Un cammino di libertà. Alcune riflessioni su “Benedetti da Parker” di Alessandro Agostinelli Cairo 2017

“Non l’Uomo ma gli esseri umani abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra.”

(H. Arendt, “La vita della mente”, Il Mulino 1987)

La letteratura del Novecento ci ha aperto vie praticabili, cammini di libertà fino ad allora impensati.

Il libro di Alessandro Agostinelli già nel titolo “Benedetti da Parker” (2017, Cairo editore Milano) è un libro denso e ricco di sfumature di significato. La densità è rappresentata dall’ossatura plurale del testo. Per quanto questo sia un romanzo, per grado di scrittura, giacché, credo si possa dire che la traccia eminente è nel ‘racconto’ che dissolve il suo oggetto – il plot della narrazione, in una verità prospettica. Meglio ancora pluriprospettica. Infatti è una storia della musica moderna, così come il recente “ M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati è un romanzo che narra un pezzo di storia, politica e culturale, del nostro paese affidandosi alla fantasia soltanto in parte, poiché è nella storiografia che il neoromanzo mette radici. Nel libro di Agostinelli l’intreccio dei saperi è – per quanto esteso, complesso ed articolato, ben disciolto nella trama testuale.

Il testo parla di una realtà storica e biografica. La vita di un ragazzo di nome Dino Alipio Benedetti nato ad  Ogden New Town nel 1922 che dopo gli studi è incerto se giocare a basket o studiare musica, un’anima tormentata poi persa nella droga e ammaliato dall’amore per una giovane attrice che per lavorare nel mondo del cinema le prova tutte per mettersi in mostra. Ma quella descritta è la nascita vera e propria della musica popolare (oggi colta) occidentale nata negli Stati Uniti in California, tra il 1940 e il 1945 mentre imperversava la Seconda Guerra Mondiale.

Gli americani spaventati da Pearl Harbour sono impegnati in guerra anche in Europa. Com’è ampiamente noto, dopo quell’attacco, gli statunitensi erano terrorizzati da un’ipotetica invasione giapponese. Il fratello Rick si “mise a vendere rifugi e case anti-bombe. Pazzesco!” (pag. 42) Col gruzzolo guadagnatosi comprò un locale coi fiocchi a Los Angeles dove si suonava tutta la notte.

Intanto Dean Benedetti conduce una vita spericolata tra un posto e l’altro dove si suona musica bebop, tira a campare con espedienti e con una vita randagia di strada ma nel frattempo registra le serate tra Los Angeles e New York con gli assoli, e le geniali improvvisazioni, del grande musicista Charlie Parker. La notorietà di questo genere musicale in seguito si deve anche a Sartre che proprio nel suo romanzo più importante La nausea dedica pagine indimenticabili ed appassionate a questa nuova musica, allora popolare nella Parigi dopo la seconda guerra.

In più “Benedetti da Parker” parla anche dello stretto rapporto culturale, sociale e psicologico tra Italia e Stati Uniti. Ed è attraverso da un’attenta ricostruzione, appunto, storica e storiografica che lascia emerge il disagio esistenziale di un uomo il quale nella musica trova il senso compiuto della propria esistenza. C’è l’inizio dell’uso dell’eroina in America negli anni Quaranta che è anche un tentativo, un modo di mostrare il disagio, la scomodità dell’arte che, per quanto celebrata, è sempre in contraddizione col tempo presente nelle società di massa. Il mondo del Giorno e dell’azione non la giustifica poiché essa nasce dalle lacerazioni della Notte e dall’inazione.

Tuttavia c’è subito da dire che se Dean non fosse venuto in Italia a Torre del Lago, nella patria di Puccini che non amava particolarmente, per raggiungere i suoi sarebbe finito in carcere per possesso e uso di stupefacenti in California. Il padre e la madre invece erano ritornati per godersi la pensione americana nella terra dei loro avi.

Il suo genio e il suo intuito eccezionale verrà compreso solo quando si scopriranno le registrazioni di Charlie Parker ad opera sua dopo la morte a soli 34 anni. Gli assoli del grande musicista sarebbero andati persi senza questa testimonianza. E quelle registrazioni sono state capitali. La cultura è una riflessione lucida e austera sulla storia o sulla vita per questo l’esposizione rigorosa – dal punto di vista storico, storiografico e di ricerca e lo stile narrativo frizzante, leggero ma anche profondo e giustamente spietato espone la tragedia esistenziale di Dean Benedetti dal punto di vista autobiografico permettendo di evitare insulsi moralismi. Il bel libro di Agostinelli non stempera questa tragedia di genio e follia, per dirla alla Jaspers – mostrando la nascita del bebop piuttosto svela, implicitamente, un ritardo – culturale e musicale, in quel periodo storico nel nostro paese che ascoltava ancora le canzoncine di Carosone.

Ora bisogna notare che sin dal titolo siamo in presenza di un sintagma che richiede un’analisi attenta per la ‘densità semantica’ del significato. Da un lato Benedetti è il cognome di emigrati lucchesi oltreoceano; il nome anagrafico di Dean, come ho già detto, è Dino Alipio Benedetti. Il quale, forse sin dall’inizio del testo – ma da un certo punto in avanti sicuramente, coincide anche con l’«io scrivente».

Quindi sarebbe un’autobiografia inventata. Poiché colui che narra la storia è un fantasma ciò vuol dire che è un genere di fanta-biografia? Cioè una biografia immaginaria. Questa affermazione potrebbe essere superficiale per vari motivi.

