CRISTINA CAMPO: IL SIMBOLO E L’ASSENZA

Fra Bologna e Firenze

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria, Maria Angelica, Marcella, Cristina Guerrini, nasce a Bologna il 29 aprile del 1923 da Guido ed Emilia Putti. Guido Guerrini proviene da una generazione di fattori fino al padre Pietro che compie il salto sociale sposando la Contessa Geltrude Abbondanzi, maggiore di lui di quindici anni, che alla morte lo lascia erede di tutto il suo patrimonio. Pietro sposa in seconde nozze Antonia Santucci dalla quale ha sei figli, fra cui Guido. La famiglia Putti è invece una delle più illustri di Bologna, il fratello di Emilia, Vittorio, è un ortopedico conosciuto a livello internazionale, direttore dal 1915 in poi del famoso ospedale Rizzoli. Vittoria nasce con una malformazione cardiaca: il piccolo condotto che mette in comunicazione i due ventricoli del cuore durante la vita fetale e che si chiude entro le ventiquattro ore dalla nascita in lei rimane aperto, il suo cuore è sotto sforzo e quindi in continuo affanno. La bambina cresce stentatamente e si ammala con facilità; nel 1938 subisce la prima operazione chirurgica per la chiusura del dotto di Botallo, intervento che nel tempo diventerà di routine. La salute fragile finisce per isolarla dal contesto dei suoi coetanei e la sua infanzia scorre essenzialmente fra gli adulti. All’interno della sua famiglia si respira arte e cultura, il padre è un apprezzato maestro di musica, compositore e direttore di Conservatorio, la madre una brava pianista, la stessa Cristina sarà una raffinata dilettante di piano; la sua formazione scolastica si perfeziona con un’adeguata preparazione privata. Agli anni infantili risale il suo incontro con la fiaba, universo di cui svelerà le trascendenti simbologie e che frequenterà e maturerà con lo studio dell’opera di Hofmannsthal.

La giovinezza di Cristina trascorre a Firenze, dove il padre è stato chiamato a dirigere il Conservatorio Cherubini e dove la famiglia vive il dramma della guerra: le privazioni, i disagi, la sofferenza personale e quella dei propri simili, fino all’arresto e all’internamento in un campo di concentramento di Guido Guerrini che sarà liberato solo nel 1947. A Firenze la poetessa frequenta le voci più significative dell’ambiente culturale, primo fra cui i germanisti Leone Traverso e Gabriella Bemporad, le amiche letterate Margherita Dalmati e Margherita Pieracci, che in seguito curerà tutte le sue opere, e il poeta Mario Luzi con il quale la giovane Cristina intraprende un rapporto d’affetto che va oltre la semplice amicizia, ma che non potrà mai concretizzarsi in altro dal momento che il poeta è già sposato.

Il trasferimento a Roma

Nel 1955 la famiglia Guerrini si trasferisce nella Capitale. All’inizio Cristina reagisce al cambiamento con crisi di malumore, Roma non le piace, vi si sente aggrovigliata, soffre di agorafobia e di insonnia, compie lunghe passeggiate notturne, fino a quando, poco per volta, riesce ad armonizzarsi con la città e con i suoi luoghi. A Roma conosce Maria Bellonci ed Elsa Morante ma le frequenta poco, si lega invece di sincera amicizia con Ignazio Silone e conosce Corrado Alvaro, ormai quasi alla fine dei suoi giorni. Il 1956 è  l’anno in cui viene pubblicata dalle Edizioni All’Insegna del Pesce d’Oro la sua prima raccolta di poesie, Passo d’addio, che accorpa undici testi scritti fra il ’54 e il ’55; il libro passa inosservato nell’ambiente culturale militante, ma questo lascia indifferente l’autrice che ha scelto di rimanere “isolata” all’interno di tale cultura.

