Evaristo SEGHETTA ANDREOLI, Paradigma di esse, Passigli, 2017

“Seghetta Andreoli ha scaltrito il suo linguaggio in un rapporto con la pagina come se fosse un fotogramma filmico, un’immagine ferma e insieme scorrevole del proprio divenire, dove il corpo stesso vibra nella sua dinamica, dà forma e sostanza al corpus del verso e della strofa che egli disperde oppure trattiene in un rapporto di universale empatia.”  

(dalla nota di Franco Manescalchi)

 

Postulato

 

Ammesso che da te ci sia la pineta,

finirò lì, allora, dietro la periferia

di casa tua, oltre I canneti, macchia

che soffia e russa, quando sale

il vento settembrino.

 

Vagherò così,

tra resina e aghi di pino:

uno finirà

per bucarmi il cuore.

 

Nella valle dei silenzi

 

Poi, passiamo alla valle dei silenzi,

dove solo il canto del capro,

lungo il sentiero, risuona.

 

Il giorno abbandona

i freddi minuti, figli snaturati,

progenie del Tempo.

 

Con dolore li lascia

perché finiranno nel flusso

di tragedie annunciate:

 

spettacolo indegno di avvoltoi

col becco incrostato

di sangue.

 

Altri mesi, altri tempi

 

C’erano dei febbrai in cui i rigagnoli

del ghiaccio disciolto trascinavano

i sintomi dell’imminente primavera.

C’erano le prime margherite

che coloravano di bianco vivo

gli spazi giallognoli del prato.

Allora si correva a perdifiato

perché nell’aria c’era profumo di futuro.

Ora c’è questo grigio strano

sa di ciminiere spente, di fabbriche

dismesse, di non rispettate promesse,

da parte del cielo e non solo.

 

Evaristo Seghetta Andreoli è nato nel 1953 a Montegabbione (TR). Ha pubblicato le raccolte I semi del poeta (Polistampa, 2013), Inquietudine da imperfezione (Passigli, 2015) e Morfologia del dolore (Interlinea, 2015).

Vincenzo GUARRACINO – Un inedito

FRAMMENTI DI CILENTO

 

Qui dove fu pensata la bellezza

e lo sfero brillò di ignota consistenza

elargisce il carrubo la sua ombra

alle pietre che il sole rimodella

nell’arco della Porta che separa

le parole del giorno dalla notte

 

e soccorrono indizi di sapienza

al mito di resistere anche al fosforo

e al benzene dell’estate del millennio

sul sentiero che sale a Porta Rosa

ancora fumano pire di miasmi

di plastica immolata all’inautentico

 

rito del consumo del possibile

per stadi di difficile invenzione

e la scelta tra perdita e profitto

con la tecnica avviene in una pratica

di valori destinati al fallimento

nell’ordine di un tempo inessenziale

 

lo stesso che procede dal suo nome

che un destino pensando fa vivere

identico è in tutti e in ciascuno

conforme ad un’opera invisibile

da cui è assente ogni mutevole

segmento di principio e distruzione

 

e intanto si coltiva sulla sabbia

il vero nell’intesa col sospetto

che conviene al paradosso di una forma

artefatta tra visibile e visione

come un attimo epifanico di addio

al Cilento nel fuoco dei confini:

 

la vita ha diritto alla memoria

così come gli umani hanno diritto

a dirsi nel nome dell’identico

essere nel pensabile assoluto

di ognuno contenuto e contenente

in questo tempo fisso dell’istante

 

espresso nell’evento che lo pensa

uguale con se stesso in ogni punto

per essere e pensarsi nel perpetuo

circuito di creazione e distruzione

come suona il verbo del terribile

e venerando filosofo del Nous

 

Parmenide: trascorre tra gli ulivi

la calma essenza del mare al mezzodì

orizzonte di un senso senza fine

e nella luce è tutto al compimento

bianco gregge e terrestre offerto al sole

in luoghi di segrete risonanze:

 

altro dal sapere è riconoscere

altro è questo vivere dall’essere

tra fine e principio nella duplice

natura la materiale e l’eterea

per ridare a chi pensa la certezza

di una soglia di antichi fondamenti.

