Armando SAVERIANO – Inediti

Vigilavo il tuo pallido riposo
nelle tenere edere del buio
intimidita da una felicità
più grande di quanto possa accogliere
un cuore o un mondo sperduto
nel cosmo o le valve di un mitilo
o lo splendore di ali cangianti
delicate indistruttibili
Accostavi il viso al mio seno
e più volte ho temuto di poter morire
infinitesimale nell’immensità del bene
Desideravo fermare gli attimi
ripercorrerli daccapo e ancora accapo
e sparire nella cruna di quest’ago d’oro
nella meravigliosa trappola del bacio
Ma ridestati piano
c’è luce chiara intrecciata
alle labili dita della notte
che ormai sbadiglia
Voglio che ascolti il mare
lo sperone delle onde i suoi tanti sospiri
la griglia amniotica dei sussurri
l’attrazione della luna
la rara gemma d’un luccichio
E’ per me è per te
per noi due sole
sulla Terra verde e bigia
che non interferisce
Non c’è scampo per i nostri occhi
che s’abbeverano della pelle
regina dei destini delle fortune e gioie
e le bocche glorificano l’ombelico
della fiamma che ci scotta e ci rigenera
Abbiamo lasciato le vesti la palla
e un libro stinto sulla rena
e l’orma persistente della poesia
che va recuperata
cerasa da scambiarci bocca a bocca
nell’unico roseo polmone
di una flessibile sequenza ininterrotta
dica quel che dica Ulisse
voglia quel che voglia il cielo
a portata di tutto il desiderio
e oltre

 

*

 

Non vi meravigliate
quando mi vedrete
nudo
col più lieve dei sorrisi
direi impercettibile
libero
del malessere dell’essere
oh non vi meravigliate
Avrà senso solo per voi
fingere di piangermi
o piangermi per davvero
ostentare dignitosa indifferenza
odiarmi 
serbarmi anche per l’estremo atto
rancore
provare maligna soddisfazione
chiedervi perché
fregarvi i palmi delle mani
slacciare dalla gola
una imprevista tristezza
Io non sarò 
semplicemente non sarò
e assai presto
sarà per tutti
come se non fossi mai stato
Già cancellato a me stesso
nell’attimo supremo
senza cognizione di buio
di nulla
di eterno
Le passioni accese
le guerre personali
i turbamenti
le invidie
le infezioni dell’animo
non mi riguarderanno più
La Terra andrà alla sua deriva
e così il sole
La finitudine lo vuole
la finitudine
che solo una regola
stabilisce
e non impone
Non ne ha bisogno
Basta
sé stessa

 

*

 

E’ per ordine doloroso
dell’inclamato
che mi è stato posto
questo cilicio
corda grezza chiodi ricurvi
a mordere le fibre dell’essere
Non so liberarmene
è dura accettare simile castigo
So delle mie colpe
eccessivo mi pare il contrappasso
Non ci sono ore piccole
che diano requie
il sonno latra di sogni infettivi
ed al risveglio è peggio
d’esser stata sbattuta contro
gli scogli da altezze incalcolabili
Accenderò pia candela
a me stessa
chissà che non mi trasformi
in caritatevole morte
ovunque abbia posato il calcagno
qualunque pensiero abbia impastato
o clemenza urlato nel buco nero
che incombe e vortica
attirandomi
troppo lento per quel che bramo
finire
Finire finire
finire
Non mi riesce di stroncare
il fiato con un laccio
trangugiare tossine
fare il passo decisivo incontro
alla metro nella sotterranea
Voglio ancora vivere felice
di un’occasione di felicità
benché non sappia immaginare
cosa sia
ma dovrà pur essere
in qualcosa
ed è questo il peccato
che non si perdona lì nelle celesti dimore
a noi creature di fango e di delitto
Tutte pedine che un crudele gioco
schiaccia
per divertire chi mantiene
in equilibrio l’universo
La mia ricchezza è la mia malattia
che mi smembra e m’impaura
prigioniera d’un tristo despota
che per me decide
Chissà chi per me e a CHI
presentò il conto da pagare
a quanto pare perimetro
dell’intero muro del pianto
Non ho memoria delle mie cortecce
di perfidia e di quante anime dovrò
per forza avere dilaniato
per ottenere in cambio
simile incistato flagello
Perché l’umiliazione è tanta
ed io alimento la discarica
dove giaccio ed ho dimora
mentre intanto
forse
solo il vento ride
tetro
e mi sbeffeggia dileggiando
la mia vergogna e l’odio
per il martirio
che marchia e piglia
inconcepibile distanza
da refolo di pace

