Lorenzo PATARO – Tre inediti

Caro diario,

oggi nella stanza stramazzavo

come corpo vivo cade senza motivo

gettato in semi ad attendere la fioritura

direttamente proporzionale

alle lacrime in procinto di versare

sparpagliato riversavo sulla battigia

bianca lievi pezzi di carne che poi

volavano via, rivestivano i pullover

al posto mio, creavo un altro

mondo dov’ero l’unico Dio.

 

Piano nella stanza oggi stramazzavo

senza motivo, al mio corpo

vivo ho fatto la quotidiana autopsia:

ho trovato negli organi

una strana forma di nostalgia.

 

*

 

In principio fu la condanna beata

del letto-grembo a tenerci lontani

dai cuori pulsanti senza corpi

sui marciapiedi, loro che attendevano

collegamenti terminali con le nostre vene.

Aveva l’odore buono del pane appena

sfornato il tepore amniotico delle coperte,

una goccia di saliva univa le ali disabituate

a gettarsi sui semi, il grano cresceva pari

passo ai tuoi capelli unti dall’asma.

 

In principio fu la condanna beata

dell’insonnia a tenerci vigili all’arrivo

della felicità, fu un ago nel cuscino

la scoperta che non eravamo noi

i dormienti scelti.

 

*

 

Scivola voluttuoso come burro

bagnato nelle orecchie

il morso ringhiante dell’attesa,

il cane prepara piano l’attacco alla notte

che non sa della sua morte nella pazienza,

un’ombra opaca lo guarda dal buco

d’un muro, non ha occhi né bocca:

è plasma di bava furiosa, racchiude il DNA

d’una felicità perduta.

©Inediti

© Lorenzo Pataro

Lorenzo Pataro è nato e vive in Calabria, in provincia di Cosenza, nel 1998. Studia Lettere Moderne a Salerno. Lo scorso giugno è stata pubblicata la sua prima silloge poetica per Controluna-edizioni di poesia, “Bruciare la sete”, con la prefazione di Eleonora Rimolo. Diversi testi sono usciti per riviste e Lit-blog come Atelier Poesia (uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro), Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero, Un posto di vacanza, La rosa in più.

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Lo sguardo del poeta

Se non rispondo di me, chi è che risponderà di me? Ma se rispondo solo di me, sono ancora io?

Talmud di Babilonia – Trattato di Abòt 6 a.

E sentii risalire dalla schiena/

l’ammasso della storia sussidiata,/

mancandoti di scegliere l’opzione/

di mantenere l’alterna leggerezza,

negato che sia morta la pietà.

Francesco Belluomini da Oscillazioni del pendolo (pag. 25)

 

L’opera di Francesco Belluomini di cui presentiamo qui un libro postumo “Ultima vela” occupa un posto singolare nella letteratura italiana e nella cultura del Novecento. Anche considerando questo scorcio di nuovo secolo e millennio, il lavoro poetico di Belluomini conferma ulteriormente la sua specificità. L’opera si compone di molti libri di cui vale la pena ricordare almeno alcuni tra i lavori più importanti e decisivi come il significativo libro d’esordio del 1976 dal titolo “L’altro io”, “Il pungolo verde”, Campobasso; “Tartine e/o quartine” 1990, “Oscillazione del pendolo” del 2003, entrambi editi da Campanotto, Udine; “Senza distanze” del 2004, “Viareggio 29 giugno 2009. Nell’arso delle sponde.”, “Intimi riflessi”, del 2015 Bonaccorso, Verona; ”Occhi di gubìa”, LietoColle 2008 Como.

Ogni poeta, ogni scrittore lavora su un crinale del linguaggio e della parola che è la sua specifica inquietudine. Per questa ragione motivi, soggetti e oggetti della poesia si ripetono come una variazione su tema in molte opere nella composizione dei poeti, come nei filosofi succede per gli argomenti, gli assunti, i ragionamenti. La poesia di Belluomini ha il tema del mare, della gabbia linguistica, dell’amicizia come forma di elezione che ritornano a presentarsi nell’accoglienza del verso. La poesia di Francesco Belluomini si manifesta come è: puro oggetto del verso che tenta di collocarsi al crocevia di scrittura ed esistenza. É in questo senso, profondamente, filosofica perché la poesia è anche: “La frase formulata nel pensiero/ che mi tradusse docile seguace/ di quelli del parlato messo in fila”, dice in “Intimi riflessi” (pag. 53). Pensiero e linguaggio trovano senso nella traduzione l’uno dell’altro, sono vasi comunicanti se la docilità umana accoglie come senso anziché subirne l’impotenza che produce la trasformazione opposta, cioè la violenza.

La filosofia e la poesia si confrontano col pensiero ma sono forme di pensiero diverse benché analoghe allo stesso tempo. Queste forme di pensiero sono anche modi diversi di pensare, di meditare sul significato della vita, dell’essere e dell’essere del linguaggio con una portata ontologica diversa della forma-pensiero. Ed è attraverso questa forma-pensiero alternativa che mantengono intatta la loro differenza che risponde anche ad un’efficacia di senso della parola che apre un orizzonte alternativo e complementare dell’una verso l’altra. Cosi in “Ultima vela” ci troviamo subito davanti non il senso o il significato del Dire, ma la critica della modalità del discorso, del dire perentorio.

 

“So bene quale rischio sto correndo

nel presentarmi tanto discorsivo,

ma spero di pagare poca pena

con reggere la metrica stringente”

 

La poesia è rischio, molti critici francesi dicono addirittura che è azzardo. Nel libro “Senza distanze”, invece, la poesia è un grimaldello, di fine ed elegante riflessione e versificazione che cerca il perché del poetare – poetando, per questo non è solo poesia ma è pensiero poetante. Il pensiero poetante – libera o rimarca – le aporie e le contraddizioni insite, teoricamente e morfologicamente, nel linguaggio. Inoltre in questo libro sin dal titolo “Senza distanze” c’è, quantomeno, il tentativo di un approssimarsi a quella cosa chiamata poesia, ma che sempre sfugge perché sempre viene cercata come àncora per la possibilità del dire profondo, del dire l’altrimenti che essere. Il libro tratta di una serie di poemetti dedicati vari autori come Dario Bellezza (1944-1996), Pier Paolo Pasolini (1922-1975), Enrico Pea (1881-1958), Isaac B. Singer (1904-1991) e al bravo artista viareggino Lorenzo Viani (1882-1936). Per sottolineare l’autenticità, che è spietatezza sofisticata di dire il senso, nella sua forma-pensiero essenziale. Proprio in quest’ottica filosofica, in cui il dire è portato alla parola superando il dominio del detto, il poeta affonda i colpi sul sé, sull’io intimo dell’uomo senza riguardi. Senza false giustificazioni. Così in una poesia intitolata “Fatiscenti facciate” che funziona anche da premessa ai poemetti, Belluomini dice:

 

M’è sfuggito talvolta dalla bocca            

Qualche no, a domande, ai perché

Degli interlocutori di passaggio

Nella mia vita. Sempre ne soffriva

l’orgoglio, l’anarchia che non scorreva

fluida nelle mie vene. Troppo pochi

per farmene ragione, per lasciarmi

indifferente ancora a questa età.

Ho vissuto la storia senza viverla

Accettando censure censurabili

A sua volta. La facile finzione,

l’accondiscente si, mi sono stati

d’aiuto miserabile e meschino

per marciare in alterne direzioni,

in luoghi di presente compromesso.

 

A questo punto può venire in mente, anche se appartiene ad un altro registro di ricerca, l’idea del linguaggio crudele di Antonin Artaud. C’è la ricerca di una voce della scrittura, una ricerca che scopra il taglio del segno, dell’incisione, lo sgraffio che autodetermina il valore della parola scritta, nell’operare umano col linguaggio. Questa autenticità è la circostanza in cui l’opera, per un certo verso, si dà valore da sola. Ciò permette di aderire all’apertura che necessita il dire per andare oltre il detto, oltre la retorica del già noto e organizza, argomenta e struttura il bisogno antropologico dell’uomo di dire. Il gioco linguistico del si e del no, dell’affermazione e della negazione, sono elementi base su cui poggia l’impalcatura strutturale – o per meglio dire, l’impalcatura portante della lingua di Belluomini. Sebbene in altro contesto – ma con analoga intenzione al testo di Belluomini, nel suo celebre trattato sul linguaggio, di logica dialettica applicata alla teologia, Pietro Abelardo nel “Sic et non” del 1121 dice: “Dubitando, infatti, siamo spinti a ricercare; e indagando a fondo giungiamo a cogliere la verità.” La potenza della poesia è questa ricerca della verità messa alla prova nel porre la vera domanda, la domanda che insegna ad interrogare, scavando nel significato esistentivo, interrogativo che ciascuno di noi porta dentro di sé in modo originale e personale.

In brevi e intensi versi nel poema dedicato a Dario Bellezza così ancora scrive Belluomini:

 

“Non prometto di pormi in ricerca

per un fiore, per farti compagnia

accarezzando il gelo della lapide:

non piango dei poeti la presunta

morte […]”.

 

Tutto è incerto in questi versi, anche la morte. C’è la certezza di una “fredda lapide” ma il suo significato di morte è incerto. Perché il poeta è nella ricerca viva e vivificante della parola che radica il senso della sua finitudine il quale costituisce la sua libertà, appunto, di dire. In questo il fiore, che nomina Belluomini, è l’essenza della moderna poesia che si libera dall’oppressione dell’egoità per aprire alla possibilità dell’altro, dell’altrui io. E questa riflessione sulla vita e sulla morte, si potrebbe dire in termini strettamente filosofici, questa meditatio mortis di Belluomini – attraverso questi amici e autori, è un estremo tentativo che il poeta compie per cogliere a fondo il significato – e non il senso – della vita per mezzo dell’amicizia nella scrittura. La forza linguistica del poeta e della poesia si manifesta ogniqualvolta si distacca dalla realtà per meditare il senso di cui fa esperienza nel poema, nel verso. Per scendere nel profondo c’è bisogno di questo allontanamento, di questa separazione dal mondo reale in cui “la memoria scorre come fiume” così dice in “Intimi riflessi” il grande poeta viareggino “nel mezzo di confusi sentimenti”. (Bisogna ricordare che “Intimi riflessi” è un libro particolare che ricorda i genitori dell’autore con lo sguardo dell’uomo adulto). Ecco che qui la scrittura del poema rende l’uomo libero dal giogo della morte e non come mero simbolo ma come atto esistentivo perché lo libera dall’azione del giorno mettendolo in contatto con l’oscurità e le divinità della notte. Questo costituisce, da un altro punto di vista, l’atto morale della scrittura in cui il dire va oltre la misura espressiva bensì diventa cosa, diventa misura di esistenza a sé stante. E ciò che fa grande, la grande poesia, è la misura del senso, non la metrica o la capacità di rappresentare il mondo nel verso, come diceva Benedetto Croce.

 

C’è inoltre da dire che un libro come “Senza distanze”, trattandosi di poesia sulla poesia non è un ‘giochetto letterario’, un divertissement ma è la vetta più alta del sentir poetante, per dirla con Heidegger, perché ha la capacità implicita di andare all’essenza di dire il non-detto contenuto nella parola, consentendo in tal modo all’indicibile di essere linguaggio, di trasformarsi e di liberarsi in quell’istanza rigenerante del sentimento linguistico che annuncia il come se, poiché il regno della letteratura, della poesia è questo territorio del come se che diventa realtà linguistica.

 

Il celebre quadro Las Meninas di Velasquez in cui il pittore raffigura se stesso, che dipinge le damigelle d’onore, è un esempio originario di questo sguardo del poeta che l’arte moderna esercita su se stessa sia nel tempo che è, a cui appartiene, che scorre sia il tempo che rappresenta, istante che viene fissato sulla tela nel caso del pittore, momento che viene fissato nel foglio vergato di parole, nel caso del poeta, dello scrittore.

La grandezza della poesia moderna – almeno da Foscolo e Leopardi in poi, è quello che Belluomini dice la “mia voce conosce l’incertezza/ di quell’assente presa sulla gente” perché la poesia parla a vuoto, e parla del vuoto perché nel tempo moderno essa non ritma più l’azione ma guarda in avanti, non avendo più la storia dei fatti da narrare come nei poeti antichi ma ha un’esistenza umana da riscattare e da raccontare nella sua vulnerabilità vitale della parola.

Ora ritornando ad “Ultima vela” ciò che va messo in risalto, a mio giudizio, è la circostanza che Belluomini con questo ultimo libro offre una testimonianza spirituale della letteratura. Come diceva uno dei massimi poeti del ‘900 italiano ed europeo Giovanni Giudici, amico di Francesco Belluomini, la poesia moderna ha bisogna di mettere “la vita in versi”. “Inoltre – scrive Giovanni Giudici – metti in versi che morire/ è possibile a tutti più che nascere/ e in ogni caso l’essere è più del dire”. E Belluomini, analogamente, con il suo peculiare linguaggio dice […]ci tenevo/ a tale smarrimento di mia storia/ ripagato con quello che potevo. L’ignoto che sconvolse la mia vita/ mi spinge [..] (pag. 207). A scrivere nel vero dire il linguaggio può avere come patria la filosofia, ma il suo pianeta è la poesia.

Scrivere consiste nel portare alla luce le crepe del linguaggio. E attraverso di esse non fluisce alcuna verità eterna. Esse sono verità di un mondo preverbale, di fessure, buchi, squarci; la scrittura conferisce senso contribuendo a guardare in faccia la Gorgone, il mondo subcosciente in cui siamo immersi. Sopportare il reale con la sua maschera è liberarci dalle catene per uscire dalla cecità e dall’oscurità della caverna. Tutto nel linguaggio di Belluomini è reale. Non si dà illusione. Anche per questo, voglio concludere con alcune parole iniziali di “Ultima vela” che danno corpo a quest’ultima considerazione:“Un percorso da stato d’emergenza/ da vero giramondo dei mestieri,/ non mancato scontare mio peccato/ doppiando pure quattro continenti”.

 

 

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

           © Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

Nicola ROMANO – Un inedito

SUI LENTI PASSI

 

Siamo rimasti chiusi

dentro un giardino pensile

tra le piante cresciute

a clorofilla e smog

e fu lì che sporgenti sui bastioni

dispiegavamo storie mai svelate

piccoli segreti quotidiani

noti soltanto

a qualche astro lontano

Sui lenti passi

ambrati di tramonto

affioravano antiche solitudini

nonchè rimpianti

da tirare fuori

dalle tasche interne d’un passato

impossibile – lo sai – da rimediare

Ma eravamo quel che siamo stati

su strade di pulviscoli e di sole

ed in quell’ora pensile sapremo

le cifre d’un curioso rendiconto

anche se noi saremo

in contumacia

© Inedito

Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite é risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia.

Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione in esperanto e su riviste spagnole, irlandesi e romene. Nel 1997 ha partecipato, su invito, ad incontri di poesia in Irlanda, con lettura di testi a Dublino, Belfast, Letterkenny e Londonderry. Nel 1984 l’Unicef ha adottato un suo testo come poesia ufficiale per una manifestazione sull’infanzia nel mondo svoltasi a Limone Piemonte. Con il circuito itinerante de “La Bellezza e la Rovina” ha partecipato a letture insieme a noti poeti italiani.

Tra le sue ricerche, particolare attenzione ha prestato ai poeti Vittorio Bodini, Raffaele Carrieri, Leonardo Sinisgalli, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto.

Attualmente dirige la collana di poesia dell’editrice palermitana “Spazio cultura”.

Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, l’ultima delle quali porta il titolo “D’un continuo trambusto” (Passigli editori, 2018) con la prefazione di Roberto Deidier.

Valeria DI FELICE – Tre poesie

Questa vertigine

–  sonoro intreccio di battiti

nel taciturno vaso dei sospiri

quando è silenzio intorno a noi  –

è vedersi ombra appartenuta a luce,

lontana dalla cupa gola del rumore.

 

Questa vertigine è cuore

reso leggero con il peso

del coraggio.

 

*

 

Non contare gli anni,

che saranno o non saranno

 

ti ho regalato la mia treccia per ricordare

il rosso del primo fiore

 

la corolla sorgiva

del selciato imprecisato dei nostri mondi,

sotto la bianca lentiggine

di una luna di rugiada.

 

*

 

Non un’incertezza

tra questi passi di uomo

libero di amare.

 

Non una disattenzione

in questi occhi di amante

che sa colmare

i soli mancanti

sui freddi deserti della paura.

 

E così ti guardo dal letto:

sono antro che attende la fiamma

per rischiarare le ombre dell’incertezza,

per comprendere la fierezza della terra

il possente fusto che non teme,

non più – i bui tremori della selva.

 

La gravità della vita sul pilastro portante

di questi giochi di onde e maree,

di acque impastate di lasciti e scoperte,

 

non casa ma dimora dei grovigli più veri,

lingue snodate a creare astri e nuovi linguaggi.

(da Il battente della felicità, Di Felice Edizioni, 2018)

 

© Paolo Soriani

Valeria Di Felice (1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni.

Dal 2012 è membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Editori Abruzzesi.

Nel 2015, come editrice, firma un protocollo di partenariato con la Fondation Club Livre du Maroc a Fes (Marocco) e nel 2017 con l’Ambasciata palestinese a Roma.

Ha pubblicato le sillogi L’antiriva (2014), Attese (2016) e Il battente della felicità (2018). Le sue poesie sono state tradotte in arabo da Reddad Cherrati e in romeno da Geo Vasile e sono state pubblicate in Marocco (2012), negli Emirati Arabi (2015), in Romania (2016), in Palestina e Giordania (2017).

Nel 2016 ha curato l’antologia poetica La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre e nel 2017 la miscellanea di critica e poesia Alta sui gorghi.

Margherita RIMI – Due inediti

Per corrispondere:

alla vita
con la vita

alla morte
con la morte

 

Il corpo è un’ipotesi

nel mezzo

Un ciclo biologico

 

Una alternativa della lingua

 

l’eternità

 

la metafisica
del prima e dopo

 

*

 

Ci vuole un “nome”
per diventare un poeta

e anche un cognome

 

τον καί τον

(questo e quello)

 

Una lingua che non

basta

 

lo stretto delle pagine

un margine di idee

 

Lo scopo della musica

2015

© Inediti

                 © Dino Ignani

Margherita Rimi vive ad Agrigento. Neuropsichiatra infantile, svolge un’intensa attività di prima linea contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. È nella redazione di «Quaderni di Arenaria» e «FuoriAsse» e collabora ad altre riviste italiane. Tra le raccolte di versi, Per non inventarmi, pref. di Marilena Renda (Kepos, 2002); La cura degli assenti, pref. di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2007); Era farsi. Autoantologia 1974-2011, pref. di Daniela Marcheschi (Marsilio, 2012);  Nomi di cosa – Nomi di persona, risvolto di copertina di Amedeo Anelli (Marsilio, 2015). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, a cura di Daniela Marcheschi (Mursia, 2016); În corp de val, a cura di Eliza Macadan (Eikon, 2017); Mille anni di poesia religiosa italiana, a cura di Daniela Marcheschi (EDB, 2017). Sue poesie sono state inoltre  pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere tra queste «Poesia», «Il segnale», «Poezia. Revistă de cultură poetică», «Terres de femmes», «Exit»; Tra i premi ricevuti il Piersanti Mattarella (2017), e il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia. Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).

Sara COMUZZO – Tre inediti

Le domande di Orfeo

 

Posso aprirmi i polsi e dirti Ricuci.

Puoi indicarmi il sentiero e dirmi

Non guardare indietro.

Prendimi per mano,

portami a rincorrere i lampioni

anche se stanno fermi.

 

Lo spazio rubato ai gabbiani

perché siamo noi a voler leccare

le briciole

della sera più di loro.

 

Il cielo: un soffitto sbiadito.

 

Si sta sempre ad aspettare

un’alba o un tramonto

una bambola o una pozzanghera,

 

come una panchina

vittoriosa e troppo sola

ormai abbastanza saggia

da non badare più al conto delle stagioni.

 

Tenere il mare tra le braccia

è troppo facile, hai detto.

Voglio un’impresa impossibile.


‌Infinite le domande di Orfeo,

come le nostre,

il suo pentimento,

Cosa sarebbe oggi se non mi fossi voltato?

 

 Turno di notte

 

Mentre morivi

io facevo il turno di notte

in un supermercato

a riempire scaffali,

svuotare scatole, sistemare la carne nel frigo.

 

Non posso fare a meno di pensare

ai pezzi di corpo, i residui dei muscoli,

e quel che rimane. I ricordi indelebili.

Chiunque ha detto che il turno di notte lo fanno le stelle,

mentiva.

 

Posti migliori

 

Contami i denti

era solo per dire

che mi fai sorridere.

 

Una confessione di burro:

la luna si scioglie anche nelle pozzanghere migliori.

 

Non vedi una via d’uscita,

ma c’è.

 

Poco importa agli stagni delle anatre,

vogliono solo cigni.

Ed io compro tutti gli anatroccoli che trovo

e li porto in posti migliori.

© Inediti

         © Natalia Bondarenko

Sara Comuzzo (Udine, 1988) ha vissuto in Canada, Scozia, Australia, Nuova Zelanda, Africa, Irlanda e Inghilterra. Ha vinto il Premio “Valerio Gentile” con la raccolta di racconti Dove nessuno può cadere (Schena Editore, 2014). Alcune sue poesie e recensioni sono comparse su diversi riviste online e siti. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie; la quinta è in arrivo. Ha appena finito un master in letteratura moderna e studi di genere alla Sussex University, con una tesi sul teatro di Sarah Kane. Vive e lavora in Inghilterra.