Raffaele Urraro, Affacciato sull’abisso della notte – Lettura di Vincenzo Guarracino

È un testo molto intenso, questa lirica, Affacciato sull’abisso della notte, estratta da una raccolta di suggestiva intensità (Il lato oscuro delle cose, RP libri, San Giorgio del Sannio 2019), in cui Raffaele Urraro, noto, oltre che come poeta, come biografo e studioso di Leopardi, sembra confrontarsi, riassumendovi in un certo senso tutta quanta la sua avventura di scrittore, con archetipi di una sapienzialità essenziale, necessaria. Con Leopardi, innanzi tutto, e più in profondità con Lucrezio, figure entrambi fondanti della sua struttura di studioso e di poeta.

Con Leopardi, alla cui “presenza” vien fatto qui di pensare, di fronte a un testo che mette in scena una sorta di rilettura dell’io del poeta al cospetto di una scena che evoca insieme l’“infinito” (un “infinito” notturno, evocatore delle notturne atmosfere della Ginestra): un fantasma, questo “infinito”, che ricompare spesso fino all’ultimo testo, proponendosi nella sua indicibile qualità di essenziale interpretante di una tensione verso un oltre irraggiungibile e indicibile, della stessa sostanza dei sogni.

Con Lucrezio, poi, e il suo universo poetico e morale, in particolare quello dell’inizio del secondo libro del De rerum natura (cui non casualmente il titolo della raccolta urrariana sembra alludere), con un’attitudine che sembra solo apparentemente ricalcare le conclusioni del saggio, che, esposto al paesaggio di un mare indecifrabile e tempestoso, si compiace della sua dottrina, salvo capovolgerle in interrogazioni sul fine ultimo delle cose e sulle stesse ragioni dell’essere e della sua creazione.

Affacciato sull’abisso della notte / non riesco a vederne il fondo // pensavo che la notte nera / fosse la culla del mistero che distorce // la nostra sete di vita / di tutto  di niente / ma è solo lo specchio / delle nostre paure // allungare lo sguardo tra le ombre / della notte invadente e scura / è come scoprire il senso del vuoto / horror vacui / dirompente assenza / o vana presenza che stordisce.

 Ecco, nella congiunzione Leopardi-Lucrezio, il poeta Urraro, come mai forse prima nella sua lunga storia poetica, dallo stesso teatro di aridità vesuviane da cui guardavano i due Spiriti poetici fraterni, osserva e si osserva con un’inesausta “sete di vita” e si scopre solo nello specchio delle proprie paure, senza l’illuminazione del primo e senza nemmeno la consolante, atarassica, consapevolezza, del secondo, esposto all’horror vacui di un “abisso”, questo sì “orrido, immenso”, quello del “mistero” che è la vita, in cui ogni creatura fatalmente precipita e da cui non saprebbe scampare se non intuisce o è sorretto da un’amica presenza, da una stella.

Certo, la raccolta non è solo questo. Anzi è molto di più: forse la più limpida e motivata di tutta l’opera di Urraro, quella di uno che osi avventurarsi nella “casa dell’essere”, nelle “oscure profondità” di una materia indicibile e interminabile, “inesplorabile”, per estrarre verità, con la inquieta consapevolezza di un “destino” cui corrispondere. È questo che il poeta mette in scena e lo fa “per forza di scrittura”, come diceva un celebre poeta duecentesco. E il risultato è la registrazione di un’esperienza capace di comunicarci sottili brividi di pensieri, segnali di luce che trasmettono e diffondono a chi legge epifanie sacre di senso.

Vincenzo Guarracino

COMUNICATO STAMPA – PROGRAMMA GENNAIO – APRILE 2020

Riparte il ciclo triestino di incontri letterari Una Scontrosa Grazia. Nato a novembre 2015 da un’idea di Alessandro Canzian e Sandro Pecchiari il ciclo oggi vede in redazione, oltre ai fondatori, anche Federico Rossignoli, Mario Famularo, Carlo Selan e Marco Amore.

