Guarracinismi tra antico e odierno

Di poche e minime cose ha bisogno per far poesia, Ernesto Ciorra: ha bisogno di incontri e presenze, anche occasionali, di familiari, amici e conoscenti, di sogni e bisogni, di ricordi e speranze. Una poesia esistenziale, dunque, fatta di attimi e dettagli: la vita come alimento e fonte di ispirazione primaria, nel cui teatro figure familiari essenziali stagliano e armonizzano la loro “domestica meraviglia” con molti altri (donne, uomini e perfino animali), componendo un universo via via più vasto in una rappresentazione con al suo centro la figura del poeta “mendicante d’amore” proteso ad incarnare un modello del tutto atipico, quello di “puer ingenuus” e insieme di manager illuminato, che all’interno del mondo del lavoro porta un’etica assolutamente diversa fatta di efficientismo e al tempo stesso di disposizione filantropica e altruistica. Il tutto su scenari paesaggistici quanto mai vasti e dai confini dilatati, luoghi dell’anima e della mente (Roma, Milano coi navigli, i laghi lombardi) ma anche luoghi dell’impegno e del lavoro (il fiordo norvegese di Hardanger, New York, San Francisco, Los Angeles, la Russia).

 

È così che Ciorra si riscatta dal grigiore e dalla ripetitività delle sue mansioni di imprenditore: attraverso la scrittura, condensata in un libro dal titolo emblematico, Il pane dei sogni ( NewPress, Como 2017), come esperienza di un atteggiamento etico, incurante di oscillare tra parlato e aulicità nell’elaborare un proprio peculiare modo di intendere i rapporti con gli altri.

Senza cioè rinunciare all’immediatezza e sincerità emozionale, nella messa in gioco di sé, di fronte al miracolo dell’esistenza, bella o amara che sia, allo stupore “per i colori  del tramonto, dell’alba e della vita”, e nello stesso tempo costruirsi intorno una comunità di spiriti fraterni, una sorta di “social catena”, da coinvolgere nell’”incendio” valoriale della propria vita al servizio della collettività (dal ruolo di Direttore Innovazione e Sostenibilità del Gruppo Enel).

Allineando una galleria di figure, tra le quali trovano spazio poeti (Sandro Penna, Alda Merini, Lorenzo Mullon), ma anche attori, dirigenti d’azienda, marginali e disperati, e soprattutto loro, la Madre, il Padre, la moglie Barbara, i Figli, tutti i perni insomma della sua vita: non manca, nemmeno Dio. Tutto all’insegna di un sentimento dichiarato con il candore di chi mira alla sostanza più che al galateo espressivo.

Accomiatandosi, in un ultima menzione di tutti i volti incontrati e delle grazie ricevute nel cammino, Ciorra ci congeda con un viatico e un’esortazione: “lascia che il pane dei sogni cada / per terra e che possa sfamare / la solitudine”. Una grande lezione, davvero.

 

 

*****

Canto senegalese a Lampedusa – “Mare mare /fammi passare //Il mare è aperto /come il deserto /quando è piatto /ci puoi camminare //Il mare cambia /come cambia il vento /ma è il terzo giorno /e non si vuole calmare // Mare mare mare /fammi passare //C’è un’isola – hanno detto – /in mezzo al mare /la luna ci vuole accompagnare //Luna luna /portami fortuna /terra terra /non m’ingannare //Mamma, oh mamma! /Il mare è grande /- tu me lo dicevi -/ma indietro non posso tornare //Mamma mamma /il mare è fondo /ma ora piglia sonno /c’è un’isola – hanno detto – in mezzo al mare /la luna è grande /e ci vuole accompagnare /piglia sonno e non mi pensare. //Mare mare fammi passare /indietro non posso tornare. //Indietro non posso tornare!” (Corrado Calabrò, Quinta dimensione, Mondadori 2018)

 

*****

Dal mare ai laghi – “DI LEGNO E DI CARTA” si intitola la mostra che si inaugura sabato 20 luglio al Museo della tornitura del legno, in via Vittorio Veneto, a Pettenasco (No), un paesino situato sulle rive del Lago d’Orta, un paradiso di azzurro e verde, dove si possono ammirare le opere delle artiste Sissi Sardone e Donatella Strada fino al 14 settembre. Nello spazio poi del Brunitoio, a Panizza di Ghiffa, una straordinaria mostra, curata da Vera Agosti, di Franco Rognoni, di cui mi piace ricordare una puntasecca dall’atmosfera viennese, dedicata a una figura misteriosa e maligna, una femme fatale, che ritroviamo in una poesia di Roberto Sanesi, Interacte.

