritura memorizada

nos volvemos tiempo
seres huraños
cruces malheridas
erubescencia de la llama trémula

noches incalculables
días fulminantes
luces transmundanas

senda
etérea
de la palabra

parvada de puntos
errabundos y heterodoxos

nos construyen
nos leen
nos condenan
borran
y comienzan en otro instante
en otro sitio.

 

Trasfigurazioni

 

Diventiamo rocce

… spazi infiniti

nomi sussurrati dal vento

 

lettere consunte

scrittura memorizzata

 

diventiamo tempo

esseri scontrosi

croci agonizzanti

erubescenza della tremula fiamma  

 

incalcolabili notti

giorni fulminanti

luci ultraterrene

 

via

eterea

della parola

 

stormo di punti

erranti e eterodossi

 

ci costruiscono

ci leggono

ci condannano

cancellano

e ricominciano in altro istante

altrove

 

Final de patio ferroviario

Bajo
la palabra
los paisajes
se ajan

encuentras

la fotografía
pérdida
inventora
de recuerdos;
evoca nombres
que sólo el viento
aprendió a pronunciar

los árboles
aprendidos
echaron raíces

los muros
ahítos
se levantaron
el viaje
del ferrocarril
se extendió
al olvido

los patios
del ferrocarril
ahora son
caminos
que ni
el viento
quiere
recorrer

 

 

Finale di cortile ferroviario

 

Sotto

la parola

i paesaggi

si logorano

 

ritrovi

 

la fotografia

perdita

creatrice

di ricordi;

evoca nomi

che solo il vento

imparò a pronunciare

 

gli alberi

conosciuti

misero radici

 

i muri

saturi

si alzarono

il viaggio

del treno

si estese

all’oblio

 

i cortili

della ferrovia

ora sono

strade

che nemmeno

il vento

vuole

percorrere

 

Traduzione: Adriana Langtry (in collaborazione con Mia Lecomte)

 

Mario Urquiza Montemayor è nato nel 1994 ad Amecameca (Messico). È autore delle raccolte poetiche El canto y la casa (Capítulo Siete, 2018) e Piedra de toque (Buenos Aires Poetry, 2019).  Ha collaborato con riviste come «Punto en Línea» della UNAM, «Crátera» (Spagna), «Letralia» (Venezuela), «Polipet» (Repubblica Ceca) e «Archivo Sonoro».

Evaristo Seghetta Andreoli, In tono minore, Passigli 2020

Ciò che trovo più toccante nella voce di Evaristo è la capacità di rispettare quello che vorrei definire un foedus poetico, un patto col lettore ancora fondato, nonostante le distruzioni del Novecento, sulla superstite e tenace fiducia nella possibilità di riconoscere e condividere la “poeticità” dell’esperienza esistenziale. Parliamo di una dimensione ontologica che sempre meno oggi assomiglia a una koiné, a fronte dell’indubitabile dilagare dell’impoetico, che mette tutti d’accordo.

(dalla prefazione di Sauro Albisani)

 

Partita a due

 

L’orizzonte è profondo stasera,

in controtendenza con le sensazioni.

Ancora appassiona questa partita a due,

a carte scoperte.

 

Le frasi sofferte accendono la notte,

insieme alle stelle di giugno.

Noi, un tutt’uno col vento, respiriamo

il segreto del gelsomino.

 

Lo scontro a colpi di assi e di re

dura fino al mattino.

I pirati del sonno, prima o poi,

abborderanno l’estate.

 

 

Stelle

 

Qualche volta le stelle cadono.

Per il resto, resistono lassù,

appese alla parete dell’Apeiron,

pertugi di fuoco nell’involucro universale.

 

Ce ne accorgiamo

quando sopra il mare tracciano la scia.

Il tuffo nell’infinito è ciò che vorremmo imitare.

 

Sappiamo bene che in quel mare,

sospeso sopra gli sguardi,

nel suo profondo,

c’è tutto ciò che cerchiamo.

 

Fiamme

 

Siamo fiamme irregolari, più alte, più basse,

fiamme spaventate che gridano.

 

Prima dell’avvento del Tempo,

non avevamo forma che ci distinguesse

e anche riguardo allo Spazio ci sarebbe da dire…

 

Ma siamo qua, in questo braciere,

dal quale s’innalza un’orazione muta.

 

Contenuti nelle nostre dimensioni,

ora che il Tempo è cessato,

imprechiamo contro l’Eternità.