Il 2020 parte con una grossa novità: il marchio Una Scontrosa Grazia passa dalla proprietà della Samuele Editore a quella della Cooperativa Altre Voci con un programma di investimenti, partnership e presentazioni triennale, con l’obiettivo di far diventare l’ormai noto salotto di discussioni letterarie triestino un punto di riferimento italiano per la cultura e la poesia.

Per il primo ciclo dell’anno, tradizionalmente da gennaio ad aprile, gli appuntamenti saranno: sabato 11 gennaio, Tre poetiche a confronto con François Nédel Aterre (“Mistica del quotidiano”, Terra d’ulivi Edizioni 2019), Emilia Barbato (“Nature reversibili”, Lietocolle 2019 – “Il rigo tra i rami del sambuco”, Pietre Vive Editore 2018), Erminio Alberti (“La vita, le gesta e la tragica morte di Serlone d’Altavilla detto Sarro”, Samuele Editore 2017) presenta Mario Famularo e Alessandro Canzian.

Sabato 25 gennaio: “Ascetica del quotidiano” di Biagio Accardo (Samuele Editore 2019), presenta Alessandro Canzian. Sabato 8 febbraio: Un ricordo di Maxime Cella a cura di Rodolfo Zucco e Carlo Londero, introduce Carlo Selan. Sabato 22 febbraio: “Tweet dell’anima” di Ace Mermolja (Vita activa – Est-Ztt, Trieste 2019), in collaborazione con il Mese della Cultura Slovena, presenta Roberto Dedenaro. Sabato 7 marzo: “Lo stigma” di Carlo Ragliani (Pequod Edizioni 2019), presenta Mario Famularo. Sabato 21 marzo: “About Sounds About Us” di Ilaria Boffa (Samuele Editore 2019), presenta Federico Rossignoli. Sabato 28 marzo: “Il poeta delle pantegane” di Alessandro Mezzena Lona (Acquario Editore 2019), in ricordo di Federico Tavan, introduce Alessandro Canzian.

Tutti gli incontri sono a entrata libera fino a esaurimento posti, e si svolgeranno presso la libreria Ts360 di via Oberdan a Trieste. Al termine di ogni incontro tradizionale open-mic.

Veronica Chiossi, Candeggina – Recensione di Vincenzo Guarracino

 La grammatica del dolore o un oceano per lavare la memoria

 L’amore si dis(perde) nel buio del corpo in una Los Angeles come una nuova Babele dove la pace, quella interiore, ti può arrivare dalle statuette dei Budda o dagli insegnamenti di ex-milionari a pagamento.

Dio stesso si è convertito, ha adoperato il linguaggio di un consulente.

Su luoghi e abitazioni: il luogo è un nome per qualcosa di ben più complicato – man mano si avanza nella vita, quando il tempo e il luogo non ci servono come sembravano farlo prima…

Ma qui l’interrogazione arriva nell’età giovane: cosa sono e a cosa servono I luoghi?

La lingua ha un ruolo impossibile da rimpiazzare nel processo di definizione e riconoscimento di sé. La lingua fornisce il quadro dell’immagine del mondo. Ma non è un quadro astratto. Tutt’altro, anzi: vivo e in continuo movimento, magmatico.

Già l’antico Ennio, il pater della poesia latina, diceva “se tria corda habere”, di avere tre cuori, quante erano le sue lingue, ossia la greca, la latina e la sua propria, materna, “osca”: come dire che si vive su una scena dove molte cose si intrecciano senza sostituirsi, ma anzi plasmandosi reciprocamente prestandosi una linfa necessaria, essenziale.

In tempi più a noi vicini, Hannah Arendt ha detto nel suo libro The Life of the Mind-Thinking che l’individuo è intrappolato fra gli estremi dell’universo e del sé, tra l’infinita esteriorità dell’universo spaziale e l’infinitesimale interiorità del cogito cartesiano. L’uomo moderno scappa/ fugge due volte, dalla terra nel cosmo e dal mondo nel proprio sé.