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Advertisements

Guarracinismi tra antico e odierno

Ancora sul tema dei “migranti”…

Erri De Luca, in un libro non recente, del 2005, Solo andata (Feltrinelli), parte dal racconto in versi del viaggio di un gruppo di migranti (viaggio di “sola andata”) verso porti di un’improbabile salvezza, “lastricando di scheletri” il mare, “piedi in marcia” di una nuova civiltà, mettendo in scena la disperazione di una generazione che “si vergogna” per una umanità che sa far fiorire e prosperare solo il “seme di Caino”. L’autore, ben noto a apprezzato per i suoi romanzi (oltre che l’impegno civile), qui, in questo testo di intensa poesia, rivela una pietas davvero esemplare e commovente: quale altro messaggio dal libro, per identificarlo e definirlo, se non quella dell’”ape” che “succhia fiori di sassifraga” affiorante dallo “squaglio” primaverile dei ghiacci della Marmolada (in Miele 2003)? Come dire, che dal “gelo” dell’indifferenza pressoché generale è necessario cogliere anche un minimo segno di positività per non disperare.

 

Ma il mondo è una casa scossa / l’onda maestosa di ritorno / s’infrange schiumando / a piallare la costa / senza allerta / senza cognizione / si sposta l’orizzonte / verso miglia di caos / colpi nell’epicentro / saliti dalla marea / alle isole” (Renato Minore, Tsunami 2011, in O caro pensiero, Aragno editore 2019).

 

 

Più recentemente, Enrico Brambilla Arosio il problema, nel suo romanzo Parole migranti (Puntoacapo 2017), lo prende da lontano, in chiave prettamente letteraria, costruendo una sorta di allegoria che partendo da molto lontano (addirittura dal 1453, dalla caduta cioè dell’impero d’Oriente e dalla conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani), vede protagoniste le “parole” che vivono e migrano, più vitali e umane degli umani stessi, in un iter storico-linguistico, che  attraverso una irridente parabola lunga mezzo millennio, come una grande allegoria della umana peripezia, si avvia ad un presente sempre più piatto, degradato e disarticolato, condizionato com’è da involgarimenti e contaminazioni, sulla scena di una Babele di popoli e di voci, sotto il segno e la spinta di una irreversibile “globalizzazione” dagli esiti culturali e sociali tutt’altro che prevedibili. Questo, a conferma che la storia degli uomini si può leggere anche attraverso la storia della lingua, l’una e l’altra reciprocamente contagiandosi e influenzandosi, come in un infinito gioco enigmistico da dipanare con pazienza e accortezza, fermo restando che in essa a vincerla e a farla da padrone è il caso, l’anomalia, capace di generare angeli o mostri.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

“Migranti” è parola carica di molte suggestioni, giusta l’etimologia che la imparenta dall’accadico “misru”, con l’idea di “confine”, di LIMES, un aldiquà carico di impensabili risorse e conseguenze. Indica, migranti, le centinaia, migliaia di persone che, sfidando pericoli di ogni specie, quotidianamente tale confini li superano, per mettersi in viaggio, terra marique, per terra o per mare, per cercare di raggiungere più ospitali terre, Eldoradi di una vita migliore.

Oggi, in molti l’adoperano e non con identica intenzione, da Trump a papa Francesco, passando per i nostri muscolari “Statisti” di stagione.

Un problema sociale e umanitario, riportato alla ribalta proprio in questi giorni per via dell’impasse diplomatica che ha tenuto in allarme Governi e opinione pubblica internazionale, oggetto di un vile braccio di ferro tra i diversi governi europei incapaci di un accordo.

 

Eppure, molti si ostinano per ideologia o per ignoranza a non rendersi conto che da sempre “migrazione” vuol dire trapianto e innesto, oltre che di potenzialità lavorative, di cultura, di civiltà. Ma omnia migrant, tutto muta, teste Lucrezio.

