Il libraio pazzo e altri eroi, di Luca R. MARTINI

C’era negli anni Settanta a Milano, in una piazza davanti a una chiesa in zona Fiera, un negozietto a due vetrine, una libreria che era la più rinomata del quartiere, a dispetto dello spazio esiguo dove impilava i libri. Era amata da noi studenti di ginnasio perché il libraio, un trentenne basso e tarchiato con lunghi capelli e barba e baffi nerissimi, passava per un alternativo – bastava l’aspetto – e per un intenditore in materia di romanzi e saggi. Era, direi oggi, un uomo di qualche carisma, ancorché per niente bello. Gli aggiungeva autorevolezza possedere un maestoso pastore tedesco che divideva con lui il piccolo negozio e vi vegliava con l’occhio torbido di sonno come un misterioso alleato. Blake era il suo nome. Ricordo poco del tempo spensierato in cui io e alcuni compagni di scuola, e in particolare la mia amica P., frequentammo il posto e non so dire esattamente che cosa determinò la caduta verticale della piccola libreria dallo spazio delle idee nei territori dell’incubo.

 

Un giorno vi entrai trafelato, di ritorno dal ginnasio che viveva un periodo di concitate proteste studentesche, e il libraio, con la pacatezza di un santone che si sveglia da una lunga meditazione, mi disse: “ho il libro che fa per te”. Trasse dalla pila degli Oscar una raccolta di William Blake, la scartabellò e mi indicò un’incisione del visionario maestro inglese, allora rilanciato in popolarità dall’apologia che ne faceva il re di maggio dei beat, Allen Ginsberg. Qualcuno appende una lunghissima e strettissima scala al cielo (forse cerca di appoggiarla direttamente alla faccia nascosta della luna). Didascalia: I want! I want!

Un’altra volta, dopo avermi visto prendere dallo scaffale un breve romanzo italiano stampato da una casa editrice di simpatie extraparlamentari, ‘Imbecillità e morte’, il libraio sussurrò: “Buon titolo”.

Non so perché ricordo questi due episodi insignificanti: di certo il nostro rapporto, benché io fossi un ragazzetto timido, si risolveva in qualche chiacchiera che riguardava i romanzi in uscita e forse la situazione politica. Il cane sdraiato a terra ci guardava in silenzio, sbadigliando.

 

Fatico a dire che cosa determinò il cominciamento del disastro, ma il dolore iniziò ad albergare tra i libri del negozietto con la malattia che colpì il lupo e ridusse uno straccio in una manciata di giorni il libraio alternativo – la memoria di certo condensa i tempi rendendone visibili gli effetti quasi a occhio nudo.

Da un momento all’altro Blake sparì e l’uomo, propenso a comportarsi con me e P. come se l’animale non fosse mai esistito, prese a trascurarsi: i capelli e la barba si imbizzarrirono e riempirono di nodi. Piccolo era piccolo, ma notai per la prima volta che il libraio era grasso, anzi si presentava visibilmente ingrassato: aveva messo su pancia e sotto la barba gli cadevano flaccide le guance.

Una mattina, però, senza preavviso di alcuna sorta, lo trovai seduto alla cassa pettinato con la brillantina e sbarbato, vestito con camicia bianca e un insolito completo principe di Galles che sostituiva la consueta accoppiata jeans e golfone con zip.

Borbottò qualche cosa. Forse che doveva fare e ricevere una visita. Lo strano fu che il libraio non mi parve mai tanto sporco e trascurato come quella volta che si era messo ‘in ordine’: sembrava che i suoi occhi fossero pieni non già di lacrime, come avrebbe dovuto suggerire la recente scomparsa di Blake, ma di acqua sporca, e che la sua faccia trasudasse un liquido oleoso. Fu l’ultimo giorno in cui lo vidi al comando della sua piccola e in qualche modo coraggiosa impresa.

 

Successe poi una cosa imprevedibile. La libreria rimase chiusa per qualche giorno e, al momento di rialzare la saracinesca, scoprimmo che il libraio era stato sostituito da un uomo che gli assomigliava ma era un poco più piccolo, meno ispido e più gentile del prototipo, sebbene privo assolutamente di carisma. Io e P., che era la più assidua con me alla libreria della piazzetta, cominciammo a chiamarlo tra di noi Il Clone; ma, imbranati e imbarazzati come spesso sono i post adolescenti, pur in possesso di una dote di ipotesi fantasiose sulla sorte toccata al nostro ex amico, non riuscimmo mai a intavolare con Il Clone nessun discorso che riguardasse lo sfortunato predecessore. Neanche possedevamo le conoscenze, io e P., pur frequentando un istituto classico, per capire che il cane avrebbe potuto aiutarci a introdurre l’argomento essendo per di più  elevabile al rango di psicagogo.

