Guarracinismi tra antico e odierno

ALFABETO LEOPARDIANO – AMORE – È una battaglia, l’Amore: una battaglia da cui si esce, se non sempre sconfitti, almeno provati in maniera lacerante (“Tornami a mente il dì che la battaglia / d’amor sentii la prima volta, e dissi: / oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”, Il primo amore). Leopardi, fin dal principio, di questo è assolutamente convinto e anzi pone questa prova alla base stessa della propria maturazione così come di quella di ogni individuo. “Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l’opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita” (Pensieri, LXXXII): ecco dunque svelata a chiare lettere la visione che il poeta ne ha maturata: una visione drammatica che, dacché ne ha sentito impresso nel suo fianco lo “strale”, gli ha insegnato a considerare questo dio un “Dominatore” terribile ancorché “dolcissimo”, al quale poter opporre nient’altro che un eroismo velleitario e disperato (“Me certo troverai, qual si sia l’ora / che tu le penne al mio pregar dispieghi, / erta la fronte, armato, / e renitente al fato…”, Amore e Morte). In un mondo, dunque, di gente “codarda” e adusa solo a meschine occupazioni e soddisfazioni, il poeta elegge a propria musa un sentimento incolmabile dell’esistenza, un desiderio dell’infinito, pronunciando, all’indirizzo di un’Entità gelida e distante, irraggiungibile (Silvia, Nerina, Aspasia che sia), allocuzioni che ai più appaiono insensate e deliranti: un desiderio che gli fa porre domande destinate a restare senza risposta, sperimentando ad ogni passo, ad ogni parola, l’amaro piacere di una condizione che è insieme di condanna e di elezione. Lo aveva già molto chiaro tutto questo, fin dall’inizio, Leopardi: lo aveva chiaro almeno fin da quando aveva annotato nel Diario del primo amore che solo con la scrittura, poetica o filosofica che fosse, avrebbe potuto soddisfare questa sua sete inestinguibile (“Non potendo dirlo altrimenti che con lo scrivere, l’ho scritto…”). È un destino, dunque, quello che così si disegna attraverso la parola davvero straordinario: il destino di un’esperienza, per il suo autore, apparentemente in perdita e durissima, ma per noi tale da segnarsi, entro l’”amorosa idea”, come un acquisto capitale che può insegnarci a sopravvivere al mortale “incanto” di Medusa.

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POESIA – “La luce del mattino. / Il silenzio della sera. / Sta la mia attesa / stesa sull’inganno del giorno / come la tenda di un nomade / che vive di miraggi” (Fabia Baldi, Come un’ala di rondine, Il Convivio Editore 2020)

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“MEDITERRANEA” –PROPOSTA PER UN’ARTE NUOVA –  La definiamo “Mediterranea” perché è un’arte intrisa di odori, sapori e profumi di una natura generosa esposta ad un mare antico senza tempo e attraversata da uno sfrascare felice di venti e da un sotterraneo, incessante lavorio di radici e insetti, ma anche ferita dal tuonare sordo delle armi e della violenza: un’arte insomma che sta tra terra e cielo, tra acque e pietre e radicata nella vita e nelle sue disarmonie e da questa protesa nel sogno, nell’utopia.

È da questa sua collocazione che deriva i suoi caratteri: realistica e al tempo stesso favolosa, a tratti perfino onirica e fanciullesca, misteriosa e serena, ma che non si volta mai indietro e per questo mai nostalgica, specchiandosi nel mito pur senza innamorarsene come Narciso.

A parlare di mito, due figure, Orfeo ed Euridice, ne sono, nel bene e nel male, il paradigma essenziale: il primo con la sua capacità di dire e di commuovere, oltre i limiti e il visibile; la seconda con la naturale dolcezza dei suoi incantamenti; entrambi con la determinazione ad affrontare, uniti dall’amore, il difficile viaggio della vita, dalle tenebre alla luce, a costo anche della perdita.