Il luogo natio non è una distesa, una landa senza nome e confini, bensì una materia viva e palpitante, fondante: è granito, un vento o una siccità, un’acqua o una luce. Noi materializziamo le nostre rêveries in questo luogo e grazie a ciò il nostro sogno acquista una sua determinata sostanza, una visibilità (Gaston Bachelard, Essai sur l’imagination de la matièreL’eau et les Rêves)

Jean Starobinski prediceva che la nostalgia sparirà nell’Europa Occidentale, che lo sguardo verso I luoghi d’origine non avrà più amarezza e quindi nemmeno un effetto terapeutico. Perché in questi tempi la nostalgia ha un leggero connotato peggiorativo sul rimpianto inutile di un mondo sociale o un modo di vita passato che è inutile compiangere.

È questo che avvertiamo nella poesia di Veronica Chiossi alla sua prima prova poetica che si consegna alla raccolta Candeggina (Ensemble, Roma  2019), bilingue,  come si conviene a una che vive “traducendo(si)” tra due mondi che sono poi uno e indivisibile, tra Italia e Usa, tra Venezia e Los Angeles: mondi apparentemente complementari, ma anche reciprocamente “sconosciuti simmetrici” e inconciliabili, dove una “straniera” si guarda “riflessa nello specchio” e forse trova lenimento alle proprie ferite con “l’olio della memoria”.

Una poesia, quella giovane Chiossi, dalle molte facce, dunque: una poesia che “non può nascondersi”, una poesia che “profuma di libri e di timo”, di vita e di cultura vera, concreta, anche se sembra invocare una cancellazione, la “candeggina” destinata a sbiancare ogni macchia. A volte è collage, a volte descrizione, ma che rispecchia sempre un universo in trasformazione, in movimento, e ne crea altri, obbligata a gestire questi universi per trovare un luogo propizio per personalizzarsi, una breccia per essere, per esistere.

Veronica Chiossi, CANDEGGINA, Edizioni Ensemble, 2019

Luca Raul Martini, Tra due stazioni – Lettura di Vincenzo Guarracino

Tra due stazioni

Ghiaccio e morte sono le parole chiave e il ruit hora il leitmotiv, di questa raccolta di Luca Raul Martini Tra due stazioni, edito da Terra d’ulivi Edizioni di Lecce (2018): motivo conduttore, il ruit hora, teso e drammatico, con tutto il suo portato di vano inseguimento, di dolore e di perdita, in una geografia di scenari culturali vastissimi. Tempo che fugge e inganna, sintetizzato già nei versi esponenziali del testo inaugurale e che si scrive nella forma stessa del testo tra precipizi e anafore, frammentarie inquietudini lessicali e prosodiche, che inseguono una qualche pacificazione, un ubi consistam “dopo il diluvio”, come sintetizza da par suo l’Anelli della “nota” conclusiva. Ecco, nel segno di una lacerante sfuggenza di senso e di forma, di una precarietà di senso e di sentimenti, inscritta in “spasmi / di tempo” senza pacificazione: l’io, abbagliato dall’”accecante nero” di un tempo di perdute illusioni e utopie,  insegue, in uno “sciame senza volto di credenti”, “ignavi” danteschi sulla scena di un moderno di eliotiana densità, un mondo di inattingibile qualità, senza “altro estro” se non la coscienza dolente di un “claustrofobico presente” da cui sperare di sfuggire in virtù di un verso esatto, grondante sangue, ancorché disatteso e inascoltato sull’orlo dell’”abisso”.

Vincenzo Guarracino

Daniela Pericone, Distratte le mani – Recensione di Vincenzo Guarracino

Accudire la solitudine nelle parole

Scrittura equilibrata, rigorosa, che esclude ogni tipo di smarrimento, quella di Daniela Pericone in questa nuova tappa della sua ricerca creativa, Distratte le mani, all’insegna di un lavoro matematico sulla sintassi, sulla struttura di un pensiero, la cui cifra definisce un mondo altamente problematico, sempre sul punto di “inciampare”, di franare verso un abisso di non-senso, come suggeriva fin dal titolo un testo suggestivo della raccolta precedente, del 2015, L’inciampo, senza però mai consentire al “vuoto”, a un vacuo “lamento di prefica”, conservando insomma una sua propria peculiare “dirittura / di viaggio”, che non teme “incoerenze”.

