Lucrezia Algozzino – Tre inediti

colmiamo il vuoto

nell’anima con parole

come salti nel nulla

il passato mastica tutto

odora fin qui sento

il graffio di spine sanguina

un sogno infranto nello

specchio del lago

la casa danza mentre

il mattino profuma di caffè

i baci salgono nel fumo

di una tua sigaretta

stelle scie sciamano

vedo con i tuoi occhi

la donna stanca

che non smette di amare

 

 

**

 

Mela di ghiaccio

in primavera sospiri

di vento dai rami

lacrimano foglie

l’urlo gelato spegne

un desiderio intrappolato

nel vuoto della stanza

– amore anima –

distante l’incanto

insegue il tempo

l’inverno smarrito

ci guarda dal suo paradiso

 

**

 

rosa d’intatta purezza

respiri serrata dal tuo petalo

sospiri in una carezza

la tua stessa fine

inattesa.

 

terra che cresci il seme

nel fiato di luce

aspettami

io salgo e scendo ancora

nel gioco dell’ultima

ora

di vita non so

di bellezza qualcosa

il mistero rimane con me

 

C’è un’idea della vita come un corpo a corpo, prima ancora che con le “parole”, con le cose(la “casa”, il “caffé”, la “sigaretta”) come feticcio necessario: occasione di una messa a punto di sé, sono lo specchio che danno la misura di quanto l’Altro sia capace di agirti e influenzarti, oltre ogni “vuoto” e “incanto”. È per questo che, nonostante tutto, su tale scena la “donna”, il soggetto, “non smette di amare” e resta con ammirevole fedeltà a guardia della sua “rosa”, del suo “mistero”. (Vincenzo Guarracino)

 

Questa poesia si radica in un movimento che genera stati d’animo, sentimenti delicati, solitudini e tensioni. Sono i versi di tale tenore che ci rivelano come la poesia appartenga ad un linguaggio insostituibile, ad un’esperienza di scrittura che “insegue il tempo” e “ci guarda dal suo paradiso”. Uno strumento di conoscenza: il canto nel territorio dell’umano, volubile e resistente. (Alessandro Moscè)

 

Lucrezia Algozzino (Antonella Spina) – nata a Palermo nel 1970, vive da molti anni tra Palermo e Bucarest. Viaggia, è impegnata sul fronte del volontariato, dipinge, legge e scrive. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Armando Saveriano – Tre inediti

Se appartenessi a un mondo nascosto
tirerei per le code un vento musicista
che come felino mozzafiato
non smette di far tremare
Non sbufferei ai tuoi gesti elastici
anzi rivendicherei uno zoo
di testimonianze fuori della porta del bagno
nello sgabuzzino dove picchiavo
per trastullo il nonno impermalito
Ciascuno sceglie un posto dove tossire
piegare in 4 le figurine del Cuore Immacolato di Maria
differenziarsi soffiandosi il muco sui finocchi gratinati
complicherei le lungaggini per non
capirci più una mazza come diffondendo tra gli idioti
pagine strappate dal Demian e Siddharta
Sono flessibile licenzianda alla prima opportunità
slegata dalla vita con un bonus per due malattie
turista di questo o quell’orizzonte in prossimità
della comare secca sempre disponibile
a pernottarsi nel cervello con mezzi autonomi
e forse per qualcuno a lungo raggio
un po’ perversi
Se non fossi così cervellotica e oscura
sarebbe vendere biglietti a prezzo scontatissimo
e depravare il senso di parole in un cunnilinguo
fino a estate inoltrata senza pensare più
alle minacce della natura che se la ride e ci deride
Cianfrusaglio versi che nessuno trascriverà
pronto a pagar debiti nemmeno per farmi o
restituirmi un favore di circostanza
Mi diedero della outsider ed io timida ringraziai
ero allora finzione di una quacchera
che traduceva in norvegese Eudora Welty
sperando nella medaglia presidenziale della libertà
e facendo le mie buone distinzioni tra indisponenza
e cortesia Non ho soldi sfioriscono i seni
mi prenoto per la scompostezza della malinconia
Scosto la mascherina lavabile personalizzata
solo per succhiarlo a Ben Affleck da qui alla cinepresa
Mi sono regalata melanzane maioriane con la cioccolata
orecchini bizantini con tormaline e tanzaniti
La felicità però se n’è scappata fra i rami dell’acero grosso
e m’ha fregata

