Non siamo preparati per le ideologie – quando un essere umano si trova in grande difficoltà, se non riesce a essere capace di farcela da solo, andrà incontro per tutta la vita a nuovi padroni

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Dialogo con Mariano Deidda

Bucarest, novembre 2012, Caffè Negresco

La tua sensibilità ha bisogno ogni tanto, oppure si appoggia ad una certa severità, nella vita quotidiana e professionale? Sei un musicista, quindi vita e professione, vita e arte piuttosto, si confondono, non sai quando una permette all’altra di manifestarsi… racconta un po’ questo rapporto fra I due modi di essere e, magari, il rapporto fra sensibilità e severità.

Sì, è vero, quando si pensa ad un artista, si pensa solo alla sua sensibilità. E’ ovvio che l’artista per natura è sensibile, però, io, molte volte mi impongo di avere anche un certo rigore, nei miei confronti e nei confronti degli altri. Per quale motivo: la letteratura è un ambiente da pochi conosciuto e da molti sconosciuto, quindi, in una certa maniera bisogna attirare l’attenzione di chi sta ascoltando. Io credo soprattutto che quelli che stanno ascoltando debbano avere rispetto di chi sta proponendo qualcosa, perché se io, ad esempio, non mi sento parte di un tipo di religione, o se mi trovo in un luogo dove si sta parlando di una religione che a me non interessa, io per rispetto di quella religione, ascolto e lo faccio con grande attenzione, perché la cosa più importante che riguarda gli esseri umani, che li fa incontrarsi è proprio la capacità di ascolto. Senza la capacità di ascolto non c’è incontro. Nella vita professionale sono severo, soprattutto con me stesso come vorrei che gli altri fossero nei miei confronti.

Qual’è stato il tuo primo amore, poesia o musica?

Credo che sia stata la musica perché ho iniziato da ragazzino con la chittara, un po’ come iniziano tutti I ragazzini, però sono stato attratto subito dalla poesia, dalla forza della parola. Ho amato subito la mitologia greca e quel amore mi ha portato a scoprire tanti altri scrittori, poeti di vari paesi del mondo. Ero molto curioso, curioso di tutto e mi sono interessato anche della storia di vari Paesi, della loro cultura più in generale, della loro evoluzione nel tempo. E’ il caso di Portogallo. Uno di quei Paesi poco conosciuti per le grandi cose, per le bellezze… magari è molto più conosciuto perché ha due grandi squadre di calcio… Lì c’è una quantità impressionante di grandi scrittori, se non sono dei Nobel, escono poco dalle frontiere. Pessoa ha fatto una grande fatica… Saramago, con il suo Nobel è stato un’eccezione… ma pochi conoscono Camoes, che è il Dante del Portogallo… Ci sono poi scrittori delle nuove generazioni, di grandissimo valore, che fuori le frontiere della loro lingua non sono conosciuti.

 

Parliamone un po’ del lato educativo della tua demarche artistica. poi parliamone del messaggio che l’artista Deidda (l’emetitore) trasmette al suo pubblico (il ricevitore) e last but not least, parliamone dell’orientamento del tuo atto artistico – sei uno che ci pensa di continuo al messaggio da trasmettere oppure sei un addetto dell’arte per l’arte (per se stessa).

Tutte le due cose, ma m’interessa molto il messaggio, vado a cercare le profondità, però, maggiormente. Credo che la grande letteratura è il veicolo più interessante per le nuove generazioni, è quello che può aiutarci a sdoganare la nostra intelligenza. Se l’essere umano pensa di migliorare la propria condizione, non deve legarsi alle ideologie oppure pensare come tutti quelli che credono che un certo tipo di democrazia, come quella che abbiamo, che forse è l’unica migliore, fanno un errore clamoroso. Per salvarci dobbiamo avere un enorme capacità critica di tutto e riuscire a esternare l’intelligenza con quale la natura ci ha dotati, ma che non conosciamo veramente e non riusciamo a sfruttarla. Pensiamo sempre che la nostra intelligenza abbia un limite. Non sono d’accordo. La letteratura è, come dicevo, accanto alla tecnologia che abbiamo in mano, la possibilità di tutti di diventare consci del proprio io e della valore del individuo.

Parli molto di linguaggio, di un’epoca quasi immersa nell’oblio per le nuove generazioni. Ami dire che tutto è già stato detto, in grandi parole, nel miglior modo possibile e che adesso abbiamo solo un problema di comprensione. Però, la lingua, specie quella italiana, perché è lo strumento della tua arte. ha sofferto cambiamenti che chiamerei drastici, e questa tendenza va ad ampliarsi, si continua sembra sulla stessa strada… come avrai notato, c’è una nuova scrittura sul sopporto elettronico (ieroglifici elettroinci li chiamerei, quei emoticon del msg, ad esempio). Hai mai pensato che non sarebbe male arrivare alle orecchie dei giovani percorrendo la metà strada fra il loro linguaggio (povero, scarso, inespresivo) e la lingua dei grandi scrittori del passato. Sì, tutto è stato detto in maniera magistrale dagli antichi. Se nei secoli avessero ragionato così, I creatori di cultura, gli scrittori in primis, si sarebbero limitati a epigonizzare I grandi spiriti della cultura letteraria e filosofica dell’umanità …

Sì, di era in era si cambia. C’è come sempre un divario tra le generazioni. Il problema sta nella divulgazione dell’arte letteraria… Ai ragazzini non arriva l’informazione di qualità, perché la divulgazione della buona e grande letteratura rimane ancora una cosa riservata ai pochi, non ai tanti. Le nuove generazioni sono portati da questo attegiamento dei media a snobbare la letteratura, perché non la capiscono. Loro pensano che sia una cosa destinata a pochi. Abbiamo un serio problema, perché I ragazzini di oggi sono gli adulti di domani. Si deve fare sempre la differenza tra ciò che è immortale, universale e ciò che è di oggi, del quotidiano. Ci sono tanti prodotti culturali in circolazione per un giorno, una stagione e che poi spariscono perché non tengono alla prova del tempo. Mi piace credere che anche il futuro darà all’umanità creatori della portata di quelli che noi riteniamo fari della spiritualità.

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Dobbiamo, abbiamo una grossa responsabilità verso I nostri eredi, dobbiamo lasciare ai nostri figli gli strumenti per far fronte ad un futuro che non si intravede né roseo, né facile. In una realtà così, non basta la sensibilità; ci vuole anche forza, resistenza alle provocazioni. Ci vuole più umanità, più coesione. La società attuale è fortemente atomizzata. Per questo, l’individuo è una vittima sicura del e nell’isolamento, della e nella solitudine. Tu, o meglio l’arte che fai, ti permette anche di essere in mezzo alla gente. Hai un potere su quella gente. Un potere che solo tu puoi gestire e usare. Il tuo messaggio va non solo ai cuori, ma anche alla mente del tuo pubblico. Hai mai pensato di impegnarti sul fronte di un certo attivismo che oltrepassi il mondo dello spettacolo, della musica e che si avvicini di più al sociale e, in modo implicito, al politico? I politici di turno ti hanno mai chiesto di uscire in pubblico per loro (nella campagna elettorale di ogni livello)?

Io sono già dentro ad un certo attivismo sociale, perché potrei, invece di fare queste canzoni, fare canzoni che piacessero a tutti e subito, guadagnando così più soldi e non preoccupami del aspetto materiale dell’esistenza. Invece mi accontento di guadagnare meno denaro e di avere una risposta, anche piccola. Quando io in una aula magna di un liceo o di un’università riesco a farmi capire in mezzo a duecento ragazzi o giovani da almeno una decina, è già un successo. Io non andrei mai a esibirmi per un politico e per un’altro. Mi è capitato una volta di avere un invito, ma non per parlare di politica, non alla presenza dei partiti e varie bandiere. Ho fatto una volta un concerto per la Resistenza, in Italia. Sono stato di quelli del SEL(Sinistra, Ecologia e Libertà), di Vendola, mi hanno chiamato di parlare di letteratura in un convegno ed ho chiesto, in cambio, di non avere nessun cartello promozionale del partito, perché non voglio assolutamente essere associato a nessuno. Penso che la cosa peggiore che possa essere capitata a noi umani sono state le ideologie. Non siamo preparati per le ideologie – quando un essere umano si trova in grande difficoltà, se non riesce a essere capace di farcela da solo, andrà incontro per tutta la vita a nuovi padroni; persino quello che gli dirà “vieni dalla mia parte, perché dalla mia è il giusto”, esattamente quello sarà il suo nuovo padrone. Se l’essere umano vuole un futuro migliore per se e la sua razza, deve farcela da solo. Ma la cosa si riferisce al gruppo, non al individuo, perché uno da solo non può, penso all’uno per tutti e a tutti per l’uno. Dobbiamo arrivare a non avere padroni. Questo vuol dire essere intelligenti. Io non sono apolitico, sono contro la politica. Perché considero che la politica non fa nulla per migliorare la condizione del essere umano. Se Platone ha studiato tutte le forme di democrazia e le ha snobbate tutte, a questo punto l’unica possibilità è la nostra intelligenza e forza di esternarla. Così nessuno ti può prendere in giro, potresti morire di fame, ma potresti essere umiliato. La dignità umana dev’essere messa sopra tutto.

Sei credente? Com’era guardata la religione a casa tua, durante l’infanzia?

Io, come la maggioranza degli italiani, sono nato cattolico, I miei genitori mi hanno battezzato nel  rito cattolico. Però, crescendo, mi sono fatto la mia idea della religione, e metto le religioni alla stessa stregua della politica, uguale e identica. L’essere non ha bisogno né della politica, né della religione. Sono solo I due padroni assoluti della nostra anima e del nostro cervello. L’uomo deve riuscire a venire fuori da queste due tenaglie, pinze che stringono forte e fanno male. Però il bisogno di qualche credo, noi umani ce l’abbiamo dentro alla nascita. Io penso che non ci sia bisogno di esternare la religione. Se vuoi credere, se credi in un’ipotetico Dio, bisogna farlo in privato, nell’intimità e basta, senza organizzazioni di nessun genere.

 

Quando hai guardato l’ultima volta le stelle? Quando hai offerto la tua spalla per confortare un tuo simile, diversamente che con la tua musica?

Ogni giorno guardo il cielo. Poi, sono appassionato di astronomia, quindi ho una maggior ragione per farlo. Quando capita l’occasione, offro sempre conforto, con le parole, ma anche con I fatti, con I gesti, sempre.

Dimmi il tuo primo ricordo che hai di tua madre.

Mia madre è venuta a mancare all’età di 35 anni, era molto giovane. Purtroppo, di mia mamma non ho tanti ricordi, perché ero un bambino quando è morta. Vivendo in una terra come la Sardegna, dove la figura del padre è quella che conta molto, perché era lui che prendeva le decisioni, di mia mamma ricordo solo che accudiva noi bambini, stava in casa, e che lavava I pani, lavorava. lavorava e lavorava. Solo questo.

Copyright: LimesLitere 2012 

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