Nella sua poesia, la Pericone è, infatti, sempre estremamente severa e attenta alla sua privacy: la solitudine viene accudita, non messa in mostra, così come ben nascosti, con aristocratica dignità, sono tenuti a bada e messi a loro posto i sentimenti, umori e amori, paure, lontananze e allontanamenti, la verità insomma dell’io e i percorsi, tra “distanza” e “durata” (due termini, questi, essenziali in questa raccolta), di un’interiorità giudiziosamente educata alla discrezione, solo lasciando trapelare a tratti “bagliori di lama”, l’esperienza dolente della vita, in parole dure e impietose. “Nulla dei nostri deliri / che non sia da salvare”, dice in un testo, il 6, della sezione Lucori: come a dire che la pagina diventa il regesto informe di una coscienza attraversata da inquietudini e fantasmi (“fantasmi in assetto / di pace”), da “furori” che diventano “lucori”, a testimonianza del fatto che l’esistenza la si vive nella sua fragilità in un’illusoria attesa o nel presagio di una luce, a partire da un punto di rottura forse senza ritorno, da “uno sproposito”, da “un quando / ch’è subito tardi”.

A dispetto di ciò, Daniela ha però una sua innata generosità, condiscendente-sentimentale, di sorellanza verso/con gli altri: una discrezione che la porta a vivere e occultare nella forma del testo (che è il marchio della sua scrittura poetica) ogni disarmonia con il mondo, rifiutandosi di “estetizzare il dolore”, come rileva nella postfazione Antonio Devicienti, convinta com’è che gli dèi non “amano / alterchi e clamore”.

Tutto viene “detto” insomma dall’altezza della sua intelligenza e di una sua particolare saggezza, senza piangersi addosso, “in tenacia e silenzio”.

Attraverso un’architettura di metafore astratte, attraverso parole spesso contratte nella loro lucentezza, si vede/sente uscire la vita, che arriva in superficie sfuggendo al velo del non-senso come i contorni del Cristo velato del Piermarini. È in questo modo che la Pericone riesce a preservare la propria verità, nell’equilibrio teso e inquieto delle sue parole, tra le tristezze dell’io  e del mondo, tra vita e morte.

Ben oltre l’aria di rassegnazione che il titolo sembra promettere, il libro vive dunque nell’ansia della scrittura di ri-segnalazione delle cose, nel desiderio di archiviarle e salvarle definitivamente in una forma, in un “dire” che diventa scelta etica.

 Daniela Pericone, DISTRATTE LE MANI, Coup d’Idée, 2017

Incerto confine di Stefano VITALE – Nota di lettura di Lucia TRIOLO

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di criticaAlbertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

In realtà nel suo parlare chiaro ambedue le direzioni sono incluse. “Incerto confine” si presenta anzitutto come una presa d’atto: incerto è il confine perché:

 

Si resta sempre altrove

dice la nera figura

chiusa nel mio occhio

un essere remoto o la paura?  (11)

 

E ancora:

 

il confine del corpo

È il filo spinato della paura

Da qui si deve cominciare…( 25)

 

Il protagonismo della paura, lo sappiamo bene, si fa azione: “chiudere i porti e lasciar riposare le nere coscienze marce di rabbia/…/chiudere i porti per non incontrare/l’orrore di occhi naufraghi in mare/…/Chiudere i porti alla fuga smarrita/sul mare-sepolcro di cenere e sangue/…/Chiudere i porti del mare che un tempo/fu Nostro onda di luce” (p.8).