23 maggio 2020

*

Scolorita madre accondiscendente
addio
Addio pensieri sbalorditivi
passo rapido addio
frugalità di appetiti
adesso veglio su tirocinio
di accumulate solitudini
voglio avere orizzonti a frotte
e soggiogare bei ragazzi giocattolo
Squaderno qui sottolineature
del mio io scarabocchio
Avrei di che rimproverarmi
ma basta tormente sotto lampade incandescenti
pochi metri più avanti
avrò proporzioni più comode
sarò una di voi senza essere come voi
consideratemi una copertina patinata
mi riproduco con sveltezza
nonostante sia un po’ svogliata
per posa da tubercolotica intellettuale
con le flip ends quando riapre il parrucchiere
sono connessa per più intime ballate
con amici on line discuto di Polansky
Jurgen Habermas del dotto latino nel mondo
che fu
Riapro il cerchio chiuso
con sventata euforia
e se mi denaturalizzo pazienza
poco importa
Verranno giorni da ruggire
tempi privi di sobrietà
vascelli fantasma da armare
e il coraggio di tacere

24 maggio 2020

*

Sono goffo con i desideri
li avvolgo tra le dita
e nelle mani li sciupo
Per strada m’ingozzo di pesciolini fritti
e di luna crescente il dì di festa
Bisogna prendermi con il cucchiaino
perché ho certi pensieri
di quelli gloriosi
che mi spuntano come peli di dio ispido
incanutito dalle orecchie spesse e molli
come gnocchi di patate
Spesso faccio il marinaio
e discuto la rotta con Walcott*
gli dico Derek non trovo il sestante
tu sai leggere le stelle
oppure sono un pedone
sembro io o un altro
guardo in tralice i passanti
spio ogni deambulante
con un versetto di Rimbaud
a pattinare sulle papille gustative
O ancora sono un docente
di applicazioni tecniche
sdraiato sotto la scala dell’imbianchino
dalle ascelle umide
mentre faccio mente locale
al ricettario della Lucia
è finito nella credenza di zia Assunta
lì in mansarda
Sono un uomo come un altro
Io
io o un altro
ho qui un lucchetto
mi scrollo la giacca dai sogni
arati da sarà qualche annetto
Scopro una rassomiglianza con
un grosso torrone
con un cellulare di prima generazione
Allora stamani presento
il giovane Igor’ Bobyrev**
a mia nipote Ornella
pensate volevano chiamarla Azzurra
ha appena spento il fornello
su cui scaldava la frittedda***
Qualcosa accadrà fra di loro
Sono fiducioso
Lui è un bel ragazzo ucraino
lei gli sta parlando di Alejandra Pizarnik****
hanno il mondo nelle pupille
e si confodono nella luce bianca
come due petali bianchi
Sono partiti per una gita al Faro

29 maggio 2020

* poeta santaluciano, premio Nobel 1992
** poeta di lingua rusa, nato el 1985 a Doneck nell’Ucraina
Orientale
*** contorno sicilano a base di fave,carciofi, piselli e cipolle
**** poeta e tradutrice argentina

 

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Luca GILIOLI – Un inedito

la Confederazione Galattica

in omaggio a Harry Bates

è giunto il dì degli ultimi tumulti

umani: li forzeremo alla resa.

da secoli ostracizzano i virgulti

che parlan di pace e di nuova ascesa

e tra i loro discordanti singulti

lasceranno un’era già troppo estesa.

l’estinzione umana è perdita lieve:

magro lascito la Storia riceve.

©Luca Gilioli

 

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore. Le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Vincenzo GUARRACINO – Un inedito

FRAMMENTI DI CILENTO

 

Qui dove fu pensata la bellezza

e lo sfero brillò di ignota consistenza

elargisce il carrubo la sua ombra

alle pietre che il sole rimodella

nell’arco della Porta che separa

le parole del giorno dalla notte

 

e soccorrono indizi di sapienza

al mito di resistere anche al fosforo

e al benzene dell’estate del millennio

sul sentiero che sale a Porta Rosa

ancora fumano pire di miasmi

di plastica immolata all’inautentico

 

rito del consumo del possibile

per stadi di difficile invenzione

e la scelta tra perdita e profitto

con la tecnica avviene in una pratica

di valori destinati al fallimento

nell’ordine di un tempo inessenziale

 

lo stesso che procede dal suo nome

che un destino pensando fa vivere

identico è in tutti e in ciascuno

conforme ad un’opera invisibile

da cui è assente ogni mutevole

segmento di principio e distruzione

 

e intanto si coltiva sulla sabbia

il vero nell’intesa col sospetto

che conviene al paradosso di una forma

artefatta tra visibile e visione

come un attimo epifanico di addio

al Cilento nel fuoco dei confini:

 

la vita ha diritto alla memoria

così come gli umani hanno diritto

a dirsi nel nome dell’identico

essere nel pensabile assoluto

di ognuno contenuto e contenente

in questo tempo fisso dell’istante

 

espresso nell’evento che lo pensa

uguale con se stesso in ogni punto

per essere e pensarsi nel perpetuo

circuito di creazione e distruzione

come suona il verbo del terribile

e venerando filosofo del Nous

 

Parmenide: trascorre tra gli ulivi

la calma essenza del mare al mezzodì

orizzonte di un senso senza fine

e nella luce è tutto al compimento

bianco gregge e terrestre offerto al sole

in luoghi di segrete risonanze:

 

altro dal sapere è riconoscere

altro è questo vivere dall’essere

tra fine e principio nella duplice

natura la materiale e l’eterea

per ridare a chi pensa la certezza

di una soglia di antichi fondamenti.

 

L’arco folgora Apollo dall’alpestre

azzurro sul mattino da altri nimbi

ed esiste nel mondo dal suo lampo

il sortilegio della luce il volto

della nuda verità al suo apparire

dal Passo Scuro tra le forre la dea

 

Odegitria di pietra là sul sacro

luogo dove si celebra la festa

sul Gheison delle candide pupille

in vista delle piane dell’Alento

e Palistro doni e inni recando

là le zorie dalle terre del viaggio

 

e il vento una trama di confusi

risvegli candisce della giovane

linfa feconda l’orizzonte niente

eguaglia ad Elea la sua ardente

meraviglia ove palpita in silenzio

traverso il lenzuolo d’echi marini

 

penuria di sé che affolla l’anima:

la freccia tesa alla corda già è oltre

e se stessa nello scatto altro luogo

non c’è dove restare solo l’Uno

rimane di Senofane il segreto

è il vuoto da accettare il divino

 

davanti all’urgenza del fenomeno:

l’avanzata stagione la sostiene

come un’ala o un sogno che la luce

silenziosa sull’alba fa apparire

miracolo di regole e promesse

dove un Daimon benefico governa:

 

è in questa imminenza che si gioca

la sorte di ciascuna creatura:

essergli di fronte nel visibile

lo stare tra cose e visi è l’altro

spazio di luce che viviamo quello

prossimo alle spalle è un’ipostasi:

 

mondo diventa nel pensiero solo

la scena degli eventi necessari

l’essere che si sa senza volerlo

nel fuoco di essenziali apparizioni

dove scrive nel tempo le sue trame

l’istante di infiniti appressamenti:

 

come un’onda un ricordo dal perenne

grembo insorge dall’origine si fa

avventura dell’anima nei sensi

e gli occhi carpiscono all’immobile

verde un respiro è in quell’istante che

tutto è detto ed ha complice destino:

 

nel confuso chiarore meridiano

dove affonda nel limo questa piana

hanno mani le mura le feconde

rovine che ti saldano all’arcaica

fonte di sapienza sull’Acropoli

tra grappoli di nuvole e radici:

 

un soffio come un lampo dal profondo

scuote a tratti le viscere del colle

dice quanto incerto è il fondamento

il treno che separa sulla costa

dall’essere il tempo dell’esistere

nel bilico di effimero e di eterno:

 

dove la canicola è inclemente

già ha ceduto al sole per le trame

di agavi ed asfodeli consistenza

la terra si disfa e dissalda al morso

nero dell’asfalto al sale alla troppa

polvere che avanza dalla marina:

 

 

solo nomi riposano gli arcani

detriti di una ruvida matrice

qui mare là monti Pioppi Catona

Terradura e silente sull’abisso

Ascea cui dal sonno Palinuro

sotto un mare di stelle alle veline

 

sponde ancora aspira l’impaziente

disciolta in acque voce con il vento

cerca l’anima l’eco una remota

salvezza tra gli scogli l’innocenza

del sogno di un dolcissimo dormire

come ara di segreta devozione:

 

qui pulsa tra Mandìa e Massascusa

il cuore dove nasce nella valle

luminosa per lieviti ed aromi

il crogiolo Ceraso di diverse

strade e genti sul corso del Palistro

in un canto di pollini e sementi:

 

(era un custode della terra rude

pastore carbonaio minatore

negli Usa dell’inizio Novecento

parco di parole come conviene

ma di amabile consiglio col nome

m’ha donato un sorriso e sacrifici:

 

nell’errare beato per colline

dove grava il cinghiale nella macchia

e al sole la serpe se insidiata

assale compagni i suoi pensieri

al cuore con doveri e melodie

ebbe nella difficile fatica):

 

(lui leggeva greci e russi e conversava

con piante ed animali come figli

lei di preghiere lastricava le sue

strade seminando sogni e pensieri:

un intimo teatro di emozioni

che la vita potenzia non cancella):

 

ecco oltre i mari di ulivi il paese

devoto alla vergine dei fulmini

Santa Barbara tra anfore e cisterne

il suo miele di eriche e castagni

versa a voti di nascite e nuziali

lame di luce nel sonno dal Campo:

 

alla torre la luna dalla piana

fragile colomba nella limpida

vola estate oltre il tempo all’eterno

da Petrosa e Metoio sul crinale

in un ansito di ombre lievitando

tutti i sogni e l’azzurro sulla Stella:

 

sorprende altra voce la vertigine

tra cristalli di verde all’orizzonte

dove l’occhio intuisce Vallo e Novi:

sull’eco che riverbera rintocchi

la stagione declina verso il rosso

e il bruno con dolcissimi riflessi

 

s’impiglia ad una guglia di maiolica

superba  su un tripudio di vigneti:

se per greggi e mercati con promesse

di profitto l’attesa s’avventura

nello stige di vicoli di agresti

negozi e transazioni è tutto un grido

 

la vita quotidiana che si disfa

tra rimorsi e rimpianti nell’ardente

beata età del castigo nei viaggi

della mente e del cuore a quella meta:

tante estati di polvere e di sguardi

al perenne germoglio di una palma

 

Peppino ora custode di memorie

i raccolti sapori tra parole

delle strade consegna al cuore antico

del futuro dopo Paestum e Ascea

ricucendo con Pietro la sapienza

di un paese di fierezza e senza ombre

 

“I’ me ne vogl’ire a lo Ciliento” canta

là dove Omar con l’ansia di un austero

menestrello dà voce a questa terra

lui vivere per primo della calma

eternità della bellezza vide

gli infiniti dei vivi e il poco tempo

 

lievitare dal verso le parole

al sole le vide assieme a Ebner

indenne dalla turba di livori

Vincenzo che esorcizza il senso arcano

dei nomi in un prodigio di pazienza

scaglie reca di luce alla memoria.

 

Un presente di attimi già ieri.

Ma l’oggi dove va? Dove sono

i finiti i non più vivi? Come un sogno

 

niente al sogno assomiglia

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

 

 

Armando SAVERIANO – Un inedito

Eh i miei sogni ostinati i miei sogni ondulati
i miei sogni di amoerro
i miei sogni sognati da occhi sott’acqua
in un mare accorato
nel suo balletto di pesci di anatre mandarine
e becchi a scarpa
la mente non ce la fa sapete ad allinearli
da sola sopra il tavolo
dove danzano Maria Cumani Don Lurio e Rosa Fumetto
Allora perché sogni indisponenti
sogni amati
sogni complicati
continuate ad accumularvi
dove tutto è breve e tutto eterno
Non ho voglia di lasciarvi andare
è bello continuare ad accarezzarvi la barba
a stringervi come una donna irridente e fuggitiva
E che non vi sogniate o sogni di scacciarmi
Nessuno saprebbe fare a meno del vostro oro falso
delle vostre catene di conseguenze impossibili
della vostra pazzia d’irrealtà magnifica e reale
o velenosa dell’inchiostro seppia dell’incubo
Di giorno quando mi alzo riluttante
la mia vela è rattrappita
lo specchio mi dà marmorea lontananza
gli orologi hanno le loro metafore
dietro le muraglie
E’ un teatro di frastuoni
che si vivon muti
e vivere così non voglio
a forza di aspirine e di cadute scoscese
Voglio il porto franco del sonno
più di una vecchia nonna che culla
più del ventre accogliente di un’amante
più di un gatto che s’accoccola all’aurora
scambiata per tramonto
Eh i miei sogni abitati i miei sogni di passi e di ripassi
i miei sogni di lungofiume
com’è bello essere viziosi delle vostre borgate
il vuoto dei prati le feste etrusche
le nuvole truccate da papi madonne fanciulli
che giù fanno piombar le feci
e un esercito di garofani tra i ruderi
I miei sogni franati nel dialetto violetto corrotto
feroci ironici delicati

                    © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Tiberio CRIVELLARO – Tre inediti

In silenzio mi ritirai

all’ombra di quel

supremo dolore.

