Franco CANAVESIO, Custode del giardino, Aurora Boreale, 2019

“L’impronta dei sogni funge nel nostro autore da sigillo di fedeltà al proprio compito creativo, una sorta di bussola con cui potranno individuarsi, in un libro pur ampio e frondoso come il suo, i vari sottotemi connessi al tema principale: fra i quali, in particolare, il paesaggio come emblema dell’anima, i ricordi remoti, gli amori, i viaggi, il colloquio silenzioso con altri poeti e scrittori.”

(dalla prefazione di Mario Marchisio)

 

Non servono mappe

per il viaggio notturno,

se sgrani l’occhio nel buio

un lampo dà il largo

e il sogno del prato smeraldo

sconfina oltre il muro.

 

C’è vastità inespressa,

alberga nascosta nei fiati repressi,

tra ossa e carne

prende corpo di piuma la notte

veste un triangolo d’ala

e calzari di suola leggera

adatti a calcare sentieri

dove l’erba è rigoglio

e non ferisce gli steli.

 

Ѐ la grazia del sogno,

virtù di passi nel deserto notturno

e fiato fatto parola,

con ritmo sicuro

sentirsi sonori e giganti in giusta misura

un tono di altezza adeguata

la voce a toccare i confini

del piano infinito.

 

Al mattino è una grazia se resta

qualche memoria del suono

anche solo una traccia

del verde di voce

sul bianco deserto muro.

 

*

 

Occorre fiducia

nelle mani e nel ramo

salendo s’apre il fiato

e in cima d’albero

s’allarga l’istinto animale

che a terra è zampa di lupo

e qui al confine dell’aria

indugia, incerto tra foglia

e muscolo d’ala.

 

*

 

Così ricevetti il dono

grazie alla costanza del cielo

a furia di neve e gelo,

nel silenzio di notti lunari

imparò anche il marmo grezzo

a luccicare,

la pelle degli occhi a riconoscere

ogni strale di stella, senza ferirsi

nei riflessi di cristallo

e le labbra serrate a parlare

coi sibili sottili del vento invernale,

i suoni acuti dell’infanzia

simili, per la gioia e il pianto

anche ai padri e alle madri

difficili da decifrare.

 

*

 

Accadrà ancora,

nuovo fermento, nuovo vigore

come di notte nella barriera

quando luna, onde e marea

mettono fiato in comune,

i coralli respirano insieme

a miliardi fanno l’amore

e un miracolo

esplode dal fondo

senza rumore.

Viene il momento

che il bene comune

per vie nuove prevale

la vita risale, s’espande

in cerca di sole

e nulla, nulla la può fermare.

 

Franco Canavesio – mezzo veneziano e per l’altra metà sabaudo, ingegnere prestato alla poesia, ama l’arte figurativa, la musica e il canto. Ha ottenuto lusinghieri successi in numerosi Concorsi Nazionali di Poesia, tra cui due primi premi nel 2016 e 2018. Suoi versi compaiono in numerose antologie e sono ospitati regolarmente sul foglio di poesia torinese AmadoMio, curato da Luca Borrione e Marcello Croce. Fresco di stampa, l’ultimo volume, catalogo della Mostra L’anima Sognante, vede le sue poesie affiancate ai dipinti dell’artista Martha Nieuwenhuijs, un sodalizio consolidato sin dalla precedente pubblicazione Canti e Incanti, edita nel 2015.

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Enrico MARIÀ, I figli dei cani, Puntoacapo, 2019

“La sua purezza è anche un osceno dire oltre i limiti, ma in questo dire impudico rifulge l’estremo pudore di una confessione privata, rivolta solo a chi legge, come in un dialogo intimo autorelettore. Marià non sopporta osservatori neutri o distratti. Lui sa che scrivere è questione di vita o di morte. E, se la poesia non salva la vita la traghetta verso altri lidi, dove si annida la fine oscura o la nascita di un nuovo sole. Il basso diventa l’alto. L’alto si impregna del basso: «tu il cielo scavata trincea, / eroina che altro non ti chiedo / iniziami alla pietà, / allo sguardo dei bambini / fratelli dei cani». Questa poesia frequenta solo forme minimali e frammenti brevi, come se fosse letteralmente impossibile al respiro poetico durare più di un angolo di pagina.”

(dalla prefazione di Marco Ercolani)

 

Sarà per sempre

l’amarti di un addio

chiudere le palpebre

ai confini del magma.

*

Sanguino dentro

dal labirinto che cerco custode

piangere il morire, mamma

il seno del tuo cuore.

*

Fammi profonda

cruda confessione

la sacra saliva

del bacio più violento.

*

Io e te

ombre sconosciute

che si scopano

in una dittatura di luce.

*

Che non è mai domani

che non ho diritto io figlio

di immaginarmi meglio o altro

da mio padre manovale,

la sua gentile sporcizia

lui che mi torturava con gentilezza

lui la minaccia continua di uccidermi

se avessi parlato a qualcuno;

è guardare la vita

ad altezza di cane:

io del nulla incarnazione

prima morte

ultima lezione.

