Gerardo IANDOLI – Due poesie

Era

 

C’è una generazione che ha messo la sveglia

non per alzarsi, ma per riaccordarsi con il colore

dell’abito che le è stato prestato

per un posto di immedesimazione:

si è soli con la propria eco a cantare

assoli di canzoni già sentite altrove

tra i rovi che recintano un passo bucolico.

Sia bassa la voce, che la gente riposa.

La poesia è quel che resta

quando si è stanchi di lavorare,

ma pur di non peccare di pigrizia

si accetta la macchia di inchiostro, vezzo

da ostentare su quell’abito sposseduto

dalle cuciture demoniache:

si resta dentro alle sue stoffe serie

come oltranza a venire.

 

Colloquio

 

La sua mano si muove e si adagia

sulla scrivania, di cui non controlla

l’ordine dei cassetti.

Dall’altra parte c’è un volto, il cui punto

essenziale sono gli occhiali scuri.

La voce altrui non c’è, eppure non serve:

la risposta è già un diniego col capo.

Allora, non gli resta che specchiarsi

in quello sguardo nascosto: capisce

che la sua è solo una faccia assente

in cui nessuna simmetria è possibile

poiché sinistra e destra non hanno senso

dove non ci sono tratti, né appigli:

la carne cede alla gravità e si fa resto

che si appiccica pesante sul pavimento.

Il corpo del rifiutato è inerte al suolo

e per fortuna una spazzola gli concede

quella forza motrice necessaria

al perpetrarsi dell’impiegabilità.

(tratte da Arrevuoto)

 

Gerardo Iandoli (Avellino, 1990). Laureato in Italianistica all’Università di Bologna, è attualmente dottorando e Lettore d’italiano dell’Università di Aix-Marseille. I suoi interessi di ricerca vertono sulle rappresentazioni della violenza nel romanzo italiano contemporaneo e sul rapporto tra etica e letteratura. Alcuni suoi saggi, in italiano e in francese, sono apparsi su riviste scientifiche internazionali: lavori su autori come Roberto Saviano, Wu Ming, Edoardo Albinati, Selene Pascarella, ecc.
In ambito poetico, ha organizzato la Giornata di Studi “Le rappresentazioni della famiglia nel testo poetico”, presso l’Università in cui lavora, dove ha parlato di Valerio Magrelli. Inoltre, affianca alla sua attività di critico la passione per la scrittura poetica: a Marzo 2019 ha pubblicato la raccolta Arrevuoto, presso l’editore Oèdipus. Scrive e collabora con la rivista Argo.

Nel corpo della voce, Controluna, 2019

L’antologia poetica Nel corpo della voce (Controluna 2019), curata da Elena Deserventi, raccoglie venti liriche di dieci autori italiani (due per autore). Le voci di Armando Saveriano, Silvana Pasanisi, Federico Preziosi, Stefano Giorgio Ricci, Maria Gabriella Cianciulli, Luca Crastolla, Giusy Rodolfi, Anna Maria Scopa, Davide Cuorvo e Andrea Burato, poeti negli ultimi anni incontratisi e affermatisi su Facebook, prendono corpo grazie al commento della curatrice. Le ragioni di tale scelta sono ben evidenziate dalla Deserventi stessa nell’introduzione al volume: “Per non lasciare la poesia in balìa di impressioni e suggestioni epidermiche, che non le renderebbero ragione o per non trascurare il rilievo di elementi significativi troppo impliciti, interviene il commento con la funzione di delineare il ʽcorpoʼ della poesia, nel rispetto del testo” (p. 9).

Entrare ed uscire da Facebook per incontrare un pubblico diverso, affezionato alla meditazione lenta restituita dalla pagina in carta: è questo l’ambizioso progetto alla base dell’antologia. Né l’origine social del lavoro deve indurre al pregiudizio che i componimenti ospitati nella raccolta siano di scarso valore per il fatto stesso di essere nati nella e per la rete, ove è pur sempre in voga quella faciloneria narcisistica per la quale ognuno può rivendicare la libertà di autodefinirsi poeta, scrittore, intellettuale. Anzi, come sottolinea Giuseppe Cerbino, amministratore del gruppo Facebook “Poeti italiani del ‘900 e Contemporanei”, critico letterario e curatore della collana Lepisma Floema per l’editore Controluna, il lavoro svolto dalla Deserventi è tanto più prezioso in quanto “seleziona e valorizza […], sottrae la poesia a questo magma e la ridona all’orizzonte dell’edizione cartacea che ancora le appartiene e che mette i testi in un rapporto intimo con il lettore salvandoli dalle logiche dei ʽlikeʼ” (Postfazione, p. 89).  La struttura del componimento seguito dal commento è, del resto, presente già in nuce nella rubrica Sotto pelle, tenuta dalla Deserventi sul blog Versipelle (https://versipelleblog.wordpress.com/category/sotto-pelle/). Ed è proprio nell’unione tra canto e controcanto, dimensione virtuale e reale, che risiede il tratto più innovativo di questa raccolta. I dieci poeti che ne fanno parte, animatori di gruppi Facebook rilevanti nel panorama italiano, in particolare Poienauti e Versipelle, si sottraggono al rischio dell’autoreferenzialità e del canto solipsistico grazie allo scaltrito commento della curatrice, che ha il merito di non sovrapporre mai la propria voce a quelle degli autori proposti, ma di accompagnarle in modo tale da rendere la comprensione dei testi fruibile a qualsiasi lettore, a chi si stia da poco avvicinando al mondo della poesia come a chi abbia con essa una relazione più datata e profonda.

