Guarracinismi tra antico e odierno

In un’epoca come la nostra, con le cronache e le prime pagine dei giornali occupate stabilmente da Muri e Ponti tragicamente crollati, ecco che un libro che esibisce nel titolo “Trincee” non può che catturare l’attenzione evocando immagini di guerre e di sangue: quasi a promettere, se non una sostanza epica, almeno occasioni di risentimento e civile resistenza.

Il libro è Da una trincea di vento (Moretti&Vitali), di Lorenzo Mullon, triestino “natione non moribus”, e la sua sostanza di denuncia, civile, ce l’ha senz’altro, ma non come uno se l’aspetterebbe.

Intanto, l’autore è un personaggio quanto mai singolare, almeno per il mondo della letteratura, che lui attraversa senza clamori da prima pagina, da Canto Generale, convinto com’è che “nulla di nostro / è nostro veramente / tranne / un filo di voce / e una radice / nel mare”. Lella Costa, che s’è prestata ad accompagnarlo in questo libro, dice di lui che “fa il poeta itinerante, gira per i parchi milanesi a dire i suoi versi” e che, se questi piacciono, ne “propone, sempre con garbo infinito, l’acquisto”, perseguendo una sua personale ricerca della felicità attraverso la poesia e la coltivazione di un suo progetto di armonia con se stesso e con gli altri, oltre l’”assurdo teatrino” di una mortificante quotidianità: un’utopia che i Muri e le Trincee vuole abolirli, sconfiggerli, ma con la Parola, con la forza di un messaggio positivo. Uno che sente di parlare non a nome di sé soltanto, ma di interpretare ed esprimere il sentire di tanti di una Moltitudine, “tra la realtà / e la forza dei sogni”. ecco: è da qui che si pone Mullon, incurante di passare agli occhi dei più per “ingenuo” e “tonto”, forte della coscienza di chi insegue se stesso sapendo di non “assomigliare a niente”. Altro che “cuori aperti e porti chiusi” come con slogan inquietante promette e minaccia un ruspante “Statista” da salamelle.

Lorenzo, alla tronfia sicumera di certi Soloni e alle anfetaminiche elucubrazioni di tanti sedicenti Poeti, oppone la sua dolente “sapienza” della vita ricordando con pudore e discrezione che “il mondo è così sospeso / nell’universo / che bastano poche note di una musica per farlo girare”: una “musica” quanto mai lieve che “se ne va / senza lasciare traccia” a non accettarla, a non lasciarla vivere dentro di noi nella forza della sua debolezza e bellezza, liberandosi dell’ingombro di troppe cose inutili.

 

***

 

Li affido a te, Signore, questi negri / che sbucano a decine, a centinaia, / a gruppi o in fila indiana, / dal sottopasso della ferrovia / vicino a casa nostra. / Si avviano starnazzanti verso il mare, / intasano la strada, incuranti del traffico, / che ti verrebbe voglia di gridare, / per fargli il controcanto, / cerchi scampo chi può, mamma, li neri! / Sia chiaro, siamo aperti / a ogni loro esigenza / grazie al nostro passato di emigranti / però, diamine, un po’ più di rispetto / per chi a quest’ora schiaccia un pisolino, / parlare ad alta voce è di esseri incivili. / Guardali quanti sono, / somigliano alle bibliche locuste, / a un gregge di montoni in Aspromonte, / gli uomini con involti nella mano / o in bilico sul capo / le donne più composte coi residui / della loro famiglia tra le braccia / o sospesi alle spalle. / Donne dolorosissime / con negli occhi i massacri / delle guerre e della fame, donne fortunate / che si sono disfatte di altre donne / schiavizzate, stuprate, lapidate, / con le ferite aperte / di matrimoni imposti e vedovanze, / che intrecciano i capelli delle bambine bianche / col viavai di lunghe dita nere / sotto lo sguardo attento delle madri. / E uomini vaganti / tra lettini e ombrelloni / che, come per un gioco di magia, / estraggono da zaini e da borsoni / l’armamentario delle meraviglie: / borse a soffietto, zufoli, girandole, / lingue di menelik, ranocchi luminosi, / nani spruzzanti bolle di sapone, / rosari, figurine / di Padre Pio e dell’odiato Papa, / immagini di Cristo sorridente / con il cuore squarciato dalla spada, / loro poveri cristi musulmani. / Signore, dammi ascolto, / spalancagli le porte dello Janna / e adagia sopra il seno delle huri / la loro schiena rotta / sotto il peso di inutili negozi, / con una nube dove riposare / i piedi martoriati / dalla cocente sabbia del deserto / lungo la spiaggia di Montesilvano” (Emilio Coco, Preghiere, Quaderni di RebStein 2011)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

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