 

È stato solo anni dopo che ho rivisto dalle parti dell’Università Statale trascinarsi per la strada il libraio alternativo. Portava, mi sembrò, gli stessi improbabili vestiti che gli avevo visto addosso l’ultima volta in negozio e, poiché era inverno, aveva aggiunto al principe di Galles un cappottone spigato e un nero cappello tipo Borsalino a tesa larga. Una presenza grigio scura nel grigio chiaro di Milano. Benché mi fossi fatto molti scrupoli – con me stesso! – riguardo l’impressione provocatami dall’apparizione, dovetti ammettere che l’uomo che stavo osservando sul marciapiede di via Larga era un barbone, un drop out della meno romantica specie e della più spaventosa: quella di chi conserva una parvenza di normalità in un contesto mentale deragliato. Non lo fermai, non ne ebbi il coraggio. Mi limitai a lasciarlo sfilare davanti a me, dall’altro lato della strada, e a fingere di non averlo né visto né tantomeno riconosciuto. Lui non poteva più del resto – si poteva capire anche da lontano – vedere me.

 

Un ricordo preciso del periodo, che spiega meglio la mia devozione alla piccola libreria, riguarda il rapporto che intrattenevo con i libri e con la scrittura. Fin dai tempi delle medie, avevo preso la posa di leggere (se non l’abitudine di leggere veramente), attirato come molti ragazzi della mia età dalle capacità eversive della letteratura. Non esisteva niente di meglio, per un adolescente cresciuto negli anni Settanta, di un territorio puro e immacolato, sottratto al controllo degli adulti corrotti dalla realtà, dove la fantasia poteva prendere il potere, conservarlo tra le dita per un momento, giocarci e pure schernirlo, per poi liberarsene pagina dopo pagina mentre si procedeva nella narrazione: si poteva infine ridurre ogni storia – non mi pareva vero – a un grido, un ghigno, una dichiarazione sfuggente e scostante di totale alterità. L’infelicità stessa non era più un problema in questa prospettiva dove gli scrittori, certi scrittori almeno, erano gli eroi.

A contrastare questa visione di agognata catastrofe globale della realtà interveniva però una paura privata, imprevista e fortissima; quella che a troppo staccarsi dalla normalità delle scuole delle fabbriche degli eserciti poteva sopravvenire, oltre a quello universale, un dissesto del tutto personale; la stupidità del reale e il coraggio dell’arte esibite nella rivolta erano in grado di aprire le porte, – e che porte! Quelle di un arco trionfale – alla follia. Niente metafore: follia intesa come follia clinica, psicosi e schizofrenia.

 

Ebbi parecchio tempo dopo la conferma riguardo a una simile apprensione – ovvero la possibilità di delirare per impeto letterario – dallo scrittore veneziano Alberto Ongaro, impareggiabile narratore di storie daimoniche e di destini incatenati, conoscitore scaltro dei meccanismi dell’avventura e della quest esistenziale.

Ongaro mi raccontò di aver sempre avuto, come una condanna appesa sul capo, il timore di impazzire, e ricordava che questa minaccia gli derivava con ogni probabilità  dalla profezia fattagli nella primissima infanzia da uno zio malvagio oppure solo burlone.

Per questo motivo, per una sorte di superstizione unita al sentore di una predestinazione, Ongaro aveva evitato nella sua carriera di romanziere alcuni temi. Non volle mai scrivere, mi spiegò in vecchiaia, della masnada Arlequin, sua ossessione narrativa da una vita, perché, mi confidò in una mail, “non avrei resistito alla furia della brigata che si scatena selvaggia nei secoli”. E aggiungeva “non posso farlo soprattutto in tarda età, dal momento che  affronterei con le scarsissime forze del mio mestiere presente quel passato di violenta e oscura sopraffazione”.

Analogamente Ongaro mi raccontò di temere dei best seller che io ritenevo di scarso livello, firmati dallo scrittore irlandese Dennis Lehane, e soprattutto il romanzo in cui i ruoli di pazzi e di psichiatri si mescolano in un gioco di specchi infinito e persino noioso per qualsiasi lettore che non avesse avuto la pericolosa fantasia incendiaria di Ongaro.