Quanto agli autori scelti e presentati nella silloge, essi rappresentano un caleidoscopio di voci differenti per età, provenienza geografica, esperienze, sensibilità, stili. È possibile, tuttavia, rinvenire in essi un trait d’union: la fiducia – o l’illusione – nel valore salvifico della parola poetica. Il poiein diventa strumento, talvolta ostile e drammatico, di comprensione e rappresentazione della realtà, del sé e del mondo, se non di evasione o fuga da esso e dalle sue storture. La dimensione della ricerca nella parola di un ubi consistam accomuna tutti gli autori, dispersi nella quotidianità spesso amara e indecifrabile come novelli Ulisse alle prese col tentativo spasmodico di significar per verba il loro andare in, fuori, attraverso, oltre sé, gli altri, il mondo.

In questa prospettiva, è forte in molti autori il sentimento del limite ermeneutico offerto dalla parola umana:

 

Il mio cuore è un deserto stregato – scrissi una volta

e tutte le mie poesie le ho dimenticate o sono giacenti

in un vuoto sibilante in un vortice ormai passato (Armando Saveriano, p. 19).

Il poeta si aggira nel mare dell’esistenza sbocconcellando rime “provvisorie e bestemmiatrici”, (Silvana Pasanisi, Itaca, p. 24), consapevole del possibile naufragio. Inoltre, a impedire al poeta di fare sintesi del proprio sconfinato universo non è solo il limite fisico della propria lingua, ma anche la contraddittorietà, l’indecifrabilità della realtà mutevole e precaria, nella quale a volte anche la parola perde significato, precipitando l’io poetante nella dimensione asfittica del non sapere o del sapere solo la provvisorietà delle cose:

 

So dell’onda che qui ci ha condotto

e che presto tornerà per riprendersi

anche questa musica soffiata dai navigli

in un giorno di precoce primavera (Luca Crastolla, p. 55).

 

Ecco che nel labirinto di un fuori ipocrita e di un tempo connotato come “nostalgia d’un passato non del tutto vissuto” o un presente in cui non si può che annegare (Giusy Rodolfi, p. 61), le parole sono “imbalsamate / nei conformismi studiati / all’ombra delle frustrazioni” (Maria Gabriella Cianciulli, p. 51), “morbus mentis retorica cadavere” (Federico Preziosi, Due Soli, p. 35), linguaggi sconosciuti ed inesprimibili, che vincolano l’io poetante ad una condizione di afonia (“i tuoi silenzi sono accenti circonflessi, / ed io analfabeta nell’amore”, Davide Cuorvo, p. 78), se non di morte:

 

Le parole sono un sudario sudicio

per chi si sveglia con le mosche

sugli occhi chiusi (Stefano Giorgio Ricci, p. 41).

 

Eppure accanto alle sirene, alle voci interiori che “non parlano, bisbigliano, / aggiungono sentimenti al cuore / sofferente e luce ubriaca all’animo / che dispera” (Armando Saveriano, p. 15), compaiono miracoli che ex machina sollevano l’io lirico dalla difficoltà del dire “le tante cose difficili da scrivere”, che esplodono improvvise in forma di dono divino, restituito al mondo dall’io lirico quasi come offerta votiva, in atmosfere di miracolo ridente e assolato, di sapore classico:

 

Piego tutto in musica da conchiglie

e ritorno fuoco artificiale

esplosione altissima

Non avere mai paura di quello

che dal cielo cade

È restituzione (Silvana Pasanisi, Senza ombra quando è Luglio, p. 28).

 

Così pure la Parola fa da stella polare a chi tenta tra le aporie delle realtà di tessere l’ordito della propria storia senza che altre stelle, per quanto “supplicate”, intervengano:

 

…non ho occhi grandi

ascolto solo il vento

della Parola (Maria Gabriella Cianciulli, L’ordito, p. 49).

 

Ed è ancora la parola a salvare l’io poetante dalla quotidianità, proiettandolo nella dimensione dolce del ricordo della fanciullezza, dello spazio lieve e sfumato di una scuola elementare e di chi, come una maestra, rese i segni del linguaggio indelebili nella mente e nell’esperienza del poeta:

 

La magnolia s’è alzata di due piani

il nido è vuoto

l’orecchio del vicino sempre in ascolto

è stato punto

virgola

a capo

lo insegnavi tu tra sorrisi e abecedario (Giusy Rodolfi, p. 63).

 

In taluni casi la parola, stimolata dalla visione naturale, diviene canto trattenuto, immaginato, foriero di un godimento quasi animalesco:

 

Ed io tenerlo stretto

m’immagino, tra i miei denti grignanti

urla e sinuosi gemiti che udito

a spasimi ripone di piacere (Federico Preziosi, Strali d’impeto, p. 33).

 

In altri casi la parola poetica è addirittura metafora della ricerca spasmodica di una vita autentica tra le pieghe di un’esistenza già immobile e morta: “Siamo poesia nella prosa / e pagliuzza nell’occhio di vetro” (Stefano Giorgio Ricci, Siamo, p. 44). A volte le due dimensioni, quella del canto e quella dell’evasione dalla morte incipiente, si uniscono nella misura in cui il canto può aiutare il poeta a uscire fuori da un destino mortifero:

 

Nessuno è mai morto per amore

anche il merlo che ora ha smesso di cantare

solfeggia sotto il rigo […]

La morte scorre dentro /

E tu Sei fuori (Anna Maria Scopa, p. 71).

 

In tal senso, la parola interviene nella coscienza poetante a costruire consapevolmente, con piglio quasi geometrico, il proprio spazio di esistenza:

 

pianto un perimetro attorno al plurale,

faccio la somma dei sopravvissuti, misuro

l’ampiezza del tuo rimanere, il luogo fisso

in cui abitare (Davide Cuorvo, p. 75).

 

La poesia si configura, quindi, come atto di volontà e libertà per mezzo del quale il poeta, povero ʽcristianoʼ, può desiderare di trovare una lingua nuova ai confini del mondo con la quale esprimere insieme l’anelito ad una casa e l’aspirazione all’altro da sé:

 

Vorrei essere al posto tuo

cristiano in terra d’oriente

e parlare al gabbiano che danza

giù dalle scogliere mentre da est

il sole a San Pietro ancora entra (Andrea Burato, p. 85).

