Roland Gori, Et si l’effondrement avait déjà eu lieu

L’éntrange défait de nos croyances

Chi meglio di Roland Gori, psicoanalista e Professore di psicopatologia all’Université “Aix-Marseille”, profondo conoscitore delle mille insidie velenose del neoliberismo, che da anni studia meticolosamente l’infausto fenomeno, e a cui ha dedicato almeno 6 libri, poteva esprimere un suo autorevole pensiero anche sul  Corona virus? Pandemia esplosa nel fermento di altri “virus” quali: le termo-industrie e derivati che stanno mettendo in pericolo l’ecosistema e la libertà dell’essere umano. Il suo ultimo libro, è pubblicato dalle edizioni parigine LLL “Et si l’effondrementavaitdéjàeulieu – l’éntrangefaite de nos croyances” (“E se il crollo fosse già avvenuto. – Singolare sconfitta delle nostre convinzioni”). L’intento, inizialmente era programmato sulla possibilità di ripensare, di trovare un diverso nodo di “progresso” che non fosse nocivo. Dove si evince quanto importante sia coinvolgere “il pensiero”, le arti e il coraggio di molti intellettuali a esporsi oltremodo senza asservire i “poteri” più o meno oscuri: dalle università, ai media, dalla politica alle grandi industrie considerando quanto si stia camminando pericolosamente su un filo sottile e tagliente. Sotto un baratro senza fine. Quello degli interessi economici di pochi a sfavore di interi popoli.  C’è da farsi poche illusioni con le attuali credenze che ci vengono “scientificamente” inculcate attraverso il consumismo sfrenato: siamo già nel crollo senza avvedercene. Basta pensare ai climi impazziti, al sociale praticamente disgregato. Allora è possibile evitare altri crolli che stanno allargando la voragine su cui siamo perigliosamente sospesi? si chiede Gori. Bisogna cominciare sul serio a salvaguardare i valori etici e comportamentali e non cadere nell’illusorio che fuorvia dal reale. Ripensare le nozioni di progresso fuori dai vicoli ciechi del produttivismo liberale rinnovando il nostro rapporto con il tempo e la storia. La pandemia ha causato e sta causando morti e sofferenze dappertutto, il che sta a dimostrare la ragione dell’attuale crollo che, a partire dagli anni ’70, con il “rapporto di Roma” metteva in luce quanto rischiava il pianeta di collassare; certe categorie di pensiero erano rimaste legate all’erudizione di un ‘800 produttivo basato sulla competizione e “selezione” facendo sì che i comportamenti non brillassero socialmente incarnando la filosofia evolutiva di Herbert Spencer. “Occorre evitare i gravi squilibri di ricchezza e potere scartando le troppe promesse che ognuno, individualmente, possa  diventare detentore di oggetti “luccicanti”, infine opachi e senza sostanza; promesse di “felicità” facilmente acquistabile con una mancia euro”. Si pensi alla biosfera intubata, alle biodiversità, ai rischi epidemici, a quelli nucleari, alle scorie e rifiuti sopra cui si vive brindando alla gioia di esistere. Esistere? Cosa significa “esistere” oggi? Vivere nei “portali” Internet o surrogati simili può impedire di pensare, di accedere alle mille conoscenze  portate dalle  arti, dall’autentica cultura, dalla storia, dalla logica matematica e quant’altro strida oggi per coloro che assoggettano e colonizzano. Il debito che si paga è alto, ma può diventare impagabile. Allora occhio al crollo avvenuto, per evitarne altri di peggiori.

Tiberio Crivellaro

Tiberio Crivellaro è nato a Saccolongo (PD) nel 1955. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Tra quelle più importanti: Scomparsa delle lucciole e  Dialogo con il silenzio (Book Editore),  Ethanol, Senza perdere la tenerezza, Luceafarul, L’albero teoretico. È presente in numerose antologie, ha insegnato e tenuto letture presso la Mc Gill University di Montreal (2002). Collabora alle “terze cultura” dei quotidiani La Sicilia, Il Manifesto, L’Altro Giornale Marche e alle riviste argentine Borromeo (Università Kennedy), Cita en las diagonale, De inconscientes.

I DEMONI DI ILARIA PALOMBA

La scrittrice romana e la voce cruda dell’inconscio

Ilaria Palomba è nata nel 1987 e vive a Roma. Tra le sue pubblicazioni in narrativa: Fatti male(Gaffi 2012), Homo homini virus (Meridiano Zero 2015, Premio Carver), Disturbi di luminosità(Gaffi 2018), Brama (Perrone 2020). Alcuni suoi racconti e romanzi sono stati tradotti in più lingue. Ha dato alle stampe le raccolte poeticheMancanza (Augh! 2017),Deserto (FusibiliaLibri 2019) e Città metafisiche (Ensemble 2020).

Quali sono stati gli scrittori sui quali si è formata e che l’hanno influenzata di più?

A un certo punto, parlo di tre, quattro anni fa, ho scoperto Giuseppe Berto e Guido Morselli e li ho subito amati, ma precedentemente le mie letture erano abbastanza classiche: daFëdor Dostoevskij a James Joyce, passando per Henry Miller e soprattuttoAnaisNin, i cui diari, insieme a quelli di SylviaPlath, sono diventati fondamentali per me, contribuendo a formare la mia voce, così come le poesie di AlejandraPizarnik.