Racconto e sogno, figurazione dell’invisibile mondo dell’anima o grido lacerante di dolore e disperazione per i disastri della storia, senza sottrarsi all’espressione anche dello sdegno, ove necessario: è questo che vuole comunicare, costruendo sul filo dell’allegoria universi arbitrari e paralleli, in sé conclusi, spazi dove tutto è possibile, nelle cui scenografie entrano ed escono storie, frammenti e personaggi conosciuti della vita quotidiana, governate dall’abile regia della fantasia che le fa emergere di volta in volta come narrazione, come danza o teatro di un’idea, sempre, nella loro totalità, come pittura.

Perché è sempre la pittura che vince: l’opera non è uno specchio del mondo, ma il mondo che attraverso il suo linguaggio si rivela e che dà ad ognuno il senso del suo essere in un infinito appressamento, rincorrendo e ripercorrendo la grande avventura dell’invenzione senza mai essere uguale a se stessa.

Ammantati da un alone di mistero, da un fascino di volta in volta festoso, ambiguo e barocco, da sogno, i fantasmi che ne nascono comunicano ciascuno una propria e peculiare visione del mondo dai multipli valori espressivi e concettuali, ma con un comune denominatore che è la volontà di dire e affascinare, attraverso un uso sapiente del colore e del segno, in uno spazio dove il tempo si scrive come misura dell’essere e insieme come dimensione in cui pensiero intuitivo e realtà, coscienza e fenomeno, s’incontrano e fioriscono nella calligrafia di un destino di miracoloso equilibrio e armonia.

È dentro questi parametri che si inscrive il mondo degli artisti disposti mettersi in gioco, ognuno con il suo immaginario unico e al tempo stesso plurale, come soggetto di un’infinita citazione di se stesso, inassimilabile ad altro ordine che non sia quello di un’identica esigenza fantastica ed espressiva, prima ancora che conoscitiva.

È a questi che si lancia qui una proposta e una sfida: che vengano e saranno accolti!

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Raffaele Urraro, Affacciato sull’abisso della notte – Lettura di Vincenzo Guarracino

È un testo molto intenso, questa lirica, Affacciato sull’abisso della notte, estratta da una raccolta di suggestiva intensità (Il lato oscuro delle cose, RP libri, San Giorgio del Sannio 2019), in cui Raffaele Urraro, noto, oltre che come poeta, come biografo e studioso di Leopardi, sembra confrontarsi, riassumendovi in un certo senso tutta quanta la sua avventura di scrittore, con archetipi di una sapienzialità essenziale, necessaria. Con Leopardi, innanzi tutto, e più in profondità con Lucrezio, figure entrambi fondanti della sua struttura di studioso e di poeta.

Con Leopardi, alla cui “presenza” vien fatto qui di pensare, di fronte a un testo che mette in scena una sorta di rilettura dell’io del poeta al cospetto di una scena che evoca insieme l’“infinito” (un “infinito” notturno, evocatore delle notturne atmosfere della Ginestra): un fantasma, questo “infinito”, che ricompare spesso fino all’ultimo testo, proponendosi nella sua indicibile qualità di essenziale interpretante di una tensione verso un oltre irraggiungibile e indicibile, della stessa sostanza dei sogni.

Con Lucrezio, poi, e il suo universo poetico e morale, in particolare quello dell’inizio del secondo libro del De rerum natura (cui non casualmente il titolo della raccolta urrariana sembra alludere), con un’attitudine che sembra solo apparentemente ricalcare le conclusioni del saggio, che, esposto al paesaggio di un mare indecifrabile e tempestoso, si compiace della sua dottrina, salvo capovolgerle in interrogazioni sul fine ultimo delle cose e sulle stesse ragioni dell’essere e della sua creazione.

Affacciato sull’abisso della notte / non riesco a vederne il fondo // pensavo che la notte nera / fosse la culla del mistero che distorce // la nostra sete di vita / di tutto  di niente / ma è solo lo specchio / delle nostre paure // allungare lo sguardo tra le ombre / della notte invadente e scura / è come scoprire il senso del vuoto / horror vacui / dirompente assenza / o vana presenza che stordisce.

