Lucrezia Algozzino – Tre inediti

colmiamo il vuoto

nell’anima con parole

come salti nel nulla

il passato mastica tutto

odora fin qui sento

il graffio di spine sanguina

un sogno infranto nello

specchio del lago

la casa danza mentre

il mattino profuma di caffè

i baci salgono nel fumo

di una tua sigaretta

stelle scie sciamano

vedo con i tuoi occhi

la donna stanca

che non smette di amare

 

 

**

 

Mela di ghiaccio

in primavera sospiri

di vento dai rami

lacrimano foglie

l’urlo gelato spegne

un desiderio intrappolato

nel vuoto della stanza

– amore anima –

distante l’incanto

insegue il tempo

l’inverno smarrito

ci guarda dal suo paradiso

 

**

 

rosa d’intatta purezza

respiri serrata dal tuo petalo

sospiri in una carezza

la tua stessa fine

inattesa.

 

terra che cresci il seme

nel fiato di luce

aspettami

io salgo e scendo ancora

nel gioco dell’ultima

ora

di vita non so

di bellezza qualcosa

il mistero rimane con me

 

C’è un’idea della vita come un corpo a corpo, prima ancora che con le “parole”, con le cose(la “casa”, il “caffé”, la “sigaretta”) come feticcio necessario: occasione di una messa a punto di sé, sono lo specchio che danno la misura di quanto l’Altro sia capace di agirti e influenzarti, oltre ogni “vuoto” e “incanto”. È per questo che, nonostante tutto, su tale scena la “donna”, il soggetto, “non smette di amare” e resta con ammirevole fedeltà a guardia della sua “rosa”, del suo “mistero”. (Vincenzo Guarracino)

 

Questa poesia si radica in un movimento che genera stati d’animo, sentimenti delicati, solitudini e tensioni. Sono i versi di tale tenore che ci rivelano come la poesia appartenga ad un linguaggio insostituibile, ad un’esperienza di scrittura che “insegue il tempo” e “ci guarda dal suo paradiso”. Uno strumento di conoscenza: il canto nel territorio dell’umano, volubile e resistente. (Alessandro Moscè)

 

Lucrezia Algozzino (Antonella Spina) – nata a Palermo nel 1970, vive da molti anni tra Palermo e Bucarest. Viaggia, è impegnata sul fronte del volontariato, dipinge, legge e scrive. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Curzia Ferrari, I giorni di Jacques (2019) – Lettura di Vincenzo Guarracino

Un percorso esemplare, inimmaginabile, dalla ghigliottina agli altari, come solo in certe storie antiche, medioevali, alla fra’ Salimbene può capitare: è questo il percorso di Jacques Fesch, uno degli ultimi condannati a morte francesi, ghigliottinato il 1° ottobre 1957, a ventisette anni, per l’omicidio di un poliziotto, in un’epoca in cui ancora in Francia vigeva la pena di morte abolita solo il 9 ottobre 1981, dopo che, il 25 maggio dello stesso anno, il presidente Mitterand aveva graziato Philippe Maurice l’ultimo condannato in attesa dell’esecuzione.

Ma chi era Jacques Fesch? A ripercorrerne la breve e tempestosa vita, nel volume dato alle stampe dalle Edizioni Ares, I giorni di Jacques (2019), è Curzia Ferrari, giornalista e scrittrice, con alle spalle molti volumi di narrativa, saggistica e poesia e che qui ne rievoca in un racconto-saggio la vicenda umana e spirituale di enfant gâté  destinato, in apparenza, a una vita lunga, facile e senza intoppi ma poi finito in una storia torbida e drammatica.

Nato il 6 aprile 1930 da Georges Fesch, banchiere – forse discendente da Joseph Fesch, arcivescovo imparentato con Napoleone -, ateo dichiarato, uomo brillante in pubblico, ma tetro e anaffettivo in famiglia, e da Marthe Hallez, ragazza di buona famiglia, ma già ultratrentenne (età allora veneranda per una nubile), Jacques è dunque un personaggio tutt’altro che di fantasia.

In un simile contesto, Jacques, frutto com’è di un matrimonio molto infelice, specialmente per quanto riguarda la questione dell’educazione religiosa dei figli, cresce preda di lunghe inquietudini, e presto diventa (siamo a fine anni Quaranta) un giovane dalla vita inquieta e dissipata, appassionato di jazz, assiduo di locali notturni e delle notti parigine.