Verso la fine degli anni cinquanta inizia un lungo sodalizio con lo studioso orientalista e scrittore Elémire Zolla, marito della poetessa Maria Luisa Spaziani, che le resterà vicino sino alla prematura morte. Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo dunque è marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. L’impronta intellettualmente elitaria dovuta alla frequentazione di una cerchia ristretta di amici la porta ad incontrare difficoltà ed incomprensioni, fino ad un contrasto aperto con la scrittrice Anna Banti, allora direttrice della rivista “Paragone” alla quale Campo collaborava e dove aveva pubblicato la sua traduzione delle poesie di John Donne. Cristina Campo, nonché poetessa, è fine autrice di saggi, fiabe, epistolari, e inoltre traduttrice di testi dell’aria anglosassone, fra cui Virginia Wolf, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e il già citato Donne. Considera la traduzione un rito, un gesto sacro, poiché significa far rivivere in una nuova lingua le emozioni e le tensioni che il poeta ha espresso, una mediazione dunque che necessita della totale aderenza allo spirito dell’autore.

Il simbolo e l’assenza

Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico, che va dalla solennità del rito bizantino all’esternazione di una liturgia segnata dalla spiritualità cristiana, segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito ed il rito.

Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Speranza che per la poetessa non va ascritta nel registro delle illusioni mondane, ma piuttosto nella concezione del “consegnarsi” ad una Fede che oltrepassa la misura del quotidiano. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più idoneamente appropriati alla sua sete di assoluto.

Amore, oggi il tuo nome/al mio labbro è sfuggito/come al piede l’ultimo gradino…” Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Questo di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “Assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

 “Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. E altrove dice: “Ci sono due mondi ed io vengo dall’altro“.  Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il “cosmo simbolico” di Campo, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’ottocento sia con accurati ed originali saggi.

Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell’uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo. Il simbolo della fiaba è il dolore per le prove a cui sono sottoposti i protagonisti, è l’allusione ad un destino intricato disegnato dalla Volontà Divina. Il tempo che vive Cristina Campo è da lei definito “il tempo in cui tutto vien meno” ed è dunque nell’Assenza di tutto ciò che appare la spinta verso la dimensione spirituale che si compie nel silenzio.

Cristina Campo scompare nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva ancora capito il ruolo

Anna Maria Bonfiglio 

© Anna Maria Bonfiglio

Anna Maria Bonfiglio, agrigentina per nascita, risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario. Ha collaborato con i settimanali del gruppo Rizzoli e GVE , con i mensili SiciliaTempo e Insicilia ,con la rivista Silarus e con molti altri periodici per i quali ha redatto recensioni e articoli. E’ stata per nove anni presidente dell’Associazione Scrittori e Artisti, ha diretto il periodico Insieme nell’arte e il giornale online Quattrocanti e ha curato con prefazioni e note di lettura antologie e raccolte di versi. Ha pubblicato diverse sillogi di poesia, i romanzi brevi La verità nel cuore  e Scelta d’amore e i saggi: A cuore scalzo-La vita negata di Antonia Pozzi(CFR Edizioni), La vicenda di gioia e di dolore nell’opera di Camillo Sbarbaro(CFR edizioni)  e Maria Messina in Figure femminili del Novecento (Edizioni Ulite). Sue poesie e articoli di letteratura sono reperibili in vari siti web. Per l’impegno nel campo letterario le sono stati assegnati premi e riconoscimenti fra cui recentemente il Premio Telamone 2014.