 

L’arco folgora Apollo dall’alpestre

azzurro sul mattino da altri nimbi

ed esiste nel mondo dal suo lampo

il sortilegio della luce il volto

della nuda verità al suo apparire

dal Passo Scuro tra le forre la dea

 

Odegitria di pietra là sul sacro

luogo dove si celebra la festa

sul Gheison delle candide pupille

in vista delle piane dell’Alento

e Palistro doni e inni recando

là le zorie dalle terre del viaggio

 

e il vento una trama di confusi

risvegli candisce della giovane

linfa feconda l’orizzonte niente

eguaglia ad Elea la sua ardente

meraviglia ove palpita in silenzio

traverso il lenzuolo d’echi marini

 

penuria di sé che affolla l’anima:

la freccia tesa alla corda già è oltre

e se stessa nello scatto altro luogo

non c’è dove restare solo l’Uno

rimane di Senofane il segreto

è il vuoto da accettare il divino

 

davanti all’urgenza del fenomeno:

l’avanzata stagione la sostiene

come un’ala o un sogno che la luce

silenziosa sull’alba fa apparire

miracolo di regole e promesse

dove un Daimon benefico governa:

 

è in questa imminenza che si gioca

la sorte di ciascuna creatura:

essergli di fronte nel visibile

lo stare tra cose e visi è l’altro

spazio di luce che viviamo quello

prossimo alle spalle è un’ipostasi:

 

mondo diventa nel pensiero solo

la scena degli eventi necessari

l’essere che si sa senza volerlo

nel fuoco di essenziali apparizioni

dove scrive nel tempo le sue trame

l’istante di infiniti appressamenti:

 

come un’onda un ricordo dal perenne

grembo insorge dall’origine si fa

avventura dell’anima nei sensi

e gli occhi carpiscono all’immobile

verde un respiro è in quell’istante che

tutto è detto ed ha complice destino:

 

nel confuso chiarore meridiano

dove affonda nel limo questa piana

hanno mani le mura le feconde

rovine che ti saldano all’arcaica

fonte di sapienza sull’Acropoli

tra grappoli di nuvole e radici:

 

un soffio come un lampo dal profondo

scuote a tratti le viscere del colle

dice quanto incerto è il fondamento

il treno che separa sulla costa

dall’essere il tempo dell’esistere

nel bilico di effimero e di eterno:

 

dove la canicola è inclemente

già ha ceduto al sole per le trame

di agavi ed asfodeli consistenza

la terra si disfa e dissalda al morso

nero dell’asfalto al sale alla troppa

polvere che avanza dalla marina:

 

 

solo nomi riposano gli arcani

detriti di una ruvida matrice

qui mare là monti Pioppi Catona

Terradura e silente sull’abisso

Ascea cui dal sonno Palinuro

sotto un mare di stelle alle veline

 

sponde ancora aspira l’impaziente

disciolta in acque voce con il vento

cerca l’anima l’eco una remota

salvezza tra gli scogli l’innocenza

del sogno di un dolcissimo dormire

come ara di segreta devozione:

 

qui pulsa tra Mandìa e Massascusa

il cuore dove nasce nella valle

luminosa per lieviti ed aromi

il crogiolo Ceraso di diverse

strade e genti sul corso del Palistro

in un canto di pollini e sementi:

 

(era un custode della terra rude

pastore carbonaio minatore

negli Usa dell’inizio Novecento

parco di parole come conviene

ma di amabile consiglio col nome

m’ha donato un sorriso e sacrifici:

 

nell’errare beato per colline

dove grava il cinghiale nella macchia

e al sole la serpe se insidiata

assale compagni i suoi pensieri

al cuore con doveri e melodie

ebbe nella difficile fatica):

 

(lui leggeva greci e russi e conversava

con piante ed animali come figli

lei di preghiere lastricava le sue

strade seminando sogni e pensieri:

un intimo teatro di emozioni

che la vita potenzia non cancella):

