LA DIVA DELLA DOLCE VITA FINISCE IN UN ROMANZO E TORNA GIOVANE

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) è un romanzo particolare, che sfida le regole del tempo e dello spazio. Alessandro Moscè ha raccontato la vecchiaia e la morte, ma non lo ha fatto come se dovesse seguire pedissequamente lo strazio di una fine annunciata. Siccome è un poeta di valore, non si è limitato ad una registrazione di fatti, ma ha romanzato l’esistenza di Anita Ekberg e ha aggiunto una dimensione onirica che porta l’ex diva nientemeno che alla rinascita. Come farebbe Federico Fellini, Moscè è tentato dal sondare la vita oltre la vita. La grande Anita Ekberg, che fu la donna più bella del mondo, è ormai anziana e malata. Vive in una casa di riposo nei pressi di Roma dove trascorre gli ultimi anni della sua esistenza camminando appoggiata a delle stampelle e poi costretta a muoversi su una carrozzina, dimenticata da tutti. Moscè le restituisce “la dolce vita”, perché una volta deceduta la bella svedese ritorna ventenne e in un viaggio terreno da Rimini a Roma avrà ancora la veste dorata, forse di nuovo attraverso il grande schermo che la rese celebre. Tutto ricomincerà da capo, chissà dove. Cosa può pretendere di più che la giovinezza, una donna che fu notissima protagonista della pellicola in cui camminò dentro la Fontana di Trevi guardata come una dea dall’incredulo Marcello Mastroianni? Il romanzo di Moscè si arricchisce di anomali personaggi che cercano una verità ultraterrena: un curioso giornalista, un pianista in pensione, una vecchia che racconta la resistenza partigiana a cui prese parte il marito, un prete che beve e fa sedute spiritiche. Il linguaggio di Moscè è lirico, ma a ben poco della prosa poetica. La sua è una narrazione densa, dove il pensiero ossessivo della malata fa da sfondo al desiderio di non rassegnarsi all’avverso destino. Lo ha detto proprio Moscè che il romanzo deve spiegare, non solo descrivere. La narrazione di idee prevale sul plot che sviluppa una storia secondo tappe cronologiche. In fondo l’idea genera i fatti e a questo punto non può non subentrare il senso metafisico, escatologico della vita. La nevrosi di Anita Ekberg, nella sua intemperanza psichica, non esclude neppure la dimensione erotica, tanto che la donna ricorda, in un’intervista fattale da Salvatore Quasimodo, il mito della sensualità, quando il poeta la definiva con strane formule: “regina dei giardini dei Borgia”, “cortigiana del novelliere”, “Venere del Botticelli”. Anita Ekberg è stata una donna carnale, passionale, seppure volesse superare l’icona di donna del sesso e assumere la veste, inusuale, di donna acuta e sensibile, “che non va solo a fare l’amore”. Alessandro Moscè, riesumandola, le ridà vigore, corpo, annullando ogni malinconia, con un finale a sorpresa davvero molto originale.

Elisabetta Monti

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