L’INTERVISTA: Le case dai tetti rossi – il nuovo romanzo di Alessandro Moscè

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra duesecoli (Neftasia 2007), Galleria del millennio (Raffaelli 2016), Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio 2020). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com

Alessandro Moscè si sente più poetao più narratore?

Ho avuto una formazione umanistica da studente di Giurisprudenza, come il conterraneo Paolo Volponi. Nasco narratore, ma sono anche un poeta. Nell’ambiente degli addetti ai lavori mi riconoscono di più come autore in versi che come narratore, nonostante il grande pubblico abbia molto apprezzato Il talento della malattia, un romanzo-non romanzo, come mi piace definirlo. Ho sempre continuato a scrivere poesie, ma non saprei uscire dalla dimensione tridimensionale. Nel mio sito pubblico racconti esoprattutto articoli di critica letteraria, recensioni. Credo di meritare il riconoscimento di scrittore completo, versatile. Non sono restio neppure a prendere spunto dalla cronaca. Aveva ragione Giovanni Arpino nel dire che “alla cronaca deve tutto la storia”. Non condivido, viceversa, la visione autocelebrativa di chi si occupa di sé stesso utilizzando i social per uno scopo autopromozionale. Non si può guardare solo il proprio ombelico. Capita anche a me di scrivere poesie e di pubblicarle su Facebook, ma preferisco di gran lunga postare la copertina del Meridiano Mondadori di Dacia Maraini, o soffermarmi sui temi di un romanzo che mi ha colpito, sulla lingua che lo contraddistingue. In questo momento sto rileggendo L’angel di Franco Loi, uno straordinario poema-affresco in dialetto milanese dove il mito dell’angelo caduto sulla terra spazia dalla nostalgia per il Paradiso alla grazia dell’amore in un’Italia appena uscita dalla guerra.

Qual è il suo libro di narrativa al quale rimane più affezionato? E il libro di poesia?

Sono solito scrivere dellenon fiction, più che romanzi. Del resto il Il talento della malattia, edito da Avagliano esattamente dieci anni fa, narrava la mia storia, la mia guarigione da un sarcoma di Ewing all’età di tredici anni. E anche il successivo, L’età bianca, pubblicato sempre da Avagliano nel 2016, non è altro che la prosecuzione, nella cronologia temporale, del primo, con il quale compone un dittico ad incastro. Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, uscito nel 2018 da Melville, è un affresco sulla vecchiaia, quando le luci si spengono anche per una grande attrice che è stata la donna più bella del mondo. Diciamo che da narratore ho affrontato, biograficamente, tre segmenti della vita: infanzia, adolescenza, età matura. Ho immaginato e ricostruito una tessitura, ma ho percorso, sostanzialmente, la verità delle vicende umane. Non c’è dubbio che Il talento della malattia resti il mio libro capitale, con le sue quattro edizioni e decine di recensioni giornalistiche estremamente favorevoli. Stavano per farne un film, ma il costo, pari a due milioni e mezzo di euro, ha frenato i produttori. Roberto Pazzi lo ha considerato, sulle pagine del “Resto del Carlino-La Nazione”, un romanzo degno di vincere il Premio Strega. “Il Sole 24Ore” ha scritto che era tra i romanzi più belli del 2012. Molti lettori mi hanno riferito di essersi identificati nella mia difficile esperienza. Ho capito che scrivendo di sé si scrive anche degli altri, si narra una storia universale. Ed è questo, con ogni probabilità, il segreto di un libro che non si usura. Come poeta ho avuto subito attenzione da parte della critica, a partire dal mio esordio avvenuto con L’odore dei vicoli, edito dai Quaderni del Battello Ebbro nel 2005. Che senso ha vivere qui e non altrove, Fabriano, in un luogo straniato come tutti gli altri, metatemporale, con un simbolo interiore plasmato dalla lettura del grande Giacomo Leopardi? E’ questo, idealmente il mio avvio, ripreso dal più grande poeta marchigiano dopo il recanatese, l’anconetano Franco Scataglini. Sono sulla stessa linea anti-novecentesca di Saba, Caproni, Sereni, Gatto, Benzoni. La mia è una poesia di affetti familiari, forte della comunione tra i vivi e i morti, come la definiva magistralmente Giovanni Raboni. L’ultima mia raccolta, La vestaglia del padre, edita da Aragno nel 2019, è uno stabat pater, un insieme di voci della memoria, dove continua il dialogo con mio padre e con le figure epiche dei nonni, in un repêchage sull’infanzia e sull’adolescenza negli stessi luoghi degli anni Settanta, che però sono molto cambiati da allora.

Che cosa pensa dell’editoria italiana? Il suo prossimo editore sarà Fandango.

Oggi, una società sempre più edonista e mercificata, fa i conti con il prezzo, con la quantificazione di ciò che si vede, si prende in mano e si pesa. Tutto ciò che non è oggetto materiale passa in secondo piano perché indefinibile. E tutto ciò che è indefinibile spaventa. Per questo motivo gli editori sono imprevedibili e seguono le mode. Spesso la mercificazione della narrativa inquina la qualità. Non mi hanno mai convinto i cabarettisti, i cantanti, i politici che si improvvisano scrittori e balzano in testa alle classifiche di vendita. Mi sono formato leggendo i classici: Dante, Leopardi, Kafka, Steinbeck. Pasolini, Moravia, Volponi, Tobino sono i miei preferiti del secondo Novecento, oltre ai già citati poeti. Ho avuto maestri come Giorgio Saviane e Alberto Bevilacqua. Sono felice di essere approdato a Fandango, una casa editrice riconosciuta a livello nazionale tra le più autorevoli. Questo marchio ha pubblicato Alessio Arena, Lorenzo Amurri, Alessandro Baricco, Jonathan Bazzi, Lorenzo Pavolini, Luca Pakarov, Alessandro Piperno, Jessica Schiefauer, Antonio Scurati,Sandro Veronesi ecc. Scrittori che ho letto e che amo, alcuni molto noti, altri di sicuro talento. E’ importante avere alle spalle un editore solido che ti segue, che ti consiglia, che non ti lascia solo.