 

ecco oltre i mari di ulivi il paese

devoto alla vergine dei fulmini

Santa Barbara tra anfore e cisterne

il suo miele di eriche e castagni

versa a voti di nascite e nuziali

lame di luce nel sonno dal Campo:

 

alla torre la luna dalla piana

fragile colomba nella limpida

vola estate oltre il tempo all’eterno

da Petrosa e Metoio sul crinale

in un ansito di ombre lievitando

tutti i sogni e l’azzurro sulla Stella:

 

sorprende altra voce la vertigine

tra cristalli di verde all’orizzonte

dove l’occhio intuisce Vallo e Novi:

sull’eco che riverbera rintocchi

la stagione declina verso il rosso

e il bruno con dolcissimi riflessi

 

s’impiglia ad una guglia di maiolica

superba  su un tripudio di vigneti:

se per greggi e mercati con promesse

di profitto l’attesa s’avventura

nello stige di vicoli di agresti

negozi e transazioni è tutto un grido

 

la vita quotidiana che si disfa

tra rimorsi e rimpianti nell’ardente

beata età del castigo nei viaggi

della mente e del cuore a quella meta:

tante estati di polvere e di sguardi

al perenne germoglio di una palma

 

Peppino ora custode di memorie

i raccolti sapori tra parole

delle strade consegna al cuore antico

del futuro dopo Paestum e Ascea

ricucendo con Pietro la sapienza

di un paese di fierezza e senza ombre

 

“I’ me ne vogl’ire a lo Ciliento” canta

là dove Omar con l’ansia di un austero

menestrello dà voce a questa terra

lui vivere per primo della calma

eternità della bellezza vide

gli infiniti dei vivi e il poco tempo

 

lievitare dal verso le parole

al sole le vide assieme a Ebner

indenne dalla turba di livori

Vincenzo che esorcizza il senso arcano

dei nomi in un prodigio di pazienza

scaglie reca di luce alla memoria.

 

Un presente di attimi già ieri.

Ma l’oggi dove va? Dove sono

i finiti i non più vivi? Come un sogno

 

niente al sogno assomiglia

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

 

 

Guarracinismi tra antico e odierno

SQUALO – [dal lat. squalus, per indicare “il nome di vari pesci cartilaginei a corpo tipicamente fusiforme, con fenditure branchiali ai lati, di solito predatori, con bocca arcuata, generalmente ventrale e munita per lo più di numerosi denti aguzzi”]  –

Protagonisti  del gran movimento nell’universo acqueo d’oggidì, assieme alle Sardine (o sardelle, che dir si voglia: una celebre “villanella” napoletana del ‘500, riportata in auge negli anni ‘70 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, ne chiama in causa una, vezzosa e corteggiata da un pesce dal nome suggestivo…), gli Squali, il cui nome lascia indovinare fattezze e attitudini, sociali e  morali, tutt’altro che gradevoli e rassicuranti: più ancora che del Dizionario Treccani, per capirne la qualità occorre fidarsi soprattutto dell’etimologia. Squalo, infatti, deriva dall’accad. Sahu, “essere vorace e immondo, porco”, in senso letterale e figurato (cfr. G.Semeraro, Le origini della cultura europea, vol.II), e da esso discendono il verbo latino squaleo, “essere ricoperto di placche, di scrofulae” e l’aggettivo squalidus, “rozzo, sporco, squallido” (così , in Plauto, Truculentus, 923, e in Terenzio, Eunuchus, 236): da qui ad indicare anche “una fauna di politici rabbiosi, gretti e urticanti”, come efficacemente il mio amico Stefano Santisi, il passo è veramente breve.

 

LEONARDO E IL MONDO DEI PESCI –“Sendo l’ostriga insieme colli al[tri] pesci in casa del pescatore scaricata vicino al mare, priega il ratto che al mare la conduca. Il ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire e mordendola, questa li serra la testa e sì lo ferma. Viene la gatta e l’uccide”.