 

In tutte le liriche presenti nella raccolta, quanto nell’opera certosina e preziosa di commento svolta dalla curatrice, l’atto della poiesis non rimane sterile produzione fine a sé stessa, ma si fa costruzione di senso e di sensi, di un “corpo” in cui le strutture del pensiero e della lingua, i diversi organi, i diversi sensi impiegati dagli autori come strumenti per decriptare il reale si compongono unitariamente alla ricerca di un dialogo possibile con un tu che attende, al di là della pagina web o di carta. È in ciò, nella ricerca di un confronto autentico, di un dialogo profondo, benché a volte difficile, con sé stessi e con il lettore, l’istanza più profonda di questa antologia, che risulta un buon esempio di come la poesia possa e debba oggi rivendicare, al di là del mezzo con cui sia diffusa, il ruolo ʽpoliticoʼ che le spetta quale strumento di costruzione di luoghi aperti di libertà espressiva, di spazi di comunità reali e condivisi.

di Maria Consiglia Alvino

Guarracinismi tra antico e odierno

“QUEST’ATOMO OPACO DEL MALE” – Sono le parole conclusive di uno dei più celebri testi poetici della nostra storia letteraria. Mi riferisco a X Agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), il poeta del “fanciullino” e del “nido” profanato dal Male e dalla violenza della Storia, dal Destino ostile e incomprensibile. Chi non se ne ricorda? “San Lorenzo, Io lo so perché tanto /
di stelle per l’aria tranquilla /arde e cade, perché sì gran pianto /nel concavo cielo sfavilla. //
Ritornava una rondine al tetto: /l’uccisero: cadde tra spini: /ella aveva nel becco un insetto: /la cena dei suoi rondinini. //Ora è là come in croce, che tende / quel verme a quel cielo lontano; /e il suo nido è nell’ombra, che attende,/ che pigola sempre più piano. //Anche un uomo tornava al suo nido:/l’uccisero: disse: Perdono; /e restò negli aperti occhi un grido /portava due bambole in dono…//Ora là, nella casa romita, /lo aspettano, aspettano in vano:/egli immobile, attonito, addita/
le bambole al cielo lontano.//E tu, Cielo, dall’alto dei mondi/ sereni, infinito, immortale,/ oh! d’un pianto di stelle lo inondi/quest’atomo opaco del Male!”.
Ebbene, una ricerca recente sembra voler sfatare la leggenda della tragica morte dell’”uomo” che, innocente, avrebbe pagato per colpe non sue, come la Scuola ci ha insegnato a pensare. Secondo Maurizio Garuti, in quel fatale 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli, padre del Poeta, sarebbe stato assassinato non per invidie e gelosie di paese, ma piuttosto per precise e documentate colpe di natura sessuale. La tesi, ancorché in forma romanzesca, è sostenuta dal Garuti nel suo libro Il segreto della cavallina storna (Minerva, Bologna 2019).

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ANDY WARHOL A NAPOLI

Dal 17 ottobre al 23 febbraio 2020, Andy Warhol (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987) sbarca a Napoli, con una mostra intitolata “La vera essenza di Warhol”, nella Basilica della Pietrasanta, in via dei Tribunali. Le opere esposte sono 150, un vero e proprio excursus attraverso l’arte di Warhol.

Warhol non ha certo bisogno di presentazioni e le sue quotazioni dopo la morte sono salite alle stelle, rendendolo il secondo artista più comprato e venduto al mondo dopo Pablo Picasso.

L’arte di Warhol era una provocazione ostentata. Lo stesso Warhol sosteneva che l’arte dovesse essere consumata come un qualsiasi altro prodotto commerciale. I prodotti di massa sono esempi di democrazia sociale. Io e te beviamo la stessa Coca-Cola che beve il presidente degli Stati Uniti, Johnny Depp o chiunque altro ti venga in mente.

Esempi di come Warhol abbia trasferito questo concetto arguto nelle proprie opere sono Campbell’s Soup Cans, realizzata nel 1962, e 3 Coke Bottles.

Warhol rivisitò anche opere del passato, come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci ed opere di Piero della Francesca e Paolo Uccello. Ritrasse inoltre molti VIP dell’epoca, che si misero in fila per avere il proprio ritratto.

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L’ARTE COME CURA (NON SOLO) DELL’ANIMA – A Firenze l’arte diventa cura per i bambini -L’arte abbinata alle cure mediche pediatriche. E’ quello che si propone di fare il progetto “Special Guest – Kids”, realizzato grazie a un accordo siglato dal direttore generale dell’ospedale pediatrico Meyer e dal direttore degli Uffizi Eike Shmidt. Il progetto, che prevede la possibilità di consentire visite gratis e guidate al Museo, vuole coinvolgere tutti i bambini che soffrono di patologie particolari, che li costringono a passare molto tempo in ospedale e a sottoporsi periodicamente a cure e terapie di vario tipo. Questi bambini vivono una situazione di angoscia e di timore e questo progetto è stato pensato per aiutarli da un punto di vista psicologico, facendo conoscere loro la bellezza e le proprietà curative dell’arte.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Ci si spegne il cervello
al pensiero di una piattaforma
di investimento emotivo
Più rassicurante
restare nomadi del caso o del capriccio
ignorando indicazioni di rischio
usando cosmetici per l’improntitudine
dei malesseri oscuri
Viaggiamo col limitato bagaglio
di percezioni distorte
di conclusioni psichedeliche
avvezzi a tradare * complici sentimenti
da poco e niente
estetizzando animi viscidi intrecciati
al gusto di una menzogna ormai digitale
Così i poeti contrabbandano
versi cianotici che assorbono ripetitività
riempiono i polmoni d’inchiostro inetto
si fanno multipli di scaramanzie
indisciplinate che hanno il fascino dell’assurdo
e l’effetto di una letale pozione nel cavo della mano
come soluzione alla viltà di non disperarsi
Accovacciati su un tappeto di pretesti
ci liberiamo dello spirito di lealtà
Le ali sono membranose
e lacere
all’aria cattiva che alimentiamo
e ci uccide