 

La complessità tematica che il lettore si trova davanti, e dalla quale resta affascinato nel leggere le liriche di In tono minore, è corroborata e supportata da una profondità del livello fonico ritmico che dimostra come Seghetta Andreoli possegga una straordinaria sensibilità musicale (…)

(dalla postfazione di Fabia Baldi

 

Guarracinismi tra antico e odierno – SPUNTI DI RIFLESSIONE DALLE PAROLE DI FRANCESCO

                                                             Ipse mihi magna quaestio

                                                                                 “Ero divenuto io stesso per me un enigma”

                                                                                  (Agostino, Confessioni 4, 4, 9)

 

CAVALLI E ASINI

 

Ascolto con compunta devozione ogni giorno alle 7, come tanti, la predica mattutina di Francesco e tra le tante perle di saggezza spirituale che questo Pontefice sa distribuire, come una vera e propria Eucarestia, mi ha colpito, sabato 2 maggio, il detto popolare della sua terra “lontana”, da “fine del mondo”, secondo il quale “non bisogna cambiare cavallo in mezzo al guado di un fiume”, concludendo la sua allocuzione con l’invito a “non vendere la verità”.

Al di là dello specifico contesto, cui Francesco vuole alludere, all’esigenza cioè di rispettare le regole senza forzarle a proprio uso e in arbitrarie e personali interpretazioni, mi sono interrogato più in generale su che basi culturali possa poggiare questo monito di spicciola saggezza che evoca una figura come quella del cavallo, a simbolo di affidabile (e anzi indispensabile) veicolo in un difficile attraversamento (l’acqua di fiumi o torrenti che siano e più in generale della vita).

Papa Francesco, nell’interpretazione di Michelangelo Salvatore, figlio del pittore Nicola Salvatore, autore dei ritratti dei Pontefici dell’ultimo secolo e mezzo, raffigurati nei pennacchi della cupola della Chiesa parrocchiale di Ceraso, in provincia di Salerno

 

Mi sono ricordato che nel mio profondo Cilento, più ancora del cavallo, tipico della Pampa argentina, un altro tipo di cavalcatura, l’asino, quasi ormai scomparso del tutto dal territorio, era una volta addirittura l’unico mezzo di spostamento, tanto da essere chiamato nel dialetto dei vecchi “vettura”, veicolo per antonomasia, quando le macchine (automobili e autocarri) erano pressoché sconosciute.

Chi ne possedeva uno, come mio nonno materno, Angelomaria, era considerato un contadino ricco ed era additato come un privilegiato, un gradino al di sopra degli altri.

 

A pensarci bene, mi son detto che forse questo dipende dalla considerazione di questo animale nella cultura antica, tra storia e poesia.

Qualche esempio: presso gli antichi, egiziani, greci o anche ebrei, l’asino era considerato sacro o a contatto col sacro. Nella Bibbia, nel libro dei Numeri, viene riportato addirittura, favola o miracolo che sia, l’episodio dell’asina del profeta Balaam, che non solo vede l’Invisibile, come dice il testo, ma riesce addirittura a parlare. Il poeta greco Pindaro lo canta nelle sue poesie, e il commediografo Aristofane ne fa un portatore di misteri, così come farà anche lo scrittore latino Apuleio nel suo Asino d’oro. Per altri è un simbolo regale, come presso certe antiche popolazioni, come gli Hyksos e gli Ittiti, dove due orecchie d’asino, poste in cima di uno scettro regale, erano l’insegna degli dei dinastici. Nell’antico Egitto, addirittura, tutti gli anni si faceva una processione sul Nilo, con l’ immagine di un asino, simbolo del dio Set e perfino a Roma, sulla Colonna Traiana, troviamo raffigurato il culto dell’asino, in onore delle trionfali campagne dell’imperatore Traiano in Dacia.

 

È per questo, per il suo carattere di mitezza e al tempo stesso di regalità, che l’asino è associato nell’iconografia tradizione alla Nascita e Gesù lo aveva scelto come veicolo per il suo regale ingresso in Gerusalemme la Domenica delle Palme?

Ma quel che più colpisce (e non solo me) è il fatto che questo animale sia stato eletto addirittura a simbolo di Gesù dai primi Cristiani.

 

 

Su una lastra di travertino scoperta a Roma nella Casa degli Araldi e conservata nell’Antiquarium del Palatino è incisa la figura di un uomo crocifisso su un patibolo a forma di T. L’ uomo è raffigurato di spalle, con la testa d’ asino. In basso, a sinistra, un devoto gli invia un bacio rituale di adorazione. Sotto il crocifisso un’ iscrizione greca a grandi lettere dice: ALEXAMENOS SEBETE THEON (“Alexamenos adora Dio”): una vera e propria dichiarazione di fede di un credente del III terzo secolo, di uno ben cosciente di non voler “vendere la sua verità”, in piena età delle persecuzioni.

Grazie, dunque, a Francesco che ci richiama con  amabile semplicità, davvero francescana, a queste “verità”.

 

 

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

                    

 

FESTIVAL “ANGELI NEL CIELO DEL CILENTO” – FORZA DELLA POESIA

Spazia libero nell’anima / l’universo di ogni poesia / creando emozioni immense / e immenso amore, nell’immaginario / della fantasia” (Gaetano TOZZO)

ANGELI NEL CIELO DEL CILENTO

Poesie per un Festival campestre

Era nato da un’idea semplice ma esaltante: portare la Poesia in un ambiente che più campestre, “georgico”, di così non si sarebbe potuto immaginare: a Ceraso, in un Comune del Cilento, a ridosso di Elea, tra genti abituate da sempre, da millenni, a fare i conti con la dura vita dei campi, a seguire i ritmi di una natura non sempre generosa piuttosto che con le alate parole della Cultura libresca.