“La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci” (dalle Favole)

 

MERRY CHRISTMAS – L’ingegnere britannico Neil Papworth il 3 dicembre 1992 inviò il primo SMS della storia da un computer a un cellulare sulla rete GSM Vodafone: il testo del messaggio era “MERRY CHRISTMAS”. Il primo SMS da cellulare a cellulare invece venne inviato all’inizio del 1993 da uno stagista della Nokia.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Alessandro MOSCÈ , La vestaglia del padre – Recensione di Giorgio Germosi

L’AMARCORD DI ALESSANDRO MOSCE’   

 

Un giro mentale come radunasse a sé le persone più care, il rigerminare di piante che acquisiscono freschezza e colore dopo essere state annaffiate a primavera. Un transito costante dalla vita alla morte e di nuovo alla vita: La vestaglia del padre (Aragno 2019) di Alessandro Moscè, poeta, narratore e critico, va alla radice del cuore umano, nel pensatoio del figlio che perde il padre e lo insegue con amore fino a ritrovarlo da giovane, a Roma, quando lavorava in uno studio tecnico. Villa Borghese, Vigna Clara, il quartiere Flaminio, la splendida Piazza Navona dei pittori sollevano la capitale del mondo, ma soprattutto un’esperienza individuale e la centralità del ricordo. Il padre compare anche dopo la nascita del figlio, fino a trasfigurarsi da anziano, mentre sta morendo dentro la stanza di un ospedale: “Benedetto tempo slavato di febbraio, / provato delle lancette, riaffiorato nel salto dei delfini / o nei drappi delle nuvole, nei bacini dei fiumi, / nei cellulari spenti, nelle case popolari”. Non poter sapere dove si va a finire accende in Alessandro Mosce la proiezione di un film privato che gli passa davanti con le feste di Natale e di carnevale, con i decenni che non sono mai spariti, ma che vengono assorbiti ed escono allo scoperto negli eventi imponderabili come la malattia e la morte, ma con le richieste di un uomo rivolto al padre, e viceversa. “Una volta, una sola volta / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati”. Molte volte è stato scritto che Alessandro Moscè è un poeta inquadrabile nella tradizione italiana del primo e secondo Novecento, che ripudia lo sperimentalismo e l’avanguardia, che prosegue l’insegnamento di Saba, Caproni, Sereni, Gatto, Penna. Il suo linguaggio è semplice, fluido, monacale. Risponde ad un ritmo che non sale mai vertiginosamente, che non si scompone, ma che si situa nell’ordinaria manifestazione della realtà. Solo il sogno, la visionarietà permettono di trapassare la storia in un amarcord, in un viaggio di ritorno, di resistenza alle stagioni che passano. Moscè resuscita tracce illuminate e colleziona francobolli. Nel suo album c’è la Lazio, Chinaglia, Pulici, nonno Ernesto, nonna Irma, la spiaggia di Porto Recanati, la casa di Ancona, la sua medievale Fabriano chiusa tra i vicoli e aperta nella campagna delle querce secolari. La minuzia con cui vengono descritte le camicie, gli armadi, i comodini rimandano a dei tempi domestici scanditi come le sezioni del libro, con fede e la ragione che si bilanciano autorevolmente in una dolcezza lasciva. Le voci arrivano da un’altra epoca nell’incrocio di un prima e di un dopo. Dopo il padre appaiono le ragazze mai più riviste, un ricovero ospedaliero, i visi sfatti delle persone con una flebo al braccio, l’immaginazione, molto convincente, della quotidianità di un ex manicomio nelle vicinanze di Perugia. Prima si riaffaccia a scatti il muto colloquio, la congiuntura lirica tra passato e presente, l’ansia di nobilitare alcuni di questi francobolli, uno dei quali ritrae l’idolo del padre e del figlio, quel Giorgio Chinaglia calciatore esuberante e indisciplinato che Alessandro Moscè conobbe di persona, che recupera spesso nei suoi libri e al quale è totalmente affezionato, quasi incarnasse il suo secondo padre. Non ci sono fatti letterari in questa raccolta poetica, ma testimonianze, confidenze, verità.

di Giorgio Germosi

 

Alessandro Moscè, La vestaglia del padre (Aragno 2019). Pp. 116, euro 12,00

Margherita RIMI, Le voci dei bambini, Mursia, 2019

“Nasce un sommesso teatro dell’anima; anime coatte e violate ma pur sempre anime, cioè fautrici di un parlare novellante, cupo e stridente, dolcissimo e fatato. Il male e il bene si mischiano come due acque con diversa pulizia. La fogna torna a separarsi dalla fonte, gomito a gomito. Margherita Rimi, che riesce a fare in modo che questo linguaggio non vada dissipato, lo adatta e lo fa germogliare in un infantile e adulto quanto potente canzoniere, effetto collaterale umanissimo della presente catasta umana.”