 

*

 

Chi nacque prima / Morfeo o la morfina / il tè o la teina / caffè, caffeina / mucca o fettina? / Chi sole, chi luna / chi lupo o gallina? / Se queste son domande / chi è che le indovina? /../La parola più odiosa è odio / La più tenera, tenerezza / Subito dopo viene il difficile. / Ficodindia, armato fino ai denti, / è buono dentro. / E il fringuello sorvola / sulle scale segrete che ha in gola” (Ennio Cavalli, Chi nacque prima, in Se ero più alto facevo il poeta, La Nave di Teseo, 2019)

 

*

 

Tra i tanti che anche nella letteratura fortunatamente continuano ad occuparsi del problema “migranti” c’è l’amico Francesco Piscitello, che nella vita ha fatto molte cose, dal medico, al pubblicista, allo scrittore (ricordo, assieme alle poesie in dialetto milanese, “in vèna suturna”, uno straordinario ritratto di Giuda, nel dramma L’Apostolo traditore, 2015), sempre rivelando una non comune sensibilità civile e morale.

In particolare, nel poemetto Auschwitz di là dal mare (NS, Edizioni Nuove Scritture 2018), mette in scena attraverso le parole di una “vittima” condannata come tanti a “nutrire i pesci del mare”, quella che nella prefazione Angelo Gaccione definisce una “tragica, dolorosa, moderna Via Crucis”, che lascia il lettore “attonito, pietrificato” dinanzi all’orrore: per “non abbandonare all’atrofia i nostri neuroni specchio” dinanzi allo scempio che passa quotidianamente dinanzi ai nostri occhi e che porta i nostri governanti a respingere verso il deserto, verso l’Auschwitz di là dal mare, quelli che da noi chiedono solidarietà e si ritrovano in mezzo all’indifferenza e all’ostilità davvero disarmante di un mondo, il nostro, di “opulenti consumatori di futilità, di frivolezze”.

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

Comincio da qui non solo perché tutti lo additano come “il caso dell’anno”, come “un’opera rivelazione”.

Mi riferisco al libro di Giovanna Cristina Vivinetto Dolore minimo, edito da Interlinea, un libro che sfonda un tabù, quello della condizione transessuale, raccontata con serena compostezza e con la consapevolezza della fatica di una solitudine incompresa ma liberatoria. Segnato dalle stimmate di una “trasformazione dolorosa ed eroica”, come dice Dacia Maraini nella breve presentazione, il libro è la storia di una faticosa conquista di identità, il diario di un’attesa coronata da un approdo che, ripensato nell’oggi, meminisse iuvat: per chi quell’esperienza l’ha vissuta e per tutti gli altri.

*

Una finestra su Como: da via Trivulzio Belgioioso, uno dei balconi più incantevoli sulla città e sulla chiostra di montagne che la contorna. “Appare maestosa / la visione rosata / come un lontano / castello incantato / e attorno immenso l’orizzonte / fa corona al vuoto / spericolato paesaggio, / ripido pendio / per farti sentire / sulla vetta / un Dio”: è di Magda Azzi Fagetti questa “illuminazione” lirica, che si rivolge Al Monte Bolletto per benedirne la serena e protettiva urgenza sul lago, come “un lontano castello incantato”, custode di sogni e di sospiri. Dalla stessa finestra, in una notte d’estate, l’occhio si protende sulla città addormentata sotto lo sguardo sereno e protettivo della luna, in una rassicurante distanza che sembra tenere a bada ogni ansia della vita e del mondo: “Di là delle più alte / meno alte / verdi colline, / ferve turbinoso il mondo! / Di qua, come biancheggiante / mezza luna, / ridente e serena, / si adagia sull’acqua, / ovattata e protetta dall’ampio, / spumeggiante verde / abbraccio, / la mia Como”.