Questo era avvenuto per la tenacia di un gruppo di ardimentosi, all’insegna dell’Associazione culturale IL GIARDINO DEI CILIEGI, che annoverava Clara Schiavone (presidente), Emilio Buonomo, Francesco Esposito, Giuseppe Maiese, Aniello Aloia (segretario)

Come le api di Aristeo

Non c’è un filo conduttore, naturalmente: non l’abbiamo voluto in partenza, per una questione di libertà e di rispetto. Un Concorso di poesia, benché inscritto all’interno di un Festival come il nostro, che pure un titolo e un argomento ce l’ha, eccome!, non può e non vuole porre degli argini tematici impegnativi.

Di materia per riflettere ce n’è comunque abbastanza e a ben vedere ci si accorge che alcune tematiche forti accomunano i testi dei tanti partecipanti (molti, sorprendentemente, quasi un centinaio, provenienti da tutta l’Italia e una addirittura dell’estero), a conferma del fatto che la poesia ha sue leggi proprie e misteriose che fanno ritrovare i suoi praticanti, i suoi “adepti”, quasi per naturale e istintiva elezione: come dire che le parole della forza del sentimento e della Bellezza “volano” (e continueranno a farlo, è questo il nostro auspicio, almeno) a incontrarsi istintivamente tra loro, come Angeli, come “messaggeri”, nel cielo del Cilento o come le api di Aristeo, quello del libro IV delle Georgiche virgiliane, a formare il corpo misterioso della poesia, a dispetto di un mortificante panorama circostante di inefficienze e disvalori.

Adepti e “messaggeri che hanno accettato di “esporsi” e offrirsi a un Pubblico a volte perfino ingenuo quale può essere quello di paesi e frazioni (come Santa Barbara, San Biase, Massascusa, Petrosa, Metoio e buon ultimo Ceraso, il capoluogo) dove mai un siffatto Messaggio era stato prima proposto.

Si va dunque dall’effusione dei bisogni più profondi dello spirito, nel segno del Sacro o dell’Arte (Nel mistero ti cerco, di Emilia Fragomeni, Arie per un sogno di Lucetta Frisa, Cappella sulla vetta di Antonio Puglia, Sei…Arte di Caterina Sarti), all’estatica contemplazione paesaggistica (La luna del giorno di Giuliana Guzzon, Allegria primaverile di Rosanna Milano Migliarini), dall’abbandono elegiaco (Lo zio di campagna di Giovanni Capponi, Mio padre e Elegia di Anna Laurenzana Del Giudice, Sfogliando i ricordi e Pasqua di Leda Panzone Natale, Nostalgia di Carmine Pecoraro), all’interrogazione inquieta della propria identità e specificità attraverso l’anamnesi delle stagioni interiori del vivere e del vissuto (File solitarie di Marosia Castaldi, Fu solo un’esperienza di Curzia Ferrari, Le mie verità di Lena Maltempi, Mitologie private di Daniela Raimondi, Tutto il tempo che non è venuto di Margherita Rimi, Sere di Emilio Russo, Donna di Antonietta Tafuri), dalla densità epigrammatica (Piccole vicende di Enrica Paola Musio, Secondi passi di Salvatore Polito, Ecografia di Carlo Stasi), all’acre punta dell’indignatio nutrita di fiera passione civile (Ingenuo di Carmelina Altamura, Artiglio quest’amara di Tiberio Crivellaro, Cimiteri alleati di Renzo Vassalluzzo), e alla calda sollecitudine sociale (Vitaliy Yuzkov, nativo dell’Ucraina di Salvatore Carbone, E’ in arrivo sul secondo binario di Emilio Di Stefano, Cilindàna di Giuseppe Magliano), fino all’evocazione fantastica e visionaria, all’incubo o al sogno ad occhi aperti (Uomini a testa in giù di Marosia Castaldi, Fantasia di Mario Testa).

Ce n’è d’avanzo per poter dire che si tratta di un campionario, non soltanto tematico, molto ben rappresentativo del caleidoscopico mondo della poesia contemporanea. Non soltanto tematico, dicevo. Anche a livello stilistico, infatti, risultano ben rappresentate le tendenze più valide dell’odierno poetare: accanto a una scrittura rigorosamente tradizionale, memore dei “padri” nobili del Novecento, c’è anche (benché non ostentata ed esasperata) la ricerca di nuove armoniche, più moderne, metonimicamente debitrici della lezione dell’Avanguardia o comunque corrispondenti alle esigenze espressive del sentimento di ciascun poeta.

Ceraso, settembre 2007 – maggio 2020

di Vincenzo GUARRACINO