Michele Joshua MAGGINI, ESODO, ’round midnight edizioni, 2017

“Maggini traccia l’epica del poeta, quasi uno scavo archeologico nella sua figura, la ricerca di direzione, la necessità di religione, un credo in cui la poesia è preghiera, i santi somigliano più agli eroi, compagni di viaggio, dive e madonne carnali, padri sperduti, ritrovati (…) C’è ananke, rabbia santa, in quest’opera granitica, un talento indiscusso.”

dalla prefazione di Riccardo Frolloni                                                                             

 

 

In te vedo che ogni parvenza si sperde

di traccia umana e scompare.

Pure noi si è poco più che sgretolarsi di polvere.

 

Qui noi ombre ci cerchiamo per darci

una voce e non domandiamo perché una

mano ponga solo che fine.

**

Proemio II / Fine

 

L’Esodo è stato questo mare:

dal silenzio ai nomi,

dai nomi al silenzio.

 

E’ un passato che si frantima e si speza

tra le tempie. E’ un passato che ritorna e non si

[compie.

Mare, solo mare, solo questo significato. E’ stato

[questo

l’Esodo: essere il viaggio, dalla cellula al nulla

[dal nulla

al nucleo, da un nome all’altro

di ciascuno di voi, preparare la sconfita

perché noi ultimi siamo chi ricorda, siamo chi

[non avrà

capitolo ma una voce. Mare, solo mare (urla

[mare mare

mare fino a diventare mare). Vi canto,

muse mortali, come l’uomo fece a sua immagine

[e somiglianza la materia, i circuiti.

L’Esodo è pure un assedio ad una terra

promessa, è verbo che rimane verbo, verbo che

[infine si incarna

s’immateria e non è mare che ritorna in sé,

[persa la riva,

ma un presente che muore quando si rigenera.

 

“Se è un eroe, non tornerà.

Saprà che ogni terra è promessa”.

 

L’Esodo non è stato questo

perché è e non ha fine.

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive per “Midnight”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.

 

 

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Alessandra PELLIZZARI, Faglie, Puntoacapo 2017

“Vi si colgono i corrugamenti che la tettonica e gli eventi catastrofici avvenuti nei secoli hanno inciso in territori confinanti o lontani e che gli uomini hanno patito e descritto secondo dolore e arte. Dai fiumi di Pompei e dalle grotte del Périgord, fino alle vicissitudini fluviali del Brenta, per esempio, giungono le spinte che governano interrogazione e scrittura. (…) La natura certo non viene mai a mancare, ma per così dire subisce un fuori fuoco di cui siamo pieni responsabili. Per questo, talvolta, sembra di udire una ribellione, quando Pellizzari gratta con unghie e polpastrelli la superficie delle rocce con una scrittura anch’essa ruvida come carta vetrata. E avverte orli e polveri che alimentano i crepuscoli (…)”

(dalla prefazione di Elio Grasso)

 

***

le tue ceneri

alle bocche di porto

strappate alla salsedine

vengono sospinte dalle vele affamate

verso poche braccia di terra

verde incosciente

 

sola

la calamita della bussola

riposa nell’urna

che rammemora la città degli addii, l’ombrosa Lugano

e la diaspora che si scriveva col sangue

sulle mani.

 

appena qualche battito d’ali sulle bricole affogate, ascolta,

ecco le voci di bambini, vibrano

inseguendo i silenzi dell’ora

 

lapidi come leggii macchiati

di muschio iridato:

resine, grumoli di papaveri, stelle, candelabri

che schiumano luci giallastre.

cipressi incastonati

parlano con pietre deposte da mani pietose

per i tracciati di ombre, vociferano

i fogliami, scorze di cortecce

luccica di sale

il marmo.

 

***

ho messo le parentesi invano

al tempo, sillabe ho deposto.

Ci aspettano inverni che la mano

cancella, bandiere che non conosco.

 

Strappi, violenze che s’inscrivono

in un triste confronto, chiaro, losco.

