Davide ZIZZA – Un inedito

Panama

Il vecchio artigiano di Pile intreccia,

fra unghie e dita, sottilissimi fili

di toquilla per un panama grezzo

da vendere al cappellaio della città.

In quel villaggio sui muri come in costruzione

resta scoperto il rosso del mattone,

ragazzi giocano in una strada di fango

o vanno a scuola (scrivono sul quaderno,

lo zaino a far da banco),

mentre il vecchio insegna ai suoi nipoti

l’arte di consumarsi mani e torace

ripiegato sul ceppo, con un cuscino,

per dare forma al cappello.

© Inedito

© Davide Zizza

Davide Zizza è nato a Crotone nel 1976, si è laureato in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sul Tristran di Béroul. È autore di una plaquette, Mediterraneo (2000), e di due raccolte di poesie, Dipinti & Introspettive (Rupe Mutevole, 2011) e Ruah (Edizioni Ensemble, 2016). Ha pubblicato il breve saggio La lettura e la scrittura come etiche dell’ascolto, presente nel volume collettaneo Ascolto per scrivere (Fara Editore, 2014). In Grecia sono apparsi alcuni suoi articoli su Salvatore Quasimodo, Jules Laforgue e Robert Lowell.
Le sue poesie sono state pubblicate in alcune antologie e ha articoli o note di lettura su Poetarum Silva, L’Estroverso e Patria Letteratura.

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CRISTINA CAMPO: IL SIMBOLO E L’ASSENZA

Fra Bologna e Firenze

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria, Maria Angelica, Marcella, Cristina Guerrini, nasce a Bologna il 29 aprile del 1923 da Guido ed Emilia Putti. Guido Guerrini proviene da una generazione di fattori fino al padre Pietro che compie il salto sociale sposando la Contessa Geltrude Abbondanzi, maggiore di lui di quindici anni, che alla morte lo lascia erede di tutto il suo patrimonio. Pietro sposa in seconde nozze Antonia Santucci dalla quale ha sei figli, fra cui Guido. La famiglia Putti è invece una delle più illustri di Bologna, il fratello di Emilia, Vittorio, è un ortopedico conosciuto a livello internazionale, direttore dal 1915 in poi del famoso ospedale Rizzoli. Vittoria nasce con una malformazione cardiaca: il piccolo condotto che mette in comunicazione i due ventricoli del cuore durante la vita fetale e che si chiude entro le ventiquattro ore dalla nascita in lei rimane aperto, il suo cuore è sotto sforzo e quindi in continuo affanno. La bambina cresce stentatamente e si ammala con facilità; nel 1938 subisce la prima operazione chirurgica per la chiusura del dotto di Botallo, intervento che nel tempo diventerà di routine. La salute fragile finisce per isolarla dal contesto dei suoi coetanei e la sua infanzia scorre essenzialmente fra gli adulti. All’interno della sua famiglia si respira arte e cultura, il padre è un apprezzato maestro di musica, compositore e direttore di Conservatorio, la madre una brava pianista, la stessa Cristina sarà una raffinata dilettante di piano; la sua formazione scolastica si perfeziona con un’adeguata preparazione privata. Agli anni infantili risale il suo incontro con la fiaba, universo di cui svelerà le trascendenti simbologie e che frequenterà e maturerà con lo studio dell’opera di Hofmannsthal.

La giovinezza di Cristina trascorre a Firenze, dove il padre è stato chiamato a dirigere il Conservatorio Cherubini e dove la famiglia vive il dramma della guerra: le privazioni, i disagi, la sofferenza personale e quella dei propri simili, fino all’arresto e all’internamento in un campo di concentramento di Guido Guerrini che sarà liberato solo nel 1947. A Firenze la poetessa frequenta le voci più significative dell’ambiente culturale, primo fra cui i germanisti Leone Traverso e Gabriella Bemporad, le amiche letterate Margherita Dalmati e Margherita Pieracci, che in seguito curerà tutte le sue opere, e il poeta Mario Luzi con il quale la giovane Cristina intraprende un rapporto d’affetto che va oltre la semplice amicizia, ma che non potrà mai concretizzarsi in altro dal momento che il poeta è già sposato.