 

Obliata da propano,

l’ineluttabile mi chiamò

a comporre versi nella

sabbia per Robinson

e Venerdì

 

*

 

Migliaia su migliaia

il vento e la sua scia

staffila acque, terre, monti

concimando naufraghe menti

sulle spiagge clonate dalla

silente morte, torba oscura.

This clonic eart che striscia

enuncia inutili preghiere.

E bye bye da la purple house

favorevole al non sense wordshed.

 

Vi sto bisbigliando, ancora,

ripetendo per l’ultima volta,

quanto l’Europa galleggi nei

suoi liquami, dai passati furti.

Accadiamo nel tempo che si apre

e chiude nelle soglie mobili

colpevoli di baratri e acquitrini.

Noi.

Va e viene l’ossigeno precario

tra i gas ottomani e quelli nei

cieli di Allah. Di quali armate

culturali ci siam serviti? Ora sof/

focati. La parola non conquista, in/

dietreggia ricattata dans cimetières,

dalle tante vittorie di Pirro.

 

Prostrati deliriamo benesseri,

piegati da motori grippati nel tempo.

reduci salvati spesso da fiere donne.

 

*

 

Osservo nella realtà dell’ancora

,/ che in superficie affonda nella

morsa acquea con l’istinto di neg

oziare ancora nel segno avveribil

e/. l’infernalità del punto forte d’

appoggio, giù nella profondità tra

sabbie e antichi resti umani dove

l’inganno è per sempre. E dunque,

nocchiero magistri, nell’avvistare

il diciottesimo verso, sappi nel

maestrale il Capitano è Mistral.

Lui che viene dal nord, comanda

Colore, Foresta, Marlin e Iena. E,

la rotta non è avvertibile se, nella

secca, ogni uncino non trova ap/

pigli per respirare. E qui, in apnea

chiudo la Dunhill per non oltrepass/

are il diciotttesimo verso……………..

© Tiberio Crivellaro

Tiberio Crivellaro è nato in provincia di Padova nel 1955. Nel 1991 pubblica la prima raccolta, Per lingue peregrino, (Calusca Edizioni), finalista al Premio Diego Valeri. Nel 1992, Improvvista tra tinte madrepore, Silloge Edizioni, Premio Medusa Aurea a Roma. Nel 1995, la raccolta Per alito frutto diventi, finalista al Premio Camposampiero. Con la raccolta Scomparsa delle lucciole, Book Editore, 1998 (con una nota di Roberto Sanesi), vince il Premio Il Ceppo D’Argento. Nel 2005, sempre con Book Editore (nota di Alberto Bertoni), Dialogo con il silenzio. La città dei necrologi, con sette acquerelli dell’artista Claudio Granaroli, nel 2007, presso Signum Edizioni d’Arte. Nel 2011, Senza perdere la tenerezza, con la prefazione di Sergio Zavoli e una nota di Vincenzo Guarracino, Manni Editore. Nel 2018, Luceafarul, prefazione di Giancarlo Ricci, New Press Edizioni, Como. Nel 2019, L’albero teoretico, CLEUP Edizioni, Padova. E’ presente in numerose antologie in Italia e all’estero e ha tenuto diverse conferenze e partecipato a numerosi convegni e congressi internazionali. Nel 2002 ha tenuto lezioni e letture presso la Mc Gill University di Montreal. Sempre a Montreal, nel 2003, è stata messa in scena la sua opera teatrale Blu di Prussia (un dialogo tra Thèo e Vincent Van Gogh). Collabora al quotidiano La Sicilia, al settimanale L’Altro Giornale Marche e alle riviste internazionali, Borromeo (dell’Università Kennedy di Buenos Aires) e alle argentine Cita en las diagonales, De Inconscientes. E’ anche autore di arte visiva.