Veniamo al romanzo in uscita, Le case dai tetti rossi.

Da bambino, durante l’estate, trascorrevo spesso i pomeriggi dai miei nonni materni che abitavano ad Ancona, nei pressi dell’ex manicomio. Il romanzo Le case dai tetti rossi, casupole simili alle caserme, è imperniato sull’alienazione. La galleria dolceamara di personaggi viene inquadrata mediante i sintomi e i gesti, anche ironici e disobbedienti, dei ricoverati. Arduino il giardiniere, i medici, in particolare il direttore Guido Lazzari, il suo allievo prediletto Enrico Fermenti, suor Germana e il cappellano rappresentano un modello di solidarietà con soggetti imprevedibili o abbandonati da famiglie indigenti. Negli anni, con l’avvento dei nuovi farmaci e la promulgazione della legge 180, la struttura ospedaliera diventa parte integrante della città, fino a che molti degenti usciranno e affronteranno degnamente l’esistenza quotidiana. La narrazione è anche il racconto dell’amore e del tentativo di ritrovare un’identità perduta. Il manicomio, ad Ancona, è stato una piccola città con centinaia di ospiti. Le case dai tetti rossi accoglievano i barboni, i malnutriti, gli ubriaconi, chi era tornato dalla guerra frastornato, con una pallottola conficcata da qualche parte, chi non riusciva ad alzarsi dal letto, chi aveva una deformazione fisica. Ci finivano anche gli epilettici che cadevano a terra, e si pensava che le convulsioni fossero una malattia mentale ereditata, che il malocchio avesse consumato il cuore e l’anima, non solo il cervello. Negli anni Sessanta ai piani superiori stavano i violenti, gli psicotici. Ancona aveva paura dei suoi matti. Ai bambini si proibiva di guardare i pazienti dal cancello di entrata del manicomio. A dare una svolta, sulla falsariga di Basaglia, fu appunto il dottor Lazzari, la trasfigurazione di uno psichiatra realmente esistito.

Quali sono gli altri personaggi del romanzo?

L’uomo giraffa, il pirata, Franca che sogna i nazisti, Adele che non ricorda nulla se non Mussolini, Giordano che quando non colleziona bottoni pensa solo al Napoli calcio. Cerco di entrare nei cuori dei degenti descrivendo gli ospiti del manicomio come senso, spirito, emozione, paura, speranza. Gioia, tristezza, euforia, disperazione. La sfida di una follia curabile si intreccia ai teneri ricordi famigliari, fatti anche di odori e sapori di un mondo perduto. Non diciamo di più. Il racconto è senz’altro un pezzo di storia del Novecento spesso dimenticato, una riflessione sulla follia e sulla libertà. 

Che cosa ha comportato la legge 180, in definitiva?

Una rivoluzione. Se il disagio psichiatrico veniva considerato ineliminabile e anche alcuni disturbi non gravi comportavano l’internamento manicomiale, dopo l’applicazione della legge la persona è stata riconosciuta a tutti gli effetti. Fu una conquista di civiltà. Se il Sessantotto non ha comportato grandi cambiamenti politici, li ha prodotti da punto di vista sociale, innanzitutto con la chiusura dei manicomi. Si è detto di no all’esclusione e all’emarginazione.

Ornella Nalon

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NELLA LUCE DI UN’AVVENTURA

“Assumere la mancanza, “Non ho famiglia”, in abito pesante di stoffa infeltrita, così che neppure un filo di vento penetri il tessuto e logori l’ordito lasciando stordita la trama”, è così che dice in un momento di verità l’Autrice, colei che dice raramente io nelle pagine di un Libro che si sfilaccia come una tela al vento del Caso, della Vita, mentre la storia creduta propria prende dolentemente un’altra piega nell’avventura della parola.

Come resistere alla sua peripezia se non lasciarsi prendere dal suo Gioco, dalla sua cifra di Destino?

Habent sua fata libelli”, hanno ciascuno un proprio destino, i Libri non meno dei figli: si distaccano ed escono dal loro angusto angolo di appartenenza per cercarsi la propria strada, il proprio modo di essere nel disegno di tutti, come particella di un Destino, senza mimetismi, senza maschere, senza “fantasticherie”. Come una foglia: ecco, come la Foglia della metafora del titolo.

Ringraziando tutti quelli che hanno voluto fargli gli auguri di buon compleanno, Armando Verdiglione, l’inventor della Cifrematica, si è, non so se consapevolmente o meno, appellato proprio ad essa, a questa metafora dicendo come sempre cose illuminanti che qui val la pena di riprendere perché a Maria Antonietta queste cose sicuramente fanno piacere: “Ecco l’occasione: una foglia scende solenne e compiuta e si appoggia lievemente sul prato; un fiore annuncia che fra qualche giorno sboccerà; una tegola resiste al vento e alla tempesta e ora è bagnata dal sole.Ecco l’occasione: non aspetti la fine del temporale, ne analizzi il disegno, lo senti, lo ascolti, cogli il bello delle sue proprietà.Tu cogli le proprietà della ricerca. Cogli le proprietà della poesia, dell’impresa, della politica del tempo e dell’Altro. Sono inattese. Mai cercate. Mai temute. Mai entrate in nessuna fantasticheria.

E il bello dell’atto è il bello della sua aritmetica e della sua specificità linguistica: è il bello del gerundio e del suo dispositivo, è il bello dell’”humus” e dell’”humanitas”, il bello della ragione dell’Altro e del diritto dell’Altro, il bello del compimento e dell’approdo”.

Mi provo ad entrare nella sua cifra, autorizzato dal fatto che non esiste dogma se non per essere digerito, come il Libro del Veggente di Patmos, destinato a tramutarsi in Luce. “lux de luce”.