Quanto sono importanti la conoscenza personale, il dialogo e il confronto con chi esercita una forma d’arte?

Un po’ lo sono, ma non troppo. L’esperienza più formativa per me, è stata vivere senza risparmiarmi, fino a bruciarmi. Lavorare in un centro diurno di psichiatria per un paio d’anni è stato più importante che partecipare a premi e presentazioni letterarie. Lì ho visto il reale crudo, ho ascoltato le voci di chi aveva varcato una soglia proibita.Non ultima c’è la filosofia: Friedrich Nietzsche è stato sempre il mio faro, conEmilCioran, Jean-Paul Sartre e Gilles Deleuze.

Nel suo raccontareemerge la parte più cruda dell’uomo. Perché le sue parole sono così sanguinolente?

Perché non riesco a edulcorare la vita. Non sono una narratrice pura, anche se qualche volta ho perfino scritto romanzi di genere, vedi Homo homini virus o Una volta l’estate. Sono un’inviata speciale nell’inconscio, che non è solo mio, perché l’inconscio, proprio come il sacro, appartiene alla sfera dello spirito, e non è mai individuale. Si può parlare di autobiografismo, indubbiamente, bisogna però precisare qual è il limite tra verità e realtà. Il mio autobiografismo non ha nulla a che fare con ilprincipio di realtà. Non scrivo di cose accadute, l’accadere non m’interessa.Le mie sono interpretazioni, perciò non so mai dire cosa di quel che racconto sia accaduto e cosa è immaginato. Di certo posso dire che non mi sono risparmiata nella vita e nella scrittura. Arrivo al fondo intoccabile e indicibile delle cose, alla parte più buia di me stessa, dove danzano i demoni. Giorni fa ne parlavo con un caro amico e dicevo che ad un certo punto tutti i demoni si trasformano in angeli, ma devi essere capace di prenderti per mano e non aspettare che lo facciano gli altri. Nessuno viene a salvarti. Forse con i miei libri volevo esprimere il punto di non ritorno dell’esistenza in cui sprofondi negli abissi oppure voli, libero da ogni vincolo. Dipende da te, dal tuo coraggio, dalla tua capacità di sopportazione.

Le regole sociali e gli stereotipi: la spaventano o la infastidiscono?

L’ipocrisia mi irrita molto. Mi infastidisce tutto ciò che viene mitigato e fatico anche ad usare le strategie sociali per ingraziarmi gli altri. Non so farlo nemmeno in un rapporto a due. Pretendo molto dagli altri, ma anche da me stessa. Tutto mi delude rapidamente.

Nella sua scrittura la poesia ha la stessa matrice della narrativa? Nel lavoro, come suddivide i due generi immaginativi?

Non li suddivido. Ho frequentato diverse scuole di scrittura e da ciascuna ho imparato qualcosa, ma ho deciso di liberarmi di ogni regola. Forse perché ho l’ardire di inventarne di nuove. Sono giovane, magari un giorno mi passerà e scriverò romanzi rosa. Nella poesia mi riesce bene il settenario, ma anche quella è una fase che ho superato per accedere al verso libero, sicché l’unica differenza tra i miei scritti di narrativa e quelli di poesia è di tipo grafico. Nella poesia prediligo il frammento, mentre le mie narrazioni sono continue, incessanti, anche se ci si può trovare un elemento lirico. Per ora l’unica regola a cui sono fedele è il ritmo. Tutto parte dalla percezione uditiva, dalla musicalità della parola. Quando inizio a scrivere un testopotrebbe sempre trattarsi di una poesia. Non costruisco trame e a volte è avvenuto che si siano formate da sole mentre scrivevo. Per esempio Homo homini virus è un libro con un intreccio che non saprei più architettare: ogni capitolo sorgeva in modo spontaneo e si configurava come un’estremizzazione del precedente.Però tra i miei scritti preferisco gli ultimi,Disturbi di luminosità e Brama, dove l’intreccio non è che un’idea sommersa. Tutto si gioca sulla prosa e sulla psicologia dei personaggi. Diciamo pure che non ho mai scritto altro che flussi di coscienza che a volte prendono la forma di poesie, altredi romanzi. Ma è sempre una voce che ascolto e che porto all’estremo.

Assenza, abbandono, morte. Quale termine si addice di più alla sua opera omnia?

Una cosa in comune tra Fatti male, Homo homini virus e Brama è la morte, una specie di sacrificio rituale compiuto dall’amante a discapito dell’amato. Ma è una morte metaforica. Che sia una crocifissione, il cannibalismo o la caduta da una falesia, si tratta dello stesso concetto sartriano che mi ossessiona: il desiderio è mancanza, e per colmare questa mancanza sono mossa verso l’altro, tanto da riassorbirlo, divorarlo. In ciò che sto scrivendo adesso emerge il tema del distacco, dello spazio che non permette la simbiosi. Credo vada di pari passo con la vita. Ad un certo punto capisci che esiste uno spazio di cui non puoi appropriarti e questa cosa è dolorosissima. Così si delinea anche il tuo spazio, di cui nessuno, altrettanto, può appropriarsi. Si tratta della gestione della propria vita non delegata ad altri.Qualcuno la chiama responsabilità.

