KAMEN’ 55

Rivista internazionale di poesia e filosofia

V.le Veneto 23 – 26845 Codogno (LO)

Tel. 0377 – 30709

Libreria Ticinum Editore

 

C O M U N I C A T O  S T A M P A

 

Sta per essere edito in questi giorni il cinquantaseiesimo numero  (n. 55 giugno 2019) della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’» con le sezioni di Giuseppe Baretti, Poesia, e Letteratura e GiornalismoLa rivista aderisce al Comitato Nazionale per le celebrazioni del Tricentenario della nascita di Giuseppe Baretti (1719-1789), come da D.M. 11/10/2018 rep. 431 “Schema di ripartizione fondi ai Comitati Nazionali e alle Edizioni Nazionali anno 2018. Salutiamo inoltre l’entrata in redazione di Guido Conti con cui ci uniscono anni di studi e ricerche.

 

La seconda sezione di Giuseppe Baretti  è a cura di Elvio Guagnini e dedicata al tema del viaggio. Alla prima parte di un’antologia di scritti su tale tema, fa seguito il saggio del curatore dal titolo Baretti e le scritture del (e sul) viaggio.

 Giuseppe Marco Antonio Baretti nasce a Torino il 24 Aprile 1719. Nella città natale frequenta, ancora adolescente, il circolo di giovani letterati che si riunisce intorno al Tagliazucchi, professore di eloquenza alla Reale Università. Nel 1737, non ancora diciottenne, lascia la casa paterna per vivere con uno zio a Guastalla, dove lavora come scrivano in una impresa commerciale e conosce il poeta giocoso C. Cantoni, che asseconda la sua vocazione letteraria e dà direzione ai suoi studi. Le future poesie di Baretti saranno non a caso giocose (L. Ariosto, F. Berni, fra i suoi autori preferiti), come si vedrà nelle Piacevoli poesie (Torino, Stamperia Filippo Antonio Campana, 1750; e, con aggiunte, Torino, Stamperia Reale, 1764). I modi formali, auto-ironici e ironici propri della tradizione comico-umoristica, indicano sia un senso di appartenenza complice a una comunità intellettuale e sociale, sia un atteggiamento agonistico nei confronti della cultura italiana del suo tempo: contro lo stile ora mellifluo e frivolo, ora ostico e «duro come un corno, e come un osso» di certe produzioni poetiche, contro l’erudizione che non si trasforma in pensiero, le mode letterarie e la faciloneria di certi intellettuali nel seguirle. Nel 1739 è a Venezia dove stringe amicizia con i fratelli Gozzi e, nel 1740, a Milano, dove conosce tutti i più eminenti letterati della città. Dal 1742 lavora a Cuneo come economo delle fortificazioni della erigenda cittadella, ma è richiamato a Torino dalla morte del padre, nel 1744. Sfumata ogni speranza di sostanziale eredità, una volta spesa la parte di liquidi ricevuti riparte di nuovo per Milano, quindi per Venezia, dove stampa  nel 1747-1748, una versione in 4 volumi delle Tragedie di Pier Cornelio […] e le Lettere […] Sopra un certo fatto del Dottor Biagio Schiavo da Este, opera in cui i critici hanno riconosciuto la prima manifestazione del suo efficace stile polemico, fatto di «parole semplici, e comuni». Baretti sarà fra i primi a creare una critica letteraria moderna, intesa come genere letterario e come presa in esame della cultura e dei costumi in generale, ispirata alla difesa battagliera di un’arte eticamente utile. Si costruisce