Anche per questo, quello dell’argent, del denaro, diventa ben presto un problema pressante, un’ossessione addirittura, almeno dacché nella banca in cui il padre lo ha sistemato si registra un ammanco, e lui, anche se non formalmente accusato, viene allontanato, inducendolo per mesi in caccia dell’affare che potrebbe ricco, per potersi trasferire in Polinesia.

Da qui al delitto, per il demone dell’oro, il passo è breve. Quando un amico, Criquet, gli propone un furto, “un colpo di mano”, facile e indolore, ai danni di un cambiavalute, amico del padre di Jacques, il ragazzo perde la testa e dà al vecchio Silberstein una botta in testa con il calcio di una rivoltella sottratta al padre: il colpo ferisce il derubato e nella fuga, Jacques si trova davanti un agente, Georges Vergnes, e lo uccide.

Il processo è breve, dura tre giorni, dal 3 al 6 aprile 1957, con un esito scontato e forse già scritto e Jacques viene condannato a morte.

Inizia a questo punto un percorso spirituale, di ravvedimento e conversione, che durerà tre anni: un percorso accidentato, non lineare e pieno di smarrimenti, in cui la presenza di Dio si fa progressivamente sempre più urgente sotto la guida di due maestre, due sante, entrambe di nome Teresa, santa Teresa d’Avila e santa Teresa di Lisieux, il cui libro Storia di un’anima accompagnerà Jacques nei mesi prima dell’esecuzione guidandolo a tradurre la sua ricerca di luce in un puntuale Diario, in cui con commovente candore acquistano parola, accanto all’ansia per la fine, immagini di un mondo mai completamente rimosso, quello della purezza dell’infanzia e la nostalgia dell’Altezza, di una Felicità agognata e mai conseguita prima.

All’indomani dell’esecuzione, la suocera, Marinette Polack, otterrà dal presidente della Repubblica la salma, per un grande funerale celebrato sei mesi più tardi, finché, nel 1987, l’arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, ne avvierà il percorso della beatificazione.

Questi gli antefatti e le conseguenze. Ma il libro è molto altro: è il percorso faticoso di ripensamento, di ricerca di sé e di Dio, che Jacques con tormento e candore mette in atto e racconta in un appassionante e drammatico Giornale intimo, e che Curzia Ferrari ricostruisce, conducendo il lettore alla scoperta dei misteri di un’Anima, con la passione e l’intuizione che contraddistingue il suo approccio ai personaggi che sono diventati nel tempo gli oggetti (e gli specchi) della sua esplorazione.

 

Vincenzo GUARRACINO

 

Curzia Ferrari

I GIORNI DI JACQUES

Edizioni Ares, Milano 2019

pp.208, 15,00 euro

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (VIII)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

 

DOMENICA

MELITONE DI SARDI

Melitone di Sardi, padre apologeta del II secolo, secondo la tradizione fu vescovo della città di Sardi, in Lidia (Asia Minore) e rivestì una grande autorità nella chiesa primitiva, per la sua dottrina e per l’efficacia della sua predicazione.

Secondo Eusebio di Cesarea, sarebbe morto verso il 190.

Di questo scrittore dal “genio elegante e retorico”, secondo San Girolamo, ci è rimasta la sua opera più famosa, in cui è affermata con forza la divinità di Cristo, ossia la Omelia sulla Pasqua (Perì Pascha), il cui testo ancorché frammentario è stato ritrovato in tempi abbastanza recenti.  L’Omelia, prezioso documento di grande spiritualità, destinato ad esercitare vasta e profonda influenza su tutta la letteratura innografica bizantina, consiste essenzialmente in una parafrasi del capitolo XII dell’Esodo, a commento dell’istituzione della Pasqua, quale esemplificazione dell’azione redentrice del Cristo.

PERI’ PASCHA

Sulla Pasqua

Al posto dell’agnello, venne il Figlio,

al posto della pecora l’uomo

e nell’uomo il Cristo,

che ogni cosa contiene.

 

È in Gesù Cristo

che ha trovato compimento

l’uccisione della pecora e il solenne

sacrificio dell’agnello e la Scrittura:

per Lui tutto accadde nella Legge

e ancor più nel nuovo Verbo.