 Ecco, nella congiunzione Leopardi-Lucrezio, il poeta Urraro, come mai forse prima nella sua lunga storia poetica, dallo stesso teatro di aridità vesuviane da cui guardavano i due Spiriti poetici fraterni, osserva e si osserva con un’inesausta “sete di vita” e si scopre solo nello specchio delle proprie paure, senza l’illuminazione del primo e senza nemmeno la consolante, atarassica, consapevolezza, del secondo, esposto all’horror vacui di un “abisso”, questo sì “orrido, immenso”, quello del “mistero” che è la vita, in cui ogni creatura fatalmente precipita e da cui non saprebbe scampare se non intuisce o è sorretto da un’amica presenza, da una stella.

Certo, la raccolta non è solo questo. Anzi è molto di più: forse la più limpida e motivata di tutta l’opera di Urraro, quella di uno che osi avventurarsi nella “casa dell’essere”, nelle “oscure profondità” di una materia indicibile e interminabile, “inesplorabile”, per estrarre verità, con la inquieta consapevolezza di un “destino” cui corrispondere. È questo che il poeta mette in scena e lo fa “per forza di scrittura”, come diceva un celebre poeta duecentesco. E il risultato è la registrazione di un’esperienza capace di comunicarci sottili brividi di pensieri, segnali di luce che trasmettono e diffondono a chi legge epifanie sacre di senso.

Vincenzo Guarracino

COMUNICATO STAMPA – PROGRAMMA GENNAIO – APRILE 2020

Riparte il ciclo triestino di incontri letterari Una Scontrosa Grazia. Nato a novembre 2015 da un’idea di Alessandro Canzian e Sandro Pecchiari il ciclo oggi vede in redazione, oltre ai fondatori, anche Federico Rossignoli, Mario Famularo, Carlo Selan e Marco Amore.

Il 2020 parte con una grossa novità: il marchio Una Scontrosa Grazia passa dalla proprietà della Samuele Editore a quella della Cooperativa Altre Voci con un programma di investimenti, partnership e presentazioni triennale, con l’obiettivo di far diventare l’ormai noto salotto di discussioni letterarie triestino un punto di riferimento italiano per la cultura e la poesia.

Per il primo ciclo dell’anno, tradizionalmente da gennaio ad aprile, gli appuntamenti saranno: sabato 11 gennaio, Tre poetiche a confronto con François Nédel Aterre (“Mistica del quotidiano”, Terra d’ulivi Edizioni 2019), Emilia Barbato (“Nature reversibili”, Lietocolle 2019 – “Il rigo tra i rami del sambuco”, Pietre Vive Editore 2018), Erminio Alberti (“La vita, le gesta e la tragica morte di Serlone d’Altavilla detto Sarro”, Samuele Editore 2017) presenta Mario Famularo e Alessandro Canzian.

Sabato 25 gennaio: “Ascetica del quotidiano” di Biagio Accardo (Samuele Editore 2019), presenta Alessandro Canzian. Sabato 8 febbraio: Un ricordo di Maxime Cella a cura di Rodolfo Zucco e Carlo Londero, introduce Carlo Selan. Sabato 22 febbraio: “Tweet dell’anima” di Ace Mermolja (Vita activa – Est-Ztt, Trieste 2019), in collaborazione con il Mese della Cultura Slovena, presenta Roberto Dedenaro. Sabato 7 marzo: “Lo stigma” di Carlo Ragliani (Pequod Edizioni 2019), presenta Mario Famularo. Sabato 21 marzo: “About Sounds About Us” di Ilaria Boffa (Samuele Editore 2019), presenta Federico Rossignoli. Sabato 28 marzo: “Il poeta delle pantegane” di Alessandro Mezzena Lona (Acquario Editore 2019), in ricordo di Federico Tavan, introduce Alessandro Canzian.

Tutti gli incontri sono a entrata libera fino a esaurimento posti, e si svolgeranno presso la libreria Ts360 di via Oberdan a Trieste. Al termine di ogni incontro tradizionale open-mic.