Di sfuggita: mi sono dimenticato di precisare che Alberto è uno degli uomini più coraggiosi che io abbia conosciuto.

 

Quando mi vidi passare davanti il libraio bardato come una ‘persona normale’, quel giorno in via Larga, ero abbastanza maturo per capire che l’uomo di Blake, della scala dai mille gradini appesa alla luna e del lupo malato, l’uomo di ‘Imbecillità e morte’ e di quei futili incontri pomeridiani, era un folle.

Fu per paura di una sorta di contagio, a dirla tutta, e non per gentilezza d’animo o chissà quale residuo di educazione che non attraversai la strada e non mi avvicinai a lui; fu per questa paura e per una intuizione raggelante – la quale attraversava i miei anni e li mescolava ai pochi istanti trascorsi insieme -, che arrivai a capire il significato dell’ultimo giorno passato dall’uomo in libreria, tra i suoi volumi amatissimi e irridenti. Era il giorno in cui – lo rivedo oggi come attraverso un canocchiale rovesciato -, insignificante e senza nemmeno la maledizione di un parente malevolo, imbottito in un doppiopetto di rigidi tremori, si decideva il suo futuro immediato; era il giorno evidente di un decisivo colloquio psichiatrico.

 

Post scriptum. Vorrei chiudere con un icastico freeze frame questa storia di follia. Ma sparecchiando tavola, chiudendo il taccuino, per onestà sento il bisogno di aggiungere dei particolari che definisco di realtà. In realtà, dicevo, ho poi incontrato più volte il libraio folle spesso dentro a librerie o biblioteche di cui si impossessava – ci girava in mezzo come il padrone che non era mai stato – con la sua presenza imbarazzante e spesso imbarazzata. Mi è capitato più volte, mentre ero studente alla Statale, di parlargli e di cercare di capire qualcosa di lui, ma lo sforzo è stato vano o è stato ripulito quasi totalmente dalla zona dei miei ricordi. Rammento soltanto che il leitmotiv delle chiacchierate o meglio delle sue esternazioni era un piano di smaltimento dei rifiuti della Terra mediante macchine che li avrebbero scaricati direttamente nel profondo dello spazio. Chiudo più volentieri sul freeze frame di questo discorso visionario e di purezza delirante.

© Inedito

 

Luca R. Martini, classe 1958, vive a Milano. Ha sempre lavorato nel campo della comunicazione.

Ha pubblicato racconti su rivista e nel 2018 un libro di poesie Tra due stazioni (Terra d’ulivi Edizioni).

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CRISTINA CAMPO: IL SIMBOLO E L’ASSENZA

Fra Bologna e Firenze

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria, Maria Angelica, Marcella, Cristina Guerrini, nasce a Bologna il 29 aprile del 1923 da Guido ed Emilia Putti. Guido Guerrini proviene da una generazione di fattori fino al padre Pietro che compie il salto sociale sposando la Contessa Geltrude Abbondanzi, maggiore di lui di quindici anni, che alla morte lo lascia erede di tutto il suo patrimonio. Pietro sposa in seconde nozze Antonia Santucci dalla quale ha sei figli, fra cui Guido. La famiglia Putti è invece una delle più illustri di Bologna, il fratello di Emilia, Vittorio, è un ortopedico conosciuto a livello internazionale, direttore dal 1915 in poi del famoso ospedale Rizzoli. Vittoria nasce con una malformazione cardiaca: il piccolo condotto che mette in comunicazione i due ventricoli del cuore durante la vita fetale e che si chiude entro le ventiquattro ore dalla nascita in lei rimane aperto, il suo cuore è sotto sforzo e quindi in continuo affanno. La bambina cresce stentatamente e si ammala con facilità; nel 1938 subisce la prima operazione chirurgica per la chiusura del dotto di Botallo, intervento che nel tempo diventerà di routine. La salute fragile finisce per isolarla dal contesto dei suoi coetanei e la sua infanzia scorre essenzialmente fra gli adulti. All’interno della sua famiglia si respira arte e cultura, il padre è un apprezzato maestro di musica, compositore e direttore di Conservatorio, la madre una brava pianista, la stessa Cristina sarà una raffinata dilettante di piano; la sua formazione scolastica si perfeziona con un’adeguata preparazione privata. Agli anni infantili risale il suo incontro con la fiaba, universo di cui svelerà le trascendenti simbologie e che frequenterà e maturerà con lo studio dell’opera di Hofmannsthal.