 

E infatti la legge s’è fatta Verbo

e l’antico nuovo,

muovendo entrambi da Sion e Gerusalemme,

e grazia il comandamento

e la figura realtà

e il Figlio l’agnello

e la pecora uomo

e l’uomo Dio.

 

Come Figlio fu infatti generato

e tratto come agnello al patibolo

e come pecora immolato:

come uomo fu poi seppellito

ma risorse dai morti come Dio,

Dio e uomo essendo insieme per natura.

 

Egli è tutto:

Legge in quanto giudica,

e in quanto insegna Logos;

in quanto genera Padre

e Figlio in quanto è generato;

in quanto patisce pecora

e uomo in quanto è seppellito

e in quanto risorge Dio.

 

Tale è Gesù Cristo:

a Lui la gloria nei secoli. Amen.

 

…..

 

Cos’è la Pasqua? Il nome riflette l’accaduto:

Pasqua viene infatti da patire.

 

Riflettete dunque su chi patisce

e su è colui che compatisce con chi patisce,

perché il Signore è sceso sulla terra

per ricoprire il sofferente

e portarlo con sé  al sommo dei cieli.

 

…….

 

Egli è la pasqua della nostra redenzione.

Egli è colui che in molti molte cose ha sopportato:

fu colui che in Abele fu sgozzato

e legato in Isacco,

e fu lui che in Giacobbe patì l’esilio

e in Giuseppe fu venduto;

fu lui che in Mosé fu esposto

e immolato nell’agnello

e ad essere perseguitato in Davide fu lui

e vilipeso nei profeti.

 

Egli è colui che prese carne in una Vergine

e che ad un legno fu appeso;

colui che fu sepolto nella terra

e che risorse dalla morte,

prima di essere assunto nel cielo dei cieli più elevato.

 

……..

 

Questi è colui che ha creato cielo e terra

e l’uomo ha plasmato nell’origine;

e che come annunciato nella legge e nei profeti

si fece uomo in una Vergine

e fu appeso ad una croce

per poi ascendere, risorto

dalla morte, all’alto dei cieli

ove siede alla destra di suo Padre

col potere di salvare e giudicare tutte le cose,

colui che attraverso il quale ha sempre operato

il Padre nei secoli dei secoli.

 

Lui è l’Alfa e l’Omega: principio e fine:

inesplicabile principio e fine incomprensibile.

Lui è il Cristo, l’Unto,

Lui è il re.

È Lui, Gesù,

lo stratega, il Signore, Colui che È,

risuscitato dalla morte

ed assiso alla destra di suo Padre.

Egli mostra il Padre e dal Padre è mostrato:

a Lui la gloria e la potenza nei secoli. Amen.

 

(traduzione di Vincenzo Guarracino)

Perì Pascha, 5-10, 46-47, 69-70, 104-105 (Perler, 1966). Il testo, in prosa ritmica, che è una riflessione sul significato della Pasqua, è la più antica omelia pasquale cristiana giunta fino a noi ed è tutta una contemplazione della Persona e del Mistero di Cristo, messo al centro del cosmo e della storia. L’importanza di questo testo è dovuta al fatto che qui viene esplicitamente formulata la cosiddetta teologia della sostituzione. Per Melitone, infatti la Pasqua ebraica non ha più senso dopo la venuta del Cristo e per lui l’Antico Testamento non è che un prologo, una prefigurazione della cristianità. In altre parole, la Chiesa cristiana sostituisce in tutto e per tutto il giudaismo.

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (VII)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

SABATO

VENANZIO FORTUNATO

Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato nacque a Valdobbiadene, presso Treviso, intorno al 530. Dopo aver studiato retorica a Ravenna, peregrinò a lungo per la Germania e la Gallia, finché non si fermò a Poitiers, assolvendo le mansioni di segretario della regina Radegonda, vedova di Clotario,  e indirizzando i suoi interessi verso la poesia profana e religiosa. Diventato sacerdote, si dedicò alla direzione spirituale del monastero in cui la regina si era ritirata, finché non fu consacrato vescovo di Poitiers, dove morì dopo il 600.

Considerato il maggiore poeta d’età merovingia, Venanzio Fortunato ci ha lasciato, oltre a innumerevoli opere agiografiche (Vita Sancti Martini, le Vitae di santa Radegonda e di altri santi gallici), undici libri di Carmina di vario argomento, tra i quali due famosi inni liturgici, Pange, lingua, gloriosi proelium certaminis e Vexilla regis prodeunt.

