Franco MANZONI – Un inedito

Turbamento di speranza    

 

ah com’è tristamaro

quando un tempo mi trovai

senza motivi o giuramenti

nella carne tua cruda carne

luce d’occhi fianchi seni

pronunciando risa aderenti

lungo la tangenziale fiaccolata

nominante abitazione intensa

linda ricompensa di stazione

partenza dorsale d’obiettivo

giacente inferno sulla lingua

dicevi senz’astio lenta

nel malessere dei secoli

“prendimi intera comprendimi”

chiedendo certa di danzare aperta

stretti sul posto sopra il mare

non dolendosi di vento e polvere

“saziatene più dell’abbastanza”

coi lividi del temporale sulle ciglia

sigillandomi le tempie in fine

per nostra cara uscita di stanza

resa arresa schiava figlia

di un dolce turbamento di speranza

 

© Inedito

 

Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, da oltre trent’anni è una firma del “Corriere della Sera”.

Ha pubblicato numerose sillogi poetiche tra cui Imperatore!, Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra del grito, Casa di passaggio, In fervida assenza.

Nel 2018 è uscita per l’editore Eikon di Bucarest l’antologia bilingue Înger de sânge/ Angelo di sangue. Del 2018 è anche il suo saggio critico “Femminea estasi – Sulla poetica di Gabriella Cinti” (Algra Editore).

KAMEN’ 55

Rivista internazionale di poesia e filosofia

V.le Veneto 23 – 26845 Codogno (LO)

Tel. 0377 – 30709

Libreria Ticinum Editore

 

C O M U N I C A T O  S T A M P A

 

Sta per essere edito in questi giorni il cinquantaseiesimo numero  (n. 55 giugno 2019) della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’» con le sezioni di Giuseppe Baretti, Poesia, e Letteratura e GiornalismoLa rivista aderisce al Comitato Nazionale per le celebrazioni del Tricentenario della nascita di Giuseppe Baretti (1719-1789), come da D.M. 11/10/2018 rep. 431 “Schema di ripartizione fondi ai Comitati Nazionali e alle Edizioni Nazionali anno 2018. Salutiamo inoltre l’entrata in redazione di Guido Conti con cui ci uniscono anni di studi e ricerche.

 

La seconda sezione di Giuseppe Baretti  è a cura di Elvio Guagnini e dedicata al tema del viaggio. Alla prima parte di un’antologia di scritti su tale tema, fa seguito il saggio del curatore dal titolo Baretti e le scritture del (e sul) viaggio.

 Giuseppe Marco Antonio Baretti nasce a Torino il 24 Aprile 1719. Nella città natale frequenta, ancora adolescente, il circolo di giovani letterati che si riunisce intorno al Tagliazucchi, professore di eloquenza alla Reale Università. Nel 1737, non ancora diciottenne, lascia la casa paterna per vivere con uno zio a Guastalla, dove lavora come scrivano in una impresa commerciale e conosce il poeta giocoso C. Cantoni, che asseconda la sua vocazione letteraria e dà direzione ai suoi studi. Le future poesie di Baretti saranno non a caso giocose (L. Ariosto, F. Berni, fra i suoi autori preferiti), come si vedrà nelle Piacevoli poesie (Torino, Stamperia Filippo Antonio Campana, 1750; e, con aggiunte, Torino, Stamperia Reale, 1764). I modi formali, auto-ironici e ironici propri della tradizione comico-umoristica, indicano sia un senso di appartenenza complice a una comunità intellettuale e sociale, sia un atteggiamento agonistico nei confronti della cultura italiana del suo tempo: contro lo stile ora mellifluo e frivolo, ora ostico e «duro come un corno, e come un osso» di certe produzioni poetiche, contro l’erudizione che non si trasforma in pensiero, le mode letterarie e la faciloneria di certi intellettuali nel seguirle. Nel 1739 è a Venezia dove stringe amicizia con i fratelli Gozzi e, nel 1740, a Milano, dove conosce tutti i più eminenti letterati della città. Dal 1742 lavora a Cuneo come economo delle fortificazioni della erigenda cittadella, ma è richiamato a Torino dalla morte del padre, nel 1744. Sfumata ogni speranza di sostanziale eredità, una volta spesa la parte di liquidi ricevuti riparte di nuovo per Milano, quindi per Venezia, dove stampa  nel 1747-1748, una versione in 4 volumi delle Tragedie di Pier Cornelio […] e le Lettere […] Sopra un certo fatto del Dottor Biagio Schiavo da Este, opera in cui i critici hanno riconosciuto la prima manifestazione del suo efficace stile polemico, fatto di «parole semplici, e comuni». Baretti sarà fra i primi a creare una critica letteraria moderna, intesa come genere letterario e come presa in esame della cultura e dei costumi in generale, ispirata alla difesa battagliera di un’arte eticamente utile. Si costruisce perciò una lingua espressiva fluida, modellata sul Toscano e ricca di modi vivaci, di sapidi vocaboli e locuzioni tipiche della tradizione comico-umoristica – dai novellieri a L. Pulci e ancora Berni –,  e uno stile critico originale, anticruscante. Nel 1751 Baretti si trasferisce a Londra. La pubblicazione di un paio di pamphlet di argomento teatrale suggerirebbe che lavorasse, almeno temporaneamente, come poeta librettista per il teatro d’opera, la cui orchestra era diretta dal compaesano e amico, il violinista Felice Giardini. Trova tuttavia impiego soprattutto come docente privato della nostra lingua. Pubblica vari libri (una dissertazione sulla nostra poesia, nel 1753; una Italian Library, London, A. Millar, 1757, ossia un catalogo ragionato della vita e delle opere degli scrittori italiani, e altro), che lo fanno apprezzare in Inghilterra.  Nella capitale britannica stringe amicizia con eminenti personalità, come il pittore J. Reynolds (che ne dipingerà un celebre ritratto nel 1773), lo scrittore S. Richardson, l’attore shakespeariano D. Garrick e soprattutto il “dottor” S. Johnson, il saggista, critico e lessicografo di Lichfield che ebbe importanza fondamentale per Baretti. Non a caso, come Johnson, alla fine del primo soggiorno inglese egli redige un dizionario italiano-inglese (London, J. Richardson, 1760) che resterà a lungo in uso. Il ricavato gli permise di viaggiare in Portogallo, Spagna e Francia, per rientrare in Italia, dove si stabilisce a Milano, quindi a Venezia. L’esperienza di viaggio confluisce nelle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli, di cui, tuttavia, solo due volumi vedono la luce in italiano (Milano, G. R. Malatesta, 1762 e Venezia, G. B. Pasquali, 1763), mentre in inglese, con correzioni e aggiunte, l’opera verrà stampata nella sua interezza (A Journey from London to Genoa, Through England, Portugal, Spain, and France, London, T. Davies, 1770) e avrà enorme successo. Le lettere di viaggio mostrano il suo spirito nuovo, di intellettuale europeo, curioso e a suo agio ovunque, grazie alla padronanza di diverse lingue. Approdato a Venezia, dopo il blocco della stampa delle suddette lettere, nell’ottobre 1763, con lo pseudonimo Aristarco Scannabue, Baretti lancia il suo famoso giornale «La Frusta letteraria» (1763-1765), periodico tutto scritto da lui, in cui si propone di brandire la frusta «addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando». Perseguitato dalla censura Baretti cessa tuttavia la pubblicazione della rivista dopo un paio d’anni e decide di ritornare in Inghilterra. Nel 1766 è infatti nuovamente a Londra, da cui si allontanerà solo brevemente nel 1768-69 e nel 1770-71 per viaggi in Spagna e in Italia e dove diviene segretario della corrispondenza estera della Royal Academy of Arts. Nella sua seconda patria, continua a scrivere e pubblicare, tra le altre cose, An Account of the manners and customs of Italy (London, T. Davies, L. Davis and C. Rymers, 1768) e il Discours sur Shakespeare et sur monsieur de Voltaire (London, J. Nourse, 1777) considerato da molti, per vivacità polemica e vigore di pensiero, il suo capolavoro critico. Baretti muore a Londra il 5 maggio 1789.

 

 

La sezione di Poesia contiene, traduzione e cura di Amedeo Anelli, la seconda sezione di testi di Nikolaj S. Gumilëv. La sezione è dedicata alla memoria di Eridano Bazzarelli maestro ed amico.

 

Nikolaj Stepanovic Gumilëv nacque a  Kronštadt, nel 1886. Studiò nel liceo di Carskoe Selo, diretto dal poeta  Innokentij Fëdorovic Annenskij. Cominciò a pubblicare poesie a partire dal 1902: nel 1905 ,  ancora al liceo, apparve la sua prima raccolta poetica Il cammino dei conquistatori (Ïóòü êîíêâèñòàäîðîâ). In seguito si trasferì a Parigi per studiare alla Sorbona e, durante la sua permanenza nella capitale francese, collaborò anche alla rivista letteraria «Sirius». Dal 1907 viaggiò attraverso la Francia, l’Italia e l’Africa, da cui fu particolarmente attratto, ritornandovi più volte, partecipando a safari e raccogliendo oggetti e reperti per il Museo di Antropologia e di  Etnografia di San Pietroburgo. Di quelle esperienze si trovano tracce nel suo secondo libro Fiori romantici (Ðîìàíòè÷åñêèå öâåòû), pubblicato nel 1908. Ritornato in Russia, nel  1909 avviene l’incontro  con  S. K. Makovskij, con  cui lo stesso anno fonderà il giornale «Apollon», nel quale pubblicherà poesie e articoli sulla poesia russa sotto il titolo Lettere sulla poesia russa (Ïèñüìà î ðóññêîé  ïîýçèè). Nel 1910, partecipando alle celebrazioni del poeta simbolista Vjaceslav Ivanovic Ivanov, incontrò la poetessa Anna Achmatova che sposò pochi mesi dopo. Nello stesso anno pubblicò la raccolta Le perle (Æåì÷óãà), che contiene poesie ispirate alle sue esperienze africane. Nel 1911, in reazione all’aura di misticismo che circondava la poesia simbolista, fondò con Sergej Mitrofanovic Gorodeckij l’associazione «Gilda dei poeti», propugnando una poesia che dalle  nebbie metafisiche e dal misticismo del Simbolismo tornasse alla concretezza e alla solidità di un lavoro fatto a regola d’arte; si unirono a loro, tra gli altri, anche Anna Achmatova e Osip Mandel’štam. Il movimento – che fu chiamato dai fondatori anche «adamismo», in riferimento al ritorno a un’originaria purezza di visione della realtà, dalla quale doveva scaturire la nuova poesia – è passato alla storia col nome di «Acmeismo» (da acmé, vertice). Gumilëv scrisse poi diversi articoli teorici e fu un finissimo traduttore, anche dei propri versi. Tradusse in russo  l’epopea sumerico-babilonese Gilgameš,  Giacomo Leopardi, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, François Villon, William Shakespeare, Robert Browning, e molti  altri. Nel 1912 pubblicò la raccolta Il cielo estraneo  (×óæîå íåáî). Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Gumilëv si arruolò volontario come soldato semplice, guadagnandosi due Croci di San Giorgio al valore e la promozione a ufficiale di cavalleria. Separatosi dalla moglie, durante la rivoluzione del febbraio 1917, si trovò distaccato in Macedonia e in occasione di quella d’ottobre era a Parigi, nel corpo di spedizione russo sul fronte francese. Malgrado il suo dichiarato anticomunismo, Gumilëv  volle tornare in Russia nel 1918. Partecipò alla fondazione del Sindacato degli scrittori russi e lavorò alla redazione della casa editrice Vsemirnaja literatura (Letteratura universale) a capo della sezione francese per la traduzione letteraria. Dopo il divorzio dall’Achmatova, nel 1919 sposò Anna Engel’gardt.  Gli ultimi libri furono Il falò (Êîñòeð) e La tenda (Øàòeð) del 1918 e Colonna di fuoco ãíåííûé ñòîëï) del 1921. Arrestato il 3 agosto 1921 con l’accusa,  rivelatasi  in seguito  falsa, di partecipazione a un complotto monarchico – implicato nella cosiddetta congiura di Tagancev –  fu fucilato il 25 agosto con altri compagni.

 

La sezione di Letteratura e Giornalismo, decima della serie, ed a cura di Guido Conti, è dedicata a Cesare Zavattini. Al saggio introduttivo di Guido Conti, Cesare Zavattini: un genio tra giornalismo, letteratura e cinema, a trenta anni dalla morte, segue una nutrita Antologia di scritti zavattiniani.

Cesare Zavattini nasce il 20 settembre 1902 a Luzzara (Reggio Emilia), e muore a Roma il 13 ottobre 1989. È stato giornalista, scrittore, creatore di giornali, editore, sceneggiatore di fumetti, sceneggiatore per il cinema, autore di teatro, pittore e infine regista e attore.  A Luzzara i genitori erano proprietari di un caffè-albergo. Dopo la scuola elementare si trasferì a Bergamo per gli studi ginnasiali e, nel 1917, prima a Roma poi ad Alatri (Frosinone), dove conseguì la licenza liceale. Nel 1921, a Parma, si iscrisse all’Università (Facoltà di Legge) viaggiando avanti e indietro da Luzzara: presto diventò istitutore al Convitto Maria Luigia dove ebbe allievi Pietro Bianchi, Giovannino Guareschi e Attilio Bertolucci con cui strinse un’amicizia durata tutta la vita. Nel 1925 ebbe il primo figlio, Mario, da Olga Berni (sposata nel 1932); seguirono Arturo (1930), che diventerà un importante fotografo e direttore della fotografia del cinema italiano, Marco (1934), sceneggiatore e aiuto regista, e Milli (1940). Divenne redattore della «Gazzetta di Parma», e a Parma  maturò la vocazione per il giornalismo e la letteratura. Nel 1929, durante il servizio militare a Firenze, entrò in contatto con il gruppo della rivista «Solaria», dove pubblicò alcuni raccontini, e gli intellettuali del caffè Giubbe Rosse. Iniziò una fitta rete di collaborazioni con riviste e giornali, dove pubblicò racconti brevi e brevissimi: «L’Illustrazione», «Il Tevere», «Piccola», «Novella», «Secolo illustrato», «Cinema Illustrazione». Nel 1930, assunto come correttore di bozze alla Rizzoli, si trasferì a Milano. Il 1931 è l’anno della svolta: pubblica il suo primo romanzo Parliamo tanto di me, con grande successo di critica e pubblico, e Rizzoli lo promuove redattore di tutti i suoi rotocalchi. Nel 1935 il film su soggetto di Zavattini Darò un milione ottiene la Coppa del Ministero delle Corporazioni alla Mostra di Venezia, e nel 1938 negli Stati Uniti si realizzerà un remake del film, con la regia di Walter Lang: I’ ll Give a Million,  uscito in Italia con il titolo Chi vuole un milione? Nel 1936, Rizzoli lo licenzia, ma è subito assunto da Mondadori come direttore di tutti i suoi periodici. Si interessa di giornalini a fumetti; e crea il primo fumetto di fantascienza italiano Saturno contro la Terra (1936-1937), apprezzato anche all’estero. Seguiranno altri fumetti come Zorro della metropoli (1937-1938), La primula rossa del Risorgimento (1938-1939) e La compagnia dei sette (1938; 1946). Il suo secondo libro, I poveri sono matti (1937), per la novità del suo stile sorprende positivamente pubblico e critica, con echi anche all’estero. Progetta pure «Il Giornale delle Meraviglie» (1937-1939) e assume la direzione di «Le Grandi Firme»: un fenomeno di costume, arrivato a oltre 250 mila copie, ma che  Mussolini chiuderà nel 1938. Sfidando la censura, Zavattini dà vita a un nuovo settimanale, «Il Milione», e insieme con Achille Campanile dirige nel maggio del 1938 «Il Settebello», settimanale umoristico. I raccontini di Io sono il diavolo (1941) chiudono l’ideale trilogia iniziata con Parliamo tanto di me.  La nascita di Cinecittà e la chiusura delle frontiere ai film americani spingono Zavattini, nel dicembre del 1939, a trasferirsi a Roma e a dedicarsi soprattutto al cinema, come soggettista e sceneggiatore. Sarà uno dei protagonisti della rivoluzione del Neorealismo italiano, che diventerà modello in tutto il mondo e sarà modello per molti registi soprattutto americani. Insieme con il sodale Vittorio De Sica creerà alcuni capolavori: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952); e, con Luchino Visconti, Bellissima (1951). L’ultimo film di Zavattini sarà La veritàaaa (1982), di cui sarà soggettista e sceneggiatore, regista e attore. Nel 1943 aveva pubblicato la favola Totò il buono divenuta il film Miracolo a Milano (Palma d’oro a Cannes nel 1951). Nel 1959 scrive Come nasce un soggetto cinematografico, commedia rappresentata alla Fenice di Venezia. Tra le altre opere sono Straparole (1967), Non libro (1970), La Notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini (1976), i tre libri di cinema del 1979 Diario cinematografico, Neorealismo ecc. e Basta coi soggetti. La passione per la scrittura lo indusse a confrontarsi anche con la poesia: nel 1967 pubblicò un ritratto in versi liberi del pittore naïf Antonio Ligabue, base per il soggetto di uno sceneggiato televisivo di grande successo con la regia di Salvatore Nocita nel 1977. Nel 1973 dette alle stampe le poesie di Stricarm’ in d’na parola (Stringermi in una parola), definito da Pasolini un «libro bello in assoluto», dove Zavattini ritrovò nel dialetto luzzarese la fonte di una nuova ispirazione poetica tra realtà e favola, con un erotismo vitale a stravolgere il senso del mondo in modo carnevalesco. Insieme al grande fotografo americano Paul Strand è infine autore di Un paese (1975) che racconta Luzzara come una Spoon River lungo il Po. Con il fotografo Berengo Gardin pubblica Un paese vent’anni dopo (1975), che testimonia le trasformazioni economiche e sociali di Luzzara dopo il boom economico. Chiude la trilogia il carteggio Paul Strand-Cesare Zavattini, Lettere e Immagini (2005). Fra i premi ricevuti sono due Oscar nel 1947, e 1949); il Premio Mondiale per la Pace  nel 1955; nel 1977 il prestigioso Writers Guild of America Medaillon. Ha detto di lui il regista americano John Cassavetes, nella biografia a cura di Ray Carney (Cassavetes on Cassavetes, 2001): «Adoro i neorealisti per l’umanità della loro visione. Zavattini è sicuramente il più grande sceneggiatore mai vissuto».

 

 

Kamen’ n. 55 – Giugno 2019

  1. 126 – € 10,00

Libreria Ticinum Editore

Fabrizio DALL’AGLIO – Un inedito

Il volo di Icaro

 

Voi non sapete cosa sia il sole

né l’aria che gli spinge la quadriga

né il fuoco che ne infiamma le narici

ai cavalli di Apollo, non sapete

che il cielo si spalanca su una sfera

dove la notte e il giorno si dileguano

e il tempo si racchiude in un istante

che non comincia e che non può finire.

Io lo conobbi nel mio solo volo,

quando sentii sciogliersi la cera

alle mie ali, e sentii che il vento

mi ruggiva alle spalle un freddo fuoco

e vidi il mare levarsi all’orizzonte

con un’unica onda, la suprema

che mi raccolse infine tra le spire.

Voi non sapete quale immensa gioia

fu il volo senza ali che concluse

il mio tragitto. No, non ci fu caduta,

salivo con il mare in cima al carro

e fui nel fuoco che ci dà la vita.

© Inedito

Fabrizio Dall’Aglio è nato a Reggio Emilia nel 1955. Tra le sue raccolte ricordiamo Quaderno per Caterina (1984), Versi del fronte immaginario (1987), La strage e altre poesie (2004), Hic et nunc – con una prefazione di Mario Luzi  (1999) – premio Montale e premio Ceppo Proposte, L’altra luna (2006) e Colori e altri colori (2014) – premio Camaiore. I suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Slovenia, e Romania. Attualmente è in corso di pubblicazione la raccolta Selected Poems, nella traduzione di Alessandro Gentili e Thomas MacCarthy, per Edizioni Gradiva di New York.

Vincenzo GUARRACINO – Tre poesie

Nel solstizio d’estate

ad Angelo e Rosella Maugeri

 

Si potrebbero leggere le radici

i movimenti ansiosi che

si disegnano

quando è assente il pensiero

 

ma la vita non è assente col tempo

ed è pensiero di

radici

e per sempre ha radici

senza ansie

 

col sole poi l’anno in

questo canto di stazioni

cresciute

non si scorda

o il sì esatto di ogni minuto

 

l’amore è un vino che

migliora

 

(21 giugno 1980)

 

 I.

 

Quieti laghi, lucciole

sfarinate sulle gote come baci

reticenti di dolcezze,

che la sete sollecita al solstizio,

per l’erta degli orti appari

nell’ipostasi del nuoto, vuota,

ampolla desiata, di rossori

 

VI.

 

e i corpi si rifugiano nell’ombra

con gelido senso minerale

ma è vasta la casa che il vento

alimenta

e forse la voce si inceppa

e l’atleta attraversa d’un balzo

la piazza

ed è già morto –

 

resta in fondo la stanza

che conduce a libertà

irta di insopportabili timori

come una luna avvolta d’acqua

 

e così si tendono le reti

molti vetri si spezzano

e le terre sentono la lotta

nel loro vuoto

 

Tratte da “Dieci inverni”, Book Editore (1990)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Vince FASCIANI – Due poesie

c’è una fila di tombe

la neve è molle di ricordi

perché il bianco è la norma

 

il luogo è stato pavimentato

per farne una stazione di servizio

non sembrano volersene scusare

 

queste cose senza colore

sono forgiate nella paura

 

se menziono tanti dettagli

è perché vedo sullo sfondo

il profilo di una piramide bianca

 

***

 

uno specchio in cortile

la neve di un tempo

la fuga di un bambino

 

non è con voi che è imbronciato

è con il vetro della finestra

sempre lo stesso

 

a seconda di dove è situato

lancia un’occhiata

i ricordi appesi gli uni e gli altri

in un sogno immutabile

e riordina i mostri

nel petto ardente

 

da  Un ange passe (2002) – Trad. Mia LECOMTE

 

 

          © Vince Fasciani

Vince Fasciani è nato nel 1950 a Brig/Glis, in Svizzera, da padre abruzzese e madre svizzera-tedesca. Autodidatta, ha iniziato nel 1977 la sua attività letteraria vera e propria, dedicandosi sopratutto alla poesia e intrecciando varie e importanti collaborazioni internazionali, in particolare a Parigi (poeti surrealisti e fonetici, fra cui soprattutto Ghérasim Luca) e a Praga (pittori e poeti surrealisti, tra i quali Jan Svankmajer, Vratislav Effenberger, Karol Baron, etc.). Autore in italiano e francese, nell’aprile 1983 pubblica a Ginevra il suo primo volume di poesie e varia dal titolo Saisons métisses (Olizane). A partire dal 1984 parteciperà a numerose letture pubbliche, in particolare in Svizzera, Italia, Francia, Colombia e Nicaragua. Ha fatto parte, dall’84 all’87, della cooperativa editrice Aelia Laelia e ha tradotto il Manuale di autodistruzione di Carlo Bordini (Manuel d’autodistruction, Metropolis 1995). Tra le ultime pubblicazioni poetiche si ricordano: in italiano Diario ordinario (Campanotto, 2007); in francese Trousse poétique de secours (l’Age d’Homme, 2013) e J’ai oublié mon âme au pressing (l’Age d’Homme, 2019). È incluso nell’antologia Cento anni di poesia nella svizzera italiana (a cura di P.V Mengaldo, R. Martinoni e G. Bonalumi, edizioni Armando Dadò, 1997) con una una nota critica di Pier Vincenzo Mengaldo. Nel 2014 Valerie Bierens de Haan gli ha dedicato Vince Fasciani: poète de sa vie, raccolta di interviste sul suo percorso biografico e letterario (l’Age d’Homme). Vive a Ginevra, dove lavora ugualmente per l’associazione umanitaria Carrefour rue (https://www.carrefour-rue.ch/).

Il libraio pazzo e altri eroi, di Luca R. MARTINI

C’era negli anni Settanta a Milano, in una piazza davanti a una chiesa in zona Fiera, un negozietto a due vetrine, una libreria che era la più rinomata del quartiere, a dispetto dello spazio esiguo dove impilava i libri. Era amata da noi studenti di ginnasio perché il libraio, un trentenne basso e tarchiato con lunghi capelli e barba e baffi nerissimi, passava per un alternativo – bastava l’aspetto – e per un intenditore in materia di romanzi e saggi. Era, direi oggi, un uomo di qualche carisma, ancorché per niente bello. Gli aggiungeva autorevolezza possedere un maestoso pastore tedesco che divideva con lui il piccolo negozio e vi vegliava con l’occhio torbido di sonno come un misterioso alleato. Blake era il suo nome. Ricordo poco del tempo spensierato in cui io e alcuni compagni di scuola, e in particolare la mia amica P., frequentammo il posto e non so dire esattamente che cosa determinò la caduta verticale della piccola libreria dallo spazio delle idee nei territori dell’incubo.

 

Un giorno vi entrai trafelato, di ritorno dal ginnasio che viveva un periodo di concitate proteste studentesche, e il libraio, con la pacatezza di un santone che si sveglia da una lunga meditazione, mi disse: “ho il libro che fa per te”. Trasse dalla pila degli Oscar una raccolta di William Blake, la scartabellò e mi indicò un’incisione del visionario maestro inglese, allora rilanciato in popolarità dall’apologia che ne faceva il re di maggio dei beat, Allen Ginsberg. Qualcuno appende una lunghissima e strettissima scala al cielo (forse cerca di appoggiarla direttamente alla faccia nascosta della luna). Didascalia: I want! I want!

Un’altra volta, dopo avermi visto prendere dallo scaffale un breve romanzo italiano stampato da una casa editrice di simpatie extraparlamentari, ‘Imbecillità e morte’, il libraio sussurrò: “Buon titolo”.

Non so perché ricordo questi due episodi insignificanti: di certo il nostro rapporto, benché io fossi un ragazzetto timido, si risolveva in qualche chiacchiera che riguardava i romanzi in uscita e forse la situazione politica. Il cane sdraiato a terra ci guardava in silenzio, sbadigliando.

 

Fatico a dire che cosa determinò il cominciamento del disastro, ma il dolore iniziò ad albergare tra i libri del negozietto con la malattia che colpì il lupo e ridusse uno straccio in una manciata di giorni il libraio alternativo – la memoria di certo condensa i tempi rendendone visibili gli effetti quasi a occhio nudo.

Da un momento all’altro Blake sparì e l’uomo, propenso a comportarsi con me e P. come se l’animale non fosse mai esistito, prese a trascurarsi: i capelli e la barba si imbizzarrirono e riempirono di nodi. Piccolo era piccolo, ma notai per la prima volta che il libraio era grasso, anzi si presentava visibilmente ingrassato: aveva messo su pancia e sotto la barba gli cadevano flaccide le guance.

Una mattina, però, senza preavviso di alcuna sorta, lo trovai seduto alla cassa pettinato con la brillantina e sbarbato, vestito con camicia bianca e un insolito completo principe di Galles che sostituiva la consueta accoppiata jeans e golfone con zip.

Borbottò qualche cosa. Forse che doveva fare e ricevere una visita. Lo strano fu che il libraio non mi parve mai tanto sporco e trascurato come quella volta che si era messo ‘in ordine’: sembrava che i suoi occhi fossero pieni non già di lacrime, come avrebbe dovuto suggerire la recente scomparsa di Blake, ma di acqua sporca, e che la sua faccia trasudasse un liquido oleoso. Fu l’ultimo giorno in cui lo vidi al comando della sua piccola e in qualche modo coraggiosa impresa.

 

Successe poi una cosa imprevedibile. La libreria rimase chiusa per qualche giorno e, al momento di rialzare la saracinesca, scoprimmo che il libraio era stato sostituito da un uomo che gli assomigliava ma era un poco più piccolo, meno ispido e più gentile del prototipo, sebbene privo assolutamente di carisma. Io e P., che era la più assidua con me alla libreria della piazzetta, cominciammo a chiamarlo tra di noi Il Clone; ma, imbranati e imbarazzati come spesso sono i post adolescenti, pur in possesso di una dote di ipotesi fantasiose sulla sorte toccata al nostro ex amico, non riuscimmo mai a intavolare con Il Clone nessun discorso che riguardasse lo sfortunato predecessore. Neanche possedevamo le conoscenze, io e P., pur frequentando un istituto classico, per capire che il cane avrebbe potuto aiutarci a introdurre l’argomento essendo per di più  elevabile al rango di psicagogo.

 

È stato solo anni dopo che ho rivisto dalle parti dell’Università Statale trascinarsi per la strada il libraio alternativo. Portava, mi sembrò, gli stessi improbabili vestiti che gli avevo visto addosso l’ultima volta in negozio e, poiché era inverno, aveva aggiunto al principe di Galles un cappottone spigato e un nero cappello tipo Borsalino a tesa larga. Una presenza grigio scura nel grigio chiaro di Milano. Benché mi fossi fatto molti scrupoli – con me stesso! – riguardo l’impressione provocatami dall’apparizione, dovetti ammettere che l’uomo che stavo osservando sul marciapiede di via Larga era un barbone, un drop out della meno romantica specie e della più spaventosa: quella di chi conserva una parvenza di normalità in un contesto mentale deragliato. Non lo fermai, non ne ebbi il coraggio. Mi limitai a lasciarlo sfilare davanti a me, dall’altro lato della strada, e a fingere di non averlo né visto né tantomeno riconosciuto. Lui non poteva più del resto – si poteva capire anche da lontano – vedere me.

 

Un ricordo preciso del periodo, che spiega meglio la mia devozione alla piccola libreria, riguarda il rapporto che intrattenevo con i libri e con la scrittura. Fin dai tempi delle medie, avevo preso la posa di leggere (se non l’abitudine di leggere veramente), attirato come molti ragazzi della mia età dalle capacità eversive della letteratura. Non esisteva niente di meglio, per un adolescente cresciuto negli anni Settanta, di un territorio puro e immacolato, sottratto al controllo degli adulti corrotti dalla realtà, dove la fantasia poteva prendere il potere, conservarlo tra le dita per un momento, giocarci e pure schernirlo, per poi liberarsene pagina dopo pagina mentre si procedeva nella narrazione: si poteva infine ridurre ogni storia – non mi pareva vero – a un grido, un ghigno, una dichiarazione sfuggente e scostante di totale alterità. L’infelicità stessa non era più un problema in questa prospettiva dove gli scrittori, certi scrittori almeno, erano gli eroi.

A contrastare questa visione di agognata catastrofe globale della realtà interveniva però una paura privata, imprevista e fortissima; quella che a troppo staccarsi dalla normalità delle scuole delle fabbriche degli eserciti poteva sopravvenire, oltre a quello universale, un dissesto del tutto personale; la stupidità del reale e il coraggio dell’arte esibite nella rivolta erano in grado di aprire le porte, – e che porte! Quelle di un arco trionfale – alla follia. Niente metafore: follia intesa come follia clinica, psicosi e schizofrenia.

 

Ebbi parecchio tempo dopo la conferma riguardo a una simile apprensione – ovvero la possibilità di delirare per impeto letterario – dallo scrittore veneziano Alberto Ongaro, impareggiabile narratore di storie daimoniche e di destini incatenati, conoscitore scaltro dei meccanismi dell’avventura e della quest esistenziale.

Ongaro mi raccontò di aver sempre avuto, come una condanna appesa sul capo, il timore di impazzire, e ricordava che questa minaccia gli derivava con ogni probabilità  dalla profezia fattagli nella primissima infanzia da uno zio malvagio oppure solo burlone.

Per questo motivo, per una sorte di superstizione unita al sentore di una predestinazione, Ongaro aveva evitato nella sua carriera di romanziere alcuni temi. Non volle mai scrivere, mi spiegò in vecchiaia, della masnada Arlequin, sua ossessione narrativa da una vita, perché, mi confidò in una mail, “non avrei resistito alla furia della brigata che si scatena selvaggia nei secoli”. E aggiungeva “non posso farlo soprattutto in tarda età, dal momento che  affronterei con le scarsissime forze del mio mestiere presente quel passato di violenta e oscura sopraffazione”.

Analogamente Ongaro mi raccontò di temere dei best seller che io ritenevo di scarso livello, firmati dallo scrittore irlandese Dennis Lehane, e soprattutto il romanzo in cui i ruoli di pazzi e di psichiatri si mescolano in un gioco di specchi infinito e persino noioso per qualsiasi lettore che non avesse avuto la pericolosa fantasia incendiaria di Ongaro.

Di sfuggita: mi sono dimenticato di precisare che Alberto è uno degli uomini più coraggiosi che io abbia conosciuto.

 

Quando mi vidi passare davanti il libraio bardato come una ‘persona normale’, quel giorno in via Larga, ero abbastanza maturo per capire che l’uomo di Blake, della scala dai mille gradini appesa alla luna e del lupo malato, l’uomo di ‘Imbecillità e morte’ e di quei futili incontri pomeridiani, era un folle.

Fu per paura di una sorta di contagio, a dirla tutta, e non per gentilezza d’animo o chissà quale residuo di educazione che non attraversai la strada e non mi avvicinai a lui; fu per questa paura e per una intuizione raggelante – la quale attraversava i miei anni e li mescolava ai pochi istanti trascorsi insieme -, che arrivai a capire il significato dell’ultimo giorno passato dall’uomo in libreria, tra i suoi volumi amatissimi e irridenti. Era il giorno in cui – lo rivedo oggi come attraverso un canocchiale rovesciato -, insignificante e senza nemmeno la maledizione di un parente malevolo, imbottito in un doppiopetto di rigidi tremori, si decideva il suo futuro immediato; era il giorno evidente di un decisivo colloquio psichiatrico.

 

Post scriptum. Vorrei chiudere con un icastico freeze frame questa storia di follia. Ma sparecchiando tavola, chiudendo il taccuino, per onestà sento il bisogno di aggiungere dei particolari che definisco di realtà. In realtà, dicevo, ho poi incontrato più volte il libraio folle spesso dentro a librerie o biblioteche di cui si impossessava – ci girava in mezzo come il padrone che non era mai stato – con la sua presenza imbarazzante e spesso imbarazzata. Mi è capitato più volte, mentre ero studente alla Statale, di parlargli e di cercare di capire qualcosa di lui, ma lo sforzo è stato vano o è stato ripulito quasi totalmente dalla zona dei miei ricordi. Rammento soltanto che il leitmotiv delle chiacchierate o meglio delle sue esternazioni era un piano di smaltimento dei rifiuti della Terra mediante macchine che li avrebbero scaricati direttamente nel profondo dello spazio. Chiudo più volentieri sul freeze frame di questo discorso visionario e di purezza delirante.

© Inedito

 

Luca R. Martini, classe 1958, vive a Milano. Ha sempre lavorato nel campo della comunicazione.

Ha pubblicato racconti su rivista e nel 2018 un libro di poesie Tra due stazioni (Terra d’ulivi Edizioni).

Pensieri sulla lettura di “Trascurare Milano”, Luca Ricci, La nave di Teseo, Milano, 2018

Scrivere, ora, soltanto per far sapere che un

giorno ho cessato d’esistere, e tutto, al di sopra

e attorno a me, è diventato blu: distesa immen-

sa, e vuota, per il volo dell’aquila. Le sue ali po-

tenti, battendo, ripetono all’infinito i gesti del-

l’addio al mondo.  

Edmond Jabès

 

Ci sono vari modi di leggere la letteratura. Ma quello della lettura critica, che legge la letteratura, come dato poetico elementare, a differenza di altri, è quello dell’analisi dell’autentico, al centro del discorso immaginario o narrativo. L’autentico del linguaggio è ciò che si esperisce nella comunicazione ma che sfugge ad ogni forma di trasmissione e di linguaggio.

Ciò che lo scrittore narra oltre la morale, oltre ogni morale, manifesta questa impossibilità di trasmissione, cita un significato etico e preverbale, nella descrizione di una morale antidogmatica ma normativa del significante. Questo genere di lettura ha il pregio di restituire questa esperienza come esperienza del reale concreto, poiché essa schiude innanzi a sé il tempo presente dell’esistenza, temporale e intemporale allo stesso momento. L’esperienza del significante nel discorso è spirito adiscorsivo, indicibile nell’impianto dialettico del discorso medesimo. La dialettica descrive e definisce ciò che ancora può essere proferito, linguisticamente detto. Il presupposto della dialettica è tale che pone il problema di discorso al di là della psicologia e dell’emotività mistica. C’è l’umile e grandiosa materia linguistica del racconto, c’è la letteratura che dice il presente indicativo, seppur appartenendo al regno animale del non-detto (ovvero la materialità del linguaggio).

Trascurare Milano di Luca Ricci è un racconto lungo, forse un romanzo breve. Inizia con un esergo di Dino Buzzati “Onestamente: trascurate Milano evitatela nei viaggi d’istruzione”. La magia della metafora, della similitudine, della parola letteraria o parola-ponte, il registro della parola evocativa o narrativa, ha avuto principio. Inizia. Scandisce un inizio, dell’inizio, dice il titolo di un importante libro di Cacciari.

L’essenziale di questa parola è dire col proprio segno, con la propria parola, con la prospettiva di una parola adatta al raccontare, liberandosi dal chiuso inabitabile di un mondo interiore in cui ciascuno è segregato, confinato alla ricerca di comunicazione.

Luca Ricci con questo racconto ha bisogno di respirare, di incontrare l’altro, di appagare un desiderio che dalla città di sotto venga alla città di superficie. Inoltre Ricci ha una narrazione lieve che incide e leviga attraverso la comunicazione del linguaggio dando forma alla parola come fosse una cosa, un vaso da plasmare con l’uso delle mani. Si sente la mano che scrive, che non è come dire “si sente” la mano dello scrittore. Nella scelta del lessico usa appendiabiti, ad esempio, al posto di attaccapanni. Non vuol dire niente questa differenza ma segnala, indica il presente.

La vicenda si svolge nei dintorni del Natale, è freddo, il luogo come si sa dal titolo è Milano. È una storia d’amore che nasce nei vagoni della metropolitana. L’uomo non ha un nome, si sa che è sposato con figli, va al lavoro e cerca contatti con gli altri esseri umani, cerca questi contatti perché crede di esistere o essere nell’umano, attraverso gli altri corpi. Il tatto come significato più che senso, il tatto come motivo che attesta la nostra presenza. Ciò accade quando monta sui treni della metropolitana scendendo nel mondo di sotto. In questo mondo di sotto avverte come una maggiore libertà gestuale, commette piccoli abusi, innocue prevaricazioni che lo rendono un molestatore. Una presenza-assenza reale. Lo fa per sentirsi vivo. Poi conosce Martina. Lei è una studentessa di odontoiatria. Non ha la leggerezza della sua età. Ma neanche si capisce bene quali siano i fantasmi che la abitano. Martina è un personaggio ma è anche un’altra presenza-assenza cosificata.

La cosa che colpisce è ancora il tatto; così viene eletto a mezzo sovrano della percezione spirituale dell’umano, ciò accade, come un significato, nella scena conclusiva. L’uomo si scopre nel toccare e nell’essere toccati e toccare di nuovo, come vedere ed essere visti o come diceva Alberto Moravia l’uomo come fine, così dice il protagonista senza nome del romanzo breve di Luca Ricci: “Sì, perché in questo atto – io di toccare, lei di essere toccata – ci scopriamo non solo vivi, ma ancora umani”.

La prosa bianca, la scrittura da grado zero, come la denominava Barthes quella di Queneau, Blanchot o di Camus, in questo senso la scrittura di Luca Ricci può anche essere tutta nell’inizio del testo: “Cammino nel buio di Milano”.

La letteratura ha questa potenza semplice della frase che schiude un mondo. La parola della letteratura lascia apparire un senso di elaborazione dell’onirico che poi trova posto nell’immaginario del gesto scrittorio.

Questo libro è pregiato proprio per l’immaginario che protegge, descrivendolo nel gioco del testo e del tessuto narrativo. Ricci va oltre la morale borghese o la morale ufficiale, codificata. La storia che racconta è quella di un amore proibito e fedifrago, topos che si può trovare nell’intera letteratura moderna da Tozzi a Flaubert, così pure come nella lirica. Per quanto il paradigma cambi, il problema del nonsenso esistenziale rimane sempre il codice di riferimento, la risposta da dare.

Appena finito il libro, mi è subito venuto in mente una poesia di Corazzini e Ninfa plebea di Domenico Rea ciò che li accomuna è quel qualcosa di indicibile che, generalmente, denominiamo “letteratura”. C’è in entrambe le storie, quella di Martina e quella di Miluzza, una casuale ma piacevole volontà di perdersi, per ritrovarsi al un altro livello, sperando in un altro stato. La poesia di Domenico Corazzini è “Spleen”, faccio riferimento all’edizione curata da Jacomuzzi (Einaudi, Torino 1968), perché il vigore di questo testo straziante, come fosse un canto di Maldoror, indica la parola come l’essenziale e così recitano i versi:

 

“Che cosa mi canterai tu/questa sera?

Amica, non voglio pensare

troppo: la prima canzone

che ricordi, antica,

non importa;

una di quelle canzoni

che non si cantano più

da tanto,

che non fanno più schiuder balconi

da un secolo. Vuoi

darmi la nostalgia

di una canzone morta?

 

 

Sei triste, mi dai pena

Questa sera; non canti, non mi parli…

[…]

 

La letteratura è questa grammatica impensata. Si legge perché si è già letto. Si legge, effetto paradossale per imparare la vita ma il paradosso si scioglie perché si legge anche per viverla, nel viverla, leggendo, scrivendo.

Ma si legge anche perché solo leggendo, scrivendo si impara a partecipare alla vita dello spirito, alla storia, all’epoca. Infatti contesto, ambientazione geografica, periodo storico, stile narrativo e genere letterario sono diversità ragguardevoli tra questi libri ma legati dall’immaginario come gesto linguistico, come azione del dire. Trascurare Milano di Ricci:“La vita di sopra non è fatta per noi, io sono quella di sotto, quella della metro” dice Martina. E il protagonista uomo pensa: “Resto senza parole perché ha appena detto quello che avrei voluto dirle io”.

 

Ogni volta che la letteratura accade, come succede in questo libro, ci sentiamo più civili, scopriamo che la forza della civiltà è una parola pensata, spesa dalla parte del significato, del senso dell’esistenza.

La letteratura è, forse, la più alta difesa della civiltà, perché è nella civiltà della parola che l’uomo trova la possibilità di difendere l’esistenza, l’esistenza nuda dell’altrimenti che essere. Cioè l’idea di difendere il mondo possibile.

Quello che colpisce di questo continuum narrativo è la varietà dei linguaggi, dei timbri delle voci ora normativa, ora sarcastica, ora cinica e anche sprezzante ma sempre di nuovo il narratore è impegnato nella ricerca della parola nelle lacrime di eros.

Questa gradazione scrittoria destina Trascurare Milano alla portata metaforica della vita. La capacità di Luca Ricci di narrare una favola nel tempo senza tempo, moderna e negativa, ma oltre la negatività, non come lato opposto del positivo, ma negatività ontologica che rende merito all’alienazione che precede la festa e all’estraneità che ne consegue nel giubilo natalizio che viviamo come un epifenomeno sociale, sia per chi è cristiano, ateo o di altra confessione. “Scendo le scale della linea gialla, stazione Repubblica, atterrito da questi pensieri, dalla grande sciocchezza di farsi rubare il tempo delle festività (e succede ogni anno, parecchie volte all’anno). A breve salirò su un treno, ma potrei benissimo buttarmici sotto. Non so davvero cosa mi trattenga. Non penso che Martina sia così importante da salvarmi la vita. Non l’ho mai vista nei panni della salvatrice. Né io ho la pretesa di essere il suo salvatore. Ci usiamo, come del resto fanno sempre tutti, solo che lo facciamo apertamente, forse siamo meno vili, senz’altro più divertenti della maggior parte delle persone. O forse no, siamo come tutti gli altri. Ma è bello credere di essere speciali, anche solo nel volersi abbrutire sempre più, cercare di primeggiare nel degrado, eccellere nel disonore. Che cosa voglio scordarmi oggi, a parte che è la vigilia di Natale?”.

La critica della letteratura verso l’esistenza rivela la banalità del risvolto sociale nella festa. Il soggetto s’imbatte pertanto, nel vuoto d’amore costituivo dell’esistenza, perché la nostra vita, senza una comunità, perde di significato. Anche il significato originario della festa diviene vacuo, consegnando l’uomo allo smarrimento del senso. Questa è la storia di uno smarrimento, più che superato, vissuto dall’io narrante che resta oscuro nel gioco labirintico del testo.

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

 

 

 

 

© Marco G. Ciaurro