perciò una lingua espressiva fluida, modellata sul Toscano e ricca di modi vivaci, di sapidi vocaboli e locuzioni tipiche della tradizione comico-umoristica – dai novellieri a L. Pulci e ancora Berni –,  e uno stile critico originale, anticruscante. Nel 1751 Baretti si trasferisce a Londra. La pubblicazione di un paio di pamphlet di argomento teatrale suggerirebbe che lavorasse, almeno temporaneamente, come poeta librettista per il teatro d’opera, la cui orchestra era diretta dal compaesano e amico, il violinista Felice Giardini. Trova tuttavia impiego soprattutto come docente privato della nostra lingua. Pubblica vari libri (una dissertazione sulla nostra poesia, nel 1753; una Italian Library, London, A. Millar, 1757, ossia un catalogo ragionato della vita e delle opere degli scrittori italiani, e altro), che lo fanno apprezzare in Inghilterra.  Nella capitale britannica stringe amicizia con eminenti personalità, come il pittore J. Reynolds (che ne dipingerà un celebre ritratto nel 1773), lo scrittore S. Richardson, l’attore shakespeariano D. Garrick e soprattutto il “dottor” S. Johnson, il saggista, critico e lessicografo di Lichfield che ebbe importanza fondamentale per Baretti. Non a caso, come Johnson, alla fine del primo soggiorno inglese egli redige un dizionario italiano-inglese (London, J. Richardson, 1760) che resterà a lungo in uso. Il ricavato gli permise di viaggiare in Portogallo, Spagna e Francia, per rientrare in Italia, dove si stabilisce a Milano, quindi a Venezia. L’esperienza di viaggio confluisce nelle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli, di cui, tuttavia, solo due volumi vedono la luce in italiano (Milano, G. R. Malatesta, 1762 e Venezia, G. B. Pasquali, 1763), mentre in inglese, con correzioni e aggiunte, l’opera verrà stampata nella sua interezza (A Journey from London to Genoa, Through England, Portugal, Spain, and France, London, T. Davies, 1770) e avrà enorme successo. Le lettere di viaggio mostrano il suo spirito nuovo, di intellettuale europeo, curioso e a suo agio ovunque, grazie alla padronanza di diverse lingue. Approdato a Venezia, dopo il blocco della stampa delle suddette lettere, nell’ottobre 1763, con lo pseudonimo Aristarco Scannabue, Baretti lancia il suo famoso giornale «La Frusta letteraria» (1763-1765), periodico tutto scritto da lui, in cui si propone di brandire la frusta «addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando». Perseguitato dalla censura Baretti cessa tuttavia la pubblicazione della rivista dopo un paio d’anni e decide di ritornare in Inghilterra. Nel 1766 è infatti nuovamente a Londra, da cui si allontanerà solo brevemente nel 1768-69 e nel 1770-71 per viaggi in Spagna e in Italia e dove diviene segretario della corrispondenza estera della Royal Academy of Arts. Nella sua seconda patria, continua a scrivere e pubblicare, tra le altre cose, An Account of the manners and customs of Italy (London, T. Davies, L. Davis and C. Rymers, 1768) e il Discours sur Shakespeare et sur monsieur de Voltaire (London, J. Nourse, 1777) considerato da molti, per vivacità polemica e vigore di pensiero, il suo capolavoro critico. Baretti muore a Londra il 5 maggio 1789.