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Ci si spegne il cervello
al pensiero di una piattaforma
di investimento emotivo
Più rassicurante
restare nomadi del caso o del capriccio
ignorando indicazioni di rischio
usando cosmetici per l’improntitudine
dei malesseri oscuri
Viaggiamo col limitato bagaglio
di percezioni distorte
di conclusioni psichedeliche
avvezzi a tradare * complici sentimenti
da poco e niente
estetizzando animi viscidi intrecciati
al gusto di una menzogna ormai digitale
Così i poeti contrabbandano
versi cianotici che assorbono ripetitività
riempiono i polmoni d’inchiostro inetto
si fanno multipli di scaramanzie
indisciplinate che hanno il fascino dell’assurdo
e l’effetto di una letale pozione nel cavo della mano
come soluzione alla viltà di non disperarsi
Accovacciati su un tappeto di pretesti
ci liberiamo dello spirito di lealtà
Le ali sono membranose
e lacere
all’aria cattiva che alimentiamo
e ci uccide

***

Da un ritaglio di carta
ricavò un gabbiano
o l’dea che di un gabbiano
potesse avere
L’uccello si divincolò
con un garrito
tra le sue mani
Il ragazzo lo lasciò andare
Va’ da lei
portale il mio messaggio
Il buio avanzava
come una vernice
implacabile
che cancellasse il quartiere
smozzicando lampioni
sbocconcellando
gli angoli delle case
arrampicandosi lungo i palazzi
somigliante a muffa mischia a nebbia
Se potessi imprestare i miei occhi alla notte
si disse in un sussurro solo mentale
la notte vedrebbe a giorno
e non avrebbe bisogno di morire
Accese una candela profumata
davanti a uno specchio insulso
e il lucore gli restituì
una stanza gerbida come la brughiera
I genitori barricati dentro il bagno
qualcosa che si dibatteva
contro il battiscopa di marmo
forse un grosso scarafaggio
una mano guantata
un ricordo dei terrori dell’infanzia
Aprì il libro di preghiere
e le scritte gli piovvero addosso
morbidamente
sui calzoni sopra le pantofole
Allora accostò alle labbra incollate
il bicchiere di vino
aveva un sapore di ruggine antica
una guasta dulcedine
Qualcuno piagnucolava
Tirò la serranda
Sapeva che qualcosa
scalava lentamente
la facciata
Sta’ calma bisbigliò il padre alla moglie
sta’ calma perdìo
ma quella versava lamenti
neanche se dallo squarcio di un coltello
Il ragazzo cercò a tentoni
una sedia
e se ne stette ad aspettare
L’orologio tremò
tazza piattino tintinnarono
Un’unghiata di consapevolezza
lo ferì alla nuca
Smettetela
gridò
Smettetela

***

Quella bizzarra estate
frustata dalle piogge
con le scarpe bucate
un impermeabile rubato
a una bancarella
e quel tuo scialle dalle tinte morenti
Quella indimenticabile estate
a Odessa
senza sapere una parola di russo
regolarmente ci si perdeva
La gente ci derideva
apertamente o sotto i baffi
Cercavamo il quartiere
della Moldajanka
con una Nikon
nostra unica ricchezza
oltre a una manciata di spiccioli
e ai racconti di Babel’ *
Avvicinammo impiegati stazzonati
allevatori meretrici risolute
ambigui affittuari
tutti marchiati dal sangue del massacro
Madonna 115.000 ebrei macellati
per primi vecchi e bambini
le donne stuprate giovani o malandate
che fossero
Occhi strappati e raccolti nei secchi
e grida di cui s’impossessava la tragedia
Di questo la città
perennemente sporca e dannata
l’incancellabile passato
ghigna e stride ad ogni angolo di via
Quando fummo fermati
a nulla valsero proteste documenti
suppliche
Siamo cittadini italiani
turisti
Montammo
no
ci fecero montare
ci spinsero su un camion
con altri derelitti
Erano armati
Quando scendemmo
ci fu concesso
di fotografare
la nostra morte
Io ti accarezzai i capelli
col pensiero

           © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Armando SAVERIANO – Inediti