***

Da un ritaglio di carta
ricavò un gabbiano
o l’dea che di un gabbiano
potesse avere
L’uccello si divincolò
con un garrito
tra le sue mani
Il ragazzo lo lasciò andare
Va’ da lei
portale il mio messaggio
Il buio avanzava
come una vernice
implacabile
che cancellasse il quartiere
smozzicando lampioni
sbocconcellando
gli angoli delle case
arrampicandosi lungo i palazzi
somigliante a muffa mischia a nebbia
Se potessi imprestare i miei occhi alla notte
si disse in un sussurro solo mentale
la notte vedrebbe a giorno
e non avrebbe bisogno di morire
Accese una candela profumata
davanti a uno specchio insulso
e il lucore gli restituì
una stanza gerbida come la brughiera
I genitori barricati dentro il bagno
qualcosa che si dibatteva
contro il battiscopa di marmo
forse un grosso scarafaggio
una mano guantata
un ricordo dei terrori dell’infanzia
Aprì il libro di preghiere
e le scritte gli piovvero addosso
morbidamente
sui calzoni sopra le pantofole
Allora accostò alle labbra incollate
il bicchiere di vino
aveva un sapore di ruggine antica
una guasta dulcedine
Qualcuno piagnucolava
Tirò la serranda
Sapeva che qualcosa
scalava lentamente
la facciata
Sta’ calma bisbigliò il padre alla moglie
sta’ calma perdìo
ma quella versava lamenti
neanche se dallo squarcio di un coltello
Il ragazzo cercò a tentoni
una sedia
e se ne stette ad aspettare
L’orologio tremò
tazza piattino tintinnarono
Un’unghiata di consapevolezza
lo ferì alla nuca
Smettetela
gridò
Smettetela

***

Quella bizzarra estate
frustata dalle piogge
con le scarpe bucate
un impermeabile rubato
a una bancarella
e quel tuo scialle dalle tinte morenti
Quella indimenticabile estate
a Odessa
senza sapere una parola di russo
regolarmente ci si perdeva
La gente ci derideva
apertamente o sotto i baffi
Cercavamo il quartiere
della Moldajanka
con una Nikon
nostra unica ricchezza
oltre a una manciata di spiccioli
e ai racconti di Babel’ *
Avvicinammo impiegati stazzonati
allevatori meretrici risolute
ambigui affittuari
tutti marchiati dal sangue del massacro
Madonna 115.000 ebrei macellati
per primi vecchi e bambini
le donne stuprate giovani o malandate
che fossero
Occhi strappati e raccolti nei secchi
e grida di cui s’impossessava la tragedia
Di questo la città
perennemente sporca e dannata
l’incancellabile passato
ghigna e stride ad ogni angolo di via
Quando fummo fermati
a nulla valsero proteste documenti
suppliche
Siamo cittadini italiani
turisti
Montammo
no
ci fecero montare
ci spinsero su un camion
con altri derelitti
Erano armati
Quando scendemmo
ci fu concesso
di fotografare
la nostra morte
Io ti accarezzai i capelli
col pensiero

           © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Guarracinismi tra antico e odierno

UBI SOLITUDINEM FACIUNT PACEM APPELLANT“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”, sono le parole di un “barbaro”, di Calcago, il fiero capo de Caledoni, nel De Agricola di Tacito: potrebbe essere più energica la condanna dell’imperialismo romano, la condanna di ogni imperialismo di ieri come di oggi. In nome della legge del più forte, quella stessa dichiarata con disarmante cinismo dal governatore Avito a un capo barbaro, Patienda meliorum imperia (“Bisogna sottomettersi alla volontà dei più forti”, Annales, XIII, 56).

 

UN TEATRO DI DEVASTAZIONE E DI ORRORE – “E dove ci troveremmo mai se le bestie fossero dotate di ragione? La terra tutta diverrebbe un Teatro di devastazione e di orrore”. È la conclusione drammatica e inquietante del Dialogo filosofico sopra un moderno libro del 1812, dove il giovane Leopardi paventa e ipotizza, nella forma dialogica che è propria alla sua ricerca e interrogazione non soltanto di quegli anni, i guasti di un mondo capovolto, il sopravvento del selvaggio sul civile, la messa in crisi e l’annullamento delle differenze nella scala biologica.

Tra il letterato “sapiente” e il giovane signore, “dotato di spirito ma guasto nel cuore”, non c’è contesa: la vittoria è scontata, “debolissima” essendo la causa e la posizione del “giovane gentiluomo” in cui non è difficile scorgere Giacomo con la sua giovanile presunzione di filosofo in erba, tentato da idee deiste e libertine ma pronto anche a una franca ricusazione.

Così, sotto il segno delle “bestie”, paventate come detentrici di ragione, il giovanissimo scrittore appena quattordicenne disegna uno scenario di angosce e paure, sostanziate di profondi pregiudizi che non sanno pensare l’animale se non in termini di differenza e soggezione, di assenza e di sfida, senza alcun elemento di positività.

Utile e funzionale, purché resti confinato in un ruolo di comodo deposito di metafore (c’è tutta la fanciullesca ornitologia leopardiana a dimostrarlo, a partire dalla favola poetica Entro dipinta gabbia, 1810), il mondo animale si tramuta nell’immaginario infantile e adolescenziale in un sistema alternativo carico di pericoli ed enigmi per la stabilità di un patto sociale intimamente insicuro e precario, tanto da rivelarsi nient’affatto immune da vizi e crudeltà e anzi allegoricamente parallelo e intercambiabile all’avventura sociale degli uomini, come dimostra a sufficienza l’insistita attenzione riservata dal giovane traduttore verso lo pseudomerico poemetto giocoso Batracomiomachia (“La guerra dei topi contro le rane”). Centauri e lamie, strigi e cinocefali e poi fenici e linci e “mille altri mostri semiumani” popolano con la loro inquietante e aggressiva presenza il Saggio sopra gli errori polari degli antichi, a riprova di una paura incontrollabile nonostante ogni assunto illuministico e parenetico.