Advertisements

LA DIVA DELLA DOLCE VITA FINISCE IN UN ROMANZO E TORNA GIOVANE

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) è un romanzo particolare, che sfida le regole del tempo e dello spazio. Alessandro Moscè ha raccontato la vecchiaia e la morte, ma non lo ha fatto come se dovesse seguire pedissequamente lo strazio di una fine annunciata. Siccome è un poeta di valore, non si è limitato ad una registrazione di fatti, ma ha romanzato l’esistenza di Anita Ekberg e ha aggiunto una dimensione onirica che porta l’ex diva nientemeno che alla rinascita. Come farebbe Federico Fellini, Moscè è tentato dal sondare la vita oltre la vita. La grande Anita Ekberg, che fu la donna più bella del mondo, è ormai anziana e malata. Vive in una casa di riposo nei pressi di Roma dove trascorre gli ultimi anni della sua esistenza camminando appoggiata a delle stampelle e poi costretta a muoversi su una carrozzina, dimenticata da tutti. Moscè le restituisce “la dolce vita”, perché una volta deceduta la bella svedese ritorna ventenne e in un viaggio terreno da Rimini a Roma avrà ancora la veste dorata, forse di nuovo attraverso il grande schermo che la rese celebre. Tutto ricomincerà da capo, chissà dove. Cosa può pretendere di più che la giovinezza, una donna che fu notissima protagonista della pellicola in cui camminò dentro la Fontana di Trevi guardata come una dea dall’incredulo Marcello Mastroianni? Il romanzo di Moscè si arricchisce di anomali personaggi che cercano una verità ultraterrena: un curioso giornalista, un pianista in pensione, una vecchia che racconta la resistenza partigiana a cui prese parte il marito, un prete che beve e fa sedute spiritiche. Il linguaggio di Moscè è lirico, ma a ben poco della prosa poetica. La sua è una narrazione densa, dove il pensiero ossessivo della malata fa da sfondo al desiderio di non rassegnarsi all’avverso destino. Lo ha detto proprio Moscè che il romanzo deve spiegare, non solo descrivere. La narrazione di idee prevale sul plot che sviluppa una storia secondo tappe cronologiche. In fondo l’idea genera i fatti e a questo punto non può non subentrare il senso metafisico, escatologico della vita. La nevrosi di Anita Ekberg, nella sua intemperanza psichica, non esclude neppure la dimensione erotica, tanto che la donna ricorda, in un’intervista fattale da Salvatore Quasimodo, il mito della sensualità, quando il poeta la definiva con strane formule: “regina dei giardini dei Borgia”, “cortigiana del novelliere”, “Venere del Botticelli”. Anita Ekberg è stata una donna carnale, passionale, seppure volesse superare l’icona di donna del sesso e assumere la veste, inusuale, di donna acuta e sensibile, “che non va solo a fare l’amore”. Alessandro Moscè, riesumandola, le ridà vigore, corpo, annullando ogni malinconia, con un finale a sorpresa davvero molto originale.

Elisabetta Monti

Tre inediti – Franco Antonio Canavesio

Schietti e sottili

© Martha Nieuwenhuijs

i muscoli danzanti

diverso l’incedere in sogno

senza meta

dal passo regolato del giorno.

Come sull’erba

anche tra le pietre

senza ostacoli, senza fatica

la discesa a rotta di collo.

 

Acqua verde, aria verde

con le piante, senza scarpe

i figli dei contadini

sognavano sui prati di marzo

anche di giorno.

 

Tra i figli della notte

io corro, a braccia larghe
senza sentiero, senza traccia.

Al risveglio stupisco

di tanta leggerezza

di tanto spazio.

Corro

*

Non dirmi se eri vera, chi tra le tante

tu che appari, nel sonno

quando l’occhio vede senza filtri

senza affanno.

Talvolta scavalco quel limite d’argento

riduco la distanza dal bordo

l’incontro è di luce col tuo corpo

e vera, alle dita e agli occhi

terrena e risorta, sei fatta di carne.

Le porte del tempo

 

*

Un inverno

di grigi stagnanti

le solite vetrine

cianfrusaglie da due soldi.

A costo zero

quattro passi rivamare

i gabbiani

confusi con le onde.

Nel dehor la primavera

già stampata sui cuscini,

dietro il vetro dei limoni

tu fiorita, al tavolino.

Bassa stagione

 

Franco Antonio Canavesio – mezzo veneziano e per l’altra metà sabaudo, ingegnere prestato alla poesia, ama l’arte figurativa, la musica e il canto. Ha ottenuto lusinghieri successi in numerosi Concorsi Nazionali di Poesia, tra cui due primi premi nel 2016 e 2018. Suoi versi compaiono in numerose antologie e sono ospitati regolarmente sul foglio di poesia torinese AmadoMio, curato da Luca Borrione e Marcello Croce. Fresco di stampa, l’ultimo volume, catalogo della Mostra L’anima Sognante, vede le sue poesie affiancate ai dipinti dell’artista Martha Nieuwenhuijs, un sodalizio consolidato sin dalla precedente pubblicazione Canti e Incanti, edita nel 2015.  Di prossima pubblicazione la sua raccolta intitolata  Il custode del giardino.