Il trasferimento a Roma

Nel 1955 la famiglia Guerrini si trasferisce nella Capitale. All’inizio Cristina reagisce al cambiamento con crisi di malumore, Roma non le piace, vi si sente aggrovigliata, soffre di agorafobia e di insonnia, compie lunghe passeggiate notturne, fino a quando, poco per volta, riesce ad armonizzarsi con la città e con i suoi luoghi. A Roma conosce Maria Bellonci ed Elsa Morante ma le frequenta poco, si lega invece di sincera amicizia con Ignazio Silone e conosce Corrado Alvaro, ormai quasi alla fine dei suoi giorni. Il 1956 è  l’anno in cui viene pubblicata dalle Edizioni All’Insegna del Pesce d’Oro la sua prima raccolta di poesie, Passo d’addio, che accorpa undici testi scritti fra il ’54 e il ’55; il libro passa inosservato nell’ambiente culturale militante, ma questo lascia indifferente l’autrice che ha scelto di rimanere “isolata” all’interno di tale cultura.

Verso la fine degli anni cinquanta inizia un lungo sodalizio con lo studioso orientalista e scrittore Elémire Zolla, marito della poetessa Maria Luisa Spaziani, che le resterà vicino sino alla prematura morte. Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo dunque è marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. L’impronta intellettualmente elitaria dovuta alla frequentazione di una cerchia ristretta di amici la porta ad incontrare difficoltà ed incomprensioni, fino ad un contrasto aperto con la scrittrice Anna Banti, allora direttrice della rivista “Paragone” alla quale Campo collaborava e dove aveva pubblicato la sua traduzione delle poesie di John Donne. Cristina Campo, nonché poetessa, è fine autrice di saggi, fiabe, epistolari, e inoltre traduttrice di testi dell’aria anglosassone, fra cui Virginia Wolf, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e il già citato Donne. Considera la traduzione un rito, un gesto sacro, poiché significa far rivivere in una nuova lingua le emozioni e le tensioni che il poeta ha espresso, una mediazione dunque che necessita della totale aderenza allo spirito dell’autore.

Il simbolo e l’assenza

Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico, che va dalla solennità del rito bizantino all’esternazione di una liturgia segnata dalla spiritualità cristiana, segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito ed il rito.

Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Speranza che per la poetessa non va ascritta nel registro delle illusioni mondane, ma piuttosto nella concezione del “consegnarsi” ad una Fede che oltrepassa la misura del quotidiano. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più idoneamente appropriati alla sua sete di assoluto.

Amore, oggi il tuo nome/al mio labbro è sfuggito/come al piede l’ultimo gradino…” Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Questo di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “Assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

 “Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. E altrove dice: “Ci sono due mondi ed io vengo dall’altro“.  Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il “cosmo simbolico” di Campo, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’ottocento sia con accurati ed originali saggi.

Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell’uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo. Il simbolo della fiaba è il dolore per le prove a cui sono sottoposti i protagonisti, è l’allusione ad un destino intricato disegnato dalla Volontà Divina. Il tempo che vive Cristina Campo è da lei definito “il tempo in cui tutto vien meno” ed è dunque nell’Assenza di tutto ciò che appare la spinta verso la dimensione spirituale che si compie nel silenzio.

