CRISTINA CAMPO: IL SIMBOLO E L’ASSENZA

Fra Bologna e Firenze

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria, Maria Angelica, Marcella, Cristina Guerrini, nasce a Bologna il 29 aprile del 1923 da Guido ed Emilia Putti. Guido Guerrini proviene da una generazione di fattori fino al padre Pietro che compie il salto sociale sposando la Contessa Geltrude Abbondanzi, maggiore di lui di quindici anni, che alla morte lo lascia erede di tutto il suo patrimonio. Pietro sposa in seconde nozze Antonia Santucci dalla quale ha sei figli, fra cui Guido. La famiglia Putti è invece una delle più illustri di Bologna, il fratello di Emilia, Vittorio, è un ortopedico conosciuto a livello internazionale, direttore dal 1915 in poi del famoso ospedale Rizzoli. Vittoria nasce con una malformazione cardiaca: il piccolo condotto che mette in comunicazione i due ventricoli del cuore durante la vita fetale e che si chiude entro le ventiquattro ore dalla nascita in lei rimane aperto, il suo cuore è sotto sforzo e quindi in continuo affanno. La bambina cresce stentatamente e si ammala con facilità; nel 1938 subisce la prima operazione chirurgica per la chiusura del dotto di Botallo, intervento che nel tempo diventerà di routine. La salute fragile finisce per isolarla dal contesto dei suoi coetanei e la sua infanzia scorre essenzialmente fra gli adulti. All’interno della sua famiglia si respira arte e cultura, il padre è un apprezzato maestro di musica, compositore e direttore di Conservatorio, la madre una brava pianista, la stessa Cristina sarà una raffinata dilettante di piano; la sua formazione scolastica si perfeziona con un’adeguata preparazione privata. Agli anni infantili risale il suo incontro con la fiaba, universo di cui svelerà le trascendenti simbologie e che frequenterà e maturerà con lo studio dell’opera di Hofmannsthal.

La giovinezza di Cristina trascorre a Firenze, dove il padre è stato chiamato a dirigere il Conservatorio Cherubini e dove la famiglia vive il dramma della guerra: le privazioni, i disagi, la sofferenza personale e quella dei propri simili, fino all’arresto e all’internamento in un campo di concentramento di Guido Guerrini che sarà liberato solo nel 1947. A Firenze la poetessa frequenta le voci più significative dell’ambiente culturale, primo fra cui i germanisti Leone Traverso e Gabriella Bemporad, le amiche letterate Margherita Dalmati e Margherita Pieracci, che in seguito curerà tutte le sue opere, e il poeta Mario Luzi con il quale la giovane Cristina intraprende un rapporto d’affetto che va oltre la semplice amicizia, ma che non potrà mai concretizzarsi in altro dal momento che il poeta è già sposato.

Il trasferimento a Roma

Nel 1955 la famiglia Guerrini si trasferisce nella Capitale. All’inizio Cristina reagisce al cambiamento con crisi di malumore, Roma non le piace, vi si sente aggrovigliata, soffre di agorafobia e di insonnia, compie lunghe passeggiate notturne, fino a quando, poco per volta, riesce ad armonizzarsi con la città e con i suoi luoghi. A Roma conosce Maria Bellonci ed Elsa Morante ma le frequenta poco, si lega invece di sincera amicizia con Ignazio Silone e conosce Corrado Alvaro, ormai quasi alla fine dei suoi giorni. Il 1956 è  l’anno in cui viene pubblicata dalle Edizioni All’Insegna del Pesce d’Oro la sua prima raccolta di poesie, Passo d’addio, che accorpa undici testi scritti fra il ’54 e il ’55; il libro passa inosservato nell’ambiente culturale militante, ma questo lascia indifferente l’autrice che ha scelto di rimanere “isolata” all’interno di tale cultura.

Verso la fine degli anni cinquanta inizia un lungo sodalizio con lo studioso orientalista e scrittore Elémire Zolla, marito della poetessa Maria Luisa Spaziani, che le resterà vicino sino alla prematura morte. Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo dunque è marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. L’impronta intellettualmente elitaria dovuta alla frequentazione di una cerchia ristretta di amici la porta ad incontrare difficoltà ed incomprensioni, fino ad un contrasto aperto con la scrittrice Anna Banti, allora direttrice della rivista “Paragone” alla quale Campo collaborava e dove aveva pubblicato la sua traduzione delle poesie di John Donne. Cristina Campo, nonché poetessa, è fine autrice di saggi, fiabe, epistolari, e inoltre traduttrice di testi dell’aria anglosassone, fra cui Virginia Wolf, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e il già citato Donne. Considera la traduzione un rito, un gesto sacro, poiché significa far rivivere in una nuova lingua le emozioni e le tensioni che il poeta ha espresso, una mediazione dunque che necessita della totale aderenza allo spirito dell’autore.

Il simbolo e l’assenza

Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico, che va dalla solennità del rito bizantino all’esternazione di una liturgia segnata dalla spiritualità cristiana, segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito ed il rito.

Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Speranza che per la poetessa non va ascritta nel registro delle illusioni mondane, ma piuttosto nella concezione del “consegnarsi” ad una Fede che oltrepassa la misura del quotidiano. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più idoneamente appropriati alla sua sete di assoluto.

Amore, oggi il tuo nome/al mio labbro è sfuggito/come al piede l’ultimo gradino…” Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Questo di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “Assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

 “Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. E altrove dice: “Ci sono due mondi ed io vengo dall’altro“.  Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il “cosmo simbolico” di Campo, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’ottocento sia con accurati ed originali saggi.

Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell’uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo. Il simbolo della fiaba è il dolore per le prove a cui sono sottoposti i protagonisti, è l’allusione ad un destino intricato disegnato dalla Volontà Divina. Il tempo che vive Cristina Campo è da lei definito “il tempo in cui tutto vien meno” ed è dunque nell’Assenza di tutto ciò che appare la spinta verso la dimensione spirituale che si compie nel silenzio.

Cristina Campo scompare nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva ancora capito il ruolo

Anna Maria Bonfiglio 

© Anna Maria Bonfiglio

Anna Maria Bonfiglio, agrigentina per nascita, risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario. Ha collaborato con i settimanali del gruppo Rizzoli e GVE , con i mensili SiciliaTempo e Insicilia ,con la rivista Silarus e con molti altri periodici per i quali ha redatto recensioni e articoli. E’ stata per nove anni presidente dell’Associazione Scrittori e Artisti, ha diretto il periodico Insieme nell’arte e il giornale online Quattrocanti e ha curato con prefazioni e note di lettura antologie e raccolte di versi. Ha pubblicato diverse sillogi di poesia, i romanzi brevi La verità nel cuore  e Scelta d’amore e i saggi: A cuore scalzo-La vita negata di Antonia Pozzi(CFR Edizioni), La vicenda di gioia e di dolore nell’opera di Camillo Sbarbaro(CFR edizioni)  e Maria Messina in Figure femminili del Novecento (Edizioni Ulite). Sue poesie e articoli di letteratura sono reperibili in vari siti web. Per l’impegno nel campo letterario le sono stati assegnati premi e riconoscimenti fra cui recentemente il Premio Telamone 2014.

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