*

Sono testi dettati da un’urgenza pulsionale, versi nati non da una categoria astratta (l’idea che la lingua sia un organismo mummificato, cui obbedire), ma dalla consapevolezza che a dar loro sangue e corpo, a dar timbri e movenze inconfondibili, sia la storia dei parlanti, di cui l’autore si fa consapevolmente interprete: sto parlando delle poesie di Angelo Gaccione, autore di multiforme ingegno, che a molti ambiti s’è sempre applicato con generosità ed entusiasmo, e che ora affronta la sua lingua “materna”, il suo dialetto acrese, in questa raccolta significativamente intitolata Lingua Mater,  pubblicata nella Collana di poesia “I Fiori di Macabor” di Francavilla Marittima (Cosenza), per dar voce, in età “diversamente giovane”, a ciò che “gli ditta dentro” obbedendo a ritmi antichi, intraducibili e senza altri galatei espressivi se non i propri, per un’esigenza di testimonianza della verità delle parole e dei sentimenti più profondi, come mette in evidenza anche il poeta Dante Maffia nella sua introduzione. Testimonianza, ma non nostalgia: una dimensione attiva, orgogliosa e propositiva, di cui la sua lingua si fa veicolo, per plasmare (come dirlo altrimenti) figure e situazioni della sua terra e della sua storia, della sua Calabria cosentina, con la sua lingua fatta di impasti e contaminazioni, le più diverse, tante quante sono state le dominazioni che nel tempo l’hanno forgiata, come tutto il Sud del resto.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Tre inediti – Franco Antonio Canavesio

Schietti e sottili

© Martha Nieuwenhuijs

i muscoli danzanti

diverso l’incedere in sogno

senza meta

dal passo regolato del giorno.

Come sull’erba

anche tra le pietre

senza ostacoli, senza fatica

la discesa a rotta di collo.

 

Acqua verde, aria verde

con le piante, senza scarpe

i figli dei contadini

sognavano sui prati di marzo

anche di giorno.

 

Tra i figli della notte

io corro, a braccia larghe
senza sentiero, senza traccia.

Al risveglio stupisco

di tanta leggerezza

di tanto spazio.

Corro

*

Non dirmi se eri vera, chi tra le tante

tu che appari, nel sonno

quando l’occhio vede senza filtri

senza affanno.

Talvolta scavalco quel limite d’argento

riduco la distanza dal bordo

l’incontro è di luce col tuo corpo

e vera, alle dita e agli occhi

terrena e risorta, sei fatta di carne.

Le porte del tempo

 

*

Un inverno

di grigi stagnanti

le solite vetrine

cianfrusaglie da due soldi.

A costo zero

quattro passi rivamare

i gabbiani

confusi con le onde.

Nel dehor la primavera

già stampata sui cuscini,

dietro il vetro dei limoni

tu fiorita, al tavolino.

Bassa stagione

 

Franco Antonio Canavesio – mezzo veneziano e per l’altra metà sabaudo, ingegnere prestato alla poesia, ama l’arte figurativa, la musica e il canto. Ha ottenuto lusinghieri successi in numerosi Concorsi Nazionali di Poesia, tra cui due primi premi nel 2016 e 2018. Suoi versi compaiono in numerose antologie e sono ospitati regolarmente sul foglio di poesia torinese AmadoMio, curato da Luca Borrione e Marcello Croce. Fresco di stampa, l’ultimo volume, catalogo della Mostra L’anima Sognante, vede le sue poesie affiancate ai dipinti dell’artista Martha Nieuwenhuijs, un sodalizio consolidato sin dalla precedente pubblicazione Canti e Incanti, edita nel 2015.  Di prossima pubblicazione la sua raccolta intitolata  Il custode del giardino.

Daniela PERICONE, Distratte le mani, Coup d’idée, 2017

“Si attraversano così le pagine di questo libro, ci si muove negli spazi e nelle architetture di versi e di testi entro cui i fonemi si richiamano tra di loro, i concetti s’accampano per variazioni di suono e virate d’idee, e questo in presenza di una rattenuta tensione, di una prossimità vertiginosa (e, appunto, coraggiosa) alla fiamma e al magma, di una contiguità al pericolo e al precipizio. (…) Lontanissima dalle retoriche intorno al corpo o alla femminilità, così come da quelle confessionali e psicologistiche, la poetessa reggina continua una ricerca esigente con sé stessa e con il lettore, attenta ai valori della lingua e alla sua capacità pressoché inesauribile di generare senso, ma anche di farlo deflagrare (…)”.

dalla postfazione di Antonio Devicienti

 

 

La luna

è l’occhio del ciclone

al punto esatto di fusione

elianti trasmutati in asfodeli

esorbitano a sciami

scontornano

il candore di fiamma

che l’imbianca

lascivia di mille occhi

disumani che stringe a sé

strappando il primato al sole

– le onde di attrazione

stremano più del fuoco.