 

*

 

Non pretenderai
spero
di conoscermi
di improvvisarti speleologo
del mistero
che i miei occhi proteggono
e fanno trasparire
Ti affascinano infebbrano
gli echi interni
da Sibilla
mentre mi lusinghi
almeno credi tu
paragonandomi
a Venere anadiomene
di spuma e marmo
Non è che una tua tache poètique
Fossi un Delacroix
tireresti fuori il misticismo
della parola
terresti dietro ai tuoi 
vaneggiamenti onirici
ed io ti preferisco
a vagabondare per le strade
di Napoli Berlino Anversa
con gli appetiti insoddisfatti
e intatti
con la tua inconsapevole
joie de descendre
di degradarti
ogni volta che ti possiedo
e tu penetri mi impèni
ti consumi
vuoi fare di me fissa dimora
in nome del devozionale amore
che inebria confonde sconcerta
Invece io sono il transitorio
le fugitif non l’immuable
Ignori che altre mi abitano
Je est une autre
parlano al posto mio
ti toccano 
amabilmente deridono 
l’arroganza ingenua e perduta dell’Avere
Mi sento Erodiade
e tu cerchi Salomè
tra la folla disumana bruyante
di Constantin Guys
la gente convenzionale
anonima indisponente
che in me fa esplodere
l’intolleranza di fauci rosse
e artigli neri
Je travaille à me rendre Voyante
rammento Rimbaud
e anelo all’istante
privilegiato
fino allo spasimo
e forse sono sì
davvero Arte
se arte è incompletezza
inconnu
sempre più spesso
intransitività

© Armando Saveriano

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

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Giacomo PICCHI – Inediti

Alle Rocchette

 

Polpastrelli di schiuma massaggiano

le lunghe spalle sabbiose alle Rocchette

andirivieni sull’olio di raggi di sole.

Pugnace la canicola tra le ombre

sottende a una stanchezza strana

onda su onda tra spire di racchette

non qui è la testa che si arrende

al tardare di Settembre.

 

Falde di pianto

 

Così la terra riprese il suo grano

per tramandarlo a falde di pianto

arrugginito. Coltiva a fiori il tuo pezzo

di niente, e ripulisci da isotopi il mondo

nell’intero lascito dell’esperienza.

Dal fondo delle campagne odo un attimo

che si riveste di malta, la tomba dei diavoli

non ha coperchio e alle preghiere

si chiedono solo bugie.

 

Porto franco

 

Si allinea il dagherrotipo

del tuo viso al giro del pianeta

abitando i miei solfeggi allo scuro

rimetto coi secondi i nevi in cielo.

Dalla comoda trincea non brilla terra

e le pezze non riscaldano

ovunque è il tuo volto, sebbene lo perseguiti

nell’autunno di memoria ho un faro

acceso in fronte, non ruota

è una strada per il porto franco

d’approdo a nuove stagioni

di fuoco.

 

Sponde di sguardo

 

Sentivo in streaming il canto di sirena

per rimanere legato ai miei pianeti

alle loro rigogliose sponde di sguardo.

Come si incastra il Sahara in un trolley?

È stata una sfida ficcare in un beauty il Niagara

scrosciando per vecchie case di ringhiera.

I cortili non fanno rumore se presi

all’angolo, chiusi, ma la tua Itaca

è dappertutto sul raccordo di Bereguardo.

 

A San Giovanni

 

A San Giovanni si accalcano i merli,

fanno da ponte tra scorrere e cielo:

sul ciottolame si specchia malchiuso

uno spettacolo pirotecnico.

 

A San Giovanni d’un tratto comprendi

che nella volta un salice a scoppio

oscura gli astri, solo un secondo.

