Peregrinando tra i sentimenti

ETA' Alessandro Moscè non è solo un poeta lirico e un critico che si è occupato del secondo Novecento, ma anche un narratore anomalo rispetto ai più che pubblicano. Lo dimostra pienamente con questo secondo romanzo, L’età bianca (Avagliano 2016), dove mette in luce, autobiograficamente, la sua personalità: un ex bambino malato, un ragazzo cresciuto nella provincia leopardiana (le Marche), un uomo che insegue malinconicamente il suo passato. L’età bianca è l’età adolescenziale attraversata dal mito di Giorgio Chinaglia, l’attaccante della Lazio rissoso e indomabile, e da un amore tenero e irrisolto, Elena, che dopo trent’anni torna a spalancargli il presente, come se in un certo senso racchiudesse lo stesso trascorso, lo confezionasse e lo consegnasse all’oggi. La sua narrativa ambienta un’anima, perché Alessandro Moscè parla mediante la vocazione a raccontare la vita interiore di stampo moraviano. Non è un caso che sia stato un grande lettore di Moravia in gioventù, e di un minore, Giorgio Saviane, che sulla ricerca di Dio ha impostato tutta la ricerca narrativa. Moscè tende anche a Dio e lo vede sotto forma di donna, di chiesa, di intenzione (la preghiera). Lo stile è elaborato, come quello di chiunque scriva di sé e cerchi di essere il dirimpettaio del proprio io, di spiarlo, di farlo uscire allo scoperto tralasciando ogni supponenza. Eppure non è tutto, perché L’età bianca non ci sembra il classico romanzo di formazione, come sembrerebbe ad una prima occhiata. A.MOSCE' 2Moscè esce dai confini del bildungsroman menzionando la cronaca di un infausto 1983 (la sparizione di Emanuela Orlandi), i nostri giorni con il caso Ruby, con le mode metropolitane. Inoltre descrive la malattia che contrasse proprio nel 1983, il sarcoma di Ewing. Ma non lo fa solo cogliendo gli aspetti personali del proprio vissuto in un ospedale dove i ricoverati erano dei bambini. Innesta un linguaggio scientifico per far capire cos’è realmente un sarcoma, come si curava allora e come si cura, con più successo, nel Duemila, tanto che le percentuali di guarigione sono molto più alte. Qualcuno pensa che il romanzo sia morto. Noi pensiamo che non lo sia affatto: L’età bianca è il sigillo che conserva il genere, un genere (la non fiction). Moscè usa anche la prosa d’arte per un’affettività che lo riporta ai luoghi e alle situazioni del poeta. Il suo mondo si pone in ascolto di una corrispondenza e la trova peregrinando tra i suoi cari: il già citato Chinaglia, Luciano Re Cecconi (altro giocatore della Lazio morto per un’incredibile fatalità), nonno Ernesto, zia Mariella, suor Melania ecc. Lo scrittore si scioglie e l’interrogazione sul tutto diventa un sentimento commovente di echi e di mani tese.

Stefano Bernardi

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