Hotel della notte di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry 2018)

Sul piano tematico, l’analisi del quotidiano e dei suoi particolari inappariscenti è, mi pare, la nota elettiva della poesia di Alessandro Moscè: non semplice spunto o occasione, ma suo principio essenziale, che si sviluppa in piano come in profondità.

In altre parole, l’esattezza emotiva e l’indagine psicologica che informano le campate di Hotel della notte hanno il loro veicolo espressivo privilegiato nell’allestimento di una minutissima partitura di dettagli, a dare del reale una rappresentazione tanto più netta quanto più mossa e analitica.

Poi, con una lucida intelligenza del dolore e con un pessimismo la cui secchezza respinge ogni compiacimento, Moscè si sofferma nelle cupe stazioni del nostro pellegrinaggio esistenziale. Al riguardo, mi preme rilevare come il sarcasmo (in ogni caso misurato) non escluda la tenerezza, il buio non cancelli del tutto la luce.

Sul versante compositivo, agli slarghi narrativi succedono testi fortemente ellittici; alla costruzione di ben definiti personaggi s’alterna la messa a fuoco, mai narcisistica, delle tranches meno nobili (perciò tipiche e interpersonali) delle vicende dei «biografati». Inoltre, la ricerca di una pronuncia ben scandita e decisiva (soprattutto in clausola) interferisce con la tendenza opposta di ricorrere a lacerti di discorsi quasi colti al volo: frasi o parole d’altri, spesso formulari o consunte dall’uso, sono avocate, nella loro irriducibilità, a nucleo germinale di una parte consistente della sua poesia.

Ne viene la tensione al disvelamento di un senso che pare abiti al di fuori del claustrofobico «essere-in-situazione»: o almeno, mi riesce così di interpretare il grottesco e la vocazione allo straniamento che informano alcuni testi.

Qualche parola ancora in merito al particolarissimo ruolo del soggetto, che non rinuncia al proprio compito ordinatore e che non si ostina sistematicamente a nascondersi dietro una o più maschere (anche se molte voci verbali sono coniugate alla seconda persona singolare); piuttosto, in una sorta di figura intermedia tra l’io lirico tradizionale e la sua cancellazione, si pone sempre di sbieco rispetto al mondo e a se stesso, osservati entrambi col medesimo sguardo e tradotti con la medesima pronuncia.

L’autore si dà così di poter assumere, d’improvviso, impresumibili tonalità etiche – un ethos sempre improntato alla prassi, dell’amore come della vita in genere.

Per questa via, gli riesce di sventare il rischio del feticismo letterario (coerentemente con certe sue prese di posizione nei riguardi del mondo delle lettere italiane): ciò che si contrappone al nulla non è il tutto, è il poco; e non c’è riconoscimento reciproco senza l’esercizio indispensabile della pietà.

Giovanni Turra

 

Il giorno di Santo Stefano

 

Mi sono affacciato sul balcone

mentre la ragazza bionda pedalava

stretta nella sua tuta blu.

Il cappuccio sui capelli mi faceva tenerezza

e volevo scendere le scale,

dirle di salire al piano di sopra.

Volevo offrirle un caffè, dei biscotti,

darle un asciugamano,

farle un massaggio sulle spalle.

Sarei stato con lei sul divano

a guardare un film di Tati

fino a tarda notte.

Ma non si può curare mai

un pomeriggio sghembo

quando i conti non tornano,

quando il desiderio non ha durata

tra chi non si conosce

Antonio NAZZARO, Appunti dal Venezuela 2017: vivere nelle proteste

“Questo libro non intende dare una corretta chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Venezuela, (…) vuole solo gridare e immortalare come fotografia, il dolore lacerante di chi assiste un malato terminale nell’attesa che avvenga un miracolo.”

dalla prefazione di Barbara Stizzoli                                                           

 

“02:00 p.m.