Cristina Campo scompare nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva ancora capito il ruolo

Anna Maria Bonfiglio 

© Anna Maria Bonfiglio

Anna Maria Bonfiglio, agrigentina per nascita, risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario. Ha collaborato con i settimanali del gruppo Rizzoli e GVE , con i mensili SiciliaTempo e Insicilia ,con la rivista Silarus e con molti altri periodici per i quali ha redatto recensioni e articoli. E’ stata per nove anni presidente dell’Associazione Scrittori e Artisti, ha diretto il periodico Insieme nell’arte e il giornale online Quattrocanti e ha curato con prefazioni e note di lettura antologie e raccolte di versi. Ha pubblicato diverse sillogi di poesia, i romanzi brevi La verità nel cuore  e Scelta d’amore e i saggi: A cuore scalzo-La vita negata di Antonia Pozzi(CFR Edizioni), La vicenda di gioia e di dolore nell’opera di Camillo Sbarbaro(CFR edizioni)  e Maria Messina in Figure femminili del Novecento (Edizioni Ulite). Sue poesie e articoli di letteratura sono reperibili in vari siti web. Per l’impegno nel campo letterario le sono stati assegnati premi e riconoscimenti fra cui recentemente il Premio Telamone 2014.

Arzachena LEPORATTI – Un inedito

esercizio di memoria

 

di tutti i solchi carnosi non avrò ricordo

non saprò quanti pori avevano le nostri pelli

sommate insieme

quanta peluria ci cresceva sopra

nonostante tutto

come erba debole

delle rughe ne conterò molte o poche

non importa

del tuo bastone forse sarò la base

il perimetro ampio che protegge dalle cadute

immaginare le parti invertite

è un bell’esercizio di memoria

quando padre e madre e persone

e case e strade battute

non saranno più

ma si conserveranno ancora

dentro le pieghe delle giornate

che saranno di altri

sopra e sotto le cose terrene

in un riparo tiepido

per i tempi che verranno

© Inedito

             © Arzachena Leporatti

Arzachena Leporatti, classe 1991, nasce a Prato, città dove vive e lavora, dopo essersi laureata in Comunicazione, Media e Giornalismo e aver ottenuto un Master in Digital Marketing.

Pubblica racconti su riviste indipendenti (Lahar, Tuffi, Colla, Inutile, Cadillac, Pastrengo) e per antologie edite fra cui The Dark Side of the Woman (Ed. Il Foglio).

Nel 2018 ha pubblicato una raccolta di poesia edita da Interno Poesia dal titolo “Anatomia di una convivenza”, che tratta uno dei  temi a lei caro, ovvero quello della quotidianità.

Propone e conduce laboratori e pratiche poetiche per bambini e fasce socialmente fragili, veicolandole attraverso la collaborazione con associazioni culturali e enti.

Michele DE VIRGILIO – Un inedito

FINESTRE APERTE

 

Confessalo, sono stati i parchi

assolati, i libri mai ascoltati

prima in cui versi immagini di te

a portarti in questi luoghi

con le finestre alte e i piccioni scolpiti che leccano

gli ampi cornicioni sporchi

di bagna càuda e topinambur.

 

Eppure, quel giorno, al posto di un tram hai visto

un peschereccio bianco perdersi

tra strepitii di gabbiani impazziti nel fuoco.

 

All’epoca non potevi sapere

che di finestre si vive

e le finestre ti salvano

e le finestre non si affacciano mai dove credi

di stare a guardare. L’hai appreso un giorno,

su una spiaggia ligure, mentre una ragazza fotografava un tuono.

I capelli che le bagnavano la fronte avevano lo stesso

sapore dei fioroni aperti e leccati da bambino

a cavalcioni sugli alberi di fico mentre il sole piano piano andava giù

fino a sparire dietro la linea azzurra che potevi toccare.

© Inedito

© Michele De Virgilio

Michele De Virgilio è nato il 24 Marzo 1988 a Molfetta (BA). Laureatosi in tecniche della riabilitazione psichiatrica presso l’Università degli Studi di Bari, nel 2010 pubblica per i tipi di Sentieri Meridiani (FG) una silloge poetica dal titolo Ho visto uomini cadere (Menz. speciale al Premio Nabokov 2011). Nello stesso anno viene citato nell’antologia A Sud del Sud dei santi edita da Lietocolle a cura di Michelangelo Zizzi.