Il titolo rimanda anche all’atto con cui si benedice, con cui cioè si formula, anche implicitamente, un augurio di bene, oppure s’invoca la protezione celeste, religiosa o metafisica su una più persone. E leggendolo si scopre che questa paradossalità si dissolve, in parte, al suo interno. Per un verso si accerta che si tratta di due sostantivi. Nondimeno il senso del libro, la pluralità dei significati insiti nel titolo rimangono inalterati perché la musica è una benedizione per l’uomo. Si può ricordare a questo proposito che alcuni biografi di San Gregorio Magno raccontano che la sua conversione al cristianesimo avvenne un giorno passeggiando per Roma allorché, attratto dalle voci che uscivano dalle catacombe come un invito scendere le scale, venne avvolto dal canto dei cristiani ai quali si unì per sempre.

Pertanto, il doppio senso, o il senso raddoppiato del titolo allora, come dice Derrida, rimane aperto, contraddittorio, molteplice, disseminato nel senso. Quel doppio senso, quella pluralità semantica del libro di Agostinelli è un pregio che pone l’interrogativo intrinseco del significato esistenziale, del significato ultimo della vita, senza porvi una risposta poiché il compito della letteratura, posto che ne esista uno, è interrogarsi. E l’interrogativo che il romanzo pone è radicale, l’arte o la morte. L’arte come senso e significato della morte.

Infatti si può dire che Agostinelli contribuisca a dare nuova linfa al racconto filosofico. Il racconto filosofico non si avvale di un sistema di valori. Esso ha come orizzonte lo scopo, appunto, di narrare concetti e problemi filosofici. All’inizio, anzi da prima che cominci la narrazione della nascita del bebop c’è una voce del testo che ci mette al corrente, sulla pagina di sinistra del libro, che: “Questa è un’opera di finzione, ispirata liberamente ad alcuni fatti della vita di un musicista dimenticato”.

Ma perché questo dubbio? Ogni opera di finzione, tratta liberamente il proprio oggetto, perché precisarlo? Quale scrupolo guida questa precauzione?

In realtà anche se la storia è vera e Alessandro Agostinelli per molto tempo è stato sulle tracce di Dean Benedetti, questo musicista dimenticato, bisogna sottolineare che siamo in presenza della finzione, anche dicendo il vero, e senza essere nella contraddizione logica. La contraddizione infatti si dissolve perché verità e menzogna nella letteratura, nell’arte più in generale, si fondono insieme, dando vita ad una nuova verità, che non è verità o menzogna, ma una cosa nuova, diversa. E la diversità è costituita dalla coabitazione, su un altro piano, di verità e menzogna.

Si legge a pagina 143:

“Rise ancora e con l’occhio malizioso fece: «Vuoi la verità o la bugia?

Igilio si intromise e disse La verità.»

«Igilio, vai a fare gli spaghetti» poi rivolgendomi nuovamente a Silvia chiesi: «Che razza di domanda è?»

E lei insistette: «Vedi, Brubeck suona diritto. Sa già dove vuole andare a parare. Paul Desmond cerca di portarlo un attimo di là, ma alla fine si torna sempre sul posto. Per la maggioranza del pubblico loro suonano la verità. Mentre per i più puri del bebop loro suonano la bugia. A me non interessa né l’una né l’altra, cioè mi interessano tutte e due insieme. Io voglio la verità e la bugia. Voglio tutte le variazioni possibili, quelle non programmate. Voglio Bird che suona la verità e la bugia.» Dopo questa considerazione di marca tipicamente nietzschiana la narrazione continua il suo corso.

«Ehh, quanto la fai difficile» rispose, e si sfilò l’accappatoio restando nuda ancora per un attimo, prima di rimettersi il vestito.

Gli spaghetti erano pronti. Forse potevo provare a mangiare qualcosa anch’io.”

Ogni romanzo autentico è una visione, una prospettiva, spaccato di un mondo. Ed è anche un modo di riflettere per esprimere sia il mondo che ci circonda sia per rispondere ad uno stato d’animo o ad un concetto, a una storia intima o civile, provinciale o globale che ha le stigmate dell’emblematico. Ed è anche per questa ragione che il romanzo può considerarsi la forma di cultura più idonea alla rappresentazione dell’uomo ironico e democratico, come dice Richard Rorty in “Filosofia dopo la filosofia”. Perché è una scrittura aperta sul mondo e al medesimo tempo è scrittura del mondo, riduzione attendibile del mondano. La varietà di stili, di modelli, di forme e di modi di essere che arricchiscono la persona per approssimarsi all’altro, all’umanesimo dell’altro uomo, come lo denomina Levinas.

Il romanzo giallo oggi molto in voga va verso la verità. Qui invece si narra verità e menzogna, si narra la vita reale di un musicista dimenticato ma si dice che è finzione.

Siamo in presenza di un’arte particolare, inoltre, e c’è un’analogia con quel tipo di genialità che comprende la grandezza di un’arte o di un sapere per vicinanza. Questa è una storia di Jazz e del Jazz, del bebop nello specifico. Lo stile di vita è la droga. Vita dissoluta, benché ci sia l’amore travolgente per Beverly, un’attrice che sposa Dean per lasciare il marito. Ad un certo punto questo amore finisce. Intanto Dean ha incontrato Charles Parker che chiama Bird e dopo averlo incontrato tinge di nero il suo sassofono.

Si potrebbe dire semplicemente è un bel romanzo. Ma si farebbe torto a questo libro perché non è la bellezza che lo caratterizza e neanche il significato politico diretto come qualcuno ci ha letto tra le righe.

Il tratto particolarmente interessante di questo libro che lo rende un’esperienza particolare è ciò che potremmo denominare la salvezza dell’io scrivente. Perché attraverso questo libro Alessandro Agostinelli produce un meccanismo di difesa della letteratura per la letteratura.

 

© Marco G. Ciaurro

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

 

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

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