VEXILLA REGIS PRODEUNT

Avanzano i vessilli del re

 

Avanzano i vessilli del re,

risplende il mistero della croce,

al cui patibolo sta appeso

con la carne il creatore della carne.

 

Trafitto dai chiodi il corpo,

tesi le braccia e i piedi,

per grazia che redime

si è immolata l’Ostia.

E, qui, ferito al fianco

dalla crudele lancia,

per lavarci dal peccato

ha versato acqua e sangue.

 

Si compiono le profezie,

che il re Davide cantava,

quando alle genti fu annunciato:

da un legno Dio ha regnato.

Albero splendente di nobiltà,

adornato di porpora regale,

scelto come legno della verità

degno di toccare membra sante!

Beato che alle braccia sue

il riscatto del mondo restò appeso,

fatto bilancia per il corpo

si portò via la preda dall’inferno.

 

Spargi profumo tu dalla corteccia,

e vinci il nettare in sapore,

lieto di un frutto fertile,

plaudi al nobile trionfo dell’eternità.

Salve, o altare, e salve, o vittima,

gloria della passione,

per cui la Vita subì la morte

e, con la morte, ridonò la vita!

Ti salutiamo, o croce, unica speranza!

In questo tempo di passione,

dona la grazia ai pii devoti

e cancella le colpe ai peccatori.

 

O Trinità, fonte di salvezza,

ogni spirito ti lodi.

e che il mistero della croce

ci salvi per l’eternità. Amen.

 

(traduzione di Paolo Ruffilli)

Vexilla regis prodeunt, Carmina, II, 6 Leo. Vexilla regis prodeunt, Carmina, II, 6 Leo. L’inno è dedicato alla Croce e fu composto in occasione dell’arrivo a Poitiers di una reliquia della Santa Croce, donata dalla regina Radegonda da Giustino, imperatore d’Oriente, nel 569. Diventato presto famoso, costituisce una delle perle dell’innografia liturgica  e ancor oggi viene cantato dalla Chiesa nella liturgia della Settimana Santa. Intriso di tragica solennità, è ricordato anche da Dante, che ne cita il primo verso all’inizio del c.XXXIV dell’Inferno.

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (VI)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

VENERDI’

PROBA

Faltonia Betizia Proba (322-370 d.C.), di famiglia senatoria e moglie dell’aristocratico Adelfio dal quale ebbe due figli, compose attorno al 360, dopo la conversione al cristianesimo, un poema in 694 esametri sulla creazione del mondo e sulla vita di Gesù (Cento Vergilianus de laudibus Christi), diviso in due parti (la prima, 1-332, comprende la narrazione di fatti relativi al Vecchio Testamento con la ripresa di capitoli del Genesi ed un brevissimo accenno a Esodo; la seconda, 333-694, narra episodi della vita di Cristo), utilizzando una raccolta di versi soprattutto virgiliani, per raccontare in una sorta di arazzo di abilissimo intarsio le vicende fondamentali della Storia Sacra, dalle origini del genere umano al diluvio fino alla vita del Cristo, con l’ambizione di dimostrare Vergiliun cecinisse…pia munera Christi, “che Virgilio aveva già cantato i pii doni di Cristo”.

Al di là di ogni valutazione letteraria, a Proba va riconosciuto, oltre che una capacità didattica notevolissima, un primato indiscutibile: è la prima poetessa cristiana in lingua latina, tanto da meritarsi il giudizio ammirato di Isidoro di Siviglia.  Nel medioevo, nelle scuole claustrali, il testo godrà di larga fortuna e verrà letto, studiato e trascritto, così come dimostrano le numerose copie trovate negli archivi dei monasteri e i codici anteriori al decimo secolo.