(dalla prefazione di Guido Oldani)

 

Mi hanno chiesto a chi voglio più bene:

 

Mia mamma non mi manda più

da papà

 

Si sono lasciati

 

Mi dice scemo stronzo

col cavolo che ci vai da tuo padre

 

*

 

Mi dice che sono bugiarda

perché voglio bene a mio padre

 

Avevo fatto un disegno

per lui

 

Da quando io sono nata

mia madre

 

non è più felice

 

*

 

Penso a cose brutte

 

Il primo è che sono morti tutti. I miei genitori e

anche mia sorella

che il mondo scompare e non c’è più nessuno

che io resto da solo

 

Il secondo che sono arrabbiato

con quella lì che dice: oggi scrivete in corsivo

 

ma io non sono capace

 

Il terzo è

 

forse dobbiamo iniziare da capo

perché non mi ricordo

 

*

 

I miei compagni gridano

mi fanno spaventare

 

Mi dicono: buttana di to’ ma’

 

Mio padre mi grida poi mi dà botte

poi sbatte la porta, va via e si mette a fischiare

 

Così si calma mio padre

 

 

Quando mio papà diventa piccolo e io divento grande:

Io gliela faccio pagare

 

Margherita Rimi vive ad Agrigento. Neuropsichiatra infantile, svolge un’intensa attività di prima linea contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. È nella redazione di «Quaderni di Arenaria» e «FuoriAsse» e collabora ad altre riviste italiane. Tra le raccolte di versi, Per non inventarmi, pref. di Marilena Renda (Kepos, 2002); La cura degli assenti, pref. di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2007); Era farsi. Autoantologia 1974-2011, pref. di Daniela Marcheschi (Marsilio, 2012);  Nomi di cosa – Nomi di persona, risvolto di copertina di Amedeo Anelli (Marsilio, 2015). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, a cura di Daniela Marcheschi (Mursia, 2016); În corp de val, a cura di Eliza Macadan (Eikon, 2017); Mille anni di poesia religiosa italiana, a cura di Daniela Marcheschi (EDB, 2017). Sue poesie sono state inoltre  pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere tra queste «Poesia», «Il segnale», «Poezia. Revistă de cultură poetică», «Terres de femmes», «Exit»; Tra i premi ricevuti il Piersanti Mattarella (2017), e il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia. Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).

Nikolaj Gumilëv – Tre poesie

Preghiera (1907)

 

Sole feroce, sole maligno,

di Dio che vaga negli spazi,

muso folle,

 

sole, brucia il presente

nel nome del futuro,

ma abbi pietà del passato!

 

 

Canzone (1917)

 

Il tuo tempio, Signore, è nei cieli,

ma anche la terra è il tuo rifugio.

I tigli stanno fiorendo nella foresta,

e sui tigli gli uccelli cantano.

 

Come il suono delle tue campane in festa,

la primavera è in cammino per i campi allegri,

e in primavera sulle ali del sogno,

gli angeli scendono verso di noi.

 

Se è così, Signore,

se canto il vero,

dammi, Signore, dammi un segno,

che ho compreso la Tua volontà.

 

Din fronte a chi ora è triste,

appari come una Luce Invisibile,

e qualunque cosa lei chieda,

dà una risposta abbagliante.

 

Perché più del piacevole canto degli uccelli,

più beate delle trombe degli angeli,

sono a noi il brivido delle ciglia

e il sorriso di labbra care.

 

 

Preghiera dei maestri (1920)

Ricordo l’antica preghiera dei maestri:

preservaci Signore da quelli allievi

 

che vogliono che il nostro, miserabile genio

cerchi sempre in modo sacrilego nuove rivelazioni.