C’è un’”occasione”, che può essere come spesso accade una “mancanza”, una perdita, una faglia, ed è da essa che ti lasci portare a cogliere in essa un Disegno essenziale, quale che esso sia. La cogli come stimolo alla ricerca, come volo e momento di Poesia, di creazione, e sai che la tua storia non resterà mai come prima, che il “temporale” non cesserà di flagellarti felicemente se ti lascerai andare: questo è “bello dell’atto”, ciò che c’è un “approdo” sempre nuovo.Come Orfeo che cerca la sua Euridice e nell’atto della sua perdita scopre il segno della Poesia nel favo di api che sgorgano dalla carcassa putrefatta dell’animale sacrificale. 

Maria Antonietta proprio questo ha praticato fin dal primo momento della sua avventura di scrittura, fin dall’inizio del suo “viaggio” iniziato molti anni addietro con la Ballata del Moro Canossa (2000) per approdare all’oggi di questo autentico poema, di questo prosimetrum.

Un viaggio che nel segno della fragilità, la foglia, destinata alla marcescenza, sfida con la scrittura le ragioni del bello, tenta le ragioni della Vita da inventarsi attimo per attimo, a costo di “restare in solitudine e in singolare percorso”, come dolentemente riconosce nella pagina inaugurale, quella che dà il nome e la nota musicale al libro nel segno del distacco e dell’abbandono, della “mancanza” incolmabile: “Quale è la foglia che può dire ‘vita’? Quella che ancora non giunge a riportare perché la venuta è ancora celata nel ramo e che al primo sole sicuro di non gelo si lascia sorprendere all’ignaro destino, o quella che inaugura il distacco dal ramo, labirinto del verde, sfumature infinite, tavolozza del colore che salta dal rosso al giallo, primavera e autunno?”

Ecco, qui ci sono le risposte necessarie, le risposte all’azzardo e alla scommessadi voler “cogliere le proprietà della poesia, dell’impresa, della politica del tempo e dell’Altro” nell’occasione, nel kairòs,in ciò che i Greci intendevano con questo termine come fonte di impensate risorse, come Luce e come Poesia, come inaugurazione di una Radiosità dell’attimo che è quello che le augura anche la sigla editoriale che la sta tenendo a battesimo, ossia l’Editrice DI FELICE, che con questa impresa inaugura un azzardo.

Maria Antonietta, questo invito a mettersi in gioco l’ha saputo cogliere e quel che ha fatto sta qui a dimostrarlo: con la capacità di invitarci tutti al suo Banchetto di Amore e di Sapere, amici e conoscenti, corrispondendo al suo Destino, cogliendo il bello nell’atto del suo farsi, come dice giusto in conclusione di questo primo capitolo rivendicando l’ardire e la volontà cioè di “restare e perpetuare la necessità di amare” come il punto focale della sua avventura di parola.

VINCENZO GUARRACINO

Viaggio di una foglia

Maria Antonietta Viero

Di Felice Edizioni, 2021

288 p.

KAREN POWELL – IL FIUME DENTRO DI NOI

La notizia su Karen Powell dice che a 16 anni ha abbandonato gli studi, per poi riprenderli molti anni dopo, a letteratura, al Lucy Cavendish College a Cambridge. Non è mai troppo tardi, affermava il compianto maestro Alberto Manzi. E neppure per il successo letterario. Infatti la critica autorevole la colloca tra i migliori contemporanei della tradizione del romanzo classico britannico. La Power nel suo ultimo “Il fiume dentro di noi” (E/O Edizioni – 267 pp. Euro 18) dimostra di farne parte scrivendo una storia, ambientata in una cittadina dello Yorkshire nel 1955, fatta di misteri e condita di sospetti mentre le certezze conservatrici si vanno sgretolando nella Gran Bretagna post-bellica coi suoi traumi ancor non del tutto sopiti della seconda guerra mondiale e con la nascita di quello spirito che anela verso una nuova libertà. Questo il preludio necessario per intendere “un fiume”, anche metaforico, che scorre minaccioso e quando fa riemergere il cadavere del giovane Danny Masters ha inizio un lungo racconto, un coro di personaggi entreranno in scena. Il vero perno del romanzo è un certo declino dei cambiamenti economici e sociali. Non vi sono apparenti speranze a cambiare il sistema delle “caste”: la vecchia Inghilterra dei privilegi. Alexander, figlio di Lady Venetia Richmond, vedova e troppo impegnata a tenere insieme il “malloppo” di famiglia, è uno dei ragazzi che ha scoperto il cadavere del fiume. Gli altri due sono Lenny Fairweaather che sogna di scappare da un padre iperprotettivo, e Tom. Tanti segreti, complicazioni e, il Fiume; un corpo nell’acqua: “Non aveva paura del fiume – le dita dei morti che ti afferrano sotto la superficie erano solo fantasie infantili…L’acqua era nera, orribile, furiosa e se fosse dipeso da lei non sarebbe andata a cercarla, però non era possibile sbarazzarsene…la via per risalire…bisognava escogitare un modo…” Il simbolo e la metafora del fiume: qualcosa di oscuro che scorre tra l’essere umano e il sociale stesso, ma anche resistenza alle avversità; innescare cambiamenti, a tutti i costi, coi rischi che comportano. Questa storia porta a una morale che prevede necessariamente l’etica e la responsabilità del pensiero. Così nascono le lotte verso la possibile libertà contro l’arroganza dei poteri più o meno occulti. I dialoghi nel romanzo sono ben trattati, degni di una certa lode. Anche in questo aspetto l’autrice dimostra il mestiere tipico della classica letteratura britannica dei molti noti, quali: Jane Austen, Charlotte Bronte, Walter Scott, Joice, per citarne alcuni, che poi si rifanno alla letteratura settecentesca “augustea” di George Chancer. In sintesi, non è mai troppo tardi per andare in libreria.