 

Ti accorgi che non vale il suo brillare:

galassie, stelle o fuochi artificiali,

quel che fa il cielo è il nero

ed io lo canto.

 

Giacomo Picchi è nato a Figline Valdarno (Firenze) nel 1987 e vive a Pavia. Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze, si occupa di Risorse Umane e ha lavorato in alcune importanti multinazionali. Appassionato di letteratura e poesia, le sue liriche sono apparse sull’Antologia del Premio Letterario “Ossi di Seppia” 2019, sulle Antologie “Bouquet” e sulla rivista Luogos, edite entrambe dall’Associazione Culturale Giglio Blu di Firenze, di cui è socio. Nel 2019 ha vinto il Premio J. Prevért con la silloge intitolata “Muri”, che sarà edita nel 2020 dalla Casa Editrice Montedit.

Luca GILIOLI – Un inedito

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate

partoriscono buio – che c’è nella culla?

furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:

destino di chi non s’avvede delle fate.

 

© Luca Gilioli

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Le sue raccolte poetiche: Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Luca Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Nina NASILLI – Tre inediti

vólti lacerti

 

e siamo vólti lacerti

insicuri

anche dell’ombra

nel caso di notte

 

ma le valve ignare

del verso dell’onda

non temono

di farsi anche duna

coi rami franti e i sassi

e i sassi ai rami inserti

 

una distesa di sabbia: una duna

lì, sulla spiaggia incolta

– duna di valve, rami franti

sassi e sassi ai rami inserti

 

non teme Natura

un peso di giudizio

e siamo noi, gli incerti

del cosmo

fatti col sale del pavore

a gravare la sua nobile indifferenza

della nostra grandiosa inutilità

 

e intanto io non so

(e non lo so dire)

come trascorrano gli anni

 

 

de la terra

 

(a caschémo, in tèra

cofà e fòje, e su chéa tèra ea pianta

ea resta, in tèra: vèrta)

e de-cidiamo come le foglie

sulla terra, e la pianta resta

e si staglia

 

un brano di sole

altrove che splende

senza abbagliare, e scalda

tra le zolle bruno-soffice di questa terra

arata, La Calpestata:

è lì che vi germoglia infine un rinnovato eterno

– un virgulto d’eterno –

che è l’ala agile di un passero sorpreso

(pare minore, eppure è perfetto)

 

e tutto il verde che non appare

celebra

in silenzio

la festa del proprio compimento

 

nasceva dall’ombra
dolce
anche la nostra bellezza interiore
al buio
questo im-perfetto – era anfratto – di un bosco
dove le foglie quasi s’involavano
a cielo
– ma fermo, tutto

un campo d’autunno sottraeva all’azzurro
la chiarità della luce e vi poneva sul dorso

un incanto

d’ambra olivastra e scintille brevi d’oro brunito:

il cielo dissolto
non vi opponeva la sua divina resistenza

lì grado a grado si ergeva
nel volo sorpreso d’attesa
un canto
nero, una sommessa preghiera
protetta dalla delizia del suo prezioso manto

bisbigliavano tra loro le frasche
pudiche
soltanto, tenue
un cenno di cinguettio alludeva alla gioia tenera

del sole che non era a giorno
e neppure sera

la nebbia, coltre di silenzio e pace
imbeveva dal muschio l’antro molle
e caldo che ci custodiva
mentre il tuo respiro alato
concepiva fondando
il nostro glorioso mistero

 

 

ché tra gli altri talenti

non la lingua o l’arte taumaturga

ma il dono della profezia

sposa la terra

desiderata

al suo Nome perpetuo

 

congedo

 

(lontano, un balzo di balena al largo

nessuno lo sa, resta morto

anche il mare

ma, se lo dici, anche piano, io lo vedo

o lo posso sognare)