Un Paese intero da due anni in coda. La nascita del contrabbando, los bachaqueros che gestiscono la borsa nera del mangiare.

Qualcuno del Governo dice che le code sono positive perché permettono la socializzazione.

Non sono le sei, la luce del cielo è ancora addormentata come se non avesse aperto gli occhi. Ossessivo passo per il bagno e poi arrivo in cucina, come sempre riscaldo il caffè, mentre preparo quello fresco e accendo il computer. Momento solenne: apro la finestra. Voci irrompono, non si capisce bene cosa dicano, ma il tono e la violenza sono un crescendo. Sirene, arriva la polizia in tenuta anti sommossa.

Il Governo per risolvere il problema delle code vieta alla gente di accamparsi a notte fonda davanti all’entrata dei supermercati e altre misure tutte fino ad oggi finite nel nulla e già dimenticate.

Qui la memoria è un lusso perché distrae dal sopravvivere e si fa la coda.

 

09:00 p.m.

(…) Le ore d’attesa sono pacchi di farina di mais, riso, olio che spariscono in pochi minuti come la dignità.

Caracas in coda

come ti racconto quest’estetica

di code infinite come il tempo dove il marciapiede è tavola bagno e salotto

sotto un sole che imbianca il cielo mentre macchine e camioncini scorrono

spinti da moto suonanti

l’attesa di poter comprare il mangiare di sempre o rivenderlo in un

mercato nero che ha colori d’esercito e polizia

e queste bambine che hanno gli occhi dai sogni di fate e

una violenza che si muove nel ventre

e questi pantaloni corti che dal basso mi puntano

un buco nero grande come il cuore sulla fronte

l’estetica è una perdita d’umanità”

 

Antonio NAZZARO nasce a Torino nel 1963. Poeta, giornalista, traduttore e mediatore culturale. Nel 1982 vengono pubblicate le sue prime poesie in un’antologia. Si trasferisce in Messico dove si diploma come professore di lingua italiana per stranieri. Attualmente vive a Caracas. Nel 2008 diventa coordinatore del Centro Culturale Tina Modotti, ente non profit che promuove l’interscambio culturale italo-venezuelano. Nel 2013 ha scritto la prosa poetica “Odore a. Torino-Caracas senza ritorno”, libro bilingue italo-spagnolo. Ha varie collaborazioni con riviste cartacee e digitali in Italia e Venezuela.

Elio Scarciglia: Tre valli, uno sguardo, Terra d’ulivi Edizioni, 2016

copertina-elio“(…) Ho voluto accanto alcuni amici, presenti con i loro testi, nella prefazione, all’inizio delle sezioni e alla fine di quest’opera; l’interno del libro rimane appositamente senza parole poiché il silenzio della montagna e dei suoi boschi è un tacere composto dai suoni e dai rumori della natura stessa.”

Elio Scarciglia

 

“(…) Saremmo quasi indotti a credere di essere stanchi della complessità del nostro tempo, dei ghirigori sconfinati degli hinterland, delle province di calcestruzzi e plastiche e laminati. E proprio nessuno potrebbe darci torto. Ma non è ciò che Elio Scarciglia ci ha detto. in questi cortilli come nelle pietre squadrate dei muri, nelle rare grottesche, nell’intervallo tra radure e boschi, tra sorgenti e alvei, c’è il segno di saperi tanto ribaditi quanto quelli apparentemente lievi e lirici degli elementi. Tra aria e acqua, tra pietra e luce, senza possibilità di equivoci, ci sono erudizione, eredità e tecnica. Esattamente come nella camera oscura che le ha fatte rivivere”.

dalla prefazione di Marco Conti

 

Eredità

(…) noi siamo a valle

sedimenti del tempo  soffi di voce

i tetti vibrano appena

all’ombra di chiome rosse

(ma noi abbiamo il potere

di riscaldare l’aria con l’amore

fino a calor bianco)

e questa luce

che sommerge d’ipercromia

e il nitore di neve sulle cime

fremito d’angeli nascosti

mentre gli alberi tengono il conto dei giorni

ecco un oggi-frutto  un domani-gemma

i tanti ieri-foglie cadute

 

