Marco CONTI: Le gazze

Venni svegliato prima del solito dai versi secchi e sgradevoli delle gazze. Dico al plurale perché intorno alla mia casa in quel periodo ce n’erano almeno otto. Ma quel mattino erano in due che volavano intorno ad un cedro e a un pruno, senza mai smettere di gracchiare. Aprii la porta, feci  qualche passo nel cortile e subito entrambi gli uccelli volarono più lontano. Rientrai  ed eccole nuovamente sui rami rossicci di un pruno che costeggia il viale d’ingresso. Erano agitate. Mentre bolliva il tè, tagliai a pezzetti un po’ di carne in scatola per la ciotola della gatta. Misi è piccola e agile. Ogni mattina quando mi alzo, mi segue passo a passo aspettando che le apra la porta. Io tergiverso un po’ con il cibo, ma so che, conclusa la mia toilette, si metterà a sedere accanto alla porta. Tutti i giorni a meno che sia in partenza. In quel caso Misi lo capisce già la sera prima quando preparo gli abiti. Ma quel giorno non ero in partenza. Aspettava pazientemente accoccolata a fianco dello stipite della porta che finissi di lavarmi.  Appena uscito dal bagno mi precedette e scivolando via come un’onda arrivò all’ingresso. Solo allora si voltò verso di me. Strizzai gli occhi come fanno i gatti perché è un segno di amicizia. La aprii. La gatta si fermò sullo stuoino, si fece le unghie, poi puntò la sua attenzione su un cespuglio fittissimo e verde che intreccia il bosso con l’edera. Stavo spalmando la seconda fetta di pane tostato quando sentii un crescendo di versi gutturali e paurosi. Le due gazze ora erano sopra il bosso. Si sarebbe detto che volessero attaccare la gatta che, però, ancora non vedevo. Un momento dopo Misi  spuntò dalla siepe e si avvitò nell’aria con le zampe anteriori protese per afferrare l’uccello più vicino. A vuoto.  Rientrai e il telefono cominciò a squillare.

Non ebbi il tempo di dire il mio nome. Disse subito il suo. Se mi ricordavo di lei non lo sapevo, ma ad ogni modo avevo in mente un viso e le parlai  immaginandomela così, gesti, sorrisi e naturalmente ciò che avevamo vissuto. Poca cosa, ma la voce rideva e io con lei. Guardavo dalla finestra la fronda del pruno e ascoltavo un racconto di cui ero il protagonista. Lei era stupita, davvero stupita, che sposandomi, dieci anni prima, non le avessi detto niente.

“Non dico che mi dovessi  invitare a nozze, che sarebbe stato troppo…”.  Lasciò in sospeso la frase. Ma non c’era ironia. Siccome avevo già divorziato, glielo dissi e lei per un attimo rimase in silenzio. Fu solo un attimo. Il tempo di vedere che sul ciglio del sentiero, nell’aiuola, un uccello senza coda si dibatteva lanciando grida di aiuto. Intanto, all’altro capo del telefono lei sembrava imbarazzata. Eravamo ad una impasse e il punto, da quel che intuivo, non era che io “avevo già divorziato”.

“E tu?”, chiesi con la voce allegra mentre le gazze gracchiavano intorno al loro piccolo. Una delle due si era sistemata sul ramo più basso, l’altra planava, distoglieva l’attenzione della gatta lanciandosi in voli radenti sempre più vicini.

“Ho avuto un figlio”, disse, e come se la cosa in realtà non avesse importanza, tornò sul punto e ripeté: “Sì, però avresti dovuto dirmelo”. Pensava al mio matrimonio. Io pensavo che stavo immaginandomi una ragazza e invece per forza di cose stavo parlando con una donna e neppure tanto giovane.