Veronica Chiossi, Candeggina – Recensione di Vincenzo Guarracino

 La grammatica del dolore o un oceano per lavare la memoria

 L’amore si dis(perde) nel buio del corpo in una Los Angeles come una nuova Babele dove la pace, quella interiore, ti può arrivare dalle statuette dei Budda o dagli insegnamenti di ex-milionari a pagamento.

Dio stesso si è convertito, ha adoperato il linguaggio di un consulente.

Su luoghi e abitazioni: il luogo è un nome per qualcosa di ben più complicato – man mano si avanza nella vita, quando il tempo e il luogo non ci servono come sembravano farlo prima…

Ma qui l’interrogazione arriva nell’età giovane: cosa sono e a cosa servono I luoghi?

La lingua ha un ruolo impossibile da rimpiazzare nel processo di definizione e riconoscimento di sé. La lingua fornisce il quadro dell’immagine del mondo. Ma non è un quadro astratto. Tutt’altro, anzi: vivo e in continuo movimento, magmatico.

Già l’antico Ennio, il pater della poesia latina, diceva “se tria corda habere”, di avere tre cuori, quante erano le sue lingue, ossia la greca, la latina e la sua propria, materna, “osca”: come dire che si vive su una scena dove molte cose si intrecciano senza sostituirsi, ma anzi plasmandosi reciprocamente prestandosi una linfa necessaria, essenziale.

In tempi più a noi vicini, Hannah Arendt ha detto nel suo libro The Life of the Mind-Thinking che l’individuo è intrappolato fra gli estremi dell’universo e del sé, tra l’infinita esteriorità dell’universo spaziale e l’infinitesimale interiorità del cogito cartesiano. L’uomo moderno scappa/ fugge due volte, dalla terra nel cosmo e dal mondo nel proprio sé.

Il luogo natio non è una distesa, una landa senza nome e confini, bensì una materia viva e palpitante, fondante: è granito, un vento o una siccità, un’acqua o una luce. Noi materializziamo le nostre rêveries in questo luogo e grazie a ciò il nostro sogno acquista una sua determinata sostanza, una visibilità (Gaston Bachelard, Essai sur l’imagination de la matièreL’eau et les Rêves)

Jean Starobinski prediceva che la nostalgia sparirà nell’Europa Occidentale, che lo sguardo verso I luoghi d’origine non avrà più amarezza e quindi nemmeno un effetto terapeutico. Perché in questi tempi la nostalgia ha un leggero connotato peggiorativo sul rimpianto inutile di un mondo sociale o un modo di vita passato che è inutile compiangere.

È questo che avvertiamo nella poesia di Veronica Chiossi alla sua prima prova poetica che si consegna alla raccolta Candeggina (Ensemble, Roma  2019), bilingue,  come si conviene a una che vive “traducendo(si)” tra due mondi che sono poi uno e indivisibile, tra Italia e Usa, tra Venezia e Los Angeles: mondi apparentemente complementari, ma anche reciprocamente “sconosciuti simmetrici” e inconciliabili, dove una “straniera” si guarda “riflessa nello specchio” e forse trova lenimento alle proprie ferite con “l’olio della memoria”.

Una poesia, quella giovane Chiossi, dalle molte facce, dunque: una poesia che “non può nascondersi”, una poesia che “profuma di libri e di timo”, di vita e di cultura vera, concreta, anche se sembra invocare una cancellazione, la “candeggina” destinata a sbiancare ogni macchia. A volte è collage, a volte descrizione, ma che rispecchia sempre un universo in trasformazione, in movimento, e ne crea altri, obbligata a gestire questi universi per trovare un luogo propizio per personalizzarsi, una breccia per essere, per esistere.