La giovinezza di Cristina trascorre a Firenze, dove il padre è stato chiamato a dirigere il Conservatorio Cherubini e dove la famiglia vive il dramma della guerra: le privazioni, i disagi, la sofferenza personale e quella dei propri simili, fino all’arresto e all’internamento in un campo di concentramento di Guido Guerrini che sarà liberato solo nel 1947. A Firenze la poetessa frequenta le voci più significative dell’ambiente culturale, primo fra cui i germanisti Leone Traverso e Gabriella Bemporad, le amiche letterate Margherita Dalmati e Margherita Pieracci, che in seguito curerà tutte le sue opere, e il poeta Mario Luzi con il quale la giovane Cristina intraprende un rapporto d’affetto che va oltre la semplice amicizia, ma che non potrà mai concretizzarsi in altro dal momento che il poeta è già sposato.

Il trasferimento a Roma

Nel 1955 la famiglia Guerrini si trasferisce nella Capitale. All’inizio Cristina reagisce al cambiamento con crisi di malumore, Roma non le piace, vi si sente aggrovigliata, soffre di agorafobia e di insonnia, compie lunghe passeggiate notturne, fino a quando, poco per volta, riesce ad armonizzarsi con la città e con i suoi luoghi. A Roma conosce Maria Bellonci ed Elsa Morante ma le frequenta poco, si lega invece di sincera amicizia con Ignazio Silone e conosce Corrado Alvaro, ormai quasi alla fine dei suoi giorni. Il 1956 è  l’anno in cui viene pubblicata dalle Edizioni All’Insegna del Pesce d’Oro la sua prima raccolta di poesie, Passo d’addio, che accorpa undici testi scritti fra il ’54 e il ’55; il libro passa inosservato nell’ambiente culturale militante, ma questo lascia indifferente l’autrice che ha scelto di rimanere “isolata” all’interno di tale cultura.

Verso la fine degli anni cinquanta inizia un lungo sodalizio con lo studioso orientalista e scrittore Elémire Zolla, marito della poetessa Maria Luisa Spaziani, che le resterà vicino sino alla prematura morte. Cristina Campo vive artisticamente nel periodo in cui la cultura è rivolta verso le tensioni politiche e la poesia verso quei fronti che guardano da una parte all’impegno sociale e dall’altra agli sperimentalismi e alle neo-avanguardie. Il suo ruolo dunque è marginale rispetto al milieu imperante, le finalità della sua scrittura guardano sempre verso un orizzonte che connoti il suo dettato di valori spirituali ed estetici, essendo per lei Bellezza e Divino un corpo unico. L’impronta intellettualmente elitaria dovuta alla frequentazione di una cerchia ristretta di amici la porta ad incontrare difficoltà ed incomprensioni, fino ad un contrasto aperto con la scrittrice Anna Banti, allora direttrice della rivista “Paragone” alla quale Campo collaborava e dove aveva pubblicato la sua traduzione delle poesie di John Donne. Cristina Campo, nonché poetessa, è fine autrice di saggi, fiabe, epistolari, e inoltre traduttrice di testi dell’aria anglosassone, fra cui Virginia Wolf, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e il già citato Donne. Considera la traduzione un rito, un gesto sacro, poiché significa far rivivere in una nuova lingua le emozioni e le tensioni che il poeta ha espresso, una mediazione dunque che necessita della totale aderenza allo spirito dell’autore.

Il simbolo e l’assenza

Nella concezione campiana il poeta è colui che restituisce la parola al suo valore simbolico e che trasferisce la verità in figure che coincidono con ciò che la parola significa. Il suo percorso intellettuale e ideologico, che va dalla solennità del rito bizantino all’esternazione di una liturgia segnata dalla spiritualità cristiana, segue quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il mito ed il rito.

Linguaggio essenziale, espresso per sottrazione più che per abbondanza, teso verso la Bellezza dell’Assoluto, da lei considerata quarta virtù dopo Fede Speranza e Carità. Speranza che per la poetessa non va ascritta nel registro delle illusioni mondane, ma piuttosto nella concezione del “consegnarsi” ad una Fede che oltrepassa la misura del quotidiano. Campo, figura d’intellettuale appartata ed estranea al suo tempo, fa della costante ricerca della perfezione il suo ideale di vita e di scrittura, nel segno di una concezione ortodossa della cristianità che la conduce a combattere le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II e ad avvicinarsi ai riti bizantini che ritiene più idoneamente appropriati alla sua sete di assoluto.