Una volta eravamo rimasti chiusi sul balcone della casa di una sua amica che aveva rotto la serratura. Il davanzale era separato dall’appartamento da una porta che aveva solo un lunotto di vetro in alto e dava sul retro di un edificio e su un condominio fitto di biancheria stesa, paraboliche, teli di plastica. Dall’altra parte della porta venivano grida selvagge di incoraggiamento e risate mentre l’amica provava e riprovava, trafficava con una chiave, poi con un cacciavite. Alla fine l’amica rinunciò. Gridò che avrebbe telefonato al fabbro. Poi non sentimmo più niente, salvo i saluti di qualche amico che lasciava la festa. Non avevamo granché da dirci. Finimmo insieme l’Aperol che mi ritrovavo in mano guardando i balconi del condominio. Non faceva freddo. Le proposi di indovinare chi abitava gli appartamenti secondo la biancheria e le suppellettili che si trovavano fuori. Mi guardò con le labbra leggermente socchiuse per lo stupore. “Dicevo solo così…”

Lori indietreggiò e si appoggiò alla balaustra. Aveva un vestito leggero tempestato di fiorellini rossi e marroni che le disegnavano il corpo fino alle ginocchia.

“Se per esempio prendi quelli lì sotto…”, e indicai due fila di magliette stinte coi colori di una squadra di calcio…Fece una smorfia.

“Hai dei begli occhi” le dissi.

“Li vuoi?”

L’amica arrivò solo un’ora dopo con un piedediporco arrugginito e fece saltare la serratura. Eravamo accucciati in un angolo e avevamo freddo. Lori mi rimproverava l’irruenza.

“Potevi essere più gentile”, aveva detto. Si gettò nelle braccia dell’amica, poi guardandomi sorrisero entrambe.  Uscimmo insieme la sera dopo, poi Lori non si fece vedere per più di una settimana. Quando ci incontrammo di nuovo quasi non la riconobbi.

“Non trovavi anche tu che fossero troppo strette?” Parlava delle sue labbra. La sua bocca  adesso era perfetta anche se risultava un po’ gonfia e sorridente senza volerlo. Aveva i capelli ramati e lisci e una luce negli occhi. Il suo cellulare squillava in continuazione. La sera dopo arrivai all’appuntamento in ritardo e Lori non c’era più. Non telefonò. Non la cercai.

“Quel balcone me lo sono sognato più di una volta” le dissi. Volevo ricordare con lei questa storia che, lì per lì, mi sembrava anche l’unica cosa piacevole del nostro breve incontro e gliela raccontai. Ma voleva sapere con chi mi ero sposato e perché mai l’avevo lasciata. “E poi non credo di essere mai stata con te su un balcone in casa di amici”, buttò lì.

Doveva essere un po’ sfasata.

La gatta non aveva ancora visto il piccolo caduto dal nido delle gazze. Oppure, se l’aveva visto, non era tanto vorace come credevo. Magari anche i gatti facevano deroghe all’istinto. Le gazze intanto erano scomparse. Soltanto il piccolo cercava di volare ma non si sollevava neppure di un centimetro. Caracollava come una barchetta di qua e di là . Spostandosi a casaccio era arrivato quasi sul vialetto di cemento e adesso girava su se stesso a forza di remare nella terra battendo velocemente i mozziconi delle ali.

“Senti – fece Lori – non è che siccome ti ho chiamato al telefono devi mettermi in imbarazzo con queste cose e inventarti anche il porno sul balcone”.

“Inventarmi cosa?”

“Senti , non so di che cazzo parli…”

“Poco prima di scomparire del tutto, prima dell’operazione” dissi quasi sottovoce con tutta la gentilezza che mi riusciva. Il silenzio all’altro capo si prolungò. “Non ho mai capito – disse Lori – perché dopo l’incidente in auto hai fatto finta che la nostra fosse la storia di una sera. Ti ho aspettato finché ho potuto, finché non ho visto quella piccoletta che parcheggiava tutte le sere la Citroen davanti al tuo cancello”.

“Lori…”

“Non mi hai mai chiamato così”.