 

 

La sezione di Poesia contiene, traduzione e cura di Amedeo Anelli, la seconda sezione di testi di Nikolaj S. Gumilëv. La sezione è dedicata alla memoria di Eridano Bazzarelli maestro ed amico.

 

Nikolaj Stepanovic Gumilëv nacque a  Kronštadt, nel 1886. Studiò nel liceo di Carskoe Selo, diretto dal poeta  Innokentij Fëdorovic Annenskij. Cominciò a pubblicare poesie a partire dal 1902: nel 1905 ,  ancora al liceo, apparve la sua prima raccolta poetica Il cammino dei conquistatori (Ïóòü êîíêâèñòàäîðîâ). In seguito si trasferì a Parigi per studiare alla Sorbona e, durante la sua permanenza nella capitale francese, collaborò anche alla rivista letteraria «Sirius». Dal 1907 viaggiò attraverso la Francia, l’Italia e l’Africa, da cui fu particolarmente attratto, ritornandovi più volte, partecipando a safari e raccogliendo oggetti e reperti per il Museo di Antropologia e di  Etnografia di San Pietroburgo. Di quelle esperienze si trovano tracce nel suo secondo libro Fiori romantici (Ðîìàíòè÷åñêèå öâåòû), pubblicato nel 1908. Ritornato in Russia, nel  1909 avviene l’incontro  con  S. K. Makovskij, con  cui lo stesso anno fonderà il giornale «Apollon», nel quale pubblicherà poesie e articoli sulla poesia russa sotto il titolo Lettere sulla poesia russa (Ïèñüìà î ðóññêîé  ïîýçèè). Nel 1910, partecipando alle celebrazioni del poeta simbolista Vjaceslav Ivanovic Ivanov, incontrò la poetessa Anna Achmatova che sposò pochi mesi dopo. Nello stesso anno pubblicò la raccolta Le perle (Æåì÷óãà), che contiene poesie ispirate alle sue esperienze africane. Nel 1911, in reazione all’aura di misticismo che circondava la poesia simbolista, fondò con Sergej Mitrofanovic Gorodeckij l’associazione «Gilda dei poeti», propugnando una poesia che dalle  nebbie metafisiche e dal misticismo del Simbolismo tornasse alla concretezza e alla solidità di un lavoro fatto a regola d’arte; si unirono a loro, tra gli altri, anche Anna Achmatova e Osip Mandel’štam. Il movimento – che fu chiamato dai fondatori anche «adamismo», in riferimento al ritorno a un’originaria purezza di visione della realtà, dalla quale doveva scaturire la nuova poesia – è passato alla storia col nome di «Acmeismo» (da acmé, vertice). Gumilëv scrisse poi diversi articoli teorici e fu un finissimo traduttore, anche dei propri versi. Tradusse in russo  l’epopea sumerico-babilonese Gilgameš,  Giacomo Leopardi, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, François Villon, William Shakespeare, Robert Browning, e molti  altri. Nel 1912 pubblicò la raccolta Il cielo estraneo  (×óæîå íåáî). Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Gumilëv si arruolò volontario come soldato semplice, guadagnandosi due Croci di San Giorgio al valore e la promozione a ufficiale di cavalleria. Separatosi dalla moglie, durante la rivoluzione del febbraio 1917, si trovò distaccato in Macedonia e in occasione di quella d’ottobre era a Parigi, nel corpo di spedizione russo sul fronte francese. Malgrado il suo dichiarato anticomunismo, Gumilëv  volle tornare in Russia nel 1918. Partecipò alla fondazione del Sindacato degli scrittori russi e lavorò alla redazione della casa editrice Vsemirnaja literatura (Letteratura universale) a capo della sezione francese per la traduzione letteraria. Dopo il divorzio dall’Achmatova, nel 1919 sposò Anna Engel’gardt.  Gli ultimi libri furono Il falò (Êîñòeð) e La tenda (Øàòeð) del 1918 e Colonna di fuoco ãíåííûé ñòîëï) del 1921. Arrestato il 3 agosto 1921 con l’accusa,  rivelatasi  in seguito  falsa, di partecipazione a un complotto monarchico – implicato nella cosiddetta congiura di Tagancev –  fu fucilato il 25 agosto con altri compagni.

 

La sezione di Letteratura e Giornalismo, decima della serie, ed a cura di Guido Conti, è dedicata a Cesare Zavattini. Al saggio introduttivo di Guido Conti, Cesare Zavattini: un genio tra giornalismo, letteratura e cinema, a trenta anni dalla morte, segue una nutrita Antologia di scritti zavattiniani.