“La terra tutta diverrebbe un teatro di devastazione e di orrore”: come non pensare, di fronte a una tale plumbea e angosciante irredimibilità, al groppo che serra la gola dello scrittore, tanti anni più tardi nel Frammento sul suicidio, laddove, constatata l’impossibilità che immaginazione e illusioni riprendano “vigore, corpo e sostanza, in una vita energica e mobile”, si prospetta la certezza di una fine miserevole, un destino di desolazione e morte (“questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto”)?

Teatro di devastazione e di orrore, da un lato, serraglio di disperati e forse anche un deserto: tra i due scenari, inscritti entrambi sotto il segno dell’animale – nella sua prevalenza, nel primo caso; nella sua essenza, nel secondo – leggiamo un lungo itinerario che dice di una sotterranea tormentata elaborazione, capace di ripensarsi integralmente, di capovolgere addirittura le proprie convinzioni.

La paura si è tramutata in desiderio: la diffidenza si è stemperata in auspicio di una necessaria, ancorché impossibile, restaurazione.

Restaurazione, di che? Ma di ciò che l’animale significa in termini di vitalità, di forza di “distrazione, illusione e dimenticanza”, su cui si fonda lo stesso “piano della natura intorno alla vita umana”, disatteso il quale “il mondo va in perdizione”.

È singolare – e meriterebbe un’analisi ben più approfondita – come tutta la prospettiva si sia ormai capovolta nel segno di un ricupero dell’animale a una dimensione pienamente positiva, utopisticamente vagheggiata quanto più concretamente negata e impossibile.

Non meno di quanto risulta capovolto un altro concetto, anche questo delineato e intravisto nel citato Dialogo filosofico sopra un moderno libro del 1812, relativo all’assurda e deprecata eventualità di un progressivo incivilimento dei “bruti” e del loro coalizzarsi e consorziarsi “in società”, ossia l’idea che la società (con tutti necessari distinguo da farsi, così come fa nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, del 1824, sul concetto di “società”) rappresenti il potenziamento e la valorizzazione di ogni sapere e capacità, contro cui Leopardi nel Pensieri indirizzerà i suoi strali più velenosi constatandone l’intrinseca malvagità e concludendo che “il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi” (I).

Ridurre l’animale a uomo, assoggettarne analogicamente le proprietà per celebrare e condannare l’uomo, sfruttandone indebitamente le rassomiglianze, è ormai l’offesa più feroce e ingiusta per l’animale, quella per cui autorizzarne ogni vendetta e punizione contro gli umani, come difatti avviene nella chiusa del Dialogo della Natura e di un Islandese col sopraggiungere dei due leoni “rifiniti e maceri dall’inedia”, ma soprattutto con il trionfo della religione dell’orrore e dello squilibrio, dell’assenza cioè dell’armonia inscritta nel cosmo come legge e ormai definitivamente “corrotta”.

Attraverso l’animale, insomma, si realizza un progetto di morte, non di vita, nel momento in cui vengono messe in crisi e distrutte le giuste prospettive delle cose per mezzo di una sistematica strategia del sospetto condotta fino alla demonizzazione e maledizione (di quale ordine, di quale “felicità”?).

Divinità impenetrabile ed ostile, la Natura si rivolge alla stirpe che condanna come maledetta: pronta a massacrare a massacrare i suoi figli, è l’unica che non teme il sangue. In questo caso, non uccide l’uomo attraverso i leoni, ma piuttosto uccide uomo e leoni contemporaneamente: uccide per loro tramite l’infamia stessa della loro creazione. È la lucreziana vitai invidia, l’”odio della vita”, intendendo quel vitai come genitivo soggettivo e oggettivo insieme, aperto scontro tra tutto contro tutti, bellum omnium contra omnes, che non risparmia nessuno e niente e lascia dietro soltanto “un superbissimo mausoleo di sabbia”.

Nell’ordine creaturale, Animale e Uomo diventano così due categorie, in cui al primo si addice e compete tutto ciò che al secondo manca: giusto come proclama Amelio, lo “spensierato”,  che nell’operetta Elogio degli uccelli alle alate “creature vocali e musiche” invidia la loro “leggerezza” e “letizia”, oltre che la “vista dall’alto” e l’”immaginativa”, che all’umano ormai sono negate a riprova della sua preclusione all’infinito, della sua impossibilità cioè di attingere ciò che ha perduto o che desidera, ciò che gli manca o ciò cui aspira, per liberarsi dalla “filosofia”, dall’attitudine cioè a tutto soppesare, a riflettere (e a riflettersi), piuttosto che librarsi liberi nel volo, nel canto.

“Forse s’avess’io l’ale…”: dal Canto notturno in poi è nel segno di uno spazio impossibile, lo spazio degli astri infiniti e degli elementi essenziali, che può avvenire per Leopardi il riscatto della distanza della natura, il superamento della povertà dell’”immaginativa” dell’uomo.

Campo di una pura ipoteticità e ottatività, sogno illimitato e inesauribile, liberarsi dalla terra come liberarsi dall’umano, troppo umano, liberarsi dall’infelicità dei pensieri che camminano sui piedi degli uomini.

Solo lo sguardo animale, lo sguardo della selvatichezza e della vigilanza dei sensi così come lo sguardo dall’alto (come quello delle pliniane gru che volant ad prospiciendum alte, “volano alto per guardare lontano”), librato sulle ali dell’assenza di illusioni, oltre l’abisso delle domande senza risposte, solo questo potrà dire il non più e il non ancora del desiderio: potrà dire la poesia e il sogno della felicità nel linguaggio.