L’amore, di cui si occupanelle sue pubblicazioni: quale immagine più persuasiva le attribuisce?

Tranne il saggio sulla performance-art, tutti gli altri libri parlano d’amore. L’amore è un sentimento terrificante e non è rispettoso. Il rispetto, cito Kant, richiede una forma di repulsione, l’amore una forma di attrazione. Infatti l’amicizia è una mediazione tra queste due inclinazioni. L’amore di cui parlo io è esclusivo e totalizzante, è una forma d’estasi, ma anche di sacrificio. Qualcuno sui social mi ha bacchettata dicendo che forse non ho mai conosciuto il vero amore, quello maturo, educato, che sancisce patti di non belligeranza. Forse è vero, ammesso che esista, ma un conto sono i rapporti contrattuali tra esseri umani, un altro i sentimenti. Penso di aver amato in modo assoluto almeno tre persone, e non è stato un giro sulle giostre. Anzi, quella forma d’amore scaturita dal desiderio, l’unica forma sincera d’amore, è una caduta nell’oscurità della propria anima. Ci si può fidanzare, sposare, ma sono patti, nient’altro che esteriorità. Non mi interessa raccontare la crisi della coppia borghese, ma narrare l’inconscio, la verità delle pulsioni crude. Tutto questo spaventa.

Come è nato il romanzo Brama, sospeso tra desiderio e dipendenza affettiva?

Ecco, Brama nasce così, dall’idea stessa di desiderio come mancanza. Carlo e Bianca si amano? Si odiano? Si fanno la guerra? Forse tutto questo insieme. La dipendenza è sempre a doppio legame: non esiste dipendenza univoca. In fin dei conti dovremmo chiamarla con il suo vero nome, cioè mancanza. Noi tutti manchiamo e alcuni si illudono che nell’altro troveranno la sostanza di cui sono privi, il pieno di cui sono cavi. Invece vieni a patti con il fatto che quella mancanza non può essere colmata e l’altro non è che uno specchio vuoto.Ho affrontato il tema del possesso e della gelosia e ho dovuto vedere e toccare la labilità della mia identità per andare così a fondo: una catabasi che mi ha portato nelle cantine franate dell’illusione del soggetto, ma anche molto in superficie. Carlo e Bianca sono due esseri estremamente superficiali, perché se non lo fossero sarebbero in grado di custodirsi. Invece non sanno fare altro che arrivare all’abisso. A volte la profondità e la superficie si toccano, non sono che due lati della stessa medaglia.

Città metafisiche, la sua silloge poetica, è imperniata soprattutto sul senso del dolore. Quale tipo di dolore, nello specifico?

In realtà tra le mie sillogi è Deserto quella più dolorosa, ed è anche quella a cui sono più legata. Città metafisiche è indubbiamente più matura, ma in Deserto ho toccato l’indicibile. Città metafisicheè una risalita, è il modo che ho trovato di accogliere l’esistenza dell’altro. Deserto è completamente dentro, non vede niente e nessuno.E’fuoco, ardore, rabbia.L’ho scritto quando venni ricoverata in Spdc (Servizio psichiatrico diagnosi e cura). Ero arrivata alla frattura, ma a dire il vero non so se quella frana sia rimarginabile. Città metafisiche è una silloge sulle frane con cui bisogna convivere: come la mancanza non è colmabile, anche la frattura non è rinsaldabile. Chiediamo solo un po’ di ordine per proteggerci dal caos, diceva Deleuze.

Qual è il limite dell’editoria italiana, a suo avviso?

Essere diventata, per lo più, una fabbrica di prodotti seriali.

Su cosa sta lavorando in questo periodo?

Un’inchiesta sul disagio psichico. E’un lavoro che porto avanti dal 2018. Da questa madre sono nati diversi figli: una silloge, un romanzo, un’autofiction. È una ricerca che mi ha catturata completamente.


Alessandro Moscè

MICHELANGELO A COSTANTINOPOLI

di Tiberio Crivellaro

“Parlami di battaglie, di re e di elefanti” (E/O Edizioni) di Mathias Enard. È forse il più bel libro dei quasi 250 che ho letto negli ultimi 5 anni. Costruito con rara prosa poetica, potente, illuminante, conduce, quasi costringe il lettore a viaggiare nei mirabili luoghi d’oriente. V’è qui un tratteggio istorico, che par real, de Michelagnolo a Costantinopoli, là a progettar un ponte che sia unico al mondo, comandato dal Sultano Bayazied “il Giusto”, con compenso si lauto. Anno 1.506 dopo l’avvento di Cristo. Michelangelo parte il 13 maggio, via mare, con dolenza sul legno e gravi malesseri di mar. Porta seco poche cose: taccuino, un semplice quaderno realizzato da lui stesso; fogli di comune carta piegati in due tenuti insieme da una cordicella con una copertina spessa. Ma non è usato per schizzi. Nel cubicolo, ove passa i giorni in solitudine, vi sono anche della stoppa, un acciarino, cera, olio, tre belle penne, un calamaio, una bottiglia di inchiostro, una più piccola di rosso, mine di piombo, portapenne, tre sanguigne e un fagotto di poveri stracci per cambiarsi. Alcuni giorni dopo l’approdo, riavutosi, lo scultore di Caprese (Arezzo) è sedotto dai luoghi crudi ma pittoreschi della megalopoli. Con mal d’animo aveva mollato la costruzione del sepolcro di Giulio II, Papa guerriero e tirchio, moroso sui marmi necessari e costosi acquistati per suo conto e onorati dallo scultore e pittore di sua scarsella. (noti i litigi tra i due spesso maneschi, durevoli sino allo spirar del Pontefice). Ma, Michelangelo, in cuor suo, punta che il progetto del gran ponte d’oriente superi quello mai eseguito di Leonardo da Vinci. È colpito dal fascino di Costantinopoli, dalla libertà dei suoi abitanti; ex schiavi, giannizzeri, ubriaconi e facoltosi, taverne ricche o malfamate, i palazzi lussureggianti con freschi e ampi cortili, sino a una gran varietà di animali da vendere o comprare: elefanti, bestie esotiche e scimmiette (di cui una, vispa assai, che gli verrà regalata), ma anche il più gran mercato di spezie: pepe in grani a più colori, bastoncini di cannella, the assai “lodati”, noci moscate, canfore, pistilli di zafferano, erba turchetta, cinnamomo, cumino, semi di eucalipto, euforbio, mandragola d’oriente ecc…Non mancano figure e personaggi ambigui, come il suo accompagnatore, un Virgilio ambivalente: Mesihi, ricco poeta ma dissoluto che morirà al calar del sole, una sera di luglio del 1.512 (un anno dopo il ritorno a Roma del Buonarroti); si spegnerà in un rantolo senza poesia, povero e solo, senza aver trovato un altro grande mecenate alla morte del sultano Bayazied. Solo i seguenti pochi versi rimarranno in sua memoria: “Mio dio, non mandatemi alla tomba prima che il mio torace abbia potuto accarezzare il petto del mio amico”  Michelagnolo là visse una sorprendente avventura con una incantevole danzatrice dai tratti marcati cui, dietro il velo, poteva celarsi un giovane efebo. Amara esperienza, se indagherete. E poi musica, canti, poesia e fiumi di vino rosso, dolce e speziato. Michelangelo, in tal ventura, porterà a termine l’ambizioso progetto? Curioso chiedo a Enard, ancor prima di arrivare a fine libro. Chi è?  L’autore de “La bussola”  e vincitore del “Goncourt” (Premio che gareggia col nostro “Grinzane Cavour”), mica “pancarella”, eh! Temo che, mentre state leggendo la mia “tiritera”, anco non riuscir a svelar lo finale del gran tomo. Provate dal vostro libraio, a cui ho spifferato tutto proprio l’altro ieri.

MATHIAS ENARD

PARLAMI DI BATTAGLIE, DI RE E DI ELEFANTI

E/O Edizioni

Luca Gilioli – Un inedito

agorafobia


l’agorafobia è stretta
a ogni mia porta.
cresce, pressa.
mi stritola l’aorta.

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore. Le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012).

VITTORIO CESANA – In memoriam

Di una “finitudine da definire”, parla Vittorio Cesana, poeta e docente, in tale veste autore di un aureo libretto, Vi racconto la poesia (2016): in un amaro idillio, una “frontiera” un tempo amata e desiderata ma ormai inesistente, diventa simbolo ambivalente di un destino di inappartenenza e al tempo stesso di speranza, in cui poter riconoscere “appigli” per contrastare una realtà altrimenti inamabile e crudele, che ha confinato (“m’incantò”) tutto ciò che si amava in un passato insensato e definitivamente irricuperabile (V.G.).

La frontiera m’incantò

La frontiera m’incantò,

come lontana sirena mi rapì,

profilo d’un volto

perso nella nebbia

dove giacciono come sepolti

gli strepiti e le voci

Una mano sul lago cercava

un appiglio disteso

un gesto casuale

a indicare la direzione

(nel vuoto una porta

cigolava muti endecasillabi,

spauriti silenzi

e risposte da generare)

Ali di folaghe svolano

da smembrati rintocchi.

Una vita cova

nel sonno delle libellule

nell’ingorgo della palude gonfia di vapori

inaccessibili al taglio delle superfici.

La linea di frontiera ancora

resta

finitudine da definire.

(da L’infinito dal colle di Brunate, Carlo Pozzoni Editore, Como)

PAVESE OGGI

Riparlare di Cesare Pavese (1908-1950), narratore poeta e dirigente editoriale, come e partendo da dove?

A settant’anni dalla scomparsa, vale forse la pena iniziare proprio dalla fine, dalle parole vergate su una pagina dei Dialoghi con Leucò, all’alba del suicidio il 27 agosto 1950, e dall’ultima annotazione del diario, Il mestiere di vivere, in data 18 dello stesso mese.

Dice il messaggio sui Dialoghi: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. La nota del diario, a sua volta, precisa: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.

Cosa rivela questo? Rivela un rapporto conflittuale con il mondo, giunto a una drammatica conclusione: un rapporto che vede inconciliabili io e mondo, individuo e società. È l’ammissione di una reciproca incapacità di capire, di una volontà di non accettare la vita così com’è, di una sensazione netta di rifiuto, di un “dolore” imposto come una brutale condanna, e del timore di un’inappellabile definitiva incomprensione.

Ma chi è realmente Pavese, dall’esperienza intellettuale ed esistenziale così singolare da assurgere addirittura a simbolo di una generazione, quella che tra fascismo, guerra e dopoguerra ha vissuto una crisi di valori oggi difficilmente immaginabile, fino ad incarnare l’incapacità stessa di rapportarsi agli altri al di là di pregiudizi e ideologie?

Proviamo a rileggere il saggio dal titolo molto significativo, Ritorno all’uomo, scritto nel maggio del 1945: “Da anni tendiamo l’orecchio alle nuove parole. Da anni percepiamo i sussulti e i balbettii delle creature nuove e cogliamo in noi stessi e nelle voci soffocate di questo nostro paese come un tepido fiato di nascite. Ma pochi libri italiani ci riuscì di leggere nelle giornate chiassose dell’èra fascista, in quella assurda vita disoccupata e contratta che ci toccò condurre allora, e più che libri conoscemmo uomini, conoscemmo la carne e il sangue da cui nascono i libri… Noi adesso sappiamo in che senso ci tocca lavorare. I cenni dispersi che negli anni bui raccoglievamo dalla voce di un amico, di una lettura, da qualche gioia e da molto dolore, si son ora composti in un chiaro discorso e in una certa promessa. E il discorso è questo, che noi non andremo verso il popolo… Andremo se mai verso l’uomo. Perché questo è l’ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell’uomo. Di noi, degli altri… Parlare. Le parole sono il nostro mestiere”.

La parabola di Pavese, intellettuale e uomo, è tutta qui, in questa esigenza di parlare a uomini di fatti umani, in questa esigenza di ricuperare attraverso la scrittura il senso di una solidarietà distrutta dalla guerra e di riannodare il filo spezzato con la vita, con cose vive e concrete, con i problemi di tutti, in armonia con tutti.

Chi pensa a Pavese, oggi, pensa proprio a questo nodo essenziale della sua vita, al bisogno di “ritornare all’uomo”, di ricuperare il sapore delle cose vive e concrete, delle parole “semplici”, raccontandouomini inquieti e tormentati, oltre la crosta di solitudine e di incomprensione, oltre la siepe, che mortifica ogni slancio verso gli altri: è qui la ragione della forma dei suoi testi, che trovano nella poesia della raccoltaLavorare stancail loro primo esempio, il loro “stile”.Uno “stile” che dal racconto va verso una rappresentazione, una “messa in scena” di sé in uno spazio di drammatica “simbolicità e leggerezza”.

È per questo che va salutata con grande entusiasmo la sua riedizione, avvenuta da poco presso Passigli, a cura di Fabrizio Dall’Aglio: proprio per averci riproposto quest’ultimo volto di Pavese, in una riedizione che se riprende la prima del 1936, la arricchisce con poesie espunte dalla prima per ragioni di censura e soprattutto conle altre scritte e pubblicate successivamente nel ‘47 (La terra e la morte), assieme a due importanti discorsi critici (Il Mestiere di poeta e A proposito di certe poesie non ancora scritte) e alla riorganizzazione complessiva quanto mai interessante per comprendere il mondo complesso di un Autore che oggi più che mai reclama di essere ri-conosciuto.

VINCENZO GUARRACINO

Cesare Pavese

LAVORARE STANCA E ALTRE POESIE

A cura di Fabrizio Dall’Aglio, con prefazione di Bruno Quaranta

Passigli Editori, Firenze 2021

LA “SFIDA” DI FRANCESCO BELLUOMINI

“Viaggiare negli spazi con la mente /attiva come fosse nutrimento /dell’essenza vitale…” e “accettando la sfida per placare /la voce serpentata primordiale”: credo che possa bastare questo per capire che cosa abbia indotto per un’intera esistenza Francesco Belluomini a scrivere, furiosamente e fieramente, a perseguire quello che con Platone si definirebbe il  “dèmone” incoercibile della scrittura.

“Nutrimento dell’essenza vitale” e “sfida”: ecco gli elementi essenziali per entrare nel suo universo di parola, per capire come possa un individuo a un certo punto della vita avviarsi sugli impervi sentieri della scrittura poetica senza altra ambizione se non di trovare (e trovarsi) nel proprio spazio l’ascolto, di “placare la voce” interiore. In un passaggio di Mercato delle idee, Belluomini ammette che solo a metà della vita, “trentaquattrenne”, ha iniziato a scrivere qualcosa che non fossero delle lettere “senza ricercati contenuti”, e da lì non si è fermato mai più e ha continuato, sfidando il mondo dei letterati e dei burocrati della “poesia” con la sua “voce” dai timbri così etruschi e terragni, così forti.

Un esempio, da prendere, un esempio da seguire? Ma chi può farlo non chiamandosi Belluomini? Chi può farlo se non uno che sente di essere stato contagiato da “un virus dall’effetto permanente”?

VINCENZO GUARRACINO

ALESSANDRA DAGOSTINI – Solo le Muse cantano

Un testo che è un omaggio commosso alla poetessa Marcella Continanza recentemente scomparsa: Alessandra Dagostini si sofferma a contemplare, in un “silenzio” che è “preghiera”, l’ultimo paesaggio dell’Amica, i cieli teutonici di Francoforte sul Meno, che l’hanno vista protagonista generosa di una difficile scelta di vita e di un’avventura esistenziale e poetica senza pari,  contornata e confortata dai segni di un’alta tradizione culturale.

Solo le Muse cantano

a Marcella Continanza,

rinata al suo cielo lucano il 29 aprile 2020

Si specchia nel Meno

stanotte

il grido della luna.

La ragazza dai capelli di Medusa

se n’è andata via

col battello della sua poesia

a navigar tra le stelle.

Piange la Sibilla,

piange Isabella Morra,

piange Goethe.

E piange Francoforte

che non vedrà fiorire

le sue rose di maggio.

Solo le Muse cantano

e Roccanova sorride,

riaccogliendola in seno.

Sotto la grande magnolia

il silenzio è preghiera.

(inedito)

ALESSANDRA DAGOSTINI, nata a Vico Equense (NA) nel 1977, è docente, saggista e giornalista pubblicista. Laureata in Lettere Moderne, insegna all’I.C. “L. Da Vinci – Comes D.M.” di Portici, collabora a «Clic Donne 2000», giornale delle italiane in Germania, e fa parte dell’Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra” di Francoforte sul Meno. Ha partecipato a numerosi concorsi di poesia, ottenendo significativi riconoscimenti. Alcune sue poesie sono state inserite in diverse antologie. Ha pubblicato il saggio «Degno il sepolcro, se fu vil la cuna». L’universo poetico di Isabella Morra (2011) e la plaquette poetica Sotto il cielo delle Eolie (2016). Ha collaborato al volume bilingue Poesia al Cinema / Poesie im Film (Puntoacapo, 2017), curato da Marcella Continanza. È uscita di recente la sua nuova raccolta poetica Ali di Icaro e sogni (2018).

(dall’ antologia IL FIORE DELLE LACRIME, a cura di V.Guarracino, postfazione di C.Di Legge, Puntoacapo Editrice, 2020)

MELITONE DI SARDI – Perì Pascha

Melitone di Sardi, padre apologeta del II secolo, secondo la tradizione fu vescovodella città di Sardi, in Lidia (Asia Minore) e rivestì una grande autorità nella chiesa primitiva, per la sua dottrina e per l’efficacia della sua predicazione.

Secondo Eusebio di Cesarea, sarebbe morto verso il 190.

Di questo scrittore dal “genio elegante e retorico”, secondo San Girolamo, ci è rimasta la sua opera più famosa, in cui è affermata con forza la divinità di Cristo, ossia la Omelia sulla Pasqua (Perì Pascha), il cui testo ancorché frammentario è stato ritrovato in tempi abbastanza recenti. L’Omelia, prezioso documento di grande spiritualità, destinato ad esercitare vasta e profonda influenza su tutta la letteratura innografica bizantina, consiste essenzialmente in una parafrasi del capitolo XII dell’Esodo, a commento dell’istituzione della Pasqua, quale esemplificazione dell’azione redentrice del Cristo.

Perì Pascha

Sulla Pasqua

Al posto dell’agnello, venne il Figlio,

al posto della pecora l’uomo

e nell’uomo il Cristo,

che ogni cosa contiene.

È in Gesù Cristo

che ha trovato compimento

l’uccisione della pecora e il solenne

sacrificio dell’agnello e la Scrittura:

per Lui tutto accadde nella Legge

e ancor più nel nuovo Verbo.

E infatti la legge s’è fatta Verbo

e l’antico nuovo,

muovendo entrambi da Sion e Gerusalemme,

e grazia il comandamento

e la figura realtà

e il Figlio l’agnello

e la pecora uomo

e l’uomo Dio.

Come Figlio fu infatti generato

e tratto come agnello al patibolo

e come pecora immolato:

come uomo fu poi seppellito

ma risorse dai morti come Dio,

Dio e uomo essendo insieme per natura.

Egli è tutto:

Legge in quanto giudica,

e in quanto insegna Logos;

in quanto genera Padre

e Figlio in quanto è generato;

in quanto patisce pecora

e uomo in quanto è seppellito

e in quanto risorge Dio.

Tale è Gesù Cristo:

a Lui la gloria nei secoli. Amen.

…..

Cos’è la Pasqua? Il nome riflette l’accaduto:

Pasqua viene infatti da patire.

Riflettete dunque su chi patisce

e su è colui che compatisce con chi patisce,

perché il Signore è sceso sulla terra

per ricoprire il sofferente

e portarlo con sé  al sommo dei cieli.

…….

Egli è la pasqua della nostra redenzione.

Egli è colui che in molti molte cose ha sopportato:

fu colui che in Abele fu sgozzato

e legato in Isacco,

e fu lui che in Giacobbe patì l’esilio

e in Giuseppe fu venduto;

fu lui che in Mosé fu esposto

e immolato nell’agnello

e ad essere perseguitato in Davide fu lui

e vilipeso nei profeti.

Egli è colui che prese carne in una Vergine

e che ad un legno fu appeso;

colui che fu sepolto nella terra

e che risorse dalla morte,

prima di essere assunto nel cielo dei cieli più elevato.

……..

Questi è colui che ha creato cielo e terra

e l’uomo ha plasmato nell’origine;

e che come annunciato nella legge e nei profeti

si fece uomo in una Vergine

e fu appeso ad una croce

per poi ascendere, risorto

dalla morte, all’alto dei cieli

ove siede alla destra di suo Padre

col potere di salvare e giudicare tutte le cose,

colui che attraverso il quale ha sempre operato

il Padre nei secoli dei secoli.

Lui è l’Alfa e l’Omega: principio e fine:

inesplicabile principio e fine incomprensibile.

Lui è il Cristo, l’Unto,

Lui è il re.

È Lui, Gesù,

lo stratega, il Signore, Colui cheÈ,

risuscitato dalla morte

ed assiso alla destra di suo Padre.

Egli mostra il Padre e dal Padre è mostrato:

a Lui la gloria e la potenza nei secoli. Amen.

(traduzione di Vincenzo Guarracino)

Perì Pascha, 5-10, 46-47, 69-70, 104-105 (Perler, 1966). Il testo, in prosa ritmica,che è una riflessione sul significato della Pasqua (da “patire”), è la più antica omelia pasquale cristiana giunta fino a noi ed è tutta una contemplazione della Persona e del Mistero di Cristo, messo al centro del cosmo e della storia. L’importanza di questo testo è dovuta al fatto che qui viene esplicitamente formulata la cosiddettateologia della sostituzione. Per Melitone, infatti la Pasqua ebraica non ha più senso dopo la venuta del Cristo e per lui l’Antico Testamento non è che un prologo, una prefigurazione della cristianità. In altre parole, la Chiesa cristiana sostituisce in tutto e per tutto il giudaismo. 

(Vincenzo Guarracino)

MARIA TERESA LIUZZO – Miosotide

Non so se Miosotide (Non ti scordar di me) sia l’ultima raccolta poetica, in ordine di tempo, di Maria Teresa Liuzzo. Certo è che questa silloge, edita nel 2009 dall’Editrice A.G.A.R. di Reggio Calabria, si presenta subito, a partire dalla veste editoriale che esibisce in copertina una riproduzione di un celebre dipinto di Jacques Louis David, “Saffo e Faone”, e sul retro una suggestiva foto dell’autrice, con i crismi di un’opera che, ponendosi sotto il segno dei sentimenti, non fa mistero nelle 88 poesie, di cui è composta, della sua particolare incandescenza tematica ed espressiva e li esibisce fin dall’apertura, addirittura dal primo testo, con quel “cuore” che si libra in volo e ”risorge e muore in croce” in una perenne ansia metamorfica, tra slancio e ansia sacrificale, prima di rivendicargli subito appresso, nel testo successivo (Nel buio apri la porta più segreta), il ruolo di spazio protetto e gelosamente custodito della propria stessa essenza umana, in una temperie letteraria ricca di echi che nei suoi testi fanno capolino nemmeno troppo gelosamente dissimulati.

Già altra volta mi era capitato, in un giudizio espresso a proposito di un’opera precedente (credo Genesis del 2008), di evocare per questa poetessa aure ungarettiane e soprattutto leopardiane (pensavo già allora al Leopardi del Primo amore, in particolare ai versi laddove il Poeta fissa in maniera paradigmatica i valori che segnano e sorreggono la sua vita: “Solo il mio cor piaceami, e col mio core / in un perenne ragionar sepolto, / alla guardia seder del mio dolore”, vv.82-4).

Come non pensare ad esempio alla “docile fibra / dell’universo” dell’Ungaretti de I fiumi dinanzi alla definizione che di sé dà, nella raccolta in questione, la Liuzzo nel testo intitolato Venivano talvolta da lontano, ossia “frammento d’eterno nell’universo”, concetto ribadito nell’ultimo testo, “un frammento di eterno” (Solo di te è colma la mia attesa), dove la Poetessa si vede proiettata sugli scenari di un’intera vita dedita all’amore e alla poesia?

Come non sorprendersi, oggi più di ieri, proprio alla congiunzione solitudine-pensiero, che permea tanta parte del testo leopardiano citato, con l’amore, in presenza o in assenza, a farla da padrone, e il cuore, interpretante significativo ed essenziale, a scandire sotto il segno del ricordo, evocato dal titolo dell’intera raccolta, con i suoi inquieti battiti lo scorrere stesso del tempo, di fronte ai generosi impeti lirici, inscritti ad esempio nella poesia intitolata Sedevo sotto un salice, compresa in questa silloge?

Leggiamolo, questo testo: “Là dove l’acqua cade / invitante e a confortarmi / seguivo fantasie, / non so se finzioni o realtà. / Chi nel cuore / ha una sola speranza / che non si avvera / langue infine / come eliotropio vizzo / specchio esangue del sole. / Chi fissa il desiderio / su un capriccio / e nel bene  e nel male / vi si aggrappa / farà naufragio: / che affondi o nuoti / che raggiunga / o manchi lo scopo. / È vano tutto quello / che sorge e che tramonta / su cui sprechiamo il fiato”.

Al di là del titolo, Sedevo sotto un salice, in cui compare il tema della meditazione “assisa”, quella che la critica (in particolare, il De Sanctis) identifica in Leopardi come scelta di una postura da “bramino” in attesa di una essenziale illuminazione, colpisce nella parte conclusiva il tema del naufragio, il rischio consapevolmente accettato che dall’Infinito si trasmette a questo testo e che qui, nella Nostra, si configura come esperienza da esorcizzare, contro ogni rischio di dispersione e spreco, contro lo spettro incombente della precarietà e della vanità del tutto, con un’apertura alle infinite possibilità della vita, a ciò che dà senso e colore all’esistenza, sotto il segno di un legame forte, dando voce a una piena di sentimenti appagante, al di là della loro realizzazione, che, inscritto nel “cuore”, vive sotto il segno di quello che Leopardi de Il pensiero dominante evocava come “dono del ciel” e come “dolcissimo, possente / dominator” della sua mente, ossia l’Amore.

È proprio dell’Amore come risorsa per esorcizzare naufragio e dispersione, per sottrarsi allo spettro della precarietà dell’esistenza e al baratro della vanità, che l’Autrice parla a più riprese: dell’amore per il Creatore, ma anche di quello per tutto ciò che di bello e affascinante offre la vita, per le creature, non meno che per l’uomo della sua vita, per l’”unico uomo” amato, e soprattutto per la Poesia, cui chiede il dono di essere corrisposta integralmente, della stessa misura.

Ecco allora l’Amore per il Creatore, cantato in un testo di grande afflato emotivo, posto giusto all’inizio della raccolta: “Dio, eterno e sconosciuto, nel silenzio / T’ascolto e un segno Tuo tra le mani / ricerco, mentre il cuore è giara vuota / da colmare. / Ineffabile amore a Te mi lega, che mi avvince e fonde nella Tua luce. / Anche altro amore dà senso alla vita, / ridesta i sensi, dà nuovo vigore, / fa che noi vogliamo, coraggio imprime, / è fuoco e frescura, estasi e tormento, / ma vita sempre, luce nelle notti / più oscure …” (Dio, eterno e sconosciuto, nel silenzio).   

Un amore ineffabile e forte, quello che la lega al Creatore, dunque, ma non meno forte di questo è quello che “dà senso alla vita” e che “ridesta i sensi”, l’amore dichiarato dall’Autrice per l’uomo della sua vita, l’”unico uomo”, che ha acceso e “svelato i misteri” del sangue, della passione (Dio, eterno e sconosciuto, nel silenzio).  

Amore mistico e spirituale, dunque, ma anche amore sensuale, passionale, terreno, quello che secondo l’antico poeta omnia vincit (che la Liuzzo significativamente parafrasa e traduce “solo l’amore vince”, in Ascolto una voce) e che come una “gemma” arricchisce la vita: sentimento che ridesta i sensi e dà nuovo vigore, amore ch’è fuoco e frescura, “estasi e tormento”, che “nell’intrecciarsi dei corpi, in un unico abbraccio”, fonde cielo e terra, “spirito e carne”, dando alla creatura il senso di una totale comunione con cosmo (Si versano parole sulle siepi), con accenti che richiamano il biblico Cantico dei Cantici (“Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato”, dice in un altro testo).

Si diceva prima dell’Amore che sembra tutti gli altri contenerli, ossia l’amore per la Poesia, che la Poetessa riconosce di essere il suo grande, vero “amore segreto” (Vivo nel bianco della pagina)e cui perciò chiede il dono di fortificarla e sorreggerla, oltre che di corrisponderla integralmente, della stessa misura.

Eccone una che tutti motivi efficacemente li condensa e riassume: “Amami, poesia / mia libertà e prigione, / nel cipresseto / della clausura, / amami sempre. / Io che di te mi nutro / e mi coloro, / il velo getto dell’ipocrisia. / Cogli le perle / sciolte fra le ciglia. / Amami come un gioco, / nella passione muta / del mio grembo, / nel passo silenzioso / della sera. / Come la capinera / apriti al pianto e spegnilo / e a me sorridi / e toglimi alle morti notti. / Piuttosto dammi / un cielo stellato, / perché in te io legga l’universo, / ma non risparmiare / alla mia carne la croce / dei miei segni, ché da essa / trae vita la parola” (Amami, poesia). E ancora, più avanti: “Amami, come t’amo, poesia, ma non per dare / al cuore l’illusione / di lambire / e intuire l’eterno. / Attraversami, / piuttosto, con dolore, / sì ch’io apprezzare / possa ogni gioia / ed amare senza egoismo, / ma per donarmi / come tu ti doni” (Amami ancora).

Si parlava in apertura del “ricordo”, che evocato dal titolo stesso dell’intera raccolta, si rivela come il lievito essenziale di questo suggestivo mondo poetico, per il quale, non meno di tanti altri autorevoli critici, tra i quali il compianto Giorgio Barberi Squarotti, tra prefazione e postfazione, in una riflessione di forte impatto ermeneutico spende parole non casuali e occasionali Mauro Decastelli, ponendo tutta la poesia della Liuzzo sotto il segno della “storia intima” per sottolinearne l’intima coerenza nel tempo, come un “passo verso la Verità” dell’Io. Val la pena, per concludere, citare proprio questo passaggio: “È il diario, il journal sul quale si sviluppa, pagina dopo pagina, un’educazione amorosa e un sentimento del numinoso che la personalità della poetessa registra parola dopo parola, segno dopo segno, contrastando la disgregazione dell’Io”.

“Una storia intima”, messa in scena con forte coerenza espressiva e forza sentimentale per “contrastare la disgregazione dell’Io”: è in questi termini che si può comprendere e concludere questo percorso. All’Autrice l’augurio più sincero di poterlo continuare, questo dialogo con se stessa e con i lettori.

VINCENZO GUARRACINO