Amore, oggi il tuo nome/al mio labbro è sfuggito/come al piede l’ultimo gradino…” Risiede in questi versi l’essenza del silenzio. Il nome sfuggito, la parola che lo anima è il peccato “imperdonabile”; il “baratto” del sentimento a favore della parola è un autoaccusa che si scioglierà solo “nell’immortale silenzio”. Questo di Cristina Campo è un discorso per ellissi, un territorio in cui la vera ricchezza è tutto ciò che manca. D’altra parte non disse lei stessa che “aveva scritto poco e che meno avrebbe voluto scrivere”? L’eccedenza è quasi una paura, il mostrarsi più del necessario è in contrasto con la sua scelta esistenziale ed infatti fra la sua vita e la sua opera non esiste cesura, perché per Campo tra vita e pensiero, tra vita e arte non solo non deve esserci contrasto ma deve instaurarsi una vera e propria identificazione. Tutto ciò si sostanzia in una “Assenza” che è incarnazione di una realtà più profonda dell’apparenza, rivelazione del vero significato delle cose, che non sta in quello che rappresentano ma in ciò a cui rinviano. Nel percorso verso questi rimandi lo sguardo si allunga fino ad arrivare a percepire il nucleo dei simboli che in essi risiedono. “L’incredulità nell’onnipotenza del visibile” è atteggiamento consustanziale alla scrittrice, è pratica che non abbandona, è la centralità di una poetica che guarda al mondo alluso, quello della fiaba, dei vangeli, della poesia, dove la “parola” è rivelazione del trascendente.

 “Che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” Si chiede Cristina. E altrove dice: “Ci sono due mondi ed io vengo dall’altro“.  Quello che unisce i due mondi è il simbolo e nella visione campiana il simbolo è fede in una Verità che parla attraverso di esso, è esperienza spirituale, esigenza di far combaciare la realtà naturale con una realtà sovrannaturale. Il “cosmo simbolico” di Campo, mutuato in massima parte dalla liturgia della messa latina prima e bizantina poi, è lo specchio del cosmo celeste, epifania che rinvia all’Entità Divina. Ma il simbolo è altresì annidato nel tessuto delle fiabe ed è l’universo della fiaba uno dei nuclei più significativi della poetica campiana, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell’ottocento sia con accurati ed originali saggi.

Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da Campo assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell’uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo. Il simbolo della fiaba è il dolore per le prove a cui sono sottoposti i protagonisti, è l’allusione ad un destino intricato disegnato dalla Volontà Divina. Il tempo che vive Cristina Campo è da lei definito “il tempo in cui tutto vien meno” ed è dunque nell’Assenza di tutto ciò che appare la spinta verso la dimensione spirituale che si compie nel silenzio.

Cristina Campo scompare nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva ancora capito il ruolo

Anna Maria Bonfiglio 

© Anna Maria Bonfiglio

Anna Maria Bonfiglio, agrigentina per nascita, risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario. Ha collaborato con i settimanali del gruppo Rizzoli e GVE , con i mensili SiciliaTempo e Insicilia ,con la rivista Silarus e con molti altri periodici per i quali ha redatto recensioni e articoli. E’ stata per nove anni presidente dell’Associazione Scrittori e Artisti, ha diretto il periodico Insieme nell’arte e il giornale online Quattrocanti e ha curato con prefazioni e note di lettura antologie e raccolte di versi. Ha pubblicato diverse sillogi di poesia, i romanzi brevi La verità nel cuore  e Scelta d’amore e i saggi: A cuore scalzo-La vita negata di Antonia Pozzi(CFR Edizioni), La vicenda di gioia e di dolore nell’opera di Camillo Sbarbaro(CFR edizioni)  e Maria Messina in Figure femminili del Novecento (Edizioni Ulite). Sue poesie e articoli di letteratura sono reperibili in vari siti web. Per l’impegno nel campo letterario le sono stati assegnati premi e riconoscimenti fra cui recentemente il Premio Telamone 2014.

