Armando SAVERIANO – Tre inediti

Affar vostro se non lo sapete

noi donne seguiamo da casa

il volo dei vostri sogni

e credito vi diamo

ci solleviamo in punta di piedi

per vedere meglio

se la vostra stoltezza arriva

fino ai pioppi

fa una sosta

s’innalza

diventa un palloncino appena un puntino

nel cielo sfatto

che sia sera o mattino

Abbiamo da fare

passare la bocca sopra le grinze

dei miseri affanni

stampare il vostro volto su ogni posata

sulle federe dei cuscini

perché s’è fatto troppo opaco

nei cuori formidabili che stanno a guardia

al cancello per contenere per respingere

la voglia di mollare tutto quanto

e di andare a rimbeccare in giro

che fatta la donna Dio poteva

passare lo straccio su Adamo

si sarebbe risparmiato parecchie grane

e le nostre querule bestemmie

come colori accesi rovesciati

sulle povere pietre immote e incoscienti

Ma sono belli gli uomini

e bello donarsi nell’estate

della rinuncia allegra

Affar vostro se la ritenete debolezza

e non istinto di natura

di cui prima o poi ci si pente

Sono lunghe le nostre storie

Sono lunghe le storie delle donne

più di quelle precipitose o sonnolente

dei figli dei fratelli dei padri degli amati

e quello che le frega sono le promesse

afferrate come nastri sciolti sulla via dei mulini

Lì agisce il vento forte

che pronto dà e tutto strappa tutto trascina

Ma siamo belle noi donne

come pezze di lino profumato

come pettirossi che scacciano temporali

come forma di bocche sulle ferite

come ultime braccia che vi stringono

pregando la morte di attendere

ancora qualche istante

 

***

 

Piantate i vulnerabili ardori

fitomorfici

le antiche piazze

sono aperte ai vostri e loro bisogni

magari sarà la volta buona

per fruttificare

portare gemme gelsi alberi novelli

Questa ragazza per esempio

ha bella chiave figurativa

circondata da foglie rossoviola

con labbra che mordono un peccatuccio

vecchio come il mondo

e riesce ancora a far di sé

un’opera d’arte a spiccare il volo

come un beccaccino

che si è scottato le zampe

appollaiandosi su un’anima gregaria

O malaccorto

Qui come si può bene intuire

si moltiplicano inaspettate reincarnazioni

in primo manierismo cinquecentesco

come del Bronzino del Pontorno

Qui c’è nello specchio dell’andare e venire

un lago profano

dove reverende madri traghettano preghiere

frante lacere commosse di sé

aggiuntive ai miracoli invocati

che si dice avvengano

sempre altrove

Chiunque può sussurrare al vicino

al compagno all’amante ritrovato

Ici

après la fin du monde

donne une lecture de mes yeux

sur une disparition

devenue la propriétaire

d’une liberté indépassable

L’aliénation

 

***

 

I padri indugiano sulla soglia

e al contrarsi della fronte

ogni parola d’addio recede

come sbaglio soppresso

e il respiro mozzo dei figli

che moltiplicano i passi

senza silenzio e senza stridore

trapiantano in essi una balbuzie di cuore

Le figure dei giovani rimpiccioliscono

enormi e leggeri

sembrano gli zaini

Hanno i segni spettrali

dell’età che macchia

i padri

pelle sempre più spessa

e tosse che assottiglia

frasi disposte a cerchio franto

e vento

vento di montagna tra le dita

nelle tasche del tempo

che forse non avanza

e un abbraccio infesta la memoria

di baci dati stretti stretti

in un nido di fierezza calda

e d’un orgoglio sgargiante

per l’ultimo nato

Hanno teste calve i padri

o zizzania di salgemma

e a Telemaco indicarono

con un tuffo di timore

il timone la stella guida il sestante

l’orizzonte in subitanea pacificazione

con una fiducia che ruttava

nella parentesi delle guance

Resteranno in una metropolitana

abbandonata

o a guardia di una stazione di servizio

ai confini del deserto quieto

i padri

Saranno visitati dalla nebbia

da una cicala sul felcione

dalla carie di un magone

che passa e che promette ritorno

E avranno inciampo di piede

uggiolìo di nostalgiche note

penseranno ai regali per Natale

alla cabina di una spiaggia

e a quella stella marina

semineranno i campi di pazienza

senza badare agli spurghi

che tappezzano l’eremo

di quel che s’approssima e distanzia

Ma eccoli là

ancora a fiorire

come cardi

© Inediti

             © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

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