Lo sguardo del poeta

Se non rispondo di me, chi è che risponderà di me? Ma se rispondo solo di me, sono ancora io?

Talmud di Babilonia – Trattato di Abòt 6 a.

E sentii risalire dalla schiena/

l’ammasso della storia sussidiata,/

mancandoti di scegliere l’opzione/

di mantenere l’alterna leggerezza,

negato che sia morta la pietà.

Francesco Belluomini da Oscillazioni del pendolo (pag. 25)

 

L’opera di Francesco Belluomini di cui presentiamo qui un libro postumo “Ultima vela” occupa un posto singolare nella letteratura italiana e nella cultura del Novecento. Anche considerando questo scorcio di nuovo secolo e millennio, il lavoro poetico di Belluomini conferma ulteriormente la sua specificità. L’opera si compone di molti libri di cui vale la pena ricordare almeno alcuni tra i lavori più importanti e decisivi come il significativo libro d’esordio del 1976 dal titolo “L’altro io”, “Il pungolo verde”, Campobasso; “Tartine e/o quartine” 1990, “Oscillazione del pendolo” del 2003, entrambi editi da Campanotto, Udine; “Senza distanze” del 2004, “Viareggio 29 giugno 2009. Nell’arso delle sponde.”, “Intimi riflessi”, del 2015 Bonaccorso, Verona; ”Occhi di gubìa”, LietoColle 2008 Como.

Ogni poeta, ogni scrittore lavora su un crinale del linguaggio e della parola che è la sua specifica inquietudine. Per questa ragione motivi, soggetti e oggetti della poesia si ripetono come una variazione su tema in molte opere nella composizione dei poeti, come nei filosofi succede per gli argomenti, gli assunti, i ragionamenti. La poesia di Belluomini ha il tema del mare, della gabbia linguistica, dell’amicizia come forma di elezione che ritornano a presentarsi nell’accoglienza del verso. La poesia di Francesco Belluomini si manifesta come è: puro oggetto del verso che tenta di collocarsi al crocevia di scrittura ed esistenza. É in questo senso, profondamente, filosofica perché la poesia è anche: “La frase formulata nel pensiero/ che mi tradusse docile seguace/ di quelli del parlato messo in fila”, dice in “Intimi riflessi” (pag. 53). Pensiero e linguaggio trovano senso nella traduzione l’uno dell’altro, sono vasi comunicanti se la docilità umana accoglie come senso anziché subirne l’impotenza che produce la trasformazione opposta, cioè la violenza.

La filosofia e la poesia si confrontano col pensiero ma sono forme di pensiero diverse benché analoghe allo stesso tempo. Queste forme di pensiero sono anche modi diversi di pensare, di meditare sul significato della vita, dell’essere e dell’essere del linguaggio con una portata ontologica diversa della forma-pensiero. Ed è attraverso questa forma-pensiero alternativa che mantengono intatta la loro differenza che risponde anche ad un’efficacia di senso della parola che apre un orizzonte alternativo e complementare dell’una verso l’altra. Cosi in “Ultima vela” ci troviamo subito davanti non il senso o il significato del Dire, ma la critica della modalità del discorso, del dire perentorio.

 

“So bene quale rischio sto correndo

nel presentarmi tanto discorsivo,

ma spero di pagare poca pena

con reggere la metrica stringente”

 

La poesia è rischio, molti critici francesi dicono addirittura che è azzardo. Nel libro “Senza distanze”, invece, la poesia è un grimaldello, di fine ed elegante riflessione e versificazione che cerca il perché del poetare – poetando, per questo non è solo poesia ma è pensiero poetante. Il pensiero poetante – libera o rimarca – le aporie e le contraddizioni insite, teoricamente e morfologicamente, nel linguaggio. Inoltre in questo libro sin dal titolo “Senza distanze” c’è, quantomeno, il tentativo di un approssimarsi a quella cosa chiamata poesia, ma che sempre sfugge perché sempre viene cercata come àncora per la possibilità del dire profondo, del dire l’altrimenti che essere. Il libro tratta di una serie di poemetti dedicati vari autori come Dario Bellezza (1944-1996), Pier Paolo Pasolini (1922-1975), Enrico Pea (1881-1958), Isaac B. Singer (1904-1991) e al bravo artista viareggino Lorenzo Viani (1882-1936). Per sottolineare l’autenticità, che è spietatezza sofisticata di dire il senso, nella sua forma-pensiero essenziale. Proprio in quest’ottica filosofica, in cui il dire è portato alla parola superando il dominio del detto, il poeta affonda i colpi sul sé, sull’io intimo dell’uomo senza riguardi. Senza false giustificazioni. Così in una poesia intitolata “Fatiscenti facciate” che funziona anche da premessa ai poemetti, Belluomini dice:

 

M’è sfuggito talvolta dalla bocca            

Qualche no, a domande, ai perché

Degli interlocutori di passaggio

Nella mia vita. Sempre ne soffriva

l’orgoglio, l’anarchia che non scorreva

fluida nelle mie vene. Troppo pochi

per farmene ragione, per lasciarmi

indifferente ancora a questa età.

Ho vissuto la storia senza viverla

Accettando censure censurabili

A sua volta. La facile finzione,

l’accondiscente si, mi sono stati

d’aiuto miserabile e meschino

per marciare in alterne direzioni,

in luoghi di presente compromesso.

 

A questo punto può venire in mente, anche se appartiene ad un altro registro di ricerca, l’idea del linguaggio crudele di Antonin Artaud. C’è la ricerca di una voce della scrittura, una ricerca che scopra il taglio del segno, dell’incisione, lo sgraffio che autodetermina il valore della parola scritta, nell’operare umano col linguaggio. Questa autenticità è la circostanza in cui l’opera, per un certo verso, si dà valore da sola. Ciò permette di aderire all’apertura che necessita il dire per andare oltre il detto, oltre la retorica del già noto e organizza, argomenta e struttura il bisogno antropologico dell’uomo di dire. Il gioco linguistico del si e del no, dell’affermazione e della negazione, sono elementi base su cui poggia l’impalcatura strutturale – o per meglio dire, l’impalcatura portante della lingua di Belluomini. Sebbene in altro contesto – ma con analoga intenzione al testo di Belluomini, nel suo celebre trattato sul linguaggio, di logica dialettica applicata alla teologia, Pietro Abelardo nel “Sic et non” del 1121 dice: “Dubitando, infatti, siamo spinti a ricercare; e indagando a fondo giungiamo a cogliere la verità.” La potenza della poesia è questa ricerca della verità messa alla prova nel porre la vera domanda, la domanda che insegna ad interrogare, scavando nel significato esistentivo, interrogativo che ciascuno di noi porta dentro di sé in modo originale e personale.

In brevi e intensi versi nel poema dedicato a Dario Bellezza così ancora scrive Belluomini:

 

“Non prometto di pormi in ricerca

per un fiore, per farti compagnia

accarezzando il gelo della lapide:

non piango dei poeti la presunta

morte […]”.

 

Tutto è incerto in questi versi, anche la morte. C’è la certezza di una “fredda lapide” ma il suo significato di morte è incerto. Perché il poeta è nella ricerca viva e vivificante della parola che radica il senso della sua finitudine il quale costituisce la sua libertà, appunto, di dire. In questo il fiore, che nomina Belluomini, è l’essenza della moderna poesia che si libera dall’oppressione dell’egoità per aprire alla possibilità dell’altro, dell’altrui io. E questa riflessione sulla vita e sulla morte, si potrebbe dire in termini strettamente filosofici, questa meditatio mortis di Belluomini – attraverso questi amici e autori, è un estremo tentativo che il poeta compie per cogliere a fondo il significato – e non il senso – della vita per mezzo dell’amicizia nella scrittura. La forza linguistica del poeta e della poesia si manifesta ogniqualvolta si distacca dalla realtà per meditare il senso di cui fa esperienza nel poema, nel verso. Per scendere nel profondo c’è bisogno di questo allontanamento, di questa separazione dal mondo reale in cui “la memoria scorre come fiume” così dice in “Intimi riflessi” il grande poeta viareggino “nel mezzo di confusi sentimenti”. (Bisogna ricordare che “Intimi riflessi” è un libro particolare che ricorda i genitori dell’autore con lo sguardo dell’uomo adulto). Ecco che qui la scrittura del poema rende l’uomo libero dal giogo della morte e non come mero simbolo ma come atto esistentivo perché lo libera dall’azione del giorno mettendolo in contatto con l’oscurità e le divinità della notte. Questo costituisce, da un altro punto di vista, l’atto morale della scrittura in cui il dire va oltre la misura espressiva bensì diventa cosa, diventa misura di esistenza a sé stante. E ciò che fa grande, la grande poesia, è la misura del senso, non la metrica o la capacità di rappresentare il mondo nel verso, come diceva Benedetto Croce.