Burattini di un ordine vano

luminoso nel cemento/ bosco.

 

Vago scongiurare ciò che diviene

legge costante infarinata a dolore

acido di palpebre che intride

 

la parola infranta nelle vene.

Dalla parola nasce furore

che assapora il verso, e decide.

 

***

scorrono i verbi sul bordo ancora miniato, si disfano

virgole, niente rispecchia l’interiore affondato tra

conchiglie di morti fangose. Nuovi tropi abitano

lingue sconosciute, sulle anse s’incarna il senso

la memoria dorme sull’orizzonte del foglio.

 

Alessandra Pellizzari, nata a Verona, vive a Venezia. Storico dell’Arte e insegnante, ha pubblicato le seguenti raccolte: “Lettere a cera persa“, Lietocolle 2006, con prefazione di Andrea Zanzotto; “Intermittenze“, libro d’artista con una partitura di Saverio Tasca; 12 testi per l’antologia “12 poetesse italiane“, Nem 2007, “Mutamenti“, Campanotto Editore 2012.

E’ presente con alcuni testi nell’antologia “La mano scrive il suono“, Ed. Eikon, Bucarest, 2014.

 

Antonio NAZZARO, Appunti dal Venezuela 2017: vivere nelle proteste

“Questo libro non intende dare una corretta chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Venezuela, (…) vuole solo gridare e immortalare come fotografia, il dolore lacerante di chi assiste un malato terminale nell’attesa che avvenga un miracolo.”

dalla prefazione di Barbara Stizzoli                                                           

 

“02:00 p.m.

Un Paese intero da due anni in coda. La nascita del contrabbando, los bachaqueros che gestiscono la borsa nera del mangiare.

Qualcuno del Governo dice che le code sono positive perché permettono la socializzazione.

Non sono le sei, la luce del cielo è ancora addormentata come se non avesse aperto gli occhi. Ossessivo passo per il bagno e poi arrivo in cucina, come sempre riscaldo il caffè, mentre preparo quello fresco e accendo il computer. Momento solenne: apro la finestra. Voci irrompono, non si capisce bene cosa dicano, ma il tono e la violenza sono un crescendo. Sirene, arriva la polizia in tenuta anti sommossa.

Il Governo per risolvere il problema delle code vieta alla gente di accamparsi a notte fonda davanti all’entrata dei supermercati e altre misure tutte fino ad oggi finite nel nulla e già dimenticate.

Qui la memoria è un lusso perché distrae dal sopravvivere e si fa la coda.

 

09:00 p.m.

(…) Le ore d’attesa sono pacchi di farina di mais, riso, olio che spariscono in pochi minuti come la dignità.

Caracas in coda

come ti racconto quest’estetica

di code infinite come il tempo dove il marciapiede è tavola bagno e salotto

sotto un sole che imbianca il cielo mentre macchine e camioncini scorrono

spinti da moto suonanti

l’attesa di poter comprare il mangiare di sempre o rivenderlo in un

mercato nero che ha colori d’esercito e polizia

e queste bambine che hanno gli occhi dai sogni di fate e

una violenza che si muove nel ventre

e questi pantaloni corti che dal basso mi puntano

un buco nero grande come il cuore sulla fronte

l’estetica è una perdita d’umanità”

 

Antonio NAZZARO nasce a Torino nel 1963. Poeta, giornalista, traduttore e mediatore culturale. Nel 1982 vengono pubblicate le sue prime poesie in un’antologia. Si trasferisce in Messico dove si diploma come professore di lingua italiana per stranieri. Attualmente vive a Caracas. Nel 2008 diventa coordinatore del Centro Culturale Tina Modotti, ente non profit che promuove l’interscambio culturale italo-venezuelano. Nel 2013 ha scritto la prosa poetica “Odore a. Torino-Caracas senza ritorno”, libro bilingue italo-spagnolo. Ha varie collaborazioni con riviste cartacee e digitali in Italia e Venezuela.