 

***

 

ora vado a sparire, vi lascio dire fare

parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi

stare, io per me non sono niente, né voi

siete niente niente per me – un treno

m’è caduto ai piedi, no sono io caduta

da un treno, io ho deragliato, ho tirato

su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro

giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori

fuori di me fuori

 

***

 

Cammini quieto ai ritorni

che portano in seno

una sola tristezza, di fiume

che vegli lontano. Ascolta,

non è strano che dicano inverni

dispersi nel buio i lampioni

le foglie – consola sostare al di qua

degli sguardi, e andare placati

e oscurarsi – a pochi è data fortuna

di uguali parole, un dono la neve

nel cupo dei suoni – breve carezza

che salda al silenzio per quanto

ne dolga l’assenza. Poi l’ombra oscilla

una mano da un luogo non dentro

non fuori – soffitto alle fughe

sempre lì dove in raffiche

piove un tepore se tremo

a un richiamo mio tuo.

 

Daniele Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria. Ha pubblicato “Passo di giaguaro”, Edizioni Il Gabbiano 2000, “Aria di ventura”, Book Editore 2005, “Il caso e la ragione”, Book Editore 2010, “L’inciampo”, L’arcolaio 2015 e “Distratte le mani”, Coup d’idée Edizioni 2017.  Cura eventi culturali, è autrice e interprete di letture sceniche, collabora con riviste di cultura e letteratura. Alcune sue poesie tratte da “L’inciampo” sono state tradotte in  romeno e pubblicate nella rivista “Poezia” di Iasi (Romania). Daniela Pericone è tra i 22 poeti pubblicati nel volume antologico “Lido” – poezie italiană contemporană, uscito nel 2018 presso Editura Eikon di Bucarest.

Amedeo ANELLI, Neve pensata, Mursia, 2017

“Con un grande flash della discrezione, fuori da ogni frequentazione dell’ostentato presenziare, Anelli dà fiato a questa sintesi: una visione in filigrana, dove la coralità dei saperi interagisce con i livelli possibili di lettura dei suoi testi. Viene data voce al silenzio e reso visibile un panorama dei colori, si prosciuga disegnando con matita bianca su cielo grigio, cantando con la voce del rigore una natura esposta come una rete ad asciugare al vento”.

Notturno

La neve turbina

nel buio.

E’ un ticchettio

che accarezza

le foglie.

 

Un bianco

che non illumina,

solo l’accoglie

dall’alto

una luce di lampione.

 

Ma il mondo terribile

è quaggiù

poltiglia e gelo

e sordo rumore

di un ramo

che si spezza.

 

Sotto il peso

la terra risponde

 

soffice neve

brezza e sotto ghiaccio.

 

Non tornerà più!

 

Un brivido corre

lungo la schiena.

 

Non tornerà più!

 

Ma la pena ci soccorre

costante raggio

 

sotto un faggio

spunta un ciuffo d’erba nera.

 

Dal 1915

(Kapsbergiana II)

Solo la neve sa custodire il silenzio

nella luce abbagliante

il grande bianco di sole e nebbia

taciute le mitragliatrici

e gli obici su questi costoni

in questi scavi in interiore homine

solo luce nebbia e silenzio

 

Solo la neve sa trattenere la pace ed il ricordo

ed i nutrimenti della terra viva di stagioni

e di corpi vivi di terrori e di affetti.

 

© Mario Greco

Amedeo Anelli è nato a Santo Stefano Lodigiano nel 1956 e vive a Codogno. Si occupa di poesia, filosofia e critica d’arte collaborando con artisti, centri culturali e istituzioni e organizzando mostre e altre manifestazioni. Ha pubblicato numerosi cataloghi, libri d’arte con artisti di fama internazionale, libri d’artista e opere di divulgazione. Ha fondato e dirige dal 1991 la rivista internazionale di poesia e filosofia Kamen’. Dal 2000 è membro del Corpo Accademico dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia e dal 2009 fa parte del comitato scientifico internazionale della rivista slovena “Poetikon”. I suoi scritti sono tradotti in russo, francese, svedese, tedesco, inglese, portoghese, sloveno e romeno.