 

C’è inoltre da dire che un libro come “Senza distanze”, trattandosi di poesia sulla poesia non è un ‘giochetto letterario’, un divertissement ma è la vetta più alta del sentir poetante, per dirla con Heidegger, perché ha la capacità implicita di andare all’essenza di dire il non-detto contenuto nella parola, consentendo in tal modo all’indicibile di essere linguaggio, di trasformarsi e di liberarsi in quell’istanza rigenerante del sentimento linguistico che annuncia il come se, poiché il regno della letteratura, della poesia è questo territorio del come se che diventa realtà linguistica.

 

Il celebre quadro Las Meninas di Velasquez in cui il pittore raffigura se stesso, che dipinge le damigelle d’onore, è un esempio originario di questo sguardo del poeta che l’arte moderna esercita su se stessa sia nel tempo che è, a cui appartiene, che scorre sia il tempo che rappresenta, istante che viene fissato sulla tela nel caso del pittore, momento che viene fissato nel foglio vergato di parole, nel caso del poeta, dello scrittore.

La grandezza della poesia moderna – almeno da Foscolo e Leopardi in poi, è quello che Belluomini dice la “mia voce conosce l’incertezza/ di quell’assente presa sulla gente” perché la poesia parla a vuoto, e parla del vuoto perché nel tempo moderno essa non ritma più l’azione ma guarda in avanti, non avendo più la storia dei fatti da narrare come nei poeti antichi ma ha un’esistenza umana da riscattare e da raccontare nella sua vulnerabilità vitale della parola.

Ora ritornando ad “Ultima vela” ciò che va messo in risalto, a mio giudizio, è la circostanza che Belluomini con questo ultimo libro offre una testimonianza spirituale della letteratura. Come diceva uno dei massimi poeti del ‘900 italiano ed europeo Giovanni Giudici, amico di Francesco Belluomini, la poesia moderna ha bisogna di mettere “la vita in versi”. “Inoltre – scrive Giovanni Giudici – metti in versi che morire/ è possibile a tutti più che nascere/ e in ogni caso l’essere è più del dire”. E Belluomini, analogamente, con il suo peculiare linguaggio dice […]ci tenevo/ a tale smarrimento di mia storia/ ripagato con quello che potevo. L’ignoto che sconvolse la mia vita/ mi spinge [..] (pag. 207). A scrivere nel vero dire il linguaggio può avere come patria la filosofia, ma il suo pianeta è la poesia.

Scrivere consiste nel portare alla luce le crepe del linguaggio. E attraverso di esse non fluisce alcuna verità eterna. Esse sono verità di un mondo preverbale, di fessure, buchi, squarci; la scrittura conferisce senso contribuendo a guardare in faccia la Gorgone, il mondo subcosciente in cui siamo immersi. Sopportare il reale con la sua maschera è liberarci dalle catene per uscire dalla cecità e dall’oscurità della caverna. Tutto nel linguaggio di Belluomini è reale. Non si dà illusione. Anche per questo, voglio concludere con alcune parole iniziali di “Ultima vela” che danno corpo a quest’ultima considerazione:“Un percorso da stato d’emergenza/ da vero giramondo dei mestieri,/ non mancato scontare mio peccato/ doppiando pure quattro continenti”.

 

 

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

           © Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

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