 

Un nemico giusto e onesto ci potrebbe piacere,

ma quelli spiano ciascuno dei nostri passi,

 

Loro sono contenti che noi lottiamo, per ora

Pietro ritratta e Giuda tradisce.

 

Solo il cielo conosce il limite delle nostre forze,

i posteri giudicheranno quanto ciascuno ha nascosto.

 

Ciò che creeremo da ora in poi è nelle mani di Dio.

ma ciò che creeremo è a tutt’oggi nostro.

 

A tutti gli offensori mandiamo il nostro saluto,

rispondiamo a quelli esaltati: no!

 

I lusinghieri rimproveri e il rumore della voce risibile,

sono egualmente osceni dinnanzi al tempio della creazione.

 

Ѐ vergognoso opprimere l’artista con la droga

come un elefante cartaginese prima della battaglia!

 

(tratte da Nikolaj Gumilëv, poesie scelte, PPP, 2019, traduzioni di Amedeo Anelli)

Guarracinismi tra antico e odierno

SARDINA – [lat. sardĭna, diminutivo di sarda] – specie marina gregaria, dall’indole combattiva, che vive sempre in banchi, dal corpo compresso e dal colore azzurro-argenteo, adusa a trovarsi nei pressi delle coste – per comprenderne la natura, più che all’etimologia del termine specifico, che lo farebbe derivare da Sardegna, isola sinonimo in antico di aria malsana (cfr. M.Cortelazzo-P.Zoli, Diz.Etimologico della Lingua Italiana), occorre rifarsi più in generale allo stretto simbolismo spirituale del genere PESCE, che lo vede nave mistica della vita (M.Schneider) e simbolo di vitalità, di rigenerazione e fecondità.

INFINITO (alla spagnola)Tra le tante, troppe carte che si accumulano e soffocano tavoli e scaffali di uno studio, ecco a volte qualche sorpresa, insperata meravigliosa sorpresa: pepite d’oro da brughiere di polvere e tempo. Un foglietto di dimensioni assolutamente normali, formato quadrotta, su carta intestata e recante assieme a un testo il rapido schizzo di un paesaggio, un profilo puntuto di case e torri. “L’Infinito. Recanati 1819. Primo autografo dell’Infinito (Dagli autografi napoletani)”, avverte la scritta in alto sul margine destro, e in fondo una firma, Rafael Alberti, con una data a circoscrivere e dettagliare contenuto ed autore del testo, che altro non è se non una traduzione, quella del più celebre degli idilli leopardiani, “L’infinito”, appunto, composto nel 1819 e noto per almeno cinque versioni, prima della definitiva napoletana del ‘35. Me ne ero dimenticato, di questo prezioso cimelio, ma il rivederlo mi ha fatto ritornare in mente, come una proustiana madeleine, l’occasione in cui l’ho ricevuto e gli antichi rapporti che una trentina d’anni addietro avevo fugacemente intrattenuto con il grande poeta spagnolo, scomparso nel 1999.