SISTUNT AMNES TERRAEQUE DEHISCUNT…

I fiumi si arrestarono, si spalancò il suolo

La fiamma del sole era a mezzo cielo,
quando tutti, popolo e capi, chiesero
di averlo innanzi a loro a confessare
la sua stirpe, le pretese e le offerte.
Angoscia mista a stupore schiacciò
gli stolti all’udire le chiare gesta
– infinita ignoranza degli uomini –
e il prigioniero irridevano a gara.
D’ogni parte accorsero con le lance,
s’alzò in cielo un grido e subito tutti
levarono sull’immagine sacra
le mani cruente. Poi con i rami
lo cinsero di una altissima quercia
legandolo con grandi spire e tesero
le braccia per incatenargli i piedi
– opera infame – così tutti quanti
osarono commettere il delitto
più atroce. Ma quello impavido disse
“Perché mi legate? Così sicuri
vi fa la vostra origine? Ma presto
di una pena ben diversa da questa
piangerete”. E tacque immobile e fisso.
Intanto un cupo rimbombo iniziò
a turbare il cielo e la nera notte
rubò all’aria i colori, mentre gli empi
temevano eterno il buio. Tremò
la terra, in fuga le fiere, e il terrore
gelò il cuore dei miseri mortali.
Gridò la terra e un immenso fragore
scosse il cielo. Pallide giunsero ombre
dalle profonde sedi dell’Averno.
Acque e terra diedero segni: i fiumi
si arrestarono, si spalancò il suolo.
Lo stesso oltretomba, la casa stessa
della morte, stupì aprendo antri oscuri.
Tutti l’ammisero – il sole coprì
di fosca ruggine il capo lucente.

(traduzione di Maria Luisa Vezzali)

De laudibus Christi, 607-637, Schenkl. Il racconto della crocifissione e morte del Cristo è condotto, come è statutariamente della tradizione ben testimoniata dei “centoni”, con un’attenta collazione di molti emistichi virgiliani col risultato di dar luogo a una situazione di singolare suggestione letteraria, senza perdere il pathos della narrazione cui si ispira.

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (V)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

GIOVEDI’

ENNODIO

Magno Felice Ennodio nacque probabilmente ad Arelate (Arles), in Gallia, intorno al 474 da famiglia senatoria.  Rimasto orfano in tenera età, fu cresciuto da una zia a Pavia e intorno ai 20 anni fu ordinato diacono e si trasferì a Milano, dove insegnò retorica per alcuni anni, prima di essere nominato vescovo di Pavia nel 513. In tale veste, svolse importanti missioni diplomatiche a Costantinopoli per la riunificazione con la chiesa greca ed esercitò notevole influenza sul re Teodorico (454-526). Morì nel 521.

Poeta e prosatore di formazione classica e cristiana, Ennodio ci ha lasciato numerose e importanti opere sia in prosa che in versi. Tra le prime, vanno ricordate le Epistulae indirizzate a illustri personaggi dell’epoca, il Panegyricus dictus clementissimo regi Theoderico, in cui elogiava il re ostrogoto Teodorico per le sue equilibrate e provvidenziali scelte politiche in un’epoca di gravi difficoltà della Chiesa, e soprattutto l’Eucharisticon de vita sua, un’autobiografia sul modello delle Confessioni agostiniane.

Tra le opere poetiche vanno ricordati i due libri di Carmina, comprendenti poesie giovanili prevalentemente d’occasione (tra le quali 12 inni e 151 epigrammi), dallo stile prezioso e ricco e ricco di reminiscenze classiche.

Per quest’ultima produzione si meritò l’appellativo di “Innodio”, dal dotto vescovo Arnolfo di Lisieux nel XII secolo.

HYMNUS IN TEMPORE TRISTITIAE

Inno in tempo di tristezza

O gioire ininterrotto, Deus,

Cristo di pace all’angosciarsi dentro

e proda a loro che dai flutti han schermo.

 

Né la tempesta, quando in luttuoso

invorticare trascina i fondi,

può lei scacciarti d’animo espunto.

 

Tu lievitante quanto dal salmastro gorgo

È vito o dal grevume è prono,

sortita dal naufragante Giona,

mentre è viva esca allo squalo

inavvertito dall’acqueo pianoro che traversa,

soccorrente lo ritogli

cibo, in salvezza della belva gola.

 

Remi avvia, tu tornato ai marosi,

sostegno al disgraziarsi largo:

e gridandoti Deus, il profeta

tuoi dettati rovente egli accorda.

 

Il malviver, per merito d’acque

nella sobria vita è inverato

del necrario che il vivo sopporta

e il nutrire egli acceda al vivente.

Un temibile marchio

tane viete disvela di un intimo morso.

Deus, o Deus, noi così t’aggrappiamo:

come pan da tristezza spezzati

noi disvelli dal ventre d’affanni.

 

In midolla il tradirsi si stagna

ed i visceri occulti riverte.