                                                                                                   Tiberio Crivellaro

RINO MELE E IL FUTURO ANTERIORE DEL VERBO PRECIPITARE

Un corpo a corpo con l’abissalità della Poesia e della impossibilità della sua definizione, cui qui, in quest’opera di Rino Mele avvolgente e insondabile fin dal titolo enigmatico, Futuro anteriore del verbo precipitare, autentico prosimetrum, nella sua mescolanza cioè di prosa e versi,  Dante si presta non più e né meno di quanto allo stesso Mele si siano prestati nel tempo, di volta in volta, altri archetipi e “fantasmi” poetici (penso a Moro del 2001, a Federico II del 2004, a Freud del 2015, per non parlare dell’Apocalisse di Giovanni).

La poesia come vertigine ed energia, come abisso che invoca un altro abisso, in un gioco di sensi e passioni che chiama in causa le ragioni del vivere dell’autore dimidiato tra reale e arcano, come in un carnevalesco teatrino di Ensor, schiacciato sotto una spessa coltre di angoscia: è questo che lascia intendere la parola di Rino Mele (Sant’Arsenio, Salerno, 1938), un poeta sempre “contro”, leopardianamente “malpensante”, capace di deludere e spiazzare sempre il lettore, inoculandogli per forza di scrittura dubbi, enigmi, che invocano una verità, anzi la Verità, con una sete ardente, lancinante. Invocando Dio e la Luce con l’arsura di un mistico, anelante a “una cecità che sia chiarore”, all’”ultimo cielo” che “è confine della divisibile pena”, incurante del rischio di diventare “cieco”, travolto dal “fiume”, la Morte, “in cui ogni corpo scompare”, avventurandosi lui stesso, psicopompo e carnefice di sé, a rifare e “imparare il cammino dimenticato” dialogando “con la sua ombra ferita”: un’”avventura” assieme a Dante, solo costeggiandone l’iniziatico viaggio, tra angeli e beati, per ascoltare, meglio, “per vedere / i morti parlare”, nell’estremo tentativo di sfidare il labirinto del loro silenzio, che non è rifiuto di comunicare bensì sfida a un risveglio alla razionalità, laddove i sensi (“il peso della palpebra”, dice nel testo 31) sembrano ostacolarne l’ascolto, disturbati e distratti come sono da un teatrino stralunato di angeli e demoni, da figure di un immaginario fatto di cultura, storia, sensibilità in procinto sempre di collassare risucchiato nell’utero del proprio inferno bisognoso di resurrezione. Umilmente accettando il ruolo stesso del Poeta del X del Paradiso, laddove si definisce “scriba”, semplice trascrittore di una sceneggiatura già sperimentata, “povera”: salvo inchinarsi a “Matelda”, una sorta di specchio della Madre (“la donna ch’io avea trovata sola” del XXXI, 92, del Purgatorio), come nostalgia del tempo prenatale.

È un’essenziale esperienza religiosa, insomma, quella che Mele legge nella “musica” dei versi di Dante, ambigua e fascinosa non meno della sentenza di Sibilla che si sperde “al vento delle foglie levi”. Un’esperienza, distribuita in 36 stazioni di difforme ampiezza e densità, cui si presta con la coscienza espressa nel titolo (“Futuro anteriore del verbo precipitare”), di una situazione grammaticalmente ineluttabile, conclusa e al tempo stesso in infinito divenire: una sorta di hypnerotomachia, una furiosa “battaglia d’amore nel sonno” che si svolge magmatica e incandescente attraverso i versi, tra Vita Nova e Commedia, per condurre il lettore, non meno dell’Autore, al riconoscimento e a una diversa percezione di sé nello specchio della Grande Poesia.

Vincenzo Guarracino

Rino Mele

FUTURO ANTERIORE DEL VERBO PRECIPITARE

Dante Alighieri

Manni Editore, San Cesario di Lecce 2021

pp.78, 13,00 euro

Rino Mele è nato a Sant’Arsenio (Salerno) il 4 febbraio 1938.Tra i suoi ultimi libri, i poemetti L’incendio immaginato sul delirio della consapevole morte di Giordano Bruno (2000), e Il corpo di Moro (2001); I dolorosi discorsi, 2003; nel 2002, la traduzione dell’Apocalisse di Giovanni (tutti per le edizioni 10/17), poi La lepre del tempo e l’imperatore Federico II (2004), più recentemente, Un grano di morfina per Freud  (Manni, 2014, Premio Viareggio) e Futuro anteriore del verbo precipitare. Dante Alighieri (Manni, 2021).

Dal 2009 dirige Exmachina. Fondazione di poesia e storia.

Sul fascismo nelle terre della Campania interna, nel 2008, il romanzo Devozioni della pazzia. Nel 2010, Come quando uno spettacolo viene interrotto, riflessione critica sul teatro di Dio nell’Apocalisse. Dal 2009 dirige Exmachina, Fondazione di poesia e storia. rinomele@gmail.com