LA DIVA DELLA DOLCE VITA FINISCE IN UN ROMANZO E TORNA GIOVANE

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) è un romanzo particolare, che sfida le regole del tempo e dello spazio. Alessandro Moscè ha raccontato la vecchiaia e la morte, ma non lo ha fatto come se dovesse seguire pedissequamente lo strazio di una fine annunciata. Siccome è un poeta di valore, non si è limitato ad una registrazione di fatti, ma ha romanzato l’esistenza di Anita Ekberg e ha aggiunto una dimensione onirica che porta l’ex diva nientemeno che alla rinascita. Come farebbe Federico Fellini, Moscè è tentato dal sondare la vita oltre la vita. La grande Anita Ekberg, che fu la donna più bella del mondo, è ormai anziana e malata. Vive in una casa di riposo nei pressi di Roma dove trascorre gli ultimi anni della sua esistenza camminando appoggiata a delle stampelle e poi costretta a muoversi su una carrozzina, dimenticata da tutti. Moscè le restituisce “la dolce vita”, perché una volta deceduta la bella svedese ritorna ventenne e in un viaggio terreno da Rimini a Roma avrà ancora la veste dorata, forse di nuovo attraverso il grande schermo che la rese celebre. Tutto ricomincerà da capo, chissà dove. Cosa può pretendere di più che la giovinezza, una donna che fu notissima protagonista della pellicola in cui camminò dentro la Fontana di Trevi guardata come una dea dall’incredulo Marcello Mastroianni? Il romanzo di Moscè si arricchisce di anomali personaggi che cercano una verità ultraterrena: un curioso giornalista, un pianista in pensione, una vecchia che racconta la resistenza partigiana a cui prese parte il marito, un prete che beve e fa sedute spiritiche. Il linguaggio di Moscè è lirico, ma a ben poco della prosa poetica. La sua è una narrazione densa, dove il pensiero ossessivo della malata fa da sfondo al desiderio di non rassegnarsi all’avverso destino. Lo ha detto proprio Moscè che il romanzo deve spiegare, non solo descrivere. La narrazione di idee prevale sul plot che sviluppa una storia secondo tappe cronologiche. In fondo l’idea genera i fatti e a questo punto non può non subentrare il senso metafisico, escatologico della vita. La nevrosi di Anita Ekberg, nella sua intemperanza psichica, non esclude neppure la dimensione erotica, tanto che la donna ricorda, in un’intervista fattale da Salvatore Quasimodo, il mito della sensualità, quando il poeta la definiva con strane formule: “regina dei giardini dei Borgia”, “cortigiana del novelliere”, “Venere del Botticelli”. Anita Ekberg è stata una donna carnale, passionale, seppure volesse superare l’icona di donna del sesso e assumere la veste, inusuale, di donna acuta e sensibile, “che non va solo a fare l’amore”. Alessandro Moscè, riesumandola, le ridà vigore, corpo, annullando ogni malinconia, con un finale a sorpresa davvero molto originale.

Elisabetta Monti

Tre inediti – Franco Antonio Canavesio

Schietti e sottili

© Martha Nieuwenhuijs

i muscoli danzanti

diverso l’incedere in sogno

senza meta

dal passo regolato del giorno.

Come sull’erba

anche tra le pietre

senza ostacoli, senza fatica

la discesa a rotta di collo.

 

Acqua verde, aria verde

con le piante, senza scarpe

i figli dei contadini

sognavano sui prati di marzo

anche di giorno.

 

Tra i figli della notte

io corro, a braccia larghe
senza sentiero, senza traccia.

Al risveglio stupisco

di tanta leggerezza

di tanto spazio.

Corro

*

Non dirmi se eri vera, chi tra le tante

tu che appari, nel sonno

quando l’occhio vede senza filtri

senza affanno.

Talvolta scavalco quel limite d’argento

riduco la distanza dal bordo

l’incontro è di luce col tuo corpo

e vera, alle dita e agli occhi

terrena e risorta, sei fatta di carne.

Le porte del tempo

 

*

Un inverno

di grigi stagnanti

le solite vetrine

cianfrusaglie da due soldi.

A costo zero

quattro passi rivamare

i gabbiani

confusi con le onde.

Nel dehor la primavera

già stampata sui cuscini,

dietro il vetro dei limoni

tu fiorita, al tavolino.