 

È in isboccio di carne l’arsura:

il coinvolto infiammato si nienta:

ma se poi Tu in sereno sogguardi

va maceria di parto ingoiata.

(traduzione di Guido Oldani)

Hymnus in tempore tristitiae,  in Carmina, 1,11, Migne. L’inno, incentrato sulla figura del profeta Giona, simbolo di morte e resurrezione dell’anima, è dominato da un forte sentimento di angoscia esistenziale (“l’angosciarsi dentro”), contro cui si invoca l’aiuto divino perché l’animo possa risollevarsi dal “grevume” che l’opprime. La traduzione seconda il linguaggio immaginoso dell’originale con una forma arditamente arcaica.

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (IV)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

MERCOLEDI’

DRACONZIO

Blossio Emilio Draconzio, cartaginese,  visse nella seconda metà del V secolo e fu avvocato e letterato di chiara fama al tempo del re dei Vandali Guntamondo (484-496), dal quale fu fatto imprigionare e torturare per aver indirizzato un encomio poetico all’imperatore di Bisanzio Zenone.

Dopo aver composto in gioventù un gran numero di scritti di ispirazione mitologica pagana,  raccolti sotto il titolo di Romùlea, comprendente due epilli, De raptu Helenae (“Il rapimento di Elena”) e Medea, durante la prigionia, compose una Satisfactio ad Guntamundum, in distici elegiaci, indirizzata al re per ottenerne la scarcerazione, e un poema in tre libri, De laudibus Dei, nel quale si ringrazia Dio per la creazione e conservazione del mondo con accenti che riecheggiano la tradizione dell’epica classica e cristiana.

PRIMA DIES NAM LUCIS ERAT

Il primo giorno fu quello della luce

Il primo giorno fu quello della luce, la morte avvolta di tenebre:

la luce è creata prima dei cieli, la luce causa del giorno splendente,

la luce splendore dell’etere, la luce limite tra la notte e le ombre,

la luce che fa splendere le cose, la luce che fa vedere gli elementi,

la luce che dà calore a luoghi e creature, la luce grazia del sole,

la luce decoro degli astri, la luce dei corni dorati della luna,

la luce fulgore del cielo, la luce anche primordi del mondo.

La luce splendore della fiamma, la luce annunciatrice dei tempi,

la luce prima creatura del Creatore, la luce asse di ogni virtù,

la luce della gente dei campi meraviglia, la luce riposo dei malati,

la luce meta del tempo, la luce che scandisce il tempo a chi soffre

e che fa risplendere i principi stessi ben contesti del mondo.

Dio che in ogni parte risplende ne è Lui l’autore senza macchia

Lui che le tenebre non possono oscurare in nessuna parte

e neppure può celarsi alcuna cosa venga fatta nell’oscuro:

Lui, la sorgente della luce, della luce fa l’origine di ogni cosa.

(traduzione di Vincenzo Guarracino)

De laudibus Dei, I, 115-137, Migne. All’inizio del poema, Draconzio rappresenta la creazione della luce tessendone in tono commosso, ma non senza enfasi, l’elogio. Da rilevare l’insistita anafora della parola Lux, della quale si enunciano e decantano come in una litania le qualità, con un’enfasi che sembra ricordare l’anonimo inno Ad Solem, quasi a dare il senso dell’emozione della creatura dinanzi alla visione meravigliosa del fenomeno che significa l’inizio e la vittoria della vita sulle tenebre della morte.

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (III)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

MARTEDI’

PAOLINO DI NOLA

Meropio Ponzio Paolino nacque a Burdigala (l’odierna Bordeaux), probabilmente nel 353 da illustre famiglia senatoriale. Dopo aver compiuto i primi studi sotto la guida di Ausonio, intraprese una brillante carriera politica, che lo portò a diventare nel 379 governatore della Campania. Intorno al 390, per una serie di avvenimenti luttuosi che colpirono la sua famiglia, tra i quali la morte prematura del figlio Celso, si convertì al cristianesimo e, abbandonato tutto, si ritirò a vita ascetica, dapprima in Spagna (dove nel 394 fu ordinato sacerdote) e successivamente a Nola, dove diede origine a una specie di comunità monastica assieme alla moglie Terasia e a un gruppo di amici. nominato vescovo della cittadina per il fervore della sua carità, vi morì il 22 giugno del 431.