Roland Gori, Et si l’effondrement avait déjà eu lieu

L’éntrange défait de nos croyances

Chi meglio di Roland Gori, psicoanalista e Professore di psicopatologia all’Université “Aix-Marseille”, profondo conoscitore delle mille insidie velenose del neoliberismo, che da anni studia meticolosamente l’infausto fenomeno, e a cui ha dedicato almeno 6 libri, poteva esprimere un suo autorevole pensiero anche sul  Corona virus? Pandemia esplosa nel fermento di altri “virus” quali: le termo-industrie e derivati che stanno mettendo in pericolo l’ecosistema e la libertà dell’essere umano. Il suo ultimo libro, è pubblicato dalle edizioni parigine LLL “Et si l’effondrementavaitdéjàeulieu – l’éntrangefaite de nos croyances” (“E se il crollo fosse già avvenuto. – Singolare sconfitta delle nostre convinzioni”). L’intento, inizialmente era programmato sulla possibilità di ripensare, di trovare un diverso nodo di “progresso” che non fosse nocivo. Dove si evince quanto importante sia coinvolgere “il pensiero”, le arti e il coraggio di molti intellettuali a esporsi oltremodo senza asservire i “poteri” più o meno oscuri: dalle università, ai media, dalla politica alle grandi industrie considerando quanto si stia camminando pericolosamente su un filo sottile e tagliente. Sotto un baratro senza fine. Quello degli interessi economici di pochi a sfavore di interi popoli.  C’è da farsi poche illusioni con le attuali credenze che ci vengono “scientificamente” inculcate attraverso il consumismo sfrenato: siamo già nel crollo senza avvedercene. Basta pensare ai climi impazziti, al sociale praticamente disgregato. Allora è possibile evitare altri crolli che stanno allargando la voragine su cui siamo perigliosamente sospesi? si chiede Gori. Bisogna cominciare sul serio a salvaguardare i valori etici e comportamentali e non cadere nell’illusorio che fuorvia dal reale. Ripensare le nozioni di progresso fuori dai vicoli ciechi del produttivismo liberale rinnovando il nostro rapporto con il tempo e la storia. La pandemia ha causato e sta causando morti e sofferenze dappertutto, il che sta a dimostrare la ragione dell’attuale crollo che, a partire dagli anni ’70, con il “rapporto di Roma” metteva in luce quanto rischiava il pianeta di collassare; certe categorie di pensiero erano rimaste legate all’erudizione di un ‘800 produttivo basato sulla competizione e “selezione” facendo sì che i comportamenti non brillassero socialmente incarnando la filosofia evolutiva di Herbert Spencer. “Occorre evitare i gravi squilibri di ricchezza e potere scartando le troppe promesse che ognuno, individualmente, possa  diventare detentore di oggetti “luccicanti”, infine opachi e senza sostanza; promesse di “felicità” facilmente acquistabile con una mancia euro”. Si pensi alla biosfera intubata, alle biodiversità, ai rischi epidemici, a quelli nucleari, alle scorie e rifiuti sopra cui si vive brindando alla gioia di esistere. Esistere? Cosa significa “esistere” oggi? Vivere nei “portali” Internet o surrogati simili può impedire di pensare, di accedere alle mille conoscenze  portate dalle  arti, dall’autentica cultura, dalla storia, dalla logica matematica e quant’altro strida oggi per coloro che assoggettano e colonizzano. Il debito che si paga è alto, ma può diventare impagabile. Allora occhio al crollo avvenuto, per evitarne altri di peggiori.

Tiberio Crivellaro

Tiberio Crivellaro è nato a Saccolongo (PD) nel 1955. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Tra quelle più importanti: Scomparsa delle lucciole e  Dialogo con il silenzio (Book Editore),  Ethanol, Senza perdere la tenerezza, Luceafarul, L’albero teoretico. È presente in numerose antologie, ha insegnato e tenuto letture presso la Mc Gill University di Montreal (2002). Collabora alle “terze cultura” dei quotidiani La Sicilia, Il Manifesto, L’Altro Giornale Marche e alle riviste argentine Borromeo (Università Kennedy), Cita en las diagonale, De inconscientes.

I DEMONI DI ILARIA PALOMBA

La scrittrice romana e la voce cruda dell’inconscio

Ilaria Palomba è nata nel 1987 e vive a Roma. Tra le sue pubblicazioni in narrativa: Fatti male(Gaffi 2012), Homo homini virus (Meridiano Zero 2015, Premio Carver), Disturbi di luminosità(Gaffi 2018), Brama (Perrone 2020). Alcuni suoi racconti e romanzi sono stati tradotti in più lingue. Ha dato alle stampe le raccolte poeticheMancanza (Augh! 2017),Deserto (FusibiliaLibri 2019) e Città metafisiche (Ensemble 2020).

Quali sono stati gli scrittori sui quali si è formata e che l’hanno influenzata di più?

A un certo punto, parlo di tre, quattro anni fa, ho scoperto Giuseppe Berto e Guido Morselli e li ho subito amati, ma precedentemente le mie letture erano abbastanza classiche: daFëdor Dostoevskij a James Joyce, passando per Henry Miller e soprattuttoAnaisNin, i cui diari, insieme a quelli di SylviaPlath, sono diventati fondamentali per me, contribuendo a formare la mia voce, così come le poesie di AlejandraPizarnik.

Quanto sono importanti la conoscenza personale, il dialogo e il confronto con chi esercita una forma d’arte?

Un po’ lo sono, ma non troppo. L’esperienza più formativa per me, è stata vivere senza risparmiarmi, fino a bruciarmi. Lavorare in un centro diurno di psichiatria per un paio d’anni è stato più importante che partecipare a premi e presentazioni letterarie. Lì ho visto il reale crudo, ho ascoltato le voci di chi aveva varcato una soglia proibita.Non ultima c’è la filosofia: Friedrich Nietzsche è stato sempre il mio faro, conEmilCioran, Jean-Paul Sartre e Gilles Deleuze.

Nel suo raccontareemerge la parte più cruda dell’uomo. Perché le sue parole sono così sanguinolente?

