Armando SAVERIANO – Tre inediti

Ci si spegne il cervello
al pensiero di una piattaforma
di investimento emotivo
Più rassicurante
restare nomadi del caso o del capriccio
ignorando indicazioni di rischio
usando cosmetici per l’improntitudine
dei malesseri oscuri
Viaggiamo col limitato bagaglio
di percezioni distorte
di conclusioni psichedeliche
avvezzi a tradare * complici sentimenti
da poco e niente
estetizzando animi viscidi intrecciati
al gusto di una menzogna ormai digitale
Così i poeti contrabbandano
versi cianotici che assorbono ripetitività
riempiono i polmoni d’inchiostro inetto
si fanno multipli di scaramanzie
indisciplinate che hanno il fascino dell’assurdo
e l’effetto di una letale pozione nel cavo della mano
come soluzione alla viltà di non disperarsi
Accovacciati su un tappeto di pretesti
ci liberiamo dello spirito di lealtà
Le ali sono membranose
e lacere
all’aria cattiva che alimentiamo
e ci uccide

***

Da un ritaglio di carta
ricavò un gabbiano
o l’dea che di un gabbiano
potesse avere
L’uccello si divincolò
con un garrito
tra le sue mani
Il ragazzo lo lasciò andare
Va’ da lei
portale il mio messaggio
Il buio avanzava
come una vernice
implacabile
che cancellasse il quartiere
smozzicando lampioni
sbocconcellando
gli angoli delle case
arrampicandosi lungo i palazzi
somigliante a muffa mischia a nebbia
Se potessi imprestare i miei occhi alla notte
si disse in un sussurro solo mentale
la notte vedrebbe a giorno
e non avrebbe bisogno di morire
Accese una candela profumata
davanti a uno specchio insulso
e il lucore gli restituì
una stanza gerbida come la brughiera
I genitori barricati dentro il bagno
qualcosa che si dibatteva
contro il battiscopa di marmo
forse un grosso scarafaggio
una mano guantata
un ricordo dei terrori dell’infanzia
Aprì il libro di preghiere
e le scritte gli piovvero addosso
morbidamente
sui calzoni sopra le pantofole
Allora accostò alle labbra incollate
il bicchiere di vino
aveva un sapore di ruggine antica
una guasta dulcedine
Qualcuno piagnucolava
Tirò la serranda
Sapeva che qualcosa
scalava lentamente
la facciata
Sta’ calma bisbigliò il padre alla moglie
sta’ calma perdìo
ma quella versava lamenti
neanche se dallo squarcio di un coltello
Il ragazzo cercò a tentoni
una sedia
e se ne stette ad aspettare
L’orologio tremò
tazza piattino tintinnarono
Un’unghiata di consapevolezza
lo ferì alla nuca
Smettetela
gridò
Smettetela

***

Quella bizzarra estate
frustata dalle piogge
con le scarpe bucate
un impermeabile rubato
a una bancarella
e quel tuo scialle dalle tinte morenti
Quella indimenticabile estate
a Odessa
senza sapere una parola di russo
regolarmente ci si perdeva
La gente ci derideva
apertamente o sotto i baffi
Cercavamo il quartiere
della Moldajanka
con una Nikon
nostra unica ricchezza
oltre a una manciata di spiccioli
e ai racconti di Babel’ *
Avvicinammo impiegati stazzonati
allevatori meretrici risolute
ambigui affittuari
tutti marchiati dal sangue del massacro
Madonna 115.000 ebrei macellati
per primi vecchi e bambini
le donne stuprate giovani o malandate
che fossero
Occhi strappati e raccolti nei secchi
e grida di cui s’impossessava la tragedia
Di questo la città
perennemente sporca e dannata
l’incancellabile passato
ghigna e stride ad ogni angolo di via
Quando fummo fermati
a nulla valsero proteste documenti
suppliche
Siamo cittadini italiani
turisti
Montammo
no
ci fecero montare
ci spinsero su un camion
con altri derelitti
Erano armati
Quando scendemmo
ci fu concesso
di fotografare
la nostra morte
Io ti accarezzai i capelli
col pensiero

           © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

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