 

Da qui la presa d’atto:

 

restiamo prigionieri dei confini

qui tracciati, avvinti al nostro corso

ma siamo questa terra

eterna congiunzione con un’altra parte di noi

nascosta tra terrazzi

d’un paese sconosciuto

lontano da quel che siamo

e forse mai conosceremo” (p.36)

 

 

Certo, sulla consapevolezza dell’appartenenza (ad una terra, ad una cultura, ad un ideale, ad una storia, a qualcosa, a qualcuno…) si gioca la nostra identità. Quindi sembra quasi impossibile rinunciarvi. Ma non appena si avverta che anche l’appartenenza, se cieca, se senza parola, può malvagiamente diventare una dura catena, un confine che ci lega come un laccio, che ci imprigiona col rischio di far di noi i ca-ptivi, i cattivi, eccoci qui a scoprire che:

 

Basta poco, un pensiero distratto

un salto da niente

per poter fare a meno di sé

mentre un fiore rosso spunta a sorpresa” (p.56)

 

Il verso di Stefano Vitale è felice anche per questa sorpresa che ci riserva, per la capacità di denunciare “il disordine del mondo” e nello stesso momento annunciare che anche “Così la vita mette sempre nuove foglie lontano da qui/muto fiorire di luce/nel marcire del tempo” (p.15).

Appunto: “Lontano da qui”, “lontano da quel che siamo”; ma “Incerto confine” avverte anche che “il senso della migrazione/…/Mito un tempo ora sventura” (p.47), preso anzitutto come allontanamento da… e come disposizione a far saltare il proprio “confine protetto” coglie “giorni felici” (cfr. la poesia di apertura dedicata a Valeria) e riguarda tutti. Capire il nostro tempo come il tempo del confine è anche capire la necessità di un’apertura verso l’oltrepassamento. Il tempo del confine ci coglie infatti nell’atto di una migrazione che da spaziale diventa (senza soluzione di continuità) esistenziale e, per così dire, ontologicamente richiesta. In questo senso la presa d’atto diviene tutt’uno con una sorta di slancio euristico, lo slancio a proiettarci quasi alla ventura in quel “paese sconosciuto” in cerca dell’altra parte di noi: e quel paese sconosciuto siamo certamente noi ma altrettanto certamente non siamo solo noi. L’incertezza del confine, non è più ora una constatazione intrisa di inquietudine e di amarezza. E’ invece il volto affascinante e prezioso di Incerto confine come intento programmatico: è un destino di salvezza che ogni patria divenga terra straniera in quel modo, però, per cui ogni terra straniera è patria.

Stefano Vitale è insomma un uomo del nostro tempo, i suoi sono i versi di un “migrante esistenziale” che vive, dicevo, il tempo del confine anzitutto come un disagio quasi ineliminabile a volte felice a volte infernale. La sfida civile che il suo messaggio azzarda è (direi quasi paradossalmente) quella di tracciare il perimetro di un “confine”, che ognuno può ritrovarsi a essere e a ospitare dentro di sé, e di leggervi quasi una interpretazione di ciò che noi oggi siamo; se la sfida è vinta, guardare dentro le sue parole, dentro i suoi versi è come guardare dentro uno specchio che, volenti o nolenti, ci riflette

 

Siamo sospesi a mezza via

tra gli sguardi illuminati dalla menzogna

e il mesto tacere di verità deluse

e tornano il Mai e il Non c’è Nulla da Fare

a dominare la scena del triste teatro.

Eppure ancora respiriamo

stretti nella condanna felice

d’esser noi stessi tagliente rasoio

talismano di salvezza contro

l’indifferenza, spazio segreto

d’una Casa desiderata (p,21)

 

Il muro che ogni confine sembra necessariamente implicare aiuta il tempo dell’indifferenza e lo protegge perché ci illude di poter ignorare “la lama del presente”, un presente che vorremmo fatto di “attimi dove non siamo mai stati” (p.25: Vitale mutua il verso da Mark Strand “Mappe nere”), perché insomma separa e non fa vedere oltre; se questo muro poi è dentro di noi non ci fa vedere cosa ci succede attorno, fino a rischiare di non farci vedere nemmeno quel che avviene in noi stessi. Sia come sia, la “guerra” che in ogni caso è alle porte non concede alibi: “prima o poi verranno a prenderti” (p.48) “questo è il prezzo che devi pagare” (p.50). L’incombenza del muro è una consapevolezza dolorosa che il verso di Stefano Vitale non a caso sa far scaturire come per incanto, quasi da un ascolto di timbro musicale (cfr. soprattutto pp. 48-51). In realtà in quella consapevolezza si cela un contrasto pieno di significato perché quando il muro passa anche dentro noi e noi dunque stiamo, e siamo esposti, da entrambe le parti ecco che noi stessi, anche se nel modo più doloroso, siamo confine aperto.