Nel 2013 un suo racconto arriva finalista al premio John Fante.

Nel 2017 pubblica il racconto La madre rettile su Poetarum Silva. Intanto suoi contributi poetici appaiono su: Atelier Poesia; Centro Cultural Tina Modotti; Robinson di Repubblica.

Nel 2018 pubblica per i tipi di Giuliano Ladolfi (Borgomanero) una raccolta di poesie dal titolo Tutte le luci accese (Prefazione di Paolo Di Paolo). Quest’ultima viene recensita, tradotta e\o menzionata nelle seguenti sedi: Poetarum silva; Argo; Fuori Asse; Atelier Poesia; Carteggi Letterari; La Lettura del Corriere della Sera; la Repubblica di Bari; Gli Stati Generali; Interno Poesia; L’altrove Poet; Poezia; Roberto Deidier Blog; Poesia di Crocetti; l’Estroverso; Laboratori Poesia; La Poesia e lo spirito.

Felicia BUONOMO – Un inedito

Catena di montaggio 

 

Non ho l’abitudine di praticare la dimenticanza.

Provo ad educarmi, tento di farti ricordo.

Indosso la divisa dei sentimenti passati.

Timbro il cartellino dei futuri negati.

Pratico il mestiere della sostituzione.

Avvio la meccanica della negazione.

Ma non riparte il timer

di questa catena di montaggio emozionale.

La classe operaia va in paradiso, dicono.

© Inedito

© Felicia Buonomo

Felicia Buonomo è nata a Desio (MB) nel 1980. Dopo la laurea in Economia Internazionale, nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Nel 2011 vince il “Premio Tv per il giornalismo investigativo Roberto Morrione – Premio Ilaria Alpi”,  con l’inchiesta “Mani Pulite 2.0”. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24.

Successivamente pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore).

Parallelamente all’attività giornalistica, porta avanti un progetto di street poetry sotto lo pseudonimo di Fuoco Armato, con il quale ha partecipato a progetti di riqualificazione del territorio a Bologna, Roma e Milano, realizzando opere murali con proprie poesie inedite.

Alessandra CORBETTA – Un inedito

TERZA ORA

 

Non saremo mai l’armonia complice

tra violino e xilofono

 

la scuola media insegna

una collina senza pendio

non è collina.

 

Così quel verso accarezza altri capelli,

cerca un alibi migliore.

Altrove è un viso tra tanti,

la pianta di quei limoni.

Nella bella vista anch’io vorrei morire

ora

 

mentre mi guardi,

e canti e dormi e non avverti

il dolore atroce del mio passaggio

obbligato di gioventù.

© Inedito

©Alessandra Corbetta

Alessandra Corbetta è nata a Erba il 4 dicembre 1988. È dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media e, in Social Media Communication, ha conseguito anche un master; è stata responsabile Web e Social Media Director de La Casa della Poesia di Como, per la quale ha creato anche il sito http://www.lacasadellapoesiadicomo.com e con la quale ha collaborato come Content Writer e nell’organizzazione di reading ed eventi poetici, tra cui il Festival Europa in Versi.

Ha scritto per la rivista culturale Alfabeta2 e per Clandestino.

Per Flower-ed ha pubblicato la monografia poetica “L’amore non ha via” e per Silele Edizioni il romanzo “Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale)”.

Scrive di New Media e società per il giornale online Gli Stati Generali e per il Progressoline. Per il blog Menti Sommerse dirige la rubrica poetica “I Fiordalisi” e per il blog Tanti Pensieri cura lo spazio poetico “Il pensiero di Alex”.

Ha vinto e ricevuto segnalazioni di merito a diversi concorsi poetici, tra cui, per due anni consecutivi, il premio speciale della giuria a “Ossi di seppia”.

Per Lieto Colle è uscita nel 2017 la raccolta di poesie “Essere gli altri”.