 

“LA LETTERATURA NON BASTA” – E’ questa la verità cui perviene lo scrittore antimilitarista Carlo Cassola (Roma, 1917 – Montecarlo, 1987), come è documentato nelle appassionate missive scambiate con l’intellettuale Angelo Gaccione (Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984, a cura di A. Gaccione e F. Migliorati. Introduzione a cura di V. Pardini; con una conversazione con A. Gaccione, Lucca, Tralerighe editore 2017): una lezione di vita cui oggi più che mai, alla luce anche dei recenti avvenimenti di guerra, conviene attingere.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

Serenella MENICHETTI – Due poesie

PERDERSI

Ancora quel paesaggio di campi vuoti. Una luna offuscata
dal drappo nero della notte. Camminano a passo d’uomo.

A terra uno specchio in frantumi,
ospita stracci d’immagini illeggibili.

La stazione dei treni, è il pensiero fisso,
che non rasenta gli occhi.

La meta da raggiungere, è l’immagine sbiadita del sogno.
Il fischio di un treno invisibile si fonde al canto dei grilli.

Nel deserto dei campi si affaccia il desiderio
di un biglietto, per il ritorno.

 

 ATTESE

Sul tavolo di rovere le bozze incompiute
languidamente giacciono, sul loro passato remoto.

Due bicchieri e una bottiglia d’acqua.
Le tazzine di ceramica sulle mensole, in pausa.

L’idea di conclusione, dalle pale del ventilatore spettinata,
agonizza in questo infuocato presente.

 

 

Serenella Menichetti, nata a Cascina, ha insegnato per  trentacinque anni. Ha pubblicato poesie e racconti su diverse antologie e, a partire dal 2013, quattro sillogi poetiche. I testi che pubblichiamo sono tratti dalla sua raccolta “Oltre la Soglia” (2018).

Guarracinismi tra antico e odierno

NON DOMANDARCI LA FORMULA CHE MONDI POSSA APRIRTI” (EUGENIO MONTALE, Non domandarci la formula, da Ossi di seppia)

 

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AVETE RUBATO I MIEI SOGNI –  “È tutto sbagliato. Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a scuola dall’altra parte dell’oceano. Eppure venite tutti da me per avere speranza? Come osate! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote. Ciò nonostante, io sono una delle più fortunate. C’è gente che soffre. C’è gente che sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E voi non siete capaci di parlare d’altro che di soldi e di favoleggiare un’eterna crescita economica. Come osate!”

(dal discorso pronunciato da Greta Thunberg il 23 settembre 2019, al vertice sull’azione per il clima delle Nazioni Unite, traduzione di Luis E. Moriones, ©RIPRODUZIONE da LA REPUBBLICA)

 

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IN CHE MILLENNIO SIAMO? – “Appoggio l’auto sul marciapiede. Ti vedo che acquisti chissà cosa, con lentezza e con grazia, come sempre. Poi esci dal negozio e sei sempre come allarmata, non mi vedi. Ti mando un cenno, un sorriso. Ecco, ti sei accorta che ci sono, vieni verso di me, con le mani da scoiattolo. Come un rito. Solo la morte lo interromperà.
Quando ti conobbi ti dissi come avresti dovuto scrivere le tue future poesie. Io, con quella faccia da talebano trentenne, il maglione stretto al collo, tappato nel mio autismo di artista, volevo dire a te come rischiare, per cercare una poesia ulteriore, originale, totalmente tua. Con la mia infantile superbia di allora, volevo modellare, con te, una anomala Bellezza, un nostro sogno a quattro mani. Ora lo so (allora non potevo) quel sogno ha generato libri, carezze, chiacchiericci notturni. Tu, dopo aver letto Pasternàk, una volta sorridesti scivolando nel letto. La faccia verso di me, bisbigliavi (ricordo): «In che millennio siamo?» (MARCO ERCOLANI, da “Le mura intorno”, inedito).

 

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UNA FORMULA? – “Il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimo. – Questo è certamente il più naturale e il più ragionevole” (GIACOMO LEOPARDI, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, 1824)

 

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ORTICOLARIO Undicesima edizione di Orticolario, in programma da venerdì 4 a domenica 6 ottobre, intitolata “Fantasmagoria” ed è dedicata al “Viaggio”, alle bacche e ai piccoli frutti, a Villa Erba di Cernobbio (CO).

Parte l’undicesima edizione di Orticolario 2019 a Villa Erba a Cernobbio, dimora ottocentesca sul Lago di Como, già residenza del regista Luchino Visconti.

Una mostra, fiera, evento per un “giardinaggio evoluto”, che propone “un nuovo rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Una convivenza tra amore per la natura e passione per il bello come stile di vita”  come dice Moritz Mantero, fondatore e presidente di Orticolario.

Il tema

Ogni anno viene scelto un tema ispiratore che si snoda come un racconto intorno alla natura. Dopo il 2018, dedicato al “Gioco” con il titolo “Si salvia chi può”, il 2019 è dedicato al “Viaggio” e saranno protagonisti le bacche e i piccoli frutti.

Il viaggio

Il tema dell’undicesima edizione viene raccontato da cinque artisti che, con le loro installazioni, trasformeranno i luoghi di Villa Erba in mondi altri, reali e surreali.

Ma cosa unisce il “Viaggio” all’arte? Proprio la capacità di trasportarci, seppur in modi diversi, in luoghi e in momenti lontani dalla nostra quotidianità e di farci riflettere e andare oltre qualsiasi confine, interno ed esterno.

Tra le cinque installazioni che costituiscono questa sezione, ecco quella di un artista “polifacetico”, un “Ulisside dell’arte”, Nicola Salvatore, che riprende un suo tema antico, le “Balene” (“Le balene nel salone”), dai risvolti ancestrali, rivissuto con caratteristica ironia e insieme forza coloristica.
Il lavoro di Nicola Salvatore è una ricerca continua, “viaggia” solcando ed esplorando tutte le possibili esperienze e luoghi dell’arte. “Con ‘Le balene nel salone’ mi ritrovo in una casa, insieme a tante balene che discutono, parlano, gridano tra loro e navigano con me per il mondo”, spiega l’artista.