Veronica Chiossi, CANDEGGINA, Edizioni Ensemble, 2019

Luca Raul Martini, Tra due stazioni – Lettura di Vincenzo Guarracino

Tra due stazioni

Ghiaccio e morte sono le parole chiave e il ruit hora il leitmotiv, di questa raccolta di Luca Raul Martini Tra due stazioni, edito da Terra d’ulivi Edizioni di Lecce (2018): motivo conduttore, il ruit hora, teso e drammatico, con tutto il suo portato di vano inseguimento, di dolore e di perdita, in una geografia di scenari culturali vastissimi. Tempo che fugge e inganna, sintetizzato già nei versi esponenziali del testo inaugurale e che si scrive nella forma stessa del testo tra precipizi e anafore, frammentarie inquietudini lessicali e prosodiche, che inseguono una qualche pacificazione, un ubi consistam “dopo il diluvio”, come sintetizza da par suo l’Anelli della “nota” conclusiva. Ecco, nel segno di una lacerante sfuggenza di senso e di forma, di una precarietà di senso e di sentimenti, inscritta in “spasmi / di tempo” senza pacificazione: l’io, abbagliato dall’”accecante nero” di un tempo di perdute illusioni e utopie,  insegue, in uno “sciame senza volto di credenti”, “ignavi” danteschi sulla scena di un moderno di eliotiana densità, un mondo di inattingibile qualità, senza “altro estro” se non la coscienza dolente di un “claustrofobico presente” da cui sperare di sfuggire in virtù di un verso esatto, grondante sangue, ancorché disatteso e inascoltato sull’orlo dell’”abisso”.

Vincenzo Guarracino

Daniela Pericone, Distratte le mani – Recensione di Vincenzo Guarracino

Accudire la solitudine nelle parole

Scrittura equilibrata, rigorosa, che esclude ogni tipo di smarrimento, quella di Daniela Pericone in questa nuova tappa della sua ricerca creativa, Distratte le mani, all’insegna di un lavoro matematico sulla sintassi, sulla struttura di un pensiero, la cui cifra definisce un mondo altamente problematico, sempre sul punto di “inciampare”, di franare verso un abisso di non-senso, come suggeriva fin dal titolo un testo suggestivo della raccolta precedente, del 2015, L’inciampo, senza però mai consentire al “vuoto”, a un vacuo “lamento di prefica”, conservando insomma una sua propria peculiare “dirittura / di viaggio”, che non teme “incoerenze”.

Nella sua poesia, la Pericone è, infatti, sempre estremamente severa e attenta alla sua privacy: la solitudine viene accudita, non messa in mostra, così come ben nascosti, con aristocratica dignità, sono tenuti a bada e messi a loro posto i sentimenti, umori e amori, paure, lontananze e allontanamenti, la verità insomma dell’io e i percorsi, tra “distanza” e “durata” (due termini, questi, essenziali in questa raccolta), di un’interiorità giudiziosamente educata alla discrezione, solo lasciando trapelare a tratti “bagliori di lama”, l’esperienza dolente della vita, in parole dure e impietose. “Nulla dei nostri deliri / che non sia da salvare”, dice in un testo, il 6, della sezione Lucori: come a dire che la pagina diventa il regesto informe di una coscienza attraversata da inquietudini e fantasmi (“fantasmi in assetto / di pace”), da “furori” che diventano “lucori”, a testimonianza del fatto che l’esistenza la si vive nella sua fragilità in un’illusoria attesa o nel presagio di una luce, a partire da un punto di rottura forse senza ritorno, da “uno sproposito”, da “un quando / ch’è subito tardi”.

A dispetto di ciò, Daniela ha però una sua innata generosità, condiscendente-sentimentale, di sorellanza verso/con gli altri: una discrezione che la porta a vivere e occultare nella forma del testo (che è il marchio della sua scrittura poetica) ogni disarmonia con il mondo, rifiutandosi di “estetizzare il dolore”, come rileva nella postfazione Antonio Devicienti, convinta com’è che gli dèi non “amano / alterchi e clamore”.

Tutto viene “detto” insomma dall’altezza della sua intelligenza e di una sua particolare saggezza, senza piangersi addosso, “in tenacia e silenzio”.

Attraverso un’architettura di metafore astratte, attraverso parole spesso contratte nella loro lucentezza, si vede/sente uscire la vita, che arriva in superficie sfuggendo al velo del non-senso come i contorni del Cristo velato del Piermarini. È in questo modo che la Pericone riesce a preservare la propria verità, nell’equilibrio teso e inquieto delle sue parole, tra le tristezze dell’io  e del mondo, tra vita e morte.