(le nervature replicheranno in terra

Il loro stampo invisibile)

 

mentre arrossa la montagna

batte il cuore del mondo

l’aria schiumeggia  nel torrente

sembra dipinta

Annamaria Ferramosca

Marco CONTI: Le gazze

Venni svegliato prima del solito dai versi secchi e sgradevoli delle gazze. Dico al plurale perché intorno alla mia casa in quel periodo ce n’erano almeno otto. Ma quel mattino erano in due che volavano intorno ad un cedro e a un pruno, senza mai smettere di gracchiare. Aprii la porta, feci  qualche passo nel cortile e subito entrambi gli uccelli volarono più lontano. Rientrai  ed eccole nuovamente sui rami rossicci di un pruno che costeggia il viale d’ingresso. Erano agitate. Mentre bolliva il tè, tagliai a pezzetti un po’ di carne in scatola per la ciotola della gatta. Misi è piccola e agile. Ogni mattina quando mi alzo, mi segue passo a passo aspettando che le apra la porta. Io tergiverso un po’ con il cibo, ma so che, conclusa la mia toilette, si metterà a sedere accanto alla porta. Tutti i giorni a meno che sia in partenza. In quel caso Misi lo capisce già la sera prima quando preparo gli abiti. Ma quel giorno non ero in partenza. Aspettava pazientemente accoccolata a fianco dello stipite della porta che finissi di lavarmi.  Appena uscito dal bagno mi precedette e scivolando via come un’onda arrivò all’ingresso. Solo allora si voltò verso di me. Strizzai gli occhi come fanno i gatti perché è un segno di amicizia. La aprii. La gatta si fermò sullo stuoino, si fece le unghie, poi puntò la sua attenzione su un cespuglio fittissimo e verde che intreccia il bosso con l’edera. Stavo spalmando la seconda fetta di pane tostato quando sentii un crescendo di versi gutturali e paurosi. Le due gazze ora erano sopra il bosso. Si sarebbe detto che volessero attaccare la gatta che, però, ancora non vedevo. Un momento dopo Misi  spuntò dalla siepe e si avvitò nell’aria con le zampe anteriori protese per afferrare l’uccello più vicino. A vuoto.  Rientrai e il telefono cominciò a squillare.

Non ebbi il tempo di dire il mio nome. Disse subito il suo. Se mi ricordavo di lei non lo sapevo, ma ad ogni modo avevo in mente un viso e le parlai  immaginandomela così, gesti, sorrisi e naturalmente ciò che avevamo vissuto. Poca cosa, ma la voce rideva e io con lei. Guardavo dalla finestra la fronda del pruno e ascoltavo un racconto di cui ero il protagonista. Lei era stupita, davvero stupita, che sposandomi, dieci anni prima, non le avessi detto niente.

“Non dico che mi dovessi  invitare a nozze, che sarebbe stato troppo…”.  Lasciò in sospeso la frase. Ma non c’era ironia. Siccome avevo già divorziato, glielo dissi e lei per un attimo rimase in silenzio. Fu solo un attimo. Il tempo di vedere che sul ciglio del sentiero, nell’aiuola, un uccello senza coda si dibatteva lanciando grida di aiuto. Intanto, all’altro capo del telefono lei sembrava imbarazzata. Eravamo ad una impasse e il punto, da quel che intuivo, non era che io “avevo già divorziato”.

“E tu?”, chiesi con la voce allegra mentre le gazze gracchiavano intorno al loro piccolo. Una delle due si era sistemata sul ramo più basso, l’altra planava, distoglieva l’attenzione della gatta lanciandosi in voli radenti sempre più vicini.

“Ho avuto un figlio”, disse, e come se la cosa in realtà non avesse importanza, tornò sul punto e ripeté: “Sì, però avresti dovuto dirmelo”. Pensava al mio matrimonio. Io pensavo che stavo immaginandomi una ragazza e invece per forza di cose stavo parlando con una donna e neppure tanto giovane.