Perché non riesco a edulcorare la vita. Non sono una narratrice pura, anche se qualche volta ho perfino scritto romanzi di genere, vedi Homo homini virus o Una volta l’estate. Sono un’inviata speciale nell’inconscio, che non è solo mio, perché l’inconscio, proprio come il sacro, appartiene alla sfera dello spirito, e non è mai individuale. Si può parlare di autobiografismo, indubbiamente, bisogna però precisare qual è il limite tra verità e realtà. Il mio autobiografismo non ha nulla a che fare con ilprincipio di realtà. Non scrivo di cose accadute, l’accadere non m’interessa.Le mie sono interpretazioni, perciò non so mai dire cosa di quel che racconto sia accaduto e cosa è immaginato. Di certo posso dire che non mi sono risparmiata nella vita e nella scrittura. Arrivo al fondo intoccabile e indicibile delle cose, alla parte più buia di me stessa, dove danzano i demoni. Giorni fa ne parlavo con un caro amico e dicevo che ad un certo punto tutti i demoni si trasformano in angeli, ma devi essere capace di prenderti per mano e non aspettare che lo facciano gli altri. Nessuno viene a salvarti. Forse con i miei libri volevo esprimere il punto di non ritorno dell’esistenza in cui sprofondi negli abissi oppure voli, libero da ogni vincolo. Dipende da te, dal tuo coraggio, dalla tua capacità di sopportazione.

Le regole sociali e gli stereotipi: la spaventano o la infastidiscono?

L’ipocrisia mi irrita molto. Mi infastidisce tutto ciò che viene mitigato e fatico anche ad usare le strategie sociali per ingraziarmi gli altri. Non so farlo nemmeno in un rapporto a due. Pretendo molto dagli altri, ma anche da me stessa. Tutto mi delude rapidamente.

Nella sua scrittura la poesia ha la stessa matrice della narrativa? Nel lavoro, come suddivide i due generi immaginativi?

Non li suddivido. Ho frequentato diverse scuole di scrittura e da ciascuna ho imparato qualcosa, ma ho deciso di liberarmi di ogni regola. Forse perché ho l’ardire di inventarne di nuove. Sono giovane, magari un giorno mi passerà e scriverò romanzi rosa. Nella poesia mi riesce bene il settenario, ma anche quella è una fase che ho superato per accedere al verso libero, sicché l’unica differenza tra i miei scritti di narrativa e quelli di poesia è di tipo grafico. Nella poesia prediligo il frammento, mentre le mie narrazioni sono continue, incessanti, anche se ci si può trovare un elemento lirico. Per ora l’unica regola a cui sono fedele è il ritmo. Tutto parte dalla percezione uditiva, dalla musicalità della parola. Quando inizio a scrivere un testopotrebbe sempre trattarsi di una poesia. Non costruisco trame e a volte è avvenuto che si siano formate da sole mentre scrivevo. Per esempio Homo homini virus è un libro con un intreccio che non saprei più architettare: ogni capitolo sorgeva in modo spontaneo e si configurava come un’estremizzazione del precedente.Però tra i miei scritti preferisco gli ultimi,Disturbi di luminosità e Brama, dove l’intreccio non è che un’idea sommersa. Tutto si gioca sulla prosa e sulla psicologia dei personaggi. Diciamo pure che non ho mai scritto altro che flussi di coscienza che a volte prendono la forma di poesie, altredi romanzi. Ma è sempre una voce che ascolto e che porto all’estremo.

Assenza, abbandono, morte. Quale termine si addice di più alla sua opera omnia?

Una cosa in comune tra Fatti male, Homo homini virus e Brama è la morte, una specie di sacrificio rituale compiuto dall’amante a discapito dell’amato. Ma è una morte metaforica. Che sia una crocifissione, il cannibalismo o la caduta da una falesia, si tratta dello stesso concetto sartriano che mi ossessiona: il desiderio è mancanza, e per colmare questa mancanza sono mossa verso l’altro, tanto da riassorbirlo, divorarlo. In ciò che sto scrivendo adesso emerge il tema del distacco, dello spazio che non permette la simbiosi. Credo vada di pari passo con la vita. Ad un certo punto capisci che esiste uno spazio di cui non puoi appropriarti e questa cosa è dolorosissima. Così si delinea anche il tuo spazio, di cui nessuno, altrettanto, può appropriarsi. Si tratta della gestione della propria vita non delegata ad altri.Qualcuno la chiama responsabilità.

L’amore, di cui si occupanelle sue pubblicazioni: quale immagine più persuasiva le attribuisce?

Tranne il saggio sulla performance-art, tutti gli altri libri parlano d’amore. L’amore è un sentimento terrificante e non è rispettoso. Il rispetto, cito Kant, richiede una forma di repulsione, l’amore una forma di attrazione. Infatti l’amicizia è una mediazione tra queste due inclinazioni. L’amore di cui parlo io è esclusivo e totalizzante, è una forma d’estasi, ma anche di sacrificio. Qualcuno sui social mi ha bacchettata dicendo che forse non ho mai conosciuto il vero amore, quello maturo, educato, che sancisce patti di non belligeranza. Forse è vero, ammesso che esista, ma un conto sono i rapporti contrattuali tra esseri umani, un altro i sentimenti. Penso di aver amato in modo assoluto almeno tre persone, e non è stato un giro sulle giostre. Anzi, quella forma d’amore scaturita dal desiderio, l’unica forma sincera d’amore, è una caduta nell’oscurità della propria anima. Ci si può fidanzare, sposare, ma sono patti, nient’altro che esteriorità. Non mi interessa raccontare la crisi della coppia borghese, ma narrare l’inconscio, la verità delle pulsioni crude. Tutto questo spaventa.

Come è nato il romanzo Brama, sospeso tra desiderio e dipendenza affettiva?

Ecco, Brama nasce così, dall’idea stessa di desiderio come mancanza. Carlo e Bianca si amano? Si odiano? Si fanno la guerra? Forse tutto questo insieme. La dipendenza è sempre a doppio legame: non esiste dipendenza univoca. In fin dei conti dovremmo chiamarla con il suo vero nome, cioè mancanza. Noi tutti manchiamo e alcuni si illudono che nell’altro troveranno la sostanza di cui sono privi, il pieno di cui sono cavi. Invece vieni a patti con il fatto che quella mancanza non può essere colmata e l’altro non è che uno specchio vuoto.Ho affrontato il tema del possesso e della gelosia e ho dovuto vedere e toccare la labilità della mia identità per andare così a fondo: una catabasi che mi ha portato nelle cantine franate dell’illusione del soggetto, ma anche molto in superficie. Carlo e Bianca sono due esseri estremamente superficiali, perché se non lo fossero sarebbero in grado di custodirsi. Invece non sanno fare altro che arrivare all’abisso. A volte la profondità e la superficie si toccano, non sono che due lati della stessa medaglia.