Ci accordammo sul nome. Il suo non era Loredana, detta Lori. Il suo era Lorena e ci eravamo conosciuti quando lei faceva ancora l’autostop. Le avevo dato un passaggio e dopo averla lasciata sul marciapiede di casa, ci eravamo visti in birreria. Era un’altra storia, perlomeno fino al mio incidente.

Misi era ora salita sul bracciolo del divano accanto al telefono e si strusciava sul bordo della finestra aperta. Dissi a Lorena che dovevamo vederci.

Il piccolo della gazza era finito in una buca del prato. Sembrava disperato. Lorena voleva essere sicura che mi ricordassi di lei. Io avevo avuto un incidente d’auto e a sentire lei l’avevo lasciata subito dopo con la più totale indifferenza. Per quanto la storia fosse agli inizi, disse, non se lo aspettava. Ma secondo me aveva sbagliato persona. Dissi che dovevo salvare il piccolo di una gazza. Poteva lasciarmi il suo numero? Improvvisamente non sentii più la sua voce. Forse aveva capito che si era sbagliata o forse pensava che la storia della gazza fosse una scusa.

Chiusi la porta e la finestra di casa. Misi mi guardò con gli occhi sgranati mentre tenevo la gazza nel cavo della mano. La sollevai con cautela, le ali sbattevano furiosamente. Il becco era enorme, aperto e rosso. La posai su un intrico di rami. Magari da lì le gazze adulte potevano aiutarla.

Tratto da un libro di racconti brevi, di prossima uscita.

 

ContiMarco Conti – poeta e scrittore piemontese è autore di varie opere interamente dominate dall’interesse per la parola poetica, la tradizione narrativa orale e la critica letteraria.

Ha scritto i libri di poesia “La mano scrive il suono”( con 33 disegni originali di Martha Nieuwenhuijs), Pulcinoelefante, 2012 ;  “Sei variazioni assonanti” Cortocircuito,  Joker, 2008; “L’ospitalità dell’aria”, Campanotto, 1999; “Stellato chiaro”, Crocetti, 1986; ha pubblicato inoltre il poemetto “Via delle fabbriche” in  “Biella e il Biellese terra narrata”, Viennepierre Edizioni 2007;  e “Poesie” in Scarto Minimo, Panda, 1987. Ha tradotto dal francese la poesia di  Joyce Mansour  (“L’Eros Mansour”, prima traduzione italiana e introduzione all’opera, in Poesia, Crocetti, 1999) e  di Pierre Reverdy,  (“Questi giorni misteriosi”, introduzione e traduzione in  “La mosca di Milano” 2008).  

Nell’ambito della critica letteraria si è occupato di vari autori italiani e stranieri. Tra i più recenti: “Pennati: la poesia dell’immanenza”, La Clessidra, 2012; “L’immaginario e la materia, quattro emblemi nella poesia di Alfredo De Palchi”, La Clessidra, 2011; “Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto” in “Il clamoroso non incominciar neppure”, a cura di M. Masoero e G. Olivero, atti del convegno dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale, Centro Studi Gozzano Pavese, Edizioni dell’Orso, 2010; “Beckett sulla spiaggia”, in AA.VV. “Percorsi nell’opera di Samuel Beckett” a cura di S. Montalto, Joker 2009; “Amelia Rosselli: Il desiderio e la follia” in La Mosca di Milano, 2007; “L’eccesso del canto. Poesie sul vino e sull’ebbrezza dall’antica Grecia ad oggi” in collaborazione con Giancarla Savino (ed. fuori commercio), 2005.

Ha scritto inoltre sulla poesia di Milo De Angelis, Emanuel Carnevali, Lorenzo Calogero, Eugenio Montale, Éugene Guillevic. Suoi articoli di critica letteraria sono compresi nella bibliografia dell’antologia “La poesia italiana dal 1960 ad oggi” (a cura di Daniele Piccini, Rizzoli, 2005). Ha curato la raccolta delle liriche di Corrado Bianchetto Songia, “La chiave a scheletro”, Firenze Libri, 2007.

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