Vissuto come tempo della migrazione, il tempo del confine ha una portata liberatoria, diviene “il tempo dell’andare” (p.40): la forza imperativa “del sangue d’una domanda:sono io il mio tempo?””(p.61) può ricevere risposta solo che si comprenda che sempre il tempo è “altro tempo” (p.61) e in ultima analisi è il tempo dell’altro. E’ qui che si dismette quel “linguaggio dei muri” (12) dall’”alfabeto muto” (p.29) che oggi molti di noi parlano anche senza averne coscienza:

 

La chiave è nella Parola

Suono che resta accanto

Colore della pazienza

Distesa sul paesaggio delle ore

Passione e destino senza nome”(p.63).

 

Il tempo della migrazione, il tempo del confine, il tempo dell’andare diviene ora senza soluzione di continuità il tempo della parola

 

Cerchiamo la parola esatta, àncora

Che viene dal bene

Che ci afferri come un destino” (29)

 

la parola esatta che…ci afferri come un destino” espressione dal sapore magico! E la parola giusta, quella esatta che fa vibrare, Stefano Vitale  la mostra presto, quando svela che “passare il confine/è un viaggio verticale”(p.39): noi “Siamo ancor sempre noi/…/Noi siamo qui da lungo tempo”, ci dice chiamando anche in causa Paul Celan (p.35) che di oltrepassamento dei confini se ne intendeva. Non abbiamo bisogno di muoverci. “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’ Altro è il confine…/ (42).

 

Il tempo della migrazione, il tempo del confine, il tempo dell’andare, il tempo della parola diviene in ultima analisi il tempo dell’Altro, in uno qualunque dei sensi possibili, proprio perché l’Altro è il confine in cui ritrovare sé stessi. A voler parafrasare l’A Diogneto: “me stesso è sempre un altro e in un altro, ma in ogni altro io sono me stesso”.

Guarracinismi tra antico e odierno

LEOPARDI E LA SCOMMESSA DELLA MODERNITA’ – RILEGGENDO IL DISCORSO “SOPRA I COSTUMI DEGL’ITALIANI

 

Gli Italiani, qualunque sia la classe di appartenenza, alle “classi superiori” non meno che al “popolaccio”, sono oggi i più cinici del mondo: “ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione”.

Privi di amor proprio e di orgoglio nazionale, “passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue”, presi a combattersi l’un l’altro, in una sorta di bellum omnium contra omnes: questo perché ognuno, trincerato nel suo individualismo, per non essere travolto e oppresso, deve imparare a difendersi e combattere.

Cinismo, disprezzo, indifferenza, superficialità, inettitudine, dissimulazione: qualità, queste ed altre, da “paese senza”, non di un popolo che voglia essere “nazione” o “patria”, conseguenze della mancanza di una “società stretta”, di “un commercio più intimo degl’individui fra loro” e della carenza di ogni spinta ideale e di un’etica civile capace di legare l’individuo alla collettività, sottraendolo al rischio della “misantropia” e alla coltivazione del suo “pestifero” particulare di guicciardiniana memoria.

 

È Leopardi a dire questo ed è bene non sottovalutarlo: tanto più sapendo che proprio nel ‘24, l’anno del Discorso sopra i costumi degl’Italiani (“acutissimo, tumultuoso e spesso paradossale”, l’ha definito Walter Binni), da cui il giudizio è estrapolato, è immerso, da “Eremita degli Appennini”, tra Operette morali e Zibaldone, nel perseguimento di una sua essenziale battaglia di verità, condotta per via fantastica e insieme riflessiva; e che il deserto e la “ruina immensa” del mondo circostante, la vita come desolante “serraglio di disperati” (come lo definirà nel Frammento sul suicidio, 1832), si applica eroicamente ad esplorarli ed esorcizzarli attraverso una scrittura, di volta in volta analitica ed appassionata, gelida e tagliente ma anche calda ed effusiva, incurante di abbellimenti e “cerimonie”, per corrispondere solo ai moti del “sentimento”.