*

Quel mio convincermi

fosse più di un abbraccio

di un ti voglio bene

che me lo sfilava

dicendo che era un sogno

il regalo di Natale

il pigiama dell’uomo ragno:

è il niente che mi serve per esistere

il nulla che più uccide il silenzio

l’odore premuroso

la morte di una rosa.

*

Oggi è stato bello

mia sorella a prendermi

uscito dall’ospedale

commuoverci in un ricordo padre,

che con lei ero l’io che vorrei essere:

il verde franante

sui fili della luce

l’amare tutto quello

che ho così tanto odiato

  © Enrico Marià

Enrico Marià è nato il 15 luglio del 1977 a Novi Ligure (AL) dove risiede. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (puntoacapo Editrice 2010 con prefazione di Luca Ariano) e Cosa resta (puntoacapo Editrice 2015 con prefazione di Mauro Ferrari). Ha preso parte a diverse antologie. Suoi testi compaiono su riviste e web alla stregua delle recensioni delle sue opere. E’ tradotto in lingua inglese e spagnola e ha ottenuto ottimi risultati in prestigiosi premi e concorsi. Nel 2016, inoltre, è stato selezionato per Il Fiore della Poesia Italiana opera in due tomi che scansiona la poesia italiana dalle origini a oggi.

Vernalda DI TANNA – Un inedito

Una sete agli occhi cucita

con punti cardinali è un sale

che stride sangue nell’iride

è un filo che si fa

spasmo – il vapore dischiude

le gemme e un respiro nasce

presto, troppo presto nascoste

le vene giocano al buio, morbide

e spericolate alla carne offrono

silenzio. Solo silenzio.

 

Chiede muta la terra un altro giro

screpolata in venature di smeraldi

sintetici scorre la natura è una giostra

che scroscia siccità e sali

per acqua ad ogni foglia. Toglie

il suo cappello il contadino dal trattore

scende, impreca contro Giuda: ha una fame

scura che si stende ad ingiallire il grano.

 

Questa fame vien presto detta sete.

© Inedito

 © Vernalda Di Tanna

Vernalda Di Tanna (Vasto, 1997) studia Lettere Moderne all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti. Ha partecipato con i suoi versi a premi e concorsi letterari dove ha ricevuto segnalazioni di merito e menzioni d’onore, è stata finalista di alcuni premi letterari, le sue poesie sono state pubblicate su clanDestino. La sua opera prima è “Poesia: le nostre vite in versi…” (Linea Grafica editrice, 2013). Scrive racconti brevi e recensioni di poesia (di recente sul blog di poesia della RAI ha recensito Lawrence Ferlinghetti.

Eliza MACADAN – Tre inediti

mi metto a nudo

davanti alla Parola

così come lei mi ha fatta

mischiata tra maschere

veneziane che cercano

di liberarsi nell’orgia fissa

dell’anno

nuda aspetto la luce

nel buio per tornare

nel primo giardino

controllo bene

le serrature chiudo

e appendo la chiave

alla frequenza che guarisce

la catena di questo corpo

mi metto nuda e la Parola

basta a se stessa

 

***

 

la neve su in cima

alla montagna sparge tanfo

di sacro il ciliegio fiorito

bianco e timido per questa

ennesima nascita

una faccina sotto la foto

mi parla della tua

tristezza felice

e io annoto ogni battito

di ali nella stanza stanca

del cuore segreti non ci sono

più siamo nudi come siamo

arrivati eppure togliamo

uno a uno peccati passati

una mano tesa apre

le porte dell’Impero

mentre mangiamo pesci moltiplicati

da cinesi senza memoria

so che non solo di pane si vive

sai che prego lo spirito

che ci mandi la nuvola

sulle mani e l’ombra scende

di notte dal labirinto stellato

la finestra guarda un cielo

aperto dove nessuno

vuole entrare

mi metto in moto e vado

con sessanta minuti all’ora

verso la solitudine di domani

 

***

 

aprile è feroce

questa volta

non si trovano

mughetti a parigi

anche se mi capita

di passare di notte

vicino al ponte des invalides

per girovagare

in viuzze addormentate

che sobbalzano

a ogni paio di tacchi a spillo

giro la testa come una donna

biblica

ma nessuno punisce

la città non ancora

ci sono tanti sogni mischiati

a ideali che bastano da soli

per ridurre in cenere

un pianeta oh gente

malvagia che prendi aerei

per andare a vedere piangere

un’icona lascia cadere una lacrima

nel santuario vicino casa tua

ci sono mughetti a parigi

ma piangono di nascosto

© Inediti

Eliza Macadan (n. 1967) vive a Bucarest e scrive in romeno, francese e soprattutto in italiano. Le sue raccolte di poesia hanno ricevuto vari riconoscimenti in Romania, Francia e Italia (Premio Léon Gabriel Gros 2014 per “Au Nord de la Parole” e “Anestesia delle nevi” finalista dei premi Camaiore e Fabriano 2015 sono i più recenti). Le raccolte italiane sono: “Frammenti di spazio austero” (2001, 2018), “Paradiso riassunto” (2012), “Il cane borghese” (2013), “Anestesia delle nevi” (2015), “Passi passati” (2016), “Pioggia lontano” (2017), “Zamalek, solo andata” (2018).

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Affar vostro se non lo sapete

noi donne seguiamo da casa

il volo dei vostri sogni

e credito vi diamo

ci solleviamo in punta di piedi

per vedere meglio

se la vostra stoltezza arriva

fino ai pioppi

fa una sosta

s’innalza

diventa un palloncino appena un puntino

nel cielo sfatto

che sia sera o mattino

Abbiamo da fare

passare la bocca sopra le grinze

dei miseri affanni

stampare il vostro volto su ogni posata

sulle federe dei cuscini

perché s’è fatto troppo opaco

nei cuori formidabili che stanno a guardia

al cancello per contenere per respingere

la voglia di mollare tutto quanto

e di andare a rimbeccare in giro

che fatta la donna Dio poteva

passare lo straccio su Adamo

si sarebbe risparmiato parecchie grane

e le nostre querule bestemmie

come colori accesi rovesciati

sulle povere pietre immote e incoscienti

Ma sono belli gli uomini

e bello donarsi nell’estate

della rinuncia allegra

Affar vostro se la ritenete debolezza

e non istinto di natura

di cui prima o poi ci si pente

Sono lunghe le nostre storie

Sono lunghe le storie delle donne

più di quelle precipitose o sonnolente

dei figli dei fratelli dei padri degli amati

e quello che le frega sono le promesse

afferrate come nastri sciolti sulla via dei mulini

Lì agisce il vento forte

che pronto dà e tutto strappa tutto trascina

Ma siamo belle noi donne

come pezze di lino profumato

come pettirossi che scacciano temporali

come forma di bocche sulle ferite

come ultime braccia che vi stringono

pregando la morte di attendere

ancora qualche istante

 

***

 

Piantate i vulnerabili ardori

fitomorfici

le antiche piazze

sono aperte ai vostri e loro bisogni

magari sarà la volta buona

per fruttificare

portare gemme gelsi alberi novelli

Questa ragazza per esempio

ha bella chiave figurativa

circondata da foglie rossoviola

con labbra che mordono un peccatuccio

vecchio come il mondo

e riesce ancora a far di sé

un’opera d’arte a spiccare il volo

come un beccaccino

che si è scottato le zampe

appollaiandosi su un’anima gregaria

O malaccorto

Qui come si può bene intuire

si moltiplicano inaspettate reincarnazioni

in primo manierismo cinquecentesco

come del Bronzino del Pontorno

Qui c’è nello specchio dell’andare e venire

un lago profano

dove reverende madri traghettano preghiere

frante lacere commosse di sé

aggiuntive ai miracoli invocati

che si dice avvengano

sempre altrove

Chiunque può sussurrare al vicino

al compagno all’amante ritrovato

Ici

après la fin du monde

donne une lecture de mes yeux

sur une disparition

devenue la propriétaire

d’une liberté indépassable

L’aliénation

 

***

 

I padri indugiano sulla soglia

e al contrarsi della fronte

ogni parola d’addio recede

come sbaglio soppresso

e il respiro mozzo dei figli

che moltiplicano i passi

senza silenzio e senza stridore

trapiantano in essi una balbuzie di cuore

Le figure dei giovani rimpiccioliscono

enormi e leggeri

sembrano gli zaini

Hanno i segni spettrali

dell’età che macchia

i padri

pelle sempre più spessa

e tosse che assottiglia

frasi disposte a cerchio franto

e vento

vento di montagna tra le dita

nelle tasche del tempo

che forse non avanza

e un abbraccio infesta la memoria

di baci dati stretti stretti

in un nido di fierezza calda

e d’un orgoglio sgargiante

per l’ultimo nato

Hanno teste calve i padri

o zizzania di salgemma

e a Telemaco indicarono

con un tuffo di timore

il timone la stella guida il sestante

l’orizzonte in subitanea pacificazione

con una fiducia che ruttava

nella parentesi delle guance

Resteranno in una metropolitana

abbandonata

o a guardia di una stazione di servizio

ai confini del deserto quieto

i padri

Saranno visitati dalla nebbia

da una cicala sul felcione

dalla carie di un magone

che passa e che promette ritorno

E avranno inciampo di piede

uggiolìo di nostalgiche note

penseranno ai regali per Natale

alla cabina di una spiaggia

e a quella stella marina

semineranno i campi di pazienza

senza badare agli spurghi

che tappezzano l’eremo

di quel che s’approssima e distanzia

Ma eccoli là

ancora a fiorire

come cardi

© Inediti

             © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.