Città metafisiche, la sua silloge poetica, è imperniata soprattutto sul senso del dolore. Quale tipo di dolore, nello specifico?

In realtà tra le mie sillogi è Deserto quella più dolorosa, ed è anche quella a cui sono più legata. Città metafisiche è indubbiamente più matura, ma in Deserto ho toccato l’indicibile. Città metafisicheè una risalita, è il modo che ho trovato di accogliere l’esistenza dell’altro. Deserto è completamente dentro, non vede niente e nessuno.E’fuoco, ardore, rabbia.L’ho scritto quando venni ricoverata in Spdc (Servizio psichiatrico diagnosi e cura). Ero arrivata alla frattura, ma a dire il vero non so se quella frana sia rimarginabile. Città metafisiche è una silloge sulle frane con cui bisogna convivere: come la mancanza non è colmabile, anche la frattura non è rinsaldabile. Chiediamo solo un po’ di ordine per proteggerci dal caos, diceva Deleuze.

Qual è il limite dell’editoria italiana, a suo avviso?

Essere diventata, per lo più, una fabbrica di prodotti seriali.

Su cosa sta lavorando in questo periodo?

Un’inchiesta sul disagio psichico. E’un lavoro che porto avanti dal 2018. Da questa madre sono nati diversi figli: una silloge, un romanzo, un’autofiction. È una ricerca che mi ha catturata completamente.


Alessandro Moscè

MICHELANGELO A COSTANTINOPOLI

di Tiberio Crivellaro

“Parlami di battaglie, di re e di elefanti” (E/O Edizioni) di Mathias Enard. È forse il più bel libro dei quasi 250 che ho letto negli ultimi 5 anni. Costruito con rara prosa poetica, potente, illuminante, conduce, quasi costringe il lettore a viaggiare nei mirabili luoghi d’oriente. V’è qui un tratteggio istorico, che par real, de Michelagnolo a Costantinopoli, là a progettar un ponte che sia unico al mondo, comandato dal Sultano Bayazied “il Giusto”, con compenso si lauto. Anno 1.506 dopo l’avvento di Cristo. Michelangelo parte il 13 maggio, via mare, con dolenza sul legno e gravi malesseri di mar. Porta seco poche cose: taccuino, un semplice quaderno realizzato da lui stesso; fogli di comune carta piegati in due tenuti insieme da una cordicella con una copertina spessa. Ma non è usato per schizzi. Nel cubicolo, ove passa i giorni in solitudine, vi sono anche della stoppa, un acciarino, cera, olio, tre belle penne, un calamaio, una bottiglia di inchiostro, una più piccola di rosso, mine di piombo, portapenne, tre sanguigne e un fagotto di poveri stracci per cambiarsi. Alcuni giorni dopo l’approdo, riavutosi, lo scultore di Caprese (Arezzo) è sedotto dai luoghi crudi ma pittoreschi della megalopoli. Con mal d’animo aveva mollato la costruzione del sepolcro di Giulio II, Papa guerriero e tirchio, moroso sui marmi necessari e costosi acquistati per suo conto e onorati dallo scultore e pittore di sua scarsella. (noti i litigi tra i due spesso maneschi, durevoli sino allo spirar del Pontefice). Ma, Michelangelo, in cuor suo, punta che il progetto del gran ponte d’oriente superi quello mai eseguito di Leonardo da Vinci. È colpito dal fascino di Costantinopoli, dalla libertà dei suoi abitanti; ex schiavi, giannizzeri, ubriaconi e facoltosi, taverne ricche o malfamate, i palazzi lussureggianti con freschi e ampi cortili, sino a una gran varietà di animali da vendere o comprare: elefanti, bestie esotiche e scimmiette (di cui una, vispa assai, che gli verrà regalata), ma anche il più gran mercato di spezie: pepe in grani a più colori, bastoncini di cannella, the assai “lodati”, noci moscate, canfore, pistilli di zafferano, erba turchetta, cinnamomo, cumino, semi di eucalipto, euforbio, mandragola d’oriente ecc…Non mancano figure e personaggi ambigui, come il suo accompagnatore, un Virgilio ambivalente: Mesihi, ricco poeta ma dissoluto che morirà al calar del sole, una sera di luglio del 1.512 (un anno dopo il ritorno a Roma del Buonarroti); si spegnerà in un rantolo senza poesia, povero e solo, senza aver trovato un altro grande mecenate alla morte del sultano Bayazied. Solo i seguenti pochi versi rimarranno in sua memoria: “Mio dio, non mandatemi alla tomba prima che il mio torace abbia potuto accarezzare il petto del mio amico”  Michelagnolo là visse una sorprendente avventura con una incantevole danzatrice dai tratti marcati cui, dietro il velo, poteva celarsi un giovane efebo. Amara esperienza, se indagherete. E poi musica, canti, poesia e fiumi di vino rosso, dolce e speziato. Michelangelo, in tal ventura, porterà a termine l’ambizioso progetto? Curioso chiedo a Enard, ancor prima di arrivare a fine libro. Chi è?  L’autore de “La bussola”  e vincitore del “Goncourt” (Premio che gareggia col nostro “Grinzane Cavour”), mica “pancarella”, eh! Temo che, mentre state leggendo la mia “tiritera”, anco non riuscir a svelar lo finale del gran tomo. Provate dal vostro libraio, a cui ho spifferato tutto proprio l’altro ieri.

MATHIAS ENARD

PARLAMI DI BATTAGLIE, DI RE E DI ELEFANTI

E/O Edizioni

Luca Gilioli – Un inedito

agorafobia


l’agorafobia è stretta
a ogni mia porta.
cresce, pressa.
mi stritola l’aorta.