 

Una battaglia di “verità”, un impegno di “civiltà”, per un “risorgimento” dalla “barbarie”, per contrastare “ragione geometrica”, “cinismo”, “strage delle illusioni”, con le armi di una corrosiva lucidità: davvero un “angelo” dalla spada sguainata, il Leopardi del Discorso, “chiuso nella sua corazza” di intelligenza, come lo vedrà Walter Benjamin in una celebre pagina sui Pensieri.

Lucido e impietoso, disincantato, il ritratto che ne emerge degli Italiani, nel progressivo crepuscolo di ogni illusione e grandezza, con sullo sfondo le “altre nazioni” europee con “più vita” e con “più società” rispetto all’Italia, istituendo con esse una sorta di confronto-scontro antropologico.

Lucidamente polemico, ma non da non lasciare intravedere dietro la diagnosi dura e spassionata, assieme a una nostalgia di verginità, un lievito diverso, una sollecitudine drammaticamente moderna per la “patria infelice”, proprio mentre si sofferma sgomento di fronte alla “strage delle illusioni”, destinata a riecheggiare lividamente nel “silenzio nudo” del coevo Cantico del gallo silvestre, metafora assoluta dell’”arcano mirabile e spaventoso” dell’esistenza ma anche emblema del deserto morale e culturale dell’Italia.

 

Di contro a un deserto senza consolazione, un “secol morto”, un “secol di fango” oppresso da una greve “nebbia di tedio”, da inguaribile “mediocrità”, di un’Italia di cui forse davvero è meglio “ridersi” come fanno gli stessi Italiani, sta il paradosso di un fantasma di “modernità”, che da qui aleggia e si protende sulla storia, disegnando una sorta di diagramma dell’ineluttabile marcia della civiltà dal Meridione ai paesi del nord dell’Europa, come in una sorta di materialismo dialettico, in nome della “superiorità della loro immaginazione”, con l’Italia confinata in condizioni di oggettiva inferiorità civile non meno che culturale.

 

Al di là della discutibile conclusione, resta la novità, la parte teoricamente più originale del Discorso e l’attualità di questo Leopardi: nella scommessa sulla “modernità”, un fatto che ha i tratti della necessità di una nuova eticità, di una nuova “scienza dell’uomo”, intesa come nuovo modo di porsi di fronte alla vita con la consapevolezza della piccolezza e finitudine umana e insieme l’esigenza di un modo diverso di stare insieme con gli altri esseri, che sembra essere prerogativa dei popoli giovani del Nord che posseggono quanto è necessario per inaugurare una “rigenerazione” civile e morale (“le virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura”, Zib. 115).

 

Oltre “la strage delle illusioni”, oltre il riso illividito di Bruto (un “ridere” per esorcizzare rovine e l’”infinita vanità del tutto”), Leopardi si protende, già “erta la fronte” e “renitente al fato”, nel presagio di nuove consapevolezze ed urgenze sentimentali ed etiche.

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POESIA A RAPALLO –  E’ stata recentemente fondata a Rapallo la Casa della Poesia e ha una degna ubicazione presso l’Excelsior Palace Hotel. Si è realizzato in questo modo il sogno coltivato da lungo tempo dalla poetessa Vivetta Valacca, che ha voluto intitolarla alla memoria dello scrittore Dieter Schlesak ((Sighișoara, 7 agosto 1934 – Camaiore, 29 marzo 2019), già protagonista assieme a Lei di una sorta di laico Cantico dei Cantici (in Luce/Licht, 2018) ed ora eletto a suo Spirito guida in Parafrasi d’amore, pubblicato da Book Editore.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.