Milo De Angelis: Essere trovati

Se uno ha visto                                                                                              

vuole tornare con ciò che è regalato nella storia

quando l’acqua in segreto diceva

che ci sarà una grande gioia all’inizio:

l’infanzia è più tardi

è quasi al termine, è la stanchezza della mammella

già piena d’ira e di calcolo

su quello che può dare.

 

(da “Somiglianze”, 1976)

 

 

 

 

 

 

 

A fi găsiți

 

Dacă unul a văzut                                                                                             

vrea să se întoarcă cu ceea ce este dăruit în poveste

când apa în secret spunea

că va fi o mare bucurie la început:

copilăria e mai târziu

e aproape la sfârșit, este oboseala mamelei

deja pline de mânie și de calcul

asupra a ceea ce poate da.

(trad. in romeno Marin Mincu, in “Poeți italieni di secolul XX”, Ed. CR, 1988)

Remo Pagnanelli

con la freddezza del bambino ritualistico                                                      

assiste, nella veranda sulla spiaggia, all’ora

del tè giunta sino a noi, allietata dal passaggio

di limpidi cigni che tingono le acque malinconiche

con becchi fioriti di tiglio…………………………………………….

 

C’è un’eclisse tesa e ostile, per nulla impensierita

dalla caligine dei bicchieri e dal torpore iemale

(astronavi e piramidi s’alzano come montagne sacre)

 

Preparativi per la villeggiatura, Ed. Amadeus, 1988

Riccardo Campion, Geografie Private, Puntoacapo, 2016

Zuzu

pentru Agnese                                                              

 

Și-mi vorbești  îmi vorbești dar limba ta

e un consonantic labirintic misteric flaut

eu înțeleg doar un pergament înfășurat

o scriere filamentoasă și plată

un refugiu practic transparent

 

Și-mi spui de o uriașă neexprimată uimire

de pământuri aspre de mese puse

de nume bine alese de atenții

și rețete preferate

 

Noi am fost o eră infinită

un meridian aparte o paralelă

rezervată pentru folosinta și consumul nostru

o casă densă și nocturnă unde

totul era ușor totul era acolo

și zicea ia-mă

acele împunsături trecătoare

acele clipe dilatate

acele voci familiare și răgușite

acel a te simți furnică într-o pâine

caldă și benignă

 

 

Dincolo de jug

 

Și simți strălucirea îndepărtată o simți

în șuieratul care urcă scurt și clar

în oboseala care locuiește orice frunză orice brazdă de pământ

în bufnitura surdă a toporului

 

Simți suflul care emană

dintr-un element chimic necunoscut

adus de pădure

de dincolo de după jug de după munte

dincolo de după moarte

 

 

Prima zi după operație

 

Iubitul meu oraș e plin de șobolani

iar eu sunt pe un pat de spital

 

Ies pe la colțuri de unde se lucrează la drumuri din intunericul

obloanelor și mă gândesc cum aici

studiam cândva

 

În noaptea asta bunicul meu mort în optzeci și cinci

era persoana cea mai aproape de mine

îi auzeam vocea pământie îl întrezăream

desprinzându-se de un perete și așezându-mi-se alături

 

Familia mea a explodat în diverse continente

și am obosit să mă chinui

dacă cine a crescut odată cu mine nu-mi vorbește

dacă craniul meu e crestat și subțire

ca un papirus ca Chile pe atlas

 

Mă gândesc la cine a fost aici înaintea mea

fețe păr mâini corpuri

degradate în mirosul dezinfectantului în haloul

lampioanelor de la fereastră

 

Și vecinul de pat de casă de tejghea

poate doar să-ți surâdă părtaș

și mergem mai departe

trad. Eliza Macadan

 

Riccardo Campion s-a născut la Alessandria în 1966, a studiat literatura rusă și poloneză la Universitatea din Genova este expert în Relații Internaționale. Se ocupă cu precădere de spațiul slav. Traduce din limbile poloneză și bulgară pentru reviste literare italiene.Poeziile traduse pentru Limes Litere fac parte din volumul de debut ”Geografie private”, Puntoacapo, 2016.