Una volta eravamo rimasti chiusi sul balcone della casa di una sua amica che aveva rotto la serratura. Il davanzale era separato dall’appartamento da una porta che aveva solo un lunotto di vetro in alto e dava sul retro di un edificio e su un condominio fitto di biancheria stesa, paraboliche, teli di plastica. Dall’altra parte della porta venivano grida selvagge di incoraggiamento e risate mentre l’amica provava e riprovava, trafficava con una chiave, poi con un cacciavite. Alla fine l’amica rinunciò. Gridò che avrebbe telefonato al fabbro. Poi non sentimmo più niente, salvo i saluti di qualche amico che lasciava la festa. Non avevamo granché da dirci. Finimmo insieme l’Aperol che mi ritrovavo in mano guardando i balconi del condominio. Non faceva freddo. Le proposi di indovinare chi abitava gli appartamenti secondo la biancheria e le suppellettili che si trovavano fuori. Mi guardò con le labbra leggermente socchiuse per lo stupore. “Dicevo solo così…”

Lori indietreggiò e si appoggiò alla balaustra. Aveva un vestito leggero tempestato di fiorellini rossi e marroni che le disegnavano il corpo fino alle ginocchia.

“Se per esempio prendi quelli lì sotto…”, e indicai due fila di magliette stinte coi colori di una squadra di calcio…Fece una smorfia.

“Hai dei begli occhi” le dissi.

“Li vuoi?”

L’amica arrivò solo un’ora dopo con un piedediporco arrugginito e fece saltare la serratura. Eravamo accucciati in un angolo e avevamo freddo. Lori mi rimproverava l’irruenza.

“Potevi essere più gentile”, aveva detto. Si gettò nelle braccia dell’amica, poi guardandomi sorrisero entrambe.  Uscimmo insieme la sera dopo, poi Lori non si fece vedere per più di una settimana. Quando ci incontrammo di nuovo quasi non la riconobbi.

“Non trovavi anche tu che fossero troppo strette?” Parlava delle sue labbra. La sua bocca  adesso era perfetta anche se risultava un po’ gonfia e sorridente senza volerlo. Aveva i capelli ramati e lisci e una luce negli occhi. Il suo cellulare squillava in continuazione. La sera dopo arrivai all’appuntamento in ritardo e Lori non c’era più. Non telefonò. Non la cercai.

“Quel balcone me lo sono sognato più di una volta” le dissi. Volevo ricordare con lei questa storia che, lì per lì, mi sembrava anche l’unica cosa piacevole del nostro breve incontro e gliela raccontai. Ma voleva sapere con chi mi ero sposato e perché mai l’avevo lasciata. “E poi non credo di essere mai stata con te su un balcone in casa di amici”, buttò lì.

Doveva essere un po’ sfasata.

La gatta non aveva ancora visto il piccolo caduto dal nido delle gazze. Oppure, se l’aveva visto, non era tanto vorace come credevo. Magari anche i gatti facevano deroghe all’istinto. Le gazze intanto erano scomparse. Soltanto il piccolo cercava di volare ma non si sollevava neppure di un centimetro. Caracollava come una barchetta di qua e di là . Spostandosi a casaccio era arrivato quasi sul vialetto di cemento e adesso girava su se stesso a forza di remare nella terra battendo velocemente i mozziconi delle ali.

“Senti – fece Lori – non è che siccome ti ho chiamato al telefono devi mettermi in imbarazzo con queste cose e inventarti anche il porno sul balcone”.

“Inventarmi cosa?”

“Senti , non so di che cazzo parli…”

“Poco prima di scomparire del tutto, prima dell’operazione” dissi quasi sottovoce con tutta la gentilezza che mi riusciva. Il silenzio all’altro capo si prolungò. “Non ho mai capito – disse Lori – perché dopo l’incidente in auto hai fatto finta che la nostra fosse la storia di una sera. Ti ho aspettato finché ho potuto, finché non ho visto quella piccoletta che parcheggiava tutte le sere la Citroen davanti al tuo cancello”.

“Lori…”

“Non mi hai mai chiamato così”.