Vigilavo il tuo pallido riposo
nelle tenere edere del buio
intimidita da una felicità
più grande di quanto possa accogliere
un cuore o un mondo sperduto
nel cosmo o le valve di un mitilo
o lo splendore di ali cangianti
delicate indistruttibili
Accostavi il viso al mio seno
e più volte ho temuto di poter morire
infinitesimale nell’immensità del bene
Desideravo fermare gli attimi
ripercorrerli daccapo e ancora accapo
e sparire nella cruna di quest’ago d’oro
nella meravigliosa trappola del bacio
Ma ridestati piano
c’è luce chiara intrecciata
alle labili dita della notte
che ormai sbadiglia
Voglio che ascolti il mare
lo sperone delle onde i suoi tanti sospiri
la griglia amniotica dei sussurri
l’attrazione della luna
la rara gemma d’un luccichio
E’ per me è per te
per noi due sole
sulla Terra verde e bigia
che non interferisce
Non c’è scampo per i nostri occhi
che s’abbeverano della pelle
regina dei destini delle fortune e gioie
e le bocche glorificano l’ombelico
della fiamma che ci scotta e ci rigenera
Abbiamo lasciato le vesti la palla
e un libro stinto sulla rena
e l’orma persistente della poesia
che va recuperata
cerasa da scambiarci bocca a bocca
nell’unico roseo polmone
di una flessibile sequenza ininterrotta
dica quel che dica Ulisse
voglia quel che voglia il cielo
a portata di tutto il desiderio
e oltre

 

*

 

Non vi meravigliate
quando mi vedrete
nudo
col più lieve dei sorrisi
direi impercettibile
libero
del malessere dell’essere
oh non vi meravigliate
Avrà senso solo per voi
fingere di piangermi
o piangermi per davvero
ostentare dignitosa indifferenza
odiarmi 
serbarmi anche per l’estremo atto
rancore
provare maligna soddisfazione
chiedervi perché
fregarvi i palmi delle mani
slacciare dalla gola
una imprevista tristezza
Io non sarò 
semplicemente non sarò
e assai presto
sarà per tutti
come se non fossi mai stato
Già cancellato a me stesso
nell’attimo supremo
senza cognizione di buio
di nulla
di eterno
Le passioni accese
le guerre personali
i turbamenti
le invidie
le infezioni dell’animo
non mi riguarderanno più
La Terra andrà alla sua deriva
e così il sole
La finitudine lo vuole
la finitudine
che solo una regola
stabilisce
e non impone
Non ne ha bisogno
Basta
sé stessa

 

*

 

E’ per ordine doloroso
dell’inclamato
che mi è stato posto
questo cilicio
corda grezza chiodi ricurvi
a mordere le fibre dell’essere
Non so liberarmene
è dura accettare simile castigo
So delle mie colpe
eccessivo mi pare il contrappasso
Non ci sono ore piccole
che diano requie
il sonno latra di sogni infettivi
ed al risveglio è peggio
d’esser stata sbattuta contro
gli scogli da altezze incalcolabili
Accenderò pia candela
a me stessa
chissà che non mi trasformi
in caritatevole morte
ovunque abbia posato il calcagno
qualunque pensiero abbia impastato
o clemenza urlato nel buco nero
che incombe e vortica
attirandomi
troppo lento per quel che bramo
finire
Finire finire
finire
Non mi riesce di stroncare
il fiato con un laccio
trangugiare tossine
fare il passo decisivo incontro
alla metro nella sotterranea
Voglio ancora vivere felice
di un’occasione di felicità
benché non sappia immaginare
cosa sia
ma dovrà pur essere
in qualcosa
ed è questo il peccato
che non si perdona lì nelle celesti dimore
a noi creature di fango e di delitto
Tutte pedine che un crudele gioco
schiaccia
per divertire chi mantiene
in equilibrio l’universo
La mia ricchezza è la mia malattia
che mi smembra e m’impaura
prigioniera d’un tristo despota
che per me decide
Chissà chi per me e a CHI
presentò il conto da pagare
a quanto pare perimetro
dell’intero muro del pianto
Non ho memoria delle mie cortecce
di perfidia e di quante anime dovrò
per forza avere dilaniato
per ottenere in cambio
simile incistato flagello
Perché l’umiliazione è tanta
ed io alimento la discarica
dove giaccio ed ho dimora
mentre intanto
forse
solo il vento ride
tetro
e mi sbeffeggia dileggiando
la mia vergogna e l’odio
per il martirio
che marchia e piglia
inconcepibile distanza
da refolo di pace

 

*

 