 

dell’imbarcazione che solca le onde

intuire la forma

per la luce che la riluce e la splende

e un baluginio qua e là ne tocca

qualche dettaglio

un rostro, un paranco, una cromatura

che assapora il moderno

o del legno di miele o rosso

una lucida levigatura

una modanatura

ma senza esperienza alcuna

della barca, che non esiste

eppure è viva sul mare che sta arando

con la sua schiuma l’onda che incontra

e il ritorno dell’onda se non deborda

 

e ha premura di porto, perché lo sa

come Ulisse lo sa

che senza approdo non si riparte

e riposa il navigante

sfama la sua parte sociale

in un illuso istante amicale

che si aggruma attorno al brodo

col pane

 

ma è solitario ogni viandante

(lo è il poeta in scrittura

che non si ferma: o si perde

tra i rumori rumorosi degli altri

i baccani

i pettegolezzi

i rovi dell’inutilità quotidiana

questa agitata vanità, con le spine)

 

tra le mani la penna, il timone

l’impronta accaldata della pelle

di chi ieri ti dormiva accanto

© Nina Nasilli

 

           © Renzo Carnio

Nina Nasilli vive e lavora a Padova, dove si è laureata in Lettere classiche e ha avviato il laboratorio-studio “Atelier Interno 7”.

Ha pubblicato i libri di poesia: Imperfezioni moleste. E oltre (Il Prato, 2008), TRA.DIS.CO trame di disprezzo coerente e licantropo (Book Editore, 2010), Oasi criptate (con M. Gadenz e P. Garofalo, Il Foglio Letterario, 2012), Parabola d’amore (racconto in versi per il teatro, Book Editore, 2012), al buio dei nodi anfratti (Book Editore, 2016, Premio Internazionale di Poesia “Città di Marineo 2016”) e Tàşighe!, in dialetto veneto (Book Editore, 2017, 2a ed. 2018, Premio speciale del pubblico “Premio Pontedilegno” 2018, vincitore del “Premio San Vito al Tagliamento” 2018-19). Per i tipi di Book Editore è in corso di pubblicazione il volume di poesia Prossimità, la cui uscita è prevista per l’autunno 2019. Ha curato, tradotto dal latino e illustrato con 50 disegni originali il volume Dittochaeon (Doppio Nutrimento) di Aurelio Clemente Prudenzio (Biblioteca della Fondazione “Pina Giuffrè”, Book Editore 2018).

è pittrice e ha tenuto importanti mostre in Italia e all’estero.

Per la sua attività artistica e poetica ha ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui, nel 2013, il Premio ciceroniano “Città di Arpino”.

Ha al suo attivo diverse pubblicazioni d’arte: dalle raffinate edizioni del “Pulcinoelefante” e delle “Edizioni del Nido” ai libri artistici So che sei bella, anima mia! (Il Prato, 2008) e Uovo nudo (Book Editore, 2013), alla cartella d’arte Il cielo oggi non sta in piedi (Book Editore & Stamperia Barbato, Venezia, 2014).

Dirige per Book Editore la Collana d’arte “parolatracciaparola” e la Biblioteca del Vernacolo “foglie e radici”.

Federico PREZIOSI – Tre inediti

Fingi il lessico delle parole astruse

io ci metto il fard

i colpi di spazzola e l’iPhone

all’occorrenza uno stacco

una voce su una carta spieghettata

due righe su un post it.

 

Non capisci la postura

il vintage la lingerie

l’intreccio del vimini sul sacro difetto.

 

Ho disseminato ogni oggetto in un vano

senza polvere.

 

I tappeti lo sapranno dire

ne terranno conto.

 

*

 

abbracciati i detriti, commutate le organze

ho dita incrociate porgendo ai rimandi

gli annali presagi, in sostanza le vene

che il vento cospira scopandole intere.

Se nelle cancrene analgesico è il porto

l’impasse di lenzuola ha ormoni di scorta

su idiote folate, su chili di fame

sta qui reiterato il quid in cui cadi

sui segni dei seni che afferrano amplessi

sui crini dismessi che annusano i cani.

 

*

 

un attimo sciolta

tra i notturni solchi. Sul gelo

le scale assorte contemplano

quel mistico bagliore. il solo.

Si inarcano voci che nude

fagocitano piedi. Non sentono

il marmo le piante

e non vibrano gli alluci. Qualcuno

li immagina di cartapesta

con le punte disossate e vuote.

Invece nere sono come le notti

le tue bianche e le mie d’inverno.