La produzione letteraria di Paolino, iniziata già in gioventù e proseguita dopo la conversione, comprende un Epistolario, costituito da 51 lettere indirizzate ai più eminenti personaggi del suo tempo (Sulpicio Severo, Ausonio, Eucherio e Agostino, tra i tanti), e 33 Carmi, tra i quali ben 14 composti per celebrare le gesta e i miracoli di san Felice nel giorno del suo dies natalis, ossia nell’anniversario della sua morte, il 14 gennaio.

Frutto di una grande fede, i suoi scritti denotano eleganza stilistica e ricchezza di citazioni classiche e bibliche, ma al tempo stesso rivelano anche una quasi assoluta astrazione dalla realtà verso i problemi che scuotevano la coscienza sia dei pagani che dei Cristiani dell’epoca, a testimonianza di un’incapacità strutturale di intellettuali e uomini di cultura di accettare i radicali mutamenti di costume e di ideali dell’epoca.

O CRUX, MAGNA DEI PIETAS

O croce, grande misericordia di Dio

O crux, magna Dei pietas, crux gloria coeli,

crux aeterna salus hominum, crux terror iniquis,

et virtus justis, lumenque fidelibus. O crux,

quae terris in carne Deum servire saluti,

inque Deo coelis homine regnare dedisti:

per te lux patuit veri, nox impia fugit.

Tu destruxisti credentibus eruta fana

gentibus, humanae concors tu fibula pacis

concilians hominem medium per foedera Christi.

Facta hominis gradus es, quo possit in aethera ferri.

Esto columna piis tu semper, et anchora nobis,

ut bene nostra domus maneat, bene classis agatur

in cruce fixa fidem, vel de cruce nacta coronam

(Paolino di Nola, Carmina, XIX, 718-730, Hartel)

 

O croce, grande misericordia di Dio, o croce, gloria del cielo,

o croce, salvezza eterna degli uomini, o croce, terrore per gli iniqui,

forza per i giusti, luce per i fedeli. O croce, che desti a Dio

incarnato di farsi servo per la salvezza dell’uomo sulla terra

e desti all’uomo di regnare in Dio nei cieli; rifulse grazie a te

la luce della verità,  grazie a te fuggì la notte dell’empietà.

Per mezzo tuo i popoli credenti  distrussero dalle fondamenta

i templi pagani. Tu sei fermaglio che unisce gli uomini

nella concordia e nella pace, riconciliando l’uomo  con Dio

nell’alleanza di Cristo Mediatore. Tu sei diventata per l’uomo

la scala con cui salire al cielo. Sii sempre per noi, devoti a Dio, colonna  

e àncora, perché la nostra casa resti salda, la  nostra barca navighi

sicura, col sostegno della croce, e dalla croce riceva  fedeltà e corona.

(traduzione di mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo di Assisi)

In uno dei suoi carmina natalicia, il XIX, composti per la festa di san Felice di Nola, in cui si adatta alle esigenze cristiane della venerazione dei santi il genere classico del γενεθλιακόν, Paolino di Nola (Burdigala, l’odierna Bordeaux, 353 – Nola, 431) elabora in versi endecasillabi una trionfale dossologia della croce di Cristo, intrisa di grande afflato mistico.

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini, di Vincenzo Guarracino (II)

SETTIMANA SANTA

Spunti quotidiani di riflessione dai Padri Greci e Latini

PRODEST SERMO DOLORIBUS

La parola giova al dolore

“La parola giova al dolore”: ad ogni dolore, ad ogni situazione critica, anche la più drammatica. Di questo ne è convinto Severo Endelechio, scrittore cristiano proveniente dalla Gallia e vissuto nel IV secolo, il quale nel suo De mortibus boum questa affermazione la pone in bocca al pastore Egone, il quale rivolgendosi al suo interlocutore Bucolo disperato per la peste che sta decimando le loro mandrie di bestiame indica la parola come terapia del dolore e poi la fede come risorsa: una Fede capace di ridare la guarigione tracciando un segno di Croce sulla fronte di animali e persone.

Ecco, la Parola come terapia del dolore e la Fede come ricetta di salvezza. Può essere la risposta, in questa Settimana Santa, alle angosce che stiamo vivendo tutti di questi tempi?