Cesare Zavattini nasce il 20 settembre 1902 a Luzzara (Reggio Emilia), e muore a Roma il 13 ottobre 1989. È stato giornalista, scrittore, creatore di giornali, editore, sceneggiatore di fumetti, sceneggiatore per il cinema, autore di teatro, pittore e infine regista e attore.  A Luzzara i genitori erano proprietari di un caffè-albergo. Dopo la scuola elementare si trasferì a Bergamo per gli studi ginnasiali e, nel 1917, prima a Roma poi ad Alatri (Frosinone), dove conseguì la licenza liceale. Nel 1921, a Parma, si iscrisse all’Università (Facoltà di Legge) viaggiando avanti e indietro da Luzzara: presto diventò istitutore al Convitto Maria Luigia dove ebbe allievi Pietro Bianchi, Giovannino Guareschi e Attilio Bertolucci con cui strinse un’amicizia durata tutta la vita. Nel 1925 ebbe il primo figlio, Mario, da Olga Berni (sposata nel 1932); seguirono Arturo (1930), che diventerà un importante fotografo e direttore della fotografia del cinema italiano, Marco (1934), sceneggiatore e aiuto regista, e Milli (1940). Divenne redattore della «Gazzetta di Parma», e a Parma  maturò la vocazione per il giornalismo e la letteratura. Nel 1929, durante il servizio militare a Firenze, entrò in contatto con il gruppo della rivista «Solaria», dove pubblicò alcuni raccontini, e gli intellettuali del caffè Giubbe Rosse. Iniziò una fitta rete di collaborazioni con riviste e giornali, dove pubblicò racconti brevi e brevissimi: «L’Illustrazione», «Il Tevere», «Piccola», «Novella», «Secolo illustrato», «Cinema Illustrazione». Nel 1930, assunto come correttore di bozze alla Rizzoli, si trasferì a Milano. Il 1931 è l’anno della svolta: pubblica il suo primo romanzo Parliamo tanto di me, con grande successo di critica e pubblico, e Rizzoli lo promuove redattore di tutti i suoi rotocalchi. Nel 1935 il film su soggetto di Zavattini Darò un milione ottiene la Coppa del Ministero delle Corporazioni alla Mostra di Venezia, e nel 1938 negli Stati Uniti si realizzerà un remake del film, con la regia di Walter Lang: I’ ll Give a Million,  uscito in Italia con il titolo Chi vuole un milione? Nel 1936, Rizzoli lo licenzia, ma è subito assunto da Mondadori come direttore di tutti i suoi periodici. Si interessa di giornalini a fumetti; e crea il primo fumetto di fantascienza italiano Saturno contro la Terra (1936-1937), apprezzato anche all’estero. Seguiranno altri fumetti come Zorro della metropoli (1937-1938), La primula rossa del Risorgimento (1938-1939) e La compagnia dei sette (1938; 1946). Il suo secondo libro, I poveri sono matti (1937), per la novità del suo stile sorprende positivamente pubblico e critica, con echi anche all’estero. Progetta pure «Il Giornale delle Meraviglie» (1937-1939) e assume la direzione di «Le Grandi Firme»: un fenomeno di costume, arrivato a oltre 250 mila copie, ma che  Mussolini chiuderà nel 1938. Sfidando la censura, Zavattini dà vita a un nuovo settimanale, «Il Milione», e insieme con Achille Campanile dirige nel maggio del 1938 «Il Settebello», settimanale umoristico. I raccontini di Io sono il diavolo (1941) chiudono l’ideale trilogia iniziata con Parliamo tanto di me.  La nascita di Cinecittà e la chiusura delle frontiere ai film americani spingono Zavattini, nel dicembre del 1939, a trasferirsi a Roma e a dedicarsi soprattutto al cinema, come soggettista e sceneggiatore. Sarà uno dei protagonisti della rivoluzione del Neorealismo italiano, che diventerà modello in tutto il mondo e sarà modello per molti registi soprattutto americani. Insieme con il sodale Vittorio De Sica creerà alcuni capolavori: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952); e, con Luchino Visconti, Bellissima (1951). L’ultimo film di Zavattini sarà La veritàaaa (1982), di cui sarà soggettista e sceneggiatore, regista e attore. Nel 1943 aveva pubblicato la favola Totò il buono divenuta il film Miracolo a Milano (Palma d’oro a Cannes nel 1951). Nel 1959 scrive Come nasce un soggetto cinematografico, commedia rappresentata alla Fenice di Venezia. Tra le altre opere sono Straparole (1967), Non libro (1970), La Notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini (1976), i tre libri di cinema del 1979 Diario cinematografico, Neorealismo ecc. e Basta coi soggetti. La passione per la scrittura lo indusse a confrontarsi anche con la poesia: nel 1967 pubblicò un ritratto in versi liberi del pittore naïf Antonio Ligabue, base per il soggetto di uno sceneggiato televisivo di grande successo con la regia di Salvatore Nocita nel 1977. Nel 1973 dette alle stampe le poesie di Stricarm’ in d’na parola (Stringermi in una parola), definito da Pasolini un «libro bello in assoluto», dove Zavattini ritrovò nel dialetto luzzarese la fonte di una nuova ispirazione poetica tra realtà e favola, con un erotismo vitale a stravolgere il senso del mondo in modo carnevalesco. Insieme al grande fotografo americano Paul Strand è infine autore di Un paese (1975) che racconta Luzzara come una Spoon River lungo il Po. Con il fotografo Berengo Gardin pubblica Un paese vent’anni dopo (1975), che testimonia le trasformazioni economiche e sociali di Luzzara dopo il boom economico. Chiude la trilogia il carteggio Paul Strand-Cesare Zavattini, Lettere e Immagini (2005). Fra i premi ricevuti sono due Oscar nel 1947, e 1949); il Premio Mondiale per la Pace  nel 1955; nel 1977 il prestigioso Writers Guild of America Medaillon. Ha detto di lui il regista americano John Cassavetes, nella biografia a cura di Ray Carney (Cassavetes on Cassavetes, 2001): «Adoro i neorealisti per l’umanità della loro visione. Zavattini è sicuramente il più grande sceneggiatore mai vissuto».

 

 

Kamen’ n. 55 – Giugno 2019

  1. 126 – € 10,00

Libreria Ticinum Editore

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