Alessandro MOSCÈ , La vestaglia del padre – Recensione di Giorgio Germosi

L’AMARCORD DI ALESSANDRO MOSCE’   

 

Un giro mentale come radunasse a sé le persone più care, il rigerminare di piante che acquisiscono freschezza e colore dopo essere state annaffiate a primavera. Un transito costante dalla vita alla morte e di nuovo alla vita: La vestaglia del padre (Aragno 2019) di Alessandro Moscè, poeta, narratore e critico, va alla radice del cuore umano, nel pensatoio del figlio che perde il padre e lo insegue con amore fino a ritrovarlo da giovane, a Roma, quando lavorava in uno studio tecnico. Villa Borghese, Vigna Clara, il quartiere Flaminio, la splendida Piazza Navona dei pittori sollevano la capitale del mondo, ma soprattutto un’esperienza individuale e la centralità del ricordo. Il padre compare anche dopo la nascita del figlio, fino a trasfigurarsi da anziano, mentre sta morendo dentro la stanza di un ospedale: “Benedetto tempo slavato di febbraio, / provato delle lancette, riaffiorato nel salto dei delfini / o nei drappi delle nuvole, nei bacini dei fiumi, / nei cellulari spenti, nelle case popolari”. Non poter sapere dove si va a finire accende in Alessandro Mosce la proiezione di un film privato che gli passa davanti con le feste di Natale e di carnevale, con i decenni che non sono mai spariti, ma che vengono assorbiti ed escono allo scoperto negli eventi imponderabili come la malattia e la morte, ma con le richieste di un uomo rivolto al padre, e viceversa. “Una volta, una sola volta / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati”. Molte volte è stato scritto che Alessandro Moscè è un poeta inquadrabile nella tradizione italiana del primo e secondo Novecento, che ripudia lo sperimentalismo e l’avanguardia, che prosegue l’insegnamento di Saba, Caproni, Sereni, Gatto, Penna. Il suo linguaggio è semplice, fluido, monacale. Risponde ad un ritmo che non sale mai vertiginosamente, che non si scompone, ma che si situa nell’ordinaria manifestazione della realtà. Solo il sogno, la visionarietà permettono di trapassare la storia in un amarcord, in un viaggio di ritorno, di resistenza alle stagioni che passano. Moscè resuscita tracce illuminate e colleziona francobolli. Nel suo album c’è la Lazio, Chinaglia, Pulici, nonno Ernesto, nonna Irma, la spiaggia di Porto Recanati, la casa di Ancona, la sua medievale Fabriano chiusa tra i vicoli e aperta nella campagna delle querce secolari. La minuzia con cui vengono descritte le camicie, gli armadi, i comodini rimandano a dei tempi domestici scanditi come le sezioni del libro, con fede e la ragione che si bilanciano autorevolmente in una dolcezza lasciva. Le voci arrivano da un’altra epoca nell’incrocio di un prima e di un dopo. Dopo il padre appaiono le ragazze mai più riviste, un ricovero ospedaliero, i visi sfatti delle persone con una flebo al braccio, l’immaginazione, molto convincente, della quotidianità di un ex manicomio nelle vicinanze di Perugia. Prima si riaffaccia a scatti il muto colloquio, la congiuntura lirica tra passato e presente, l’ansia di nobilitare alcuni di questi francobolli, uno dei quali ritrae l’idolo del padre e del figlio, quel Giorgio Chinaglia calciatore esuberante e indisciplinato che Alessandro Moscè conobbe di persona, che recupera spesso nei suoi libri e al quale è totalmente affezionato, quasi incarnasse il suo secondo padre. Non ci sono fatti letterari in questa raccolta poetica, ma testimonianze, confidenze, verità.

di Giorgio Germosi

 

Alessandro Moscè, La vestaglia del padre (Aragno 2019). Pp. 116, euro 12,00

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