Bassa stagione

 

Franco Antonio Canavesio – mezzo veneziano e per l’altra metà sabaudo, ingegnere prestato alla poesia, ama l’arte figurativa, la musica e il canto. Ha ottenuto lusinghieri successi in numerosi Concorsi Nazionali di Poesia, tra cui due primi premi nel 2016 e 2018. Suoi versi compaiono in numerose antologie e sono ospitati regolarmente sul foglio di poesia torinese AmadoMio, curato da Luca Borrione e Marcello Croce. Fresco di stampa, l’ultimo volume, catalogo della Mostra L’anima Sognante, vede le sue poesie affiancate ai dipinti dell’artista Martha Nieuwenhuijs, un sodalizio consolidato sin dalla precedente pubblicazione Canti e Incanti, edita nel 2015.  Di prossima pubblicazione la sua raccolta intitolata  Il custode del giardino.

Hotel della notte di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry 2018)

Sul piano tematico, l’analisi del quotidiano e dei suoi particolari inappariscenti è, mi pare, la nota elettiva della poesia di Alessandro Moscè: non semplice spunto o occasione, ma suo principio essenziale, che si sviluppa in piano come in profondità.

In altre parole, l’esattezza emotiva e l’indagine psicologica che informano le campate di Hotel della notte hanno il loro veicolo espressivo privilegiato nell’allestimento di una minutissima partitura di dettagli, a dare del reale una rappresentazione tanto più netta quanto più mossa e analitica.

Poi, con una lucida intelligenza del dolore e con un pessimismo la cui secchezza respinge ogni compiacimento, Moscè si sofferma nelle cupe stazioni del nostro pellegrinaggio esistenziale. Al riguardo, mi preme rilevare come il sarcasmo (in ogni caso misurato) non escluda la tenerezza, il buio non cancelli del tutto la luce.

Sul versante compositivo, agli slarghi narrativi succedono testi fortemente ellittici; alla costruzione di ben definiti personaggi s’alterna la messa a fuoco, mai narcisistica, delle tranches meno nobili (perciò tipiche e interpersonali) delle vicende dei «biografati». Inoltre, la ricerca di una pronuncia ben scandita e decisiva (soprattutto in clausola) interferisce con la tendenza opposta di ricorrere a lacerti di discorsi quasi colti al volo: frasi o parole d’altri, spesso formulari o consunte dall’uso, sono avocate, nella loro irriducibilità, a nucleo germinale di una parte consistente della sua poesia.

Ne viene la tensione al disvelamento di un senso che pare abiti al di fuori del claustrofobico «essere-in-situazione»: o almeno, mi riesce così di interpretare il grottesco e la vocazione allo straniamento che informano alcuni testi.

Qualche parola ancora in merito al particolarissimo ruolo del soggetto, che non rinuncia al proprio compito ordinatore e che non si ostina sistematicamente a nascondersi dietro una o più maschere (anche se molte voci verbali sono coniugate alla seconda persona singolare); piuttosto, in una sorta di figura intermedia tra l’io lirico tradizionale e la sua cancellazione, si pone sempre di sbieco rispetto al mondo e a se stesso, osservati entrambi col medesimo sguardo e tradotti con la medesima pronuncia.

L’autore si dà così di poter assumere, d’improvviso, impresumibili tonalità etiche – un ethos sempre improntato alla prassi, dell’amore come della vita in genere.

Per questa via, gli riesce di sventare il rischio del feticismo letterario (coerentemente con certe sue prese di posizione nei riguardi del mondo delle lettere italiane): ciò che si contrappone al nulla non è il tutto, è il poco; e non c’è riconoscimento reciproco senza l’esercizio indispensabile della pietà.

Giovanni Turra

 

Il giorno di Santo Stefano

 

Mi sono affacciato sul balcone

mentre la ragazza bionda pedalava

stretta nella sua tuta blu.

Il cappuccio sui capelli mi faceva tenerezza

e volevo scendere le scale,

dirle di salire al piano di sopra.

Volevo offrirle un caffè, dei biscotti,

darle un asciugamano,

farle un massaggio sulle spalle.

Sarei stato con lei sul divano

a guardare un film di Tati

fino a tarda notte.

Ma non si può curare mai

un pomeriggio sghembo

quando i conti non tornano,

quando il desiderio non ha durata

tra chi non si conosce

Antonio NAZZARO, Appunti dal Venezuela 2017: vivere nelle proteste

“Questo libro non intende dare una corretta chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Venezuela, (…) vuole solo gridare e immortalare come fotografia, il dolore lacerante di chi assiste un malato terminale nell’attesa che avvenga un miracolo.”

dalla prefazione di Barbara Stizzoli                                                           

 

“02:00 p.m.

Un Paese intero da due anni in coda. La nascita del contrabbando, los bachaqueros che gestiscono la borsa nera del mangiare.

Qualcuno del Governo dice che le code sono positive perché permettono la socializzazione.

Non sono le sei, la luce del cielo è ancora addormentata come se non avesse aperto gli occhi. Ossessivo passo per il bagno e poi arrivo in cucina, come sempre riscaldo il caffè, mentre preparo quello fresco e accendo il computer. Momento solenne: apro la finestra. Voci irrompono, non si capisce bene cosa dicano, ma il tono e la violenza sono un crescendo. Sirene, arriva la polizia in tenuta anti sommossa.

Il Governo per risolvere il problema delle code vieta alla gente di accamparsi a notte fonda davanti all’entrata dei supermercati e altre misure tutte fino ad oggi finite nel nulla e già dimenticate.

Qui la memoria è un lusso perché distrae dal sopravvivere e si fa la coda.

 

09:00 p.m.

(…) Le ore d’attesa sono pacchi di farina di mais, riso, olio che spariscono in pochi minuti come la dignità.

Caracas in coda

come ti racconto quest’estetica

di code infinite come il tempo dove il marciapiede è tavola bagno e salotto

sotto un sole che imbianca il cielo mentre macchine e camioncini scorrono

spinti da moto suonanti

l’attesa di poter comprare il mangiare di sempre o rivenderlo in un

mercato nero che ha colori d’esercito e polizia

e queste bambine che hanno gli occhi dai sogni di fate e

una violenza che si muove nel ventre

e questi pantaloni corti che dal basso mi puntano

un buco nero grande come il cuore sulla fronte

l’estetica è una perdita d’umanità”

 

Antonio NAZZARO nasce a Torino nel 1963. Poeta, giornalista, traduttore e mediatore culturale. Nel 1982 vengono pubblicate le sue prime poesie in un’antologia. Si trasferisce in Messico dove si diploma come professore di lingua italiana per stranieri. Attualmente vive a Caracas. Nel 2008 diventa coordinatore del Centro Culturale Tina Modotti, ente non profit che promuove l’interscambio culturale italo-venezuelano. Nel 2013 ha scritto la prosa poetica “Odore a. Torino-Caracas senza ritorno”, libro bilingue italo-spagnolo. Ha varie collaborazioni con riviste cartacee e digitali in Italia e Venezuela.

Elio Scarciglia: Tre valli, uno sguardo, Terra d’ulivi Edizioni, 2016

copertina-elio“(…) Ho voluto accanto alcuni amici, presenti con i loro testi, nella prefazione, all’inizio delle sezioni e alla fine di quest’opera; l’interno del libro rimane appositamente senza parole poiché il silenzio della montagna e dei suoi boschi è un tacere composto dai suoni e dai rumori della natura stessa.”

Elio Scarciglia

 

“(…) Saremmo quasi indotti a credere di essere stanchi della complessità del nostro tempo, dei ghirigori sconfinati degli hinterland, delle province di calcestruzzi e plastiche e laminati. E proprio nessuno potrebbe darci torto. Ma non è ciò che Elio Scarciglia ci ha detto. in questi cortilli come nelle pietre squadrate dei muri, nelle rare grottesche, nell’intervallo tra radure e boschi, tra sorgenti e alvei, c’è il segno di saperi tanto ribaditi quanto quelli apparentemente lievi e lirici degli elementi. Tra aria e acqua, tra pietra e luce, senza possibilità di equivoci, ci sono erudizione, eredità e tecnica. Esattamente come nella camera oscura che le ha fatte rivivere”.

dalla prefazione di Marco Conti

 

Eredità

(…) noi siamo a valle

sedimenti del tempo  soffi di voce

i tetti vibrano appena

all’ombra di chiome rosse

(ma noi abbiamo il potere

di riscaldare l’aria con l’amore

fino a calor bianco)

e questa luce

che sommerge d’ipercromia

e il nitore di neve sulle cime

fremito d’angeli nascosti

mentre gli alberi tengono il conto dei giorni

ecco un oggi-frutto  un domani-gemma

i tanti ieri-foglie cadute

 

(le nervature replicheranno in terra

Il loro stampo invisibile)

 

mentre arrossa la montagna

batte il cuore del mondo

l’aria schiumeggia  nel torrente

sembra dipinta

Annamaria Ferramosca