Franco MANZONI – Un inedito

Turbamento di speranza    

 

ah com’è tristamaro

quando un tempo mi trovai

senza motivi o giuramenti

nella carne tua cruda carne

luce d’occhi fianchi seni

pronunciando risa aderenti

lungo la tangenziale fiaccolata

nominante abitazione intensa

linda ricompensa di stazione

partenza dorsale d’obiettivo

giacente inferno sulla lingua

dicevi senz’astio lenta

nel malessere dei secoli

“prendimi intera comprendimi”

chiedendo certa di danzare aperta

stretti sul posto sopra il mare

non dolendosi di vento e polvere

“saziatene più dell’abbastanza”

coi lividi del temporale sulle ciglia

sigillandomi le tempie in fine

per nostra cara uscita di stanza

resa arresa schiava figlia

di un dolce turbamento di speranza

 

© Inedito

 

Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, da oltre trent’anni è una firma del “Corriere della Sera”.

Ha pubblicato numerose sillogi poetiche tra cui Imperatore!, Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra del grito, Casa di passaggio, In fervida assenza.

Nel 2018 è uscita per l’editore Eikon di Bucarest l’antologia bilingue Înger de sânge/ Angelo di sangue. Del 2018 è anche il suo saggio critico “Femminea estasi – Sulla poetica di Gabriella Cinti” (Algra Editore).

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Fabrizio DALL’AGLIO – Un inedito

Il volo di Icaro

 

Voi non sapete cosa sia il sole

né l’aria che gli spinge la quadriga

né il fuoco che ne infiamma le narici

ai cavalli di Apollo, non sapete

che il cielo si spalanca su una sfera

dove la notte e il giorno si dileguano

e il tempo si racchiude in un istante

che non comincia e che non può finire.

Io lo conobbi nel mio solo volo,

quando sentii sciogliersi la cera

alle mie ali, e sentii che il vento

mi ruggiva alle spalle un freddo fuoco

e vidi il mare levarsi all’orizzonte

con un’unica onda, la suprema

che mi raccolse infine tra le spire.

Voi non sapete quale immensa gioia

fu il volo senza ali che concluse

il mio tragitto. No, non ci fu caduta,

salivo con il mare in cima al carro

e fui nel fuoco che ci dà la vita.

© Inedito

Fabrizio Dall’Aglio è nato a Reggio Emilia nel 1955. Tra le sue raccolte ricordiamo Quaderno per Caterina (1984), Versi del fronte immaginario (1987), La strage e altre poesie (2004), Hic et nunc – con una prefazione di Mario Luzi  (1999) – premio Montale e premio Ceppo Proposte, L’altra luna (2006) e Colori e altri colori (2014) – premio Camaiore. I suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Slovenia, e Romania. Attualmente è in corso di pubblicazione la raccolta Selected Poems, nella traduzione di Alessandro Gentili e Thomas MacCarthy, per Edizioni Gradiva di New York.

Giacomo PICCHI – Due inediti

La grandezza non conta

nell’algebra delle dimensioni.

 

Un granello accanto a un atomo

rallenta nell’introspezione

pendula vertigine scrosciante

traghetta colline di possesso

sconfinando tra lunghissimi passi

di fine sepoltura rotta

nei fossi segnati dal maggio

disteso nel suo eccesso.

 

Ticchettare è la passione

una goccia di sudore

una borsa ritagliata

a dipingere vetrine.

 

*

 

Sopra tavole di legno scartato

le tue orbite nel grembo

sono dolore modesto

nel vorticoso scorrere

di fardelli d’attenzione.

 

Gli angeli ti guardano arrembati

alla maiolica laccata – è uno specchio

che gronda gli interrogativi

una gocciola per volta.

 

Così è leggera questa spremitura

di creta sugli scudi

che un granello di polvere la crepa

se non lo devia

un caldo soffio di fiducia.

 

Ogni dubbio è un bruscolo

che volteggia nella luce

la vita è respirarne una manciata

mentre non ti accorgi

che anche la polvere

è solo aria macinata.

© Inediti

Giacomo Picchi è nato nel 1987 a Figline Valdarno (Firenze) e vive a Pavia.

Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

I suoi versi sono già stati pubblicati su riviste online e cartacee.

Lucia TRIOLO – Tre inediti

Un punto nelle parole

 

C’è un punto

nelle parole

riservato alla morte

uno scandalo fragile

silenzioso

che poche lingue conoscono

 

lì sfregiati

ci destammo

dissotterrammo

i corpi come ascia di guerra!

Un piede dopo l’altro

 

raccogliemmo

le cose

i soffi

le ore

 

ciò che mancava

si riempì

di noi

 

Sillaba

 

Io sono il mio primo libro

sono anche l’ultima utopia

in mezzo

non so

qualcosa di simile a una sillaba

che come un uccello

urtava la voce

contavo i granelli di

polvere che

mi davano vita

Non seppi mai (di)

essere madre né figlia

né carne

di una parola.

 

L’azzardo è nella metamorfosi.

 

I peccati

 

I peccati indossano calze

trasparenti e

parlano di freddo ai piedi

Credevo di averli raggiunti

agguantati per le caviglