Giulia MARTINI, Coppie minime, InternoPoesia, 2018

Coppie minime di Giulia Martini, una delle voci più sapienti e originali tra i giovani poeti nati negli anni ’90, consegna al lettore una folgorante prova di maturità stilistica e linguistica, riflesso di un’approfondita consapevolezza dello spazio vitale entro cui il corpo, le relazioni e lo sguardo si sono formati e hanno assunto una propria, precisa, dimensione. “La ricerca espressiva di questo libro è piena di movimenti che dalla lingua puntano alla sua ombra, o comunque lavorano in un’intercapedine tra la cosa effettivamente detta e quella a cui, anche con residuati di surrealismo freudiano, si stava – forse con maggior precisione – pensando”. (dalla prefazione di Francesco Vasarri)

 

 

 

(Mt 4, 1-4)

Ti prendo per lacerti in questi giorni

di magra, di magnificat.

Mi mitigo

il tuo deserto con moti per luogo –

diverto ogni tuo niente in desinente

di caso e numero, nome persona

e tempo nel verbo,

se è vero il Verbo

che non di solo pane vivrà l’uomo

ma d’ogni dïavolo di parola.

 

(E così via, e così via dicendo).

 

Giulia Martini è nata a Pistoia e vive a Firenze, dove si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi su Pigre divinità e pigra sorte di Patrizia Cavalli (Einaudi 2006). Ha esordito nel 2015 raccogliendo trentotto componimenti sotto il titolo Manuale d’Istruzioni (Gruppo Albatros Il Filo). Sue poesie sono state pubblicate sulle riviste «Poesia» e «Gradiva» e sulle antologie Secolo donna 2017: Almanacco di poesia italiana al femminile (Macabor 2017) e Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse Millennial degli anni 90 (LietoColle 2018). A giugno 2018 è uscita la sua seconda raccolta di testi poetici, Coppie minime (Interno Poesia).

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Eliza Macadan – Un inedito

Venezia è una donna
che una volta dava a tutti
l’amore e la sifilide
ai disperati il cianuro
all’odor d’incenso
e ai poeti l’intermezzo
da un plumbeo cielo londinese
all’eden di Ellada grezzo
andava scalza a lavare
nei canali umori
di feroci notti senza fine
ora salita sui suoi tacchi
da una borsa di puttana
un po’ cosmopolita
estrae l’accendino rubato
in un albergo a cinque stelle
alza lo sguardo blu
schiarito questi evi
accende il Campanile
fuma tre nuvole di passaggio
poi tutto spegne
è un ardore un rumore
che galleggia al largo
ma chiusi sono tutti i porti
qui si arriva e si parte
solo morti

Daniela PERICONE, Distratte le mani, Coup d’idée, 2017

“Si attraversano così le pagine di questo libro, ci si muove negli spazi e nelle architetture di versi e di testi entro cui i fonemi si richiamano tra di loro, i concetti s’accampano per variazioni di suono e virate d’idee, e questo in presenza di una rattenuta tensione, di una prossimità vertiginosa (e, appunto, coraggiosa) alla fiamma e al magma, di una contiguità al pericolo e al precipizio. (…) Lontanissima dalle retoriche intorno al corpo o alla femminilità, così come da quelle confessionali e psicologistiche, la poetessa reggina continua una ricerca esigente con sé stessa e con il lettore, attenta ai valori della lingua e alla sua capacità pressoché inesauribile di generare senso, ma anche di farlo deflagrare (…)”.

dalla postfazione di Antonio Devicienti

 

 

La luna

è l’occhio del ciclone

al punto esatto di fusione

elianti trasmutati in asfodeli

esorbitano a sciami

scontornano

il candore di fiamma

che l’imbianca

lascivia di mille occhi

disumani che stringe a sé

strappando il primato al sole

– le onde di attrazione

stremano più del fuoco.

 

***

 

ora vado a sparire, vi lascio dire fare

parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi

stare, io per me non sono niente, né voi

siete niente niente per me – un treno

m’è caduto ai piedi, no sono io caduta

da un treno, io ho deragliato, ho tirato

su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro

giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori

fuori di me fuori

 

***

 

Cammini quieto ai ritorni

che portano in seno

una sola tristezza, di fiume

che vegli lontano. Ascolta,

non è strano che dicano inverni

dispersi nel buio i lampioni

le foglie – consola sostare al di qua

degli sguardi, e andare placati

e oscurarsi – a pochi è data fortuna

di uguali parole, un dono la neve

nel cupo dei suoni – breve carezza

che salda al silenzio per quanto

ne dolga l’assenza. Poi l’ombra oscilla

una mano da un luogo non dentro

non fuori – soffitto alle fughe

sempre lì dove in raffiche

piove un tepore se tremo

a un richiamo mio tuo.

 

Daniele Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria. Ha pubblicato “Passo di giaguaro”, Edizioni Il Gabbiano 2000, “Aria di ventura”, Book Editore 2005, “Il caso e la ragione”, Book Editore 2010, “L’inciampo”, L’arcolaio 2015 e “Distratte le mani”, Coup d’idée Edizioni 2017.  Cura eventi culturali, è autrice e interprete di letture sceniche, collabora con riviste di cultura e letteratura. Alcune sue poesie tratte da “L’inciampo” sono state tradotte in  romeno e pubblicate nella rivista “Poezia” di Iasi (Romania). Daniela Pericone è tra i 22 poeti pubblicati nel volume antologico “Lido” – poezie italiană contemporană, uscito nel 2018 presso Editura Eikon di Bucarest.

Amedeo ANELLI, Neve pensata, Mursia, 2017

“Con un grande flash della discrezione, fuori da ogni frequentazione dell’ostentato presenziare, Anelli dà fiato a questa sintesi: una visione in filigrana, dove la coralità dei saperi interagisce con i livelli possibili di lettura dei suoi testi. Viene data voce al silenzio e reso visibile un panorama dei colori, si prosciuga disegnando con matita bianca su cielo grigio, cantando con la voce del rigore una natura esposta come una rete ad asciugare al vento”.

Notturno

La neve turbina

nel buio.

E’ un ticchettio

che accarezza

le foglie.

 

Un bianco

che non illumina,

solo l’accoglie

dall’alto

una luce di lampione.

 

Ma il mondo terribile

è quaggiù

poltiglia e gelo

e sordo rumore

di un ramo

che si spezza.

 

Sotto il peso

la terra risponde

 

soffice neve

brezza e sotto ghiaccio.

 

Non tornerà più!

 

Un brivido corre

lungo la schiena.

 

Non tornerà più!

 

Ma la pena ci soccorre

costante raggio

 

sotto un faggio

spunta un ciuffo d’erba nera.

 

Dal 1915

(Kapsbergiana II)

Solo la neve sa custodire il silenzio

nella luce abbagliante

il grande bianco di sole e nebbia

taciute le mitragliatrici

e gli obici su questi costoni

in questi scavi in interiore homine

solo luce nebbia e silenzio

 

Solo la neve sa trattenere la pace ed il ricordo

ed i nutrimenti della terra viva di stagioni

e di corpi vivi di terrori e di affetti.

 

© Mario Greco

Amedeo Anelli è nato a Santo Stefano Lodigiano nel 1956 e vive a Codogno. Si occupa di poesia, filosofia e critica d’arte collaborando con artisti, centri culturali e istituzioni e organizzando mostre e altre manifestazioni. Ha pubblicato numerosi cataloghi, libri d’arte con artisti di fama internazionale, libri d’artista e opere di divulgazione. Ha fondato e dirige dal 1991 la rivista internazionale di poesia e filosofia Kamen’. Dal 2000 è membro del Corpo Accademico dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia e dal 2009 fa parte del comitato scientifico internazionale della rivista slovena “Poetikon”. I suoi scritti sono tradotti in russo, francese, svedese, tedesco, inglese, portoghese, sloveno e romeno.

 

Giovanni IBELLO, Turbative siderali, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

Michele Joshua MAGGINI, ESODO, ’round midnight edizioni, 2017

“Maggini traccia l’epica del poeta, quasi uno scavo archeologico nella sua figura, la ricerca di direzione, la necessità di religione, un credo in cui la poesia è preghiera, i santi somigliano più agli eroi, compagni di viaggio, dive e madonne carnali, padri sperduti, ritrovati (…) C’è ananke, rabbia santa, in quest’opera granitica, un talento indiscusso.”

dalla prefazione di Riccardo Frolloni                                                                             

 

 

In te vedo che ogni parvenza si sperde

di traccia umana e scompare.

Pure noi si è poco più che sgretolarsi di polvere.

 

Qui noi ombre ci cerchiamo per darci

una voce e non domandiamo perché una

mano ponga solo che fine.

**

Proemio II / Fine

 

L’Esodo è stato questo mare:

dal silenzio ai nomi,

dai nomi al silenzio.

 

E’ un passato che si frantima e si speza

tra le tempie. E’ un passato che ritorna e non si

[compie.

Mare, solo mare, solo questo significato. E’ stato

[questo

l’Esodo: essere il viaggio, dalla cellula al nulla

[dal nulla

al nucleo, da un nome all’altro

di ciascuno di voi, preparare la sconfita

perché noi ultimi siamo chi ricorda, siamo chi

[non avrà

capitolo ma una voce. Mare, solo mare (urla

[mare mare

mare fino a diventare mare). Vi canto,

muse mortali, come l’uomo fece a sua immagine

[e somiglianza la materia, i circuiti.

L’Esodo è pure un assedio ad una terra

promessa, è verbo che rimane verbo, verbo che

[infine si incarna

s’immateria e non è mare che ritorna in sé,

[persa la riva,

ma un presente che muore quando si rigenera.

 

“Se è un eroe, non tornerà.

Saprà che ogni terra è promessa”.

 

L’Esodo non è stato questo

perché è e non ha fine.

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive per “Midnight”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.

 

 

Alessandra PELLIZZARI, Faglie, Puntoacapo 2017

“Vi si colgono i corrugamenti che la tettonica e gli eventi catastrofici avvenuti nei secoli hanno inciso in territori confinanti o lontani e che gli uomini hanno patito e descritto secondo dolore e arte. Dai fiumi di Pompei e dalle grotte del Périgord, fino alle vicissitudini fluviali del Brenta, per esempio, giungono le spinte che governano interrogazione e scrittura. (…) La natura certo non viene mai a mancare, ma per così dire subisce un fuori fuoco di cui siamo pieni responsabili. Per questo, talvolta, sembra di udire una ribellione, quando Pellizzari gratta con unghie e polpastrelli la superficie delle rocce con una scrittura anch’essa ruvida come carta vetrata. E avverte orli e polveri che alimentano i crepuscoli (…)”

(dalla prefazione di Elio Grasso)

 

***

le tue ceneri

alle bocche di porto

strappate alla salsedine

vengono sospinte dalle vele affamate

verso poche braccia di terra

verde incosciente

 

sola

la calamita della bussola

riposa nell’urna

che rammemora la città degli addii, l’ombrosa Lugano

e la diaspora che si scriveva col sangue

sulle mani.

 

appena qualche battito d’ali sulle bricole affogate, ascolta,

ecco le voci di bambini, vibrano

inseguendo i silenzi dell’ora

 

lapidi come leggii macchiati

di muschio iridato:

resine, grumoli di papaveri, stelle, candelabri

che schiumano luci giallastre.

cipressi incastonati

parlano con pietre deposte da mani pietose

per i tracciati di ombre, vociferano

i fogliami, scorze di cortecce

luccica di sale

il marmo.

 

***

ho messo le parentesi invano

al tempo, sillabe ho deposto.

Ci aspettano inverni che la mano

cancella, bandiere che non conosco.

 

Strappi, violenze che s’inscrivono

in un triste confronto, chiaro, losco.

Burattini di un ordine vano

luminoso nel cemento/ bosco.

 

Vago scongiurare ciò che diviene

legge costante infarinata a dolore

acido di palpebre che intride

 

la parola infranta nelle vene.

Dalla parola nasce furore

che assapora il verso, e decide.

 

***

scorrono i verbi sul bordo ancora miniato, si disfano

virgole, niente rispecchia l’interiore affondato tra

conchiglie di morti fangose. Nuovi tropi abitano

lingue sconosciute, sulle anse s’incarna il senso

la memoria dorme sull’orizzonte del foglio.

 

Alessandra Pellizzari, nata a Verona, vive a Venezia. Storico dell’Arte e insegnante, ha pubblicato le seguenti raccolte: “Lettere a cera persa“, Lietocolle 2006, con prefazione di Andrea Zanzotto; “Intermittenze“, libro d’artista con una partitura di Saverio Tasca; 12 testi per l’antologia “12 poetesse italiane“, Nem 2007, “Mutamenti“, Campanotto Editore 2012.

E’ presente con alcuni testi nell’antologia “La mano scrive il suono“, Ed. Eikon, Bucarest, 2014.