 

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SUCCEDE  A NAPOLI. Il cibo non consumato sulla nave viene donato alle mense per i più bisognosi

La solidarietà è una bellissima notizia. Dalla città partenopea arriva una novella che racconta l’empatia e l’amore per gli altri. Stiamo parlando di una collaborazione tra Costa e il Banco Alimentare Onlus. Il sodalizio tra i due enti ha stabilito che tutti i pasti non consumati in crociera vengono donati alle mense dei poveri di Napoli.

Ogni lunedì la nave Costa Fascinosa sosta nel porto di Napoli e lascia tutti i pasti preparati in eccedenza ai volontari del banco alimentare. Combattere lo spreco di cibo e aiutare i meno fortunati sono le prerogative poste dalla collaborazione tra i volontari e Costa. Gli operatori della nave, nella sera precedente alla fermata nel porto, sigillano tutti i pasti e etichettano con date di produzione e di consumo.

Stefania Lallai, direttore Sostenibilità e relazioni Esterne di Costa Crociere ha dichiarato: “Napoli diventa il decimo porto di un’esperienza che è arrivata anche oltre i confini italiani. Intercettiamo un valore, il cibo, che prima veniva sprecato. Consideriamo l’ospite a bordo un cittadino a cui chiediamo di mettere nel piatto solo quello che può mangiare. Quindi tutto il cibo preparato ma non servito dagli ospiti va al banco alimentare”.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Luca CRASTOLLA, L’ignoranza della polvere – Recensione di Gerardo IANDOLI

La raccolta poetica di Luca Crastolla, L’ignoranza della polvere (Controluna, 2018), si fonda su di un atto comunicativo tra un io e un tu.  Comprendere i tratti di queste due entità permette di districarsi anche tra le tematiche della raccolta stessa.
L’io poetante è contraddistinto dalla malattia (“La mia mano è nel morbo/mi cadono le unghie e non fanno rumore) (p. 24) e da una volontà fragile (“Io volo/non ho uno scopo/il volo dell’insetto intorno alla lampadina”) (p. 25). Tale debolezza, però, non è soltanto una condizione esistenziale, ma una postura rivendicata dall’io stesso: “Voglio sentirmi sconfitto:/schiudere un vasetto di miele/e scovarci uno scantinato di dolore” (p. 23). A volte, questa discesa nella fragilità assume i toni del kitsch poetico (un verso tra tutti, esemplificativo perché presente nella poesia d’apertura: “Cuore perdonami:/scrivo perché non so parlare”) (p. 15): ciononostante, anche in questo caso l’io poetante sembra consapevole dei suoi mezzi, tanto da affermare: “La cipria è un vezzo triste/a cui non rinuncio” (p. 26). Per tale motivo, si può dire che questa enfatizzazione della propria debolezza più che essere segno di un denudamento di fronte al lettore, è un imbellettamento che copre il vero io. L’io poetante indossa la maschera lacrimosa del mimo: il suo volto bianco è pallido per scelta.              Di fronte all’io fragile, si staglia il tu forte. In tal senso sono esemplari i seguenti versi:

Prendi invito
a bermi il sangue dai polsi
a piantare i rovi nei fianchi
mentre signoreggi come agguato
nel pallore inebetito della luna

Prendi invito a tenermi in ginocchio
nell’asprezza del sudore e della sete
a cantare il sapore del seme
stonando ogni corda unta dalle fornaci (p. 22).

Qui, inoltre, compare una delle parole chiave dell’intera raccolta: “seme”. Il termine viene ripetuto spesso e nei versi appena citati si contrappone al concetto di “sete”, altro termine che attraversa l’intera scrittura di Crastolla. La dicotomia sete/seme, efficace anche da un punto di vista sonoro, sembra celare la dicotomia arido/liquido, come nei versi: “La fertilità/bagnata da due fiumi/è una Babilonia in fiamme” (p. 51). Addirittura, qui lo scontro tra i fiumi e le fiamme (ancora una volta un’opposizione semantica che si realizza attraverso un legame sonoro) assume anche dei connotati morali, ponendo nel campo semantico dell’arsura la peccaminosa Babilonia.
L’io poetante è egli stesso inaridito:

forse immagini
le mie fornaci alimentate da un vento
che ride della sua scellerata giovinezza.
Non conosci il mio farmi di pietra
lungo mille insolubili anni (p. 29).

La scrittura di Crastolla, allora, è il tentativo dell’io poetante di riacquistare la propria fertilità, di poter accedere di nuovo al potere del seme. E la comunicazione, lo scambio tra io e tu, è l’elemento che permette di dare la vita: “parlarne, ne abbiamo parlato/a lungo/pesando pure le virgole/meravigliandoci potessero fiorire” (p. 67). Infatti, non bisogna credere che la dicotomia io/tu combaci con quella sete/seme: anche il tu, che spesso prende i connotati della terra in quanto luogo di origine, è soggetto all’aridità:

qui non piove
qui, sui nostri ombrelloni colorati
di ludopatiche scenografie agostane

Qui, dove l’amara terra divorzia
dall’indolenza della pietra
e fa scasso
nella litania
sitibonda
dell’arsura imprecata dalla millenaria corteccia.

E le sabbie
frivole
vanno su come cattedrali consacrate
allo spaccio della battigia.

Qui
non piove.

E l’acquasantiera del cielo
degrada
a lamiera
di rugginosa asciuttezza (p. 44).