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore. Le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012).

VITTORIO CESANA – In memoriam

Di una “finitudine da definire”, parla Vittorio Cesana, poeta e docente, in tale veste autore di un aureo libretto, Vi racconto la poesia (2016): in un amaro idillio, una “frontiera” un tempo amata e desiderata ma ormai inesistente, diventa simbolo ambivalente di un destino di inappartenenza e al tempo stesso di speranza, in cui poter riconoscere “appigli” per contrastare una realtà altrimenti inamabile e crudele, che ha confinato (“m’incantò”) tutto ciò che si amava in un passato insensato e definitivamente irricuperabile (V.G.).

La frontiera m’incantò

La frontiera m’incantò,

come lontana sirena mi rapì,

profilo d’un volto

perso nella nebbia

dove giacciono come sepolti

gli strepiti e le voci

Una mano sul lago cercava

un appiglio disteso

un gesto casuale

a indicare la direzione

(nel vuoto una porta

cigolava muti endecasillabi,

spauriti silenzi

e risposte da generare)

Ali di folaghe svolano

da smembrati rintocchi.

Una vita cova

nel sonno delle libellule

nell’ingorgo della palude gonfia di vapori

inaccessibili al taglio delle superfici.

La linea di frontiera ancora

resta

finitudine da definire.

(da L’infinito dal colle di Brunate, Carlo Pozzoni Editore, Como)

PAVESE OGGI

Riparlare di Cesare Pavese (1908-1950), narratore poeta e dirigente editoriale, come e partendo da dove?

A settant’anni dalla scomparsa, vale forse la pena iniziare proprio dalla fine, dalle parole vergate su una pagina dei Dialoghi con Leucò, all’alba del suicidio il 27 agosto 1950, e dall’ultima annotazione del diario, Il mestiere di vivere, in data 18 dello stesso mese.

Dice il messaggio sui Dialoghi: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. La nota del diario, a sua volta, precisa: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.

Cosa rivela questo? Rivela un rapporto conflittuale con il mondo, giunto a una drammatica conclusione: un rapporto che vede inconciliabili io e mondo, individuo e società. È l’ammissione di una reciproca incapacità di capire, di una volontà di non accettare la vita così com’è, di una sensazione netta di rifiuto, di un “dolore” imposto come una brutale condanna, e del timore di un’inappellabile definitiva incomprensione.

Ma chi è realmente Pavese, dall’esperienza intellettuale ed esistenziale così singolare da assurgere addirittura a simbolo di una generazione, quella che tra fascismo, guerra e dopoguerra ha vissuto una crisi di valori oggi difficilmente immaginabile, fino ad incarnare l’incapacità stessa di rapportarsi agli altri al di là di pregiudizi e ideologie?

Proviamo a rileggere il saggio dal titolo molto significativo, Ritorno all’uomo, scritto nel maggio del 1945: “Da anni tendiamo l’orecchio alle nuove parole. Da anni percepiamo i sussulti e i balbettii delle creature nuove e cogliamo in noi stessi e nelle voci soffocate di questo nostro paese come un tepido fiato di nascite. Ma pochi libri italiani ci riuscì di leggere nelle giornate chiassose dell’èra fascista, in quella assurda vita disoccupata e contratta che ci toccò condurre allora, e più che libri conoscemmo uomini, conoscemmo la carne e il sangue da cui nascono i libri… Noi adesso sappiamo in che senso ci tocca lavorare. I cenni dispersi che negli anni bui raccoglievamo dalla voce di un amico, di una lettura, da qualche gioia e da molto dolore, si son ora composti in un chiaro discorso e in una certa promessa. E il discorso è questo, che noi non andremo verso il popolo… Andremo se mai verso l’uomo. Perché questo è l’ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell’uomo. Di noi, degli altri… Parlare. Le parole sono il nostro mestiere”.

La parabola di Pavese, intellettuale e uomo, è tutta qui, in questa esigenza di parlare a uomini di fatti umani, in questa esigenza di ricuperare attraverso la scrittura il senso di una solidarietà distrutta dalla guerra e di riannodare il filo spezzato con la vita, con cose vive e concrete, con i problemi di tutti, in armonia con tutti.

Chi pensa a Pavese, oggi, pensa proprio a questo nodo essenziale della sua vita, al bisogno di “ritornare all’uomo”, di ricuperare il sapore delle cose vive e concrete, delle parole “semplici”, raccontandouomini inquieti e tormentati, oltre la crosta di solitudine e di incomprensione, oltre la siepe, che mortifica ogni slancio verso gli altri: è qui la ragione della forma dei suoi testi, che trovano nella poesia della raccoltaLavorare stancail loro primo esempio, il loro “stile”.Uno “stile” che dal racconto va verso una rappresentazione, una “messa in scena” di sé in uno spazio di drammatica “simbolicità e leggerezza”.

È per questo che va salutata con grande entusiasmo la sua riedizione, avvenuta da poco presso Passigli, a cura di Fabrizio Dall’Aglio: proprio per averci riproposto quest’ultimo volto di Pavese, in una riedizione che se riprende la prima del 1936, la arricchisce con poesie espunte dalla prima per ragioni di censura e soprattutto conle altre scritte e pubblicate successivamente nel ‘47 (La terra e la morte), assieme a due importanti discorsi critici (Il Mestiere di poeta e A proposito di certe poesie non ancora scritte) e alla riorganizzazione complessiva quanto mai interessante per comprendere il mondo complesso di un Autore che oggi più che mai reclama di essere ri-conosciuto.

VINCENZO GUARRACINO

Cesare Pavese

LAVORARE STANCA E ALTRE POESIE

A cura di Fabrizio Dall’Aglio, con prefazione di Bruno Quaranta

Passigli Editori, Firenze 2021