A farmene omaggio era stato nel ’94 il professor Ermanno Carini, bibliotecario del Centro Studi Leopardiani di Recanati. All’epoca stavo compilando un’impresa ciclopica, quella di rintracciare tra poeti, critici e filosofi di un secolo e mezzo di storie letterarie le tracce dell’idillio leopardiano, impresa approdata poi in due libri, Il verso all’infinito (Marsilio, 1999) e Interminati spazi sovrumani silenzi (Stamperia dell’Arancio, 2001), e la testimonianza di un amore per Leopardi in un poeta così distante da lui per temperamento e intenzioni mi era sembrata oltremodo significativa, un elemento almeno che in qualche modo dava una giustificazione a un mio giovanile invaghimento per la poesia spagnola, per Garcìa Lorca in particolare e per Alberti, di cui conoscevo alcuni testi attraverso traduzioni celebri (Bo, Luraghi, Macrì, Puccini e soprattutto Bodini). Un invaghimento che mi aveva persino portato a tentare un approccio, negli anni ‘70, con Alberti, all’epoca residente a Roma, di cui era noto l’impegno civile che lo aveva reso un mito agli occhi di una generazione come la mia sensibile a certi valori. Gli avevo dunque scritto e Lui mi aveva risposto, inviandomi una sua “liricografia”, un testo poetico dipinto, inneggiante visivamente alla pace e alla poesia, sotto le ali di una molto picassiana colomba. Ultimo rappresentante della mitica “Generazione del ‘27”, quella per intenderci che comprende tra gli altri, assieme a Garcìa Lorca, Guillén, Salinas, Cernuda e Aleixandre, Alberti incarnava una visione della poesia equamente divisa tra amore terreno e carnale e senso dell’infinito, inscritto quest’ultimo in straordinarie visioni marine (Marinero en tierra, marinaio a terra, è il titolo della sua prima raccolta, 1924), con la pittura a far da essenziale collante espressivo (“Pintar la Poesia / con el pincel de la Pintura”, era uno dei suoi motti). Forse era logico, proprio per questa tensione a dimensioni sconfinate, che si incontrasse con Leopardi, così come è avvenuto nella traduzione a fianco riportata e cui la didascalia (“1° borrador”, il primo abbozzo) sembra dare il valore di una promessa di altre e successive frequentazioni, ancora più significativa per il fatto di essere all’epoca della data (“Recanati, 24 enero 1963”) il primo approccio fisico con l’Italia delle sue radici (entrambi i nonni erano toscani), in una vita di esilio e inquiete peregrinazioni, a partire dagli anni della guerra civile e dalla vittoria del franchismo. Non mi risulta che la promessa abbia avuto un seguito ma certo è che il reperto appare, oltre che una sorta di evocazione del genius loci della lirica italiana moderna, il luminoso tributo a una terra, dove il poeta vivrà per molti anni circondato da amici ed estimatori (tra i tanti, Ungaretti, Pasolini, Gatto, Carlo Levi e buon ultimo Sebastiano Grasso, traduttore delle Canzoni per Aldair, ES, Milano 2002).

E veniamo al testo in questione, ossia la traduzione della lirica leopardiana del 1819 (incidentalmente val la pena ricordare che anche un altro poeta spagnolo, il già citato Jorge Guillén si era rivolto allo stesso testo con una sua singolare interpretazione, in La ciudad comovedora, 1964). Vergato in grafia rapida ed elegante, lo scritto rivela una necessità espressiva, quasi un’aderenza e identificazione col modello, resa evidente, oltre che da una quasi totale interlinearità della traduzione, dagli scarsi ripensamenti testuali, ove si eccettui un’unica variante tra i versi 13 e 14. Non c’è infatti traccia significativa di “interpretazione”, se non la scelta di qualche termine particolare e il movimento stesso della scrittura rispetta, anche negli accapo, l’onda del pensiero del Recanatese e il testo nuovo rinnova, in altra lingua, la voce dell’antico, rispettandone ritmo e scansione melodica, facilitato evidentemente anche da un’attitudine musicale della lingua del traduttore e della sua peculiare espressività. Pure, almeno due passaggi, il verso 2 e il già citato tra i versi 13 e 14, e l’uso al verso 9 di un verbo (“crujir”) e di un sostantivo (“espesura”), meritano di essere per un attimo segnalati e discussi: il primo perché, modificando l’indeterminatezza del v.2 in un’azione concreta (“mirar”, “guardare”) e eliminando l’enjambement tra i vv.13-14 (“tra questa / immensità s’annega…”), impoverisce il testo leopardiano sottraendogli l’abissale radicalità della sua visione; il secondo, perché rende lo “stormir” del vento in un più fastidioso crujir, per giunta attraverso una cortina, espesura, che riduce la quinta d’alberi e verde del paesaggio a una ben più modesta e opprimente barriera.

VENEZIA – “I poeti sono come Venezia / che non trova il modo / una legge o una giustificazione / per non affondare / Ma tutti / tutti la vogliono salvare” (Carlo Marcello Conti, Telemaco-Bintar, 2018)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.