Ben oltre l’aria di rassegnazione che il titolo sembra promettere, il libro vive dunque nell’ansia della scrittura di ri-segnalazione delle cose, nel desiderio di archiviarle e salvarle definitivamente in una forma, in un “dire” che diventa scelta etica.

 Daniela Pericone, DISTRATTE LE MANI, Coup d’Idée, 2017

Incerto confine di Stefano VITALE – Nota di lettura di Lucia TRIOLO

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di criticaAlbertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

In realtà nel suo parlare chiaro ambedue le direzioni sono incluse. “Incerto confine” si presenta anzitutto come una presa d’atto: incerto è il confine perché:

 

Si resta sempre altrove

dice la nera figura

chiusa nel mio occhio

un essere remoto o la paura?  (11)

 

E ancora:

 

il confine del corpo

È il filo spinato della paura

Da qui si deve cominciare…( 25)

 

Il protagonismo della paura, lo sappiamo bene, si fa azione: “chiudere i porti e lasciar riposare le nere coscienze marce di rabbia/…/chiudere i porti per non incontrare/l’orrore di occhi naufraghi in mare/…/Chiudere i porti alla fuga smarrita/sul mare-sepolcro di cenere e sangue/…/Chiudere i porti del mare che un tempo/fu Nostro onda di luce” (p.8).

 

Da qui la presa d’atto:

 

restiamo prigionieri dei confini

qui tracciati, avvinti al nostro corso

ma siamo questa terra

eterna congiunzione con un’altra parte di noi

nascosta tra terrazzi

d’un paese sconosciuto

lontano da quel che siamo

e forse mai conosceremo” (p.36)

 

 

Certo, sulla consapevolezza dell’appartenenza (ad una terra, ad una cultura, ad un ideale, ad una storia, a qualcosa, a qualcuno…) si gioca la nostra identità. Quindi sembra quasi impossibile rinunciarvi. Ma non appena si avverta che anche l’appartenenza, se cieca, se senza parola, può malvagiamente diventare una dura catena, un confine che ci lega come un laccio, che ci imprigiona col rischio di far di noi i ca-ptivi, i cattivi, eccoci qui a scoprire che:

 

Basta poco, un pensiero distratto

un salto da niente

per poter fare a meno di sé

mentre un fiore rosso spunta a sorpresa” (p.56)

 

Il verso di Stefano Vitale è felice anche per questa sorpresa che ci riserva, per la capacità di denunciare “il disordine del mondo” e nello stesso momento annunciare che anche “Così la vita mette sempre nuove foglie lontano da qui/muto fiorire di luce/nel marcire del tempo” (p.15).

Appunto: “Lontano da qui”, “lontano da quel che siamo”; ma “Incerto confine” avverte anche che “il senso della migrazione/…/Mito un tempo ora sventura” (p.47), preso anzitutto come allontanamento da… e come disposizione a far saltare il proprio “confine protetto” coglie “giorni felici” (cfr. la poesia di apertura dedicata a Valeria) e riguarda tutti. Capire il nostro tempo come il tempo del confine è anche capire la necessità di un’apertura verso l’oltrepassamento. Il tempo del confine ci coglie infatti nell’atto di una migrazione che da spaziale diventa (senza soluzione di continuità) esistenziale e, per così dire, ontologicamente richiesta. In questo senso la presa d’atto diviene tutt’uno con una sorta di slancio euristico, lo slancio a proiettarci quasi alla ventura in quel “paese sconosciuto” in cerca dell’altra parte di noi: e quel paese sconosciuto siamo certamente noi ma altrettanto certamente non siamo solo noi. L’incertezza del confine, non è più ora una constatazione intrisa di inquietudine e di amarezza. E’ invece il volto affascinante e prezioso di Incerto confine come intento programmatico: è un destino di salvezza che ogni patria divenga terra straniera in quel modo, però, per cui ogni terra straniera è patria.