LUNEDI’

DE PASSIONE DOMINI

Canto della Passione del Signore

Il Carmen De Passione Domini (“Canto della Passione del Signore”) è un poemetto di 80 versi, che è un’appassionata meditazione sul tema della passione e morte del Cristo, “Colui che ha avuto pietà / delle tristi vicende umane”, fatta attraverso le parole dello stesso Salvatore che invita il fedele a considerare i momenti salienti del suo sacrificio e attraverso di essi ricuperare la meta essenziale della propria anima che è la salvezza.

Attribuito a Lattanzio, assieme ad altri testi, come De resurrectione e De Pascha, oggi viene considerato di autore ignoto.

DE PASSIONE DOMINI

Canto della Passione del Signore

Tu, che ti avvicini al tempio, un poco fèrmati

e guarda me che, innocente, ho sofferto per te,

tienimi in serbo nel tuo animo, custodiscimi

nel cuore: sono Colui che ha avuto pietà

delle tristi vicende umane e qui sono sceso

messaggero d’una pace promessa, supremo

perdono d’una colpa universale, qui per te

sono fulgidissima luce, quaggiù dall’alto

ritornata, benefica immagine di riscatto,

requie, giusto cammino, vera salvezza,

di Dio vessillo e memorabile segno.

Per te, per la tua vita dal grembo d’una vergine

mi sono fatto uomo e ho così patito orrende

sciagure né mai nel mondo ho trovato pace,

ma ovunque solo minacce e travagli.

……..

Ebbene, imprimiti bene nell’animo le sferzate,

tutte le parole accusatrici, i testimoni,

l’iniqua decisione del cieco Pilato,

la pesante croce che opprimeva le spalle

e la schiena stanca e i faticosi passi

verso un’orrenda morte. Ora da capo a piedi

guardami attentamente perché, abbandonato

dal tutto e strappato alla dolce madre,

ho subito l’estremo supplizio. Ecco guarda

i capelli sporchi di sangue e il collo,

la testa da spine trafitta (da ogni parte

piove sangue vivo sul mio viso divino).

Guarda bene gli occhi oppressi e spenti,

la lingua arida guastata dal fiele, il volto

pallido di morte. Guarda le mani confitte

di chiodi, le braccia straziate e la grande

ferita al fianco e gli arti insanguinati.

Inginocchiati ed adora il venerabile legno

della croce con pianti e suppliche,

la faccia a terra, nella terra bagnata

di sangue innocente e a volte nel cuore

me e le mie parole porta devoto. Segui

i passi della vita e guarda gli stessi

supplizi e la dura morte, gli innumeri dolori

del corpo e dell’anima ricorda, le avversità

impara a patire e bada alla tua salvezza.

………

Ma di sicuro te, che vedi così caduche

queste epoche e dell’amore d’una patria

superiore sei privato, te le forze

del mondo, le esperienze delle cose

e i passati desideri te innalzano

di giusti sforzi e con la speranza

d’una vita beata tra le dure sofferenze,

te di rugiada celeste rinvigoriranno

e nutriranno con la dolcezza della buona

alleanza finché con la morte la grazia

di Dio richiamerà la tua anima purpurea,

verso le sfere sublimi, lasciato il corpo,

spogliata così d’ogni fatica, lieta

di vedere i cori degli angeli e dei beati

le schiere, regnerà per sempre con me

nella mia corte, beata di pace eterna.

(traduzione di Luigi Picchi)

De passione Domini, 1-13, 34-57, 69-80, Migne (anche Brandt). Il poemetto è un’appassionata meditazione sul tema della passione del Cristo, “Colui che ha avuto pietà / delle tristi vicende umane”, al punto da farsi carico dei peccati di tutti fino a morire in croce per richiamare “con la morte la grazia” divina sugli uomini, i quali vengono invitati a seguirne l’esempio (sectare meae vestigia vitae, “segui / i passi della mia vita”, dice esplicitamente, aggiungendo disce adversa pati et propriae invigilare saluti, “le avversità / impara a patire e bada alla tua salvezza”. La paternità del poemetto, letto per la prima volta in un codice rinascimentale, è attribuita a Lattanzio, assieme a De resurrectione e De Pascha, ma è stata ampiamente contestata, a partire già da Chr.A.Heumann (Poecile 3, Halle 1729), cfr. A.Roncoroni, Sul De Passione Domini pseudolattanziano, in “Vigiliae Christianae” 29, 3, settembre 1975, pp.208-221.