Le ginocchia celano frutti

dietro l’inferno e in certe fiamme

mi sento consumare come

ardere le viscere del giorno.

La carne viva violenta L’acume morto!

seduta sui dissapori e le intemperie.

la muta prigione di questo anfratto

seminudo. il corpo. E il mattino

non arriva se non a sprazzi. Tumefatto

il credo cala. sulle mie chiome rase.

 

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Ha studiato Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali ha pubblicato l’omonimo ep e un disco, Unculture.

Vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Alla poesia si è avvicinato grazie all’incontro con Armando Saveriano. Nel 2017 pubblica il suo primo libro, Il Beat sull’Inchiostro, slam poetry che ritrae l’odierna società utilizzando robuste dosi di sarcasmo, irriverenza e tanta schizofrenia.

Ha ottenuto alcuni importanti riconoscimenti all’interno di importanti contest nazionali.  Nel 2019, pubblica “Variazione Madre” (Controluna).

 

 

 

Alina RIZZI – Tre inediti

Nell’ora nona
calavano le ombre del giorno
si protraeva
il lavorio instancabile delle ipotesi
sotto maschere adunche
che tornavano
dopo l’assoluzione del sonno
e si disponevano
devote a riti oscuri
all’eterno mormorio sommerso.

*

Decise di ritrarsi
dai giorni liquefatti
dalle figure pensanti
che sfiancavano le notti
spalancate sul vuoto
e il silenzio più estremo.
Decise di tornare
ma rivestita di pelle
per riconoscersi ancora
in quel malore stantio
che spezzava quieto
le linee del volto.

*

Dalla cima degli anni osserva
incredula e già pentita
viandanti che non sono più tornati
da cui attendeva improbabile
un cenno d’assenso.
Ciò nonostante ora va delineando
una perfezione di gesti
oltre il rito usurato
di movimenti essenziali
liberati dal silenzio.

© Alina Rizzi

Alina Rizzi è nata a Erba (CO). Giornalista e scrittrice, si dedica da sempre a realizzare iniziative rivolte alla valorizzazione del mondo femminile. Ha vinto premi letterari e partecipato a diverse antologie, tra cui quella americana LA DOLCE VITA (Running Press). Ha pubblicato AMARE LEON da cui il regista Tinto Brass ha tratto il film “Monamour”, i romanzi PASSIONE SOSPESA e DONNE DI CUORI, COME BOVARY e SCRIVIMI D’AMORE . La drammaturgia in versi NATASCHA E IL LUPO nell’antologia IO E L’ALTRA, i volumi di racconti BAMBINO MIO e PELLE DI DONNA . In versi: ROSSOFUOCO, IL FRUTTO SILLABATO, LA DANZA MATTA , ARITMIE, e diverse plaquette. Il suo blog è costruzionivariabili.blogspot.it

 

 

 

Franco MANZONI – Un inedito

Turbamento di speranza    

 

ah com’è tristamaro

quando un tempo mi trovai

senza motivi o giuramenti

nella carne tua cruda carne

luce d’occhi fianchi seni

pronunciando risa aderenti

lungo la tangenziale fiaccolata

nominante abitazione intensa

linda ricompensa di stazione

partenza dorsale d’obiettivo

giacente inferno sulla lingua

dicevi senz’astio lenta

nel malessere dei secoli

“prendimi intera comprendimi”

chiedendo certa di danzare aperta

stretti sul posto sopra il mare

non dolendosi di vento e polvere

“saziatene più dell’abbastanza”

coi lividi del temporale sulle ciglia

sigillandomi le tempie in fine

per nostra cara uscita di stanza

resa arresa schiava figlia

di un dolce turbamento di speranza

 

© Inedito

 

Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, da oltre trent’anni è una firma del “Corriere della Sera”.

Ha pubblicato numerose sillogi poetiche tra cui Imperatore!, Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra del grito, Casa di passaggio, In fervida assenza.

Nel 2018 è uscita per l’editore Eikon di Bucarest l’antologia bilingue Înger de sânge/ Angelo di sangue. Del 2018 è anche il suo saggio critico “Femminea estasi – Sulla poetica di Gabriella Cinti” (Algra Editore).