Hotel della notte di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry 2018)

Sul piano tematico, l’analisi del quotidiano e dei suoi particolari inappariscenti è, mi pare, la nota elettiva della poesia di Alessandro Moscè: non semplice spunto o occasione, ma suo principio essenziale, che si sviluppa in piano come in profondità.

In altre parole, l’esattezza emotiva e l’indagine psicologica che informano le campate di Hotel della notte hanno il loro veicolo espressivo privilegiato nell’allestimento di una minutissima partitura di dettagli, a dare del reale una rappresentazione tanto più netta quanto più mossa e analitica.

Poi, con una lucida intelligenza del dolore e con un pessimismo la cui secchezza respinge ogni compiacimento, Moscè si sofferma nelle cupe stazioni del nostro pellegrinaggio esistenziale. Al riguardo, mi preme rilevare come il sarcasmo (in ogni caso misurato) non escluda la tenerezza, il buio non cancelli del tutto la luce.

Sul versante compositivo, agli slarghi narrativi succedono testi fortemente ellittici; alla costruzione di ben definiti personaggi s’alterna la messa a fuoco, mai narcisistica, delle tranches meno nobili (perciò tipiche e interpersonali) delle vicende dei «biografati». Inoltre, la ricerca di una pronuncia ben scandita e decisiva (soprattutto in clausola) interferisce con la tendenza opposta di ricorrere a lacerti di discorsi quasi colti al volo: frasi o parole d’altri, spesso formulari o consunte dall’uso, sono avocate, nella loro irriducibilità, a nucleo germinale di una parte consistente della sua poesia.

Ne viene la tensione al disvelamento di un senso che pare abiti al di fuori del claustrofobico «essere-in-situazione»: o almeno, mi riesce così di interpretare il grottesco e la vocazione allo straniamento che informano alcuni testi.

Qualche parola ancora in merito al particolarissimo ruolo del soggetto, che non rinuncia al proprio compito ordinatore e che non si ostina sistematicamente a nascondersi dietro una o più maschere (anche se molte voci verbali sono coniugate alla seconda persona singolare); piuttosto, in una sorta di figura intermedia tra l’io lirico tradizionale e la sua cancellazione, si pone sempre di sbieco rispetto al mondo e a se stesso, osservati entrambi col medesimo sguardo e tradotti con la medesima pronuncia.

L’autore si dà così di poter assumere, d’improvviso, impresumibili tonalità etiche – un ethos sempre improntato alla prassi, dell’amore come della vita in genere.

Per questa via, gli riesce di sventare il rischio del feticismo letterario (coerentemente con certe sue prese di posizione nei riguardi del mondo delle lettere italiane): ciò che si contrappone al nulla non è il tutto, è il poco; e non c’è riconoscimento reciproco senza l’esercizio indispensabile della pietà.

Giovanni Turra

 

Il giorno di Santo Stefano

 

Mi sono affacciato sul balcone

mentre la ragazza bionda pedalava

stretta nella sua tuta blu.

Il cappuccio sui capelli mi faceva tenerezza

e volevo scendere le scale,

dirle di salire al piano di sopra.

Volevo offrirle un caffè, dei biscotti,

darle un asciugamano,

farle un massaggio sulle spalle.

Sarei stato con lei sul divano

a guardare un film di Tati

fino a tarda notte.

Ma non si può curare mai

un pomeriggio sghembo

quando i conti non tornano,

quando il desiderio non ha durata

tra chi non si conosce

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