Non pretenderai
spero
di conoscermi
di improvvisarti speleologo
del mistero
che i miei occhi proteggono
e fanno trasparire
Ti affascinano infebbrano
gli echi interni
da Sibilla
mentre mi lusinghi
almeno credi tu
paragonandomi
a Venere anadiomene
di spuma e marmo
Non è che una tua tache poètique
Fossi un Delacroix
tireresti fuori il misticismo
della parola
terresti dietro ai tuoi 
vaneggiamenti onirici
ed io ti preferisco
a vagabondare per le strade
di Napoli Berlino Anversa
con gli appetiti insoddisfatti
e intatti
con la tua inconsapevole
joie de descendre
di degradarti
ogni volta che ti possiedo
e tu penetri mi impèni
ti consumi
vuoi fare di me fissa dimora
in nome del devozionale amore
che inebria confonde sconcerta
Invece io sono il transitorio
le fugitif non l’immuable
Ignori che altre mi abitano
Je est une autre
parlano al posto mio
ti toccano 
amabilmente deridono 
l’arroganza ingenua e perduta dell’Avere
Mi sento Erodiade
e tu cerchi Salomè
tra la folla disumana bruyante
di Constantin Guys
la gente convenzionale
anonima indisponente
che in me fa esplodere
l’intolleranza di fauci rosse
e artigli neri
Je travaille à me rendre Voyante
rammento Rimbaud
e anelo all’istante
privilegiato
fino allo spasimo
e forse sono sì
davvero Arte
se arte è incompletezza
inconnu
sempre più spesso
intransitività

© Armando Saveriano

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Giacomo PICCHI – Inediti

Alle Rocchette

 

Polpastrelli di schiuma massaggiano

le lunghe spalle sabbiose alle Rocchette

andirivieni sull’olio di raggi di sole.

Pugnace la canicola tra le ombre

sottende a una stanchezza strana

onda su onda tra spire di racchette

non qui è la testa che si arrende

al tardare di Settembre.

 

Falde di pianto

 

Così la terra riprese il suo grano

per tramandarlo a falde di pianto

arrugginito. Coltiva a fiori il tuo pezzo

di niente, e ripulisci da isotopi il mondo

nell’intero lascito dell’esperienza.

Dal fondo delle campagne odo un attimo

che si riveste di malta, la tomba dei diavoli

non ha coperchio e alle preghiere

si chiedono solo bugie.

 

Porto franco

 

Si allinea il dagherrotipo

del tuo viso al giro del pianeta

abitando i miei solfeggi allo scuro

rimetto coi secondi i nevi in cielo.

Dalla comoda trincea non brilla terra

e le pezze non riscaldano

ovunque è il tuo volto, sebbene lo perseguiti

nell’autunno di memoria ho un faro

acceso in fronte, non ruota

è una strada per il porto franco

d’approdo a nuove stagioni

di fuoco.

 

Sponde di sguardo

 

Sentivo in streaming il canto di sirena

per rimanere legato ai miei pianeti

alle loro rigogliose sponde di sguardo.

Come si incastra il Sahara in un trolley?

È stata una sfida ficcare in un beauty il Niagara

scrosciando per vecchie case di ringhiera.

I cortili non fanno rumore se presi

all’angolo, chiusi, ma la tua Itaca

è dappertutto sul raccordo di Bereguardo.

 

A San Giovanni

 

A San Giovanni si accalcano i merli,

fanno da ponte tra scorrere e cielo:

sul ciottolame si specchia malchiuso

uno spettacolo pirotecnico.

 

A San Giovanni d’un tratto comprendi

che nella volta un salice a scoppio

oscura gli astri, solo un secondo.

 

Ti accorgi che non vale il suo brillare:

galassie, stelle o fuochi artificiali,

quel che fa il cielo è il nero

ed io lo canto.

 

Giacomo Picchi è nato a Figline Valdarno (Firenze) nel 1987 e vive a Pavia. Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze, si occupa di Risorse Umane e ha lavorato in alcune importanti multinazionali. Appassionato di letteratura e poesia, le sue liriche sono apparse sull’Antologia del Premio Letterario “Ossi di Seppia” 2019, sulle Antologie “Bouquet” e sulla rivista Luogos, edite entrambe dall’Associazione Culturale Giglio Blu di Firenze, di cui è socio. Nel 2019 ha vinto il Premio J. Prevért con la silloge intitolata “Muri”, che sarà edita nel 2020 dalla Casa Editrice Montedit.

Luca GILIOLI – Un inedito

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate

partoriscono buio – che c’è nella culla?

furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:

destino di chi non s’avvede delle fate.

 

© Luca Gilioli

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Le sue raccolte poetiche: Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Luca Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.