Ci accordammo sul nome. Il suo non era Loredana, detta Lori. Il suo era Lorena e ci eravamo conosciuti quando lei faceva ancora l’autostop. Le avevo dato un passaggio e dopo averla lasciata sul marciapiede di casa, ci eravamo visti in birreria. Era un’altra storia, perlomeno fino al mio incidente.

Misi era ora salita sul bracciolo del divano accanto al telefono e si strusciava sul bordo della finestra aperta. Dissi a Lorena che dovevamo vederci.

Il piccolo della gazza era finito in una buca del prato. Sembrava disperato. Lorena voleva essere sicura che mi ricordassi di lei. Io avevo avuto un incidente d’auto e a sentire lei l’avevo lasciata subito dopo con la più totale indifferenza. Per quanto la storia fosse agli inizi, disse, non se lo aspettava. Ma secondo me aveva sbagliato persona. Dissi che dovevo salvare il piccolo di una gazza. Poteva lasciarmi il suo numero? Improvvisamente non sentii più la sua voce. Forse aveva capito che si era sbagliata o forse pensava che la storia della gazza fosse una scusa.

Chiusi la porta e la finestra di casa. Misi mi guardò con gli occhi sgranati mentre tenevo la gazza nel cavo della mano. La sollevai con cautela, le ali sbattevano furiosamente. Il becco era enorme, aperto e rosso. La posai su un intrico di rami. Magari da lì le gazze adulte potevano aiutarla.

Tratto da un libro di racconti brevi, di prossima uscita.

 

ContiMarco Conti – poeta e scrittore piemontese è autore di varie opere interamente dominate dall’interesse per la parola poetica, la tradizione narrativa orale e la critica letteraria.

Ha scritto i libri di poesia “La mano scrive il suono”( con 33 disegni originali di Martha Nieuwenhuijs), Pulcinoelefante, 2012 ;  “Sei variazioni assonanti” Cortocircuito,  Joker, 2008; “L’ospitalità dell’aria”, Campanotto, 1999; “Stellato chiaro”, Crocetti, 1986; ha pubblicato inoltre il poemetto “Via delle fabbriche” in  “Biella e il Biellese terra narrata”, Viennepierre Edizioni 2007;  e “Poesie” in Scarto Minimo, Panda, 1987. Ha tradotto dal francese la poesia di  Joyce Mansour  (“L’Eros Mansour”, prima traduzione italiana e introduzione all’opera, in Poesia, Crocetti, 1999) e  di Pierre Reverdy,  (“Questi giorni misteriosi”, introduzione e traduzione in  “La mosca di Milano” 2008).  

Nell’ambito della critica letteraria si è occupato di vari autori italiani e stranieri. Tra i più recenti: “Pennati: la poesia dell’immanenza”, La Clessidra, 2012; “L’immaginario e la materia, quattro emblemi nella poesia di Alfredo De Palchi”, La Clessidra, 2011; “Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto” in “Il clamoroso non incominciar neppure”, a cura di M. Masoero e G. Olivero, atti del convegno dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale, Centro Studi Gozzano Pavese, Edizioni dell’Orso, 2010; “Beckett sulla spiaggia”, in AA.VV. “Percorsi nell’opera di Samuel Beckett” a cura di S. Montalto, Joker 2009; “Amelia Rosselli: Il desiderio e la follia” in La Mosca di Milano, 2007; “L’eccesso del canto. Poesie sul vino e sull’ebbrezza dall’antica Grecia ad oggi” in collaborazione con Giancarla Savino (ed. fuori commercio), 2005.

Ha scritto inoltre sulla poesia di Milo De Angelis, Emanuel Carnevali, Lorenzo Calogero, Eugenio Montale, Éugene Guillevic. Suoi articoli di critica letteraria sono compresi nella bibliografia dell’antologia “La poesia italiana dal 1960 ad oggi” (a cura di Daniele Piccini, Rizzoli, 2005). Ha curato la raccolta delle liriche di Corrado Bianchetto Songia, “La chiave a scheletro”, Firenze Libri, 2007.