Alessandro Moscè: “Il rapporto con il mondo nasce proprio dal sentire, non dal possedere. E possibilmente dal “sentire insieme”.

ETA'Ne abbiamo parlato a lungo, tre anni fa, in occasione dell’uscita del tuo primo romanzo. E’ stato allora che hai accennato ad un futuro libro, che sarebbe stato una specie di continuazione del precedente. L’età bianca (Avagliano 2016) è anche questo: il secondo volume di un dittico che hai progettato per immortalare la tua esistenza, per salvarla dall’effimero, dalla mancanza di senso.  In che misura pensi che il tuo nuovo romanzo soddisferà il bisogno dei lettori? Quale pensi che sia il messaggio che arriverà a chi lo leggerà?

Non so quale bisogno il romanzo, o meglio questa novel non fiction, trattandosi di una storia autenticamente autobiografica, riuscirà a soddisfare, se mai ci riuscirà. Posso però riportare un aneddoto legato al primo romanzo, Il talento della malattia, uscito da Avagliano quattro anni fa. Alcune persone mi hanno contattato, specie su Facebook, confidandomi che avevo scritto la loro storia. All’inizio questa cosa mi sorprendeva, poi ho capito che cosa il lettore occasionale intendesse dire. Chi ha vissuto un’esperienza dolorosa sulla propria pelle, attraverso il processo fisico e identificativo della malattia (nel mio caso un sarcoma di Ewing contratto a tredici anni), si riconosce nelle atmosfere depressive di un ospedale, nel timore ricorrente di non farcela, nell’ossessione notturna della morte, nel tentativo faticoso di recuperare una vita normale dopo la guarigione, rimanendo, per dirla con Alberto Moravia, dei convalescenti a vita. La propria voce si fa acuminata, si amplifica, come i luoghi nei quali si è sconfinati. Nei momenti in cui la consapevolezza di poter morire prendeva il sopravvento, la mia reazione salvifica contro il “vuoto pneumatico” consisteva nel pensiero felice di un simbolo di forza. Mi ha aiutato molto la figura dell’idolo calcistico di allora, lo stravagante Giorgio Chinaglia, l’attaccante della Lazio. Un famoso giocatore è diventato il viatico per far fronte ai luoghi di reclusione e di separatezza dalla vita, proprio gli ospedali. Il campione come contrassegno della vittoria, uno spazio di leggerezza come naturale antitesi alla malattia, così da annientare il terribile horror vacui. Gli americani chiamano questo processo di redenzione la “motivazione antagonista”. Nel secondo romanzo subentra l’amore, ma i temi salienti che avevano caratterizzato il primo, rimangono una seconda pelle, un marchio.

Elena, il personaggio femminile della storia narrata ne L’età bianca, è anche una specie di miraggio dell’adolescenza, il primo tempo in cui l’essere umano sviluppa una coscienza di sé. Quanto di quell’età ci rimane attraversando gli anni, e soprattutto in che modo, sotto quale forma? E’ nell’adolescenza che si progettano gli ideali dell’individuo o almeno si tracciano le prime bozze di quello che si vuole fare da grandi. La domanda rivolta ai bambini, “cosa farai da grande”, riceve una risposta nell’adolescenza? Ora: sapeva l’adolescente Alessandro che da grande avrebbe fatto lo scrittore e il giornalista? Oppure sapeva solo che anche da grande avrebbe pensato alla Elena che gli sfuggì, che non rispose alla sua richiesta d’amore?

Dell’età adolescenziale rimane ciò che ha rappresentato e che è racchiuso nella figura di Elena, la ragazza nel frattempo diventata donna: l’età della spensieratezza, del dopo la malattia, quindi della scoperta del mondo, dell’impatto con la fisicità ecc. Parafrasando Ernest Hemingway si potrebbe dire: “Avere un cuore da bambino non è una vergogna. E’ un onore. Un uomo deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere. Ma non gli si deve dire come un rimprovero che ha conservato un cuore da bambino, un’onestà da bambino, una freschezza e una nobiltà da bambino”. E’ una frase che cito spesso, perché mi dà la misura dell’uomo che non scende a compromessi, che fa della limpidezza la sua cartina di tornasole, la sua radice di senso in ogni gesto, in ogni nostalgia. Una resistenza al reale che si comprime elevando i sentimenti, un filo emozionale. Da adolescente non sapevo che cosa avrei fatto da grande e non ci pensavo neanche. Sapevo, però, che avrei scritto in uno stato di necessità. Ho sempre scritto, anche dal letto dell’Istituto Ortopedico Rizzoli dove sono stato ricoverato a lungo. Scrivevo lettere che non spedivo a Giorgio Chinaglia. Esaltavo le sue gesta di campione inimitabile, battagliero e controcorrente. Elena è sempre stata una raffigurazione dell’amore, non solo una donna in carne ed ossa. Il piacere di tornare indietro nasconde l’illusione che nell’incontro possa nascondersi la possibilità di vivere una seconda adolescenza con il distacco e l’esperienza necessari per ripensare la malattia e l’amore. Solo l’adolescenza, però, resta un’età eterna. Uno scrittore non può diventare un adulto fino in fondo, perché sarebbe banale nel suo conformismo. Il bambino e l’adolescente, invece, sono sempre fieri, invulnerabili, trasgressivi. E’ questo il paradigma del fanciullino di Pascoli, che guarda tutte le cose con stupore e meraviglia, che non coglie i rapporti logici di causa ed effetto, ma intuisce e riempie gli oggetti della propria immaginazione e dei propri ricordi.

 Questo è un periodo in cui rileggo due autori che amo moltissimo e che appartengono a famiglie letterarie e culturali completamente diverse: uno è Elias Canetti e l’altro è Nikos Kazantzakis. Canetti diceva delle donne: “Non vince la donna che corre dietro, né quella che scappa, ma quella che aspetta”. Elena sarebbe una perdente, stando a questa classificazione? E’ ancora più interessante un’altra frase di Canetti: “I veri scrittori incontrano i loro personaggi dopo averli creati”. Cosa ne pensi di questa riflessione? Questo ti metterà nella condizione di classificare il tuo libro: è un’autobiografia con la quale cerchi di “salvare dall’oblio figure care della tua vita”, così come Canetti ha fatto con La lingua salvata,  Il frutto del fuoco, Il gioco degli occhi e Party sotto le bombe, oppure è un romanzo?

Non so se vinca la donna che corre o che scappa, o quella che aspetta. Con Elena fu un amore mancato, come succede spesso durante l’adolescenza, eppure contornato di una malinconia dolce, senza risentimento o avversità. Elena non è una perdente, ma una donna che si mette in discussione, che esce dai canoni prestabiliti della coppia con i suoi rituali che si ripetono incessantemente e che finiscono per stancare. E’ solo in cerca di una scossa che le consegni energia, un’età svanita, inespressa. In Elena, ad un certo punto, vince il piacere della trasgressione che spesso è connessa solo all’uomo e non alla donna, che viceversa si vorrebbe lineare, amorfa nel tempo. Gli scrittori incontrano davvero i personaggi dopo averli creati. Elena è anche una protagonista di carta, un simbolo, un’icona adolescenziale, come dicevo. Giorgio Saviane era solito affermare che uno scrittore inventa i fatti che vive. L’età bianca, in questa ottica, è senz’altro un’autobiografia e non un romanzo. Una narrazione molecolare che procede accumulando fatti e considerazioni, il tempo perduto, complesso, onnipresente, come l’inconscio e la morte. E’ un’interrogazione esistenziale con accensioni metafisiche, evocative, tanto che l’io narrante, nel capitolo iniziale del libro, immagina che Elena sia addirittura la morte, quindi un proposito di scontro e non di conciliazione.

 Quanto a Kazantzakis, si sa che è stato un grande spirito, un erudito, ma anche colui che si definisce un homme engagé o meglio un uomo d’azione.
Egli diceva: “Un uomo vero è quello che resiste, che lotta e che non ha paura di dire di no nemmeno a Dio”. A cosa e a chi dici di no Alessandro Moscè, in questo periodo buio che attraversa l’umanità?

Dico di no alla politica refrattaria alla meritocrazia, sia negli schieramenti di destra che di sinistra, ad una resistenza ideologica e falsamente civile. Dico di no alle divise, alle fazioni, a chi si separa per un antagonismo arbitrario, totalmente privo di buon senso. Dico di no alla dissipazione di ogni valore culturale che ha finito per accrescere in modo metastatico la caccia al profitto. Dico di no all’egotismo dei nostri tempi e all’ipervisività che ha accantonato ogni approfondimento. Viviamo nell’era tecnologica dello short message che ci rende stereotipati e inespressivi, vuoti. Chi rimarrà colto, erudito, perché si capisca che tra la produzione e il consumo di beni materiali c’è spazio anche per l’etica del giudizio, per il valore del passato, della memoria come garanzia di libertà? Esiste una parola interiore che sembra dimenticata, apparentemente estromessa. Ma il rapporto con il mondo nasce proprio dal sentire, non dal possedere. E possibilmente dal “sentire insieme”.

                                                                                                                                                      Eliza Macadan

A.MOSCE' 5Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli  2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008) e Hotel della notte (Aragno 2013). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Francia, Spagna, Venezuela e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com.

Advertisements

One thought on “Alessandro Moscè: “Il rapporto con il mondo nasce proprio dal sentire, non dal possedere. E possibilmente dal “sentire insieme”.

  1. Pingback: Alessandro Moscè: “Il rapporto con il mondo nasce proprio dal sentire, non dal possedere. E possibilmente dal “sentire insieme”. — LimesLitere | Cosmopoli

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s