Tutta la sua attività scientifica e poetica è disponibile sul sito web http://www.alessandracorbetta.net

Mihai EMINESCU (n. 15 gennaio 1850)

Odă (în metru antic)

Portrait of Mihai Eminescu – photograph taken by Jan Tomas (1841-1912) in Prague, 1869

Nu credeam să-nvăţ a muri vrodată;
Pururi tânăr, înfăşurat în manta-mi,
Ochii mei nălţam visători la steaua
Singurătăţii.

Când deodată tu răsărişi în cale-mi,
Suferinţă tu, dureros de dulce…
Pân-în fund băui voluptatea morţii
Ne’ndurătoare.

Jalnic ard de viu chinuit ca Nessus.
Ori ca Hercul înveninat de haina-i;
Focul meu a-l stinge nu pot cu toate
Apele mării.

De-al meu propriu vis, mistuit mă vaiet,
Pe-al meu propriu rug, mă topesc în flăcări…
Pot să mai re’nviu luminos din el ca
Pasărea Phoenix?

Piară-mi ochii turburători din cale,
Vino iar în sân, nepăsare tristă;
Ca să pot muri liniştit, pe mine
Mie redă-mă!

 

ODE (in ancient meter)

 

I never thought I would learn how to die, ever.

Forever young, cloaked in my mantle,

My eyes, dreamful, were affixed to the star

Of solitude.

 

All of a sudden you rose across my way –

You, my suffering, so painful and sweet;

To its full I drank your voluptuous,

Merciless death.

 

Wretched I burn alive tortured like Nessus,

Or like Hercules by his harness poisoned –

My fire can’t be quenched by all the sweeping

Waves of the seas.

 

Woe betide, by my own dream devoured…

Consumed by flames, I wail on a pyre, my own;

Can I never rise anew, luminous

Like the Phoenix?

 

Oh, troubled eyes, from my path now vanish,

Return to my bosom, sad indifference;

So I can die in peace, my own old self

To me redeem!

(1883)

 

LA STEAUA

La steaua care-a răsărit
E-o cale-atât de lungă,
Că mii de ani i-au trebuit
Luminii să ne-ajungă.

Poate de mult s-a stins în drum
În depărtări albastre,
Iar raza ei abia acum
Luci vederii noastre,

Icoana stelei ce-a murit
Încet pe cer se suie:
Era pe când nu s-a zărit,
Azi o vedem, şi nu e.

Tot astfel când al nostru dor
Pieri în noapte-adâncă,
Lumina stinsului amor
Ne urmăreşte încă.

 

UNTO THE STAR

‘Tis such a long way to the star

Rising above our shore –

It took its light to come this far

Thousands of years and more.

 

It may have long died on its way

Into the distant blue,

And only now appears its ray

To shine for us as true.

 

We see an icon slowly rise

And climb the canopy –

It lived when yet unknown to eyes:

We see what ceased to be!

 

And so it is when yearning love

Dies in the deepest night:

Its extinct flame still glows above

And haunts us with its light.

 

(1886)

(da Eternal Longing, Impossible Love/ Eternul Dor, Imposibila Iubire, english translation by Adrian George Sahlean, Eikon, Bucarest, 2016)

Nina Cassian: “… The work accomplished by Adrian George Sahlean is undoubtedly quite a feat. He is not the first who dared to climb the ‘steps of perfection’ and, I am sure, he will not ne the last… On reading it, though, some of his ‘solutions’ seem impossible o surpass. I consider this most recenttransation of the ‘’Evening Star’ a true cultural event which should be welcomed”

Nina Cassian: “… lucrarea lui Adrian George Sahlean e fără indoială o performanţă. Nu e primul care s-a încumetat să urce menţionatele ‘trepte ale desăvârşirii’ şi – sunt sigură – nu este ultimul… Unele ‘soluţii’ pe care le-a aflat par însă, la prima lectură, de nedepăşit… Consider că această cea mai recentă traducere a “Luceafărului” merită salutată ca un adevărat act de cultură.”

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mihai_Eminescu