Pertanto, è la relazione a riattivare l’elemento generativo, quasi in un’operazione algebrica: le negatività aride dell’io e del tu, scontrandosi, danno origine alla positività del seme, del principio della vita. La poesia, frutto di questo incontro, ne è la prova.
Si assiste a un viaggio al contrario, dove l’io, da uno stato nirvanico, cerca di tornare alla terra. Egli parla di “cartoline dall’aldilà” (p. 65), egli “attravers[a] i rivestimenti dell’assenza” (p. 63). L’io fragile è un io che risiede sul piano della pura possibilità: “Vorrei sapessi/non ho che un abbecedario di sogni/da lasciare sul tuo comodino./Questo è tutto/ciò che mi possiede” (p. 61). Dal possibile, quindi, attraverso la parola, l’io cerca di realizzarsi: la poesia non è soltanto un modo per generare, ma anche di rigenerarsi. Il poeta, “antropologo orfano/di quei riti che ordinavano intime legature” (p. 41) cerca di ripristinare con la comunicazione la sacralità della vita. Da questo punto di vista è emblematica la poesia, a parer mio, più riuscita della raccolta:

non mi riesce senza annacquare l’aria.
Al contrario, potrei davvero mostrarti
i fondali di un silenzio inaudito:
un uomo
una donna
slacciati, nudi, in ginocchio.
Uno di fronte all’altro.
Uno l’altare dell’altro.
Due giganti di pelle e occhi
immersi in una luce di paglia.
Quando il sangue prenderà a scorrere
uno
agnello per l’altro (p. 70).

Il poeta fragile, consapevole della crudeltà dell’esistenza, ci dice che la sacralità della vita può essere conservata non rinunciando al sacrificio, ma trasformandolo in qualcosa di reciproco. Attraverso il continuo scambio di ruoli tra vittima e carnefice si può creare un rito salvifico della fertilità. L’io poetante, nella poesia che chiude la raccolta, accoglie il “dio pecora” (p. 78) elevando a divinità l’animale che più rappresenta la fragilità e il sacrificio: è la debolezza dell’io che ha portato il poeta ai “cammini avventurati/presso i sentieri dell’anima sterrata” (Ibid.), permettendogli di incontrare l’altro, il tu, in una relazione rigenerante.
In Crastolla la poesia più che atto di poíesis, di produzione, è atto di formazione dell’io: l’ipotetico tu che è sempre al di là dei versi, quindi, è l’unico modo per uscire dalla castrazione della chiusura individualistica, per poter affermare una rinnovata vitalità.

 

Gerardo Iandoli (Avellino, 1990). Laureato in Italianistica all’Università di Bologna, è attualmente dottorando e Lettore d’italiano dell’Università di Aix-Marseille. I suoi interessi di ricerca vertono sulle rappresentazioni della violenza nel romanzo italiano contemporaneo e sul rapporto tra etica e letteratura. Alcuni suoi saggi, in italiano e in francese, sono apparsi su riviste scientifiche internazionali: lavori su autori come Roberto Saviano, Wu Ming, Edoardo Albinati, Selene Pascarella, ecc.
In ambito poetico, ha organizzato la Giornata di Studi “Le rappresentazioni della famiglia nel testo poetico”, presso l’Università in cui lavora, dove ha parlato di Valerio Magrelli. Inoltre, affianca alla sua attività di critico la passione per la scrittura poetica: a Marzo 2019 ha pubblicato la raccolta Arrevuoto, presso l’editore Oèdipus. Scrive e collabora con la rivista Argo.

Federico RONCORONI – Poesie

Vita

 

Vita porca e maledetta,

appena poco che mi dai

e mi innalzi, ecco

che d’un colpo solo

subito ben più mi togli

e giù mi abbatti, vita

carognosa e infame, puttana

che tutto mi fai pagare

e non ti accontenti mai, vita

traditora e ingrata, cancro vorace

che mi consumi nel momento

stesso in cui mi ti dai, io,

Federico, figlio di Geo e di Giannina,

qui ancora sto, e ti amo

come tutti quelli che sono stati sul punto

di perderti e per trattenerti hanno

combattuto fiere battaglie,

ti amo smodatamente

come ti ho sempre amata,

ma non ti voglio più, vita.

 

To Gei Dabliu

 

Andandomene via

porterò con me

le tue parole.

Non i ricordi,

che non ci trovano d’accordo.

Non altro,

che peserebbe troppo.

Le tue parole

e basta. Non

so quali, ma

mi verranno

in mente e mi terranno

compagnia, quando che sia.

 

Sentenza con arcaismo

Nelle faccende d’amore, ove

si perde quel che non si prende,

quando secco è l’ardore e solo

il desiderio è verde, poca è

la fiamma e tanto invece il fummo

 

 

Similitudine

 

Per come

l’ho capita io,

cuore mio,

l’amore

è come

l’orizzonte:

non si raggiunge mai

ma serve

per andare avanti.

 

(da Nella deriva del tempo)

 

In Vita Federico Roncoroni mette in scena, nello stile di un’alta allocuzione, il sentimento complesso e contraddittorio dell’esistenza, che contraddistingue tutta quanta la sua poesia, segnata dalla malattia ma anche da una stoica, fiera volontà di resistenza e rivincita nei confronti del suo carico gravoso di dolore (quella del Leopardi, per intenderci, del canto Amore e Morte). Vibrante di verità, di una verità che lascia comunque filtrare tra la rabbia disperante una ricca messe di antidoti letterari, la sua voce lascia trasparire, assieme alla fierezza dei propri mezzi e delle proprie risorse, la consapevolezza dei limiti, con un linguaggio in cui si mescola l’alto e il basso di una espressione immediata ed essenziale, potente.

Vincenzo GUARRACINO

 

 

Federico Roncoroni, linguista e saggista, oltre che poeta, è nato a Como nel 1944, dove vive. Come saggista, si è occupato di poeti e narratori dell’Ottocento e del Novecento, principalmente di D’Annunzio, Chiara e Gadda. Esperto di didattica dell’italiano, è autore di numerosi testi per la scuola, tra antologie e grammatiche di larghissimo uso. Come poeta, ha pubblicato diverse raccolte poetiche, culminate e condensate nella raccolta antologica Nella deriva del tempo (2007), tradotto anche in spagnolo (2012). Numerose anche le opere narrative, dai racconti del Sillabario della memoria (2010), al romanzo Un giorno, altrove (2013).