Stefano Vitale è insomma un uomo del nostro tempo, i suoi sono i versi di un “migrante esistenziale” che vive, dicevo, il tempo del confine anzitutto come un disagio quasi ineliminabile a volte felice a volte infernale. La sfida civile che il suo messaggio azzarda è (direi quasi paradossalmente) quella di tracciare il perimetro di un “confine”, che ognuno può ritrovarsi a essere e a ospitare dentro di sé, e di leggervi quasi una interpretazione di ciò che noi oggi siamo; se la sfida è vinta, guardare dentro le sue parole, dentro i suoi versi è come guardare dentro uno specchio che, volenti o nolenti, ci riflette

 

Siamo sospesi a mezza via

tra gli sguardi illuminati dalla menzogna

e il mesto tacere di verità deluse

e tornano il Mai e il Non c’è Nulla da Fare

a dominare la scena del triste teatro.

Eppure ancora respiriamo

stretti nella condanna felice

d’esser noi stessi tagliente rasoio

talismano di salvezza contro

l’indifferenza, spazio segreto

d’una Casa desiderata (p,21)

 

Il muro che ogni confine sembra necessariamente implicare aiuta il tempo dell’indifferenza e lo protegge perché ci illude di poter ignorare “la lama del presente”, un presente che vorremmo fatto di “attimi dove non siamo mai stati” (p.25: Vitale mutua il verso da Mark Strand “Mappe nere”), perché insomma separa e non fa vedere oltre; se questo muro poi è dentro di noi non ci fa vedere cosa ci succede attorno, fino a rischiare di non farci vedere nemmeno quel che avviene in noi stessi. Sia come sia, la “guerra” che in ogni caso è alle porte non concede alibi: “prima o poi verranno a prenderti” (p.48) “questo è il prezzo che devi pagare” (p.50). L’incombenza del muro è una consapevolezza dolorosa che il verso di Stefano Vitale non a caso sa far scaturire come per incanto, quasi da un ascolto di timbro musicale (cfr. soprattutto pp. 48-51). In realtà in quella consapevolezza si cela un contrasto pieno di significato perché quando il muro passa anche dentro noi e noi dunque stiamo, e siamo esposti, da entrambe le parti ecco che noi stessi, anche se nel modo più doloroso, siamo confine aperto.

Vissuto come tempo della migrazione, il tempo del confine ha una portata liberatoria, diviene “il tempo dell’andare” (p.40): la forza imperativa “del sangue d’una domanda:sono io il mio tempo?””(p.61) può ricevere risposta solo che si comprenda che sempre il tempo è “altro tempo” (p.61) e in ultima analisi è il tempo dell’altro. E’ qui che si dismette quel “linguaggio dei muri” (12) dall’”alfabeto muto” (p.29) che oggi molti di noi parlano anche senza averne coscienza:

 

La chiave è nella Parola

Suono che resta accanto

Colore della pazienza

Distesa sul paesaggio delle ore

Passione e destino senza nome”(p.63).

 

Il tempo della migrazione, il tempo del confine, il tempo dell’andare diviene ora senza soluzione di continuità il tempo della parola

 

Cerchiamo la parola esatta, àncora

Che viene dal bene

Che ci afferri come un destino” (29)

 

la parola esatta che…ci afferri come un destino” espressione dal sapore magico! E la parola giusta, quella esatta che fa vibrare, Stefano Vitale  la mostra presto, quando svela che “passare il confine/è un viaggio verticale”(p.39): noi “Siamo ancor sempre noi/…/Noi siamo qui da lungo tempo”, ci dice chiamando anche in causa Paul Celan (p.35) che di oltrepassamento dei confini se ne intendeva. Non abbiamo bisogno di muoverci. “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’ Altro è il confine…/ (42).

 

Il tempo della migrazione, il tempo del confine, il tempo dell’andare, il tempo della parola diviene in ultima analisi il tempo dell’Altro, in uno qualunque dei sensi possibili, proprio perché l’Altro è il confine in cui ritrovare sé stessi. A voler parafrasare l’A Diogneto: “me stesso è sempre un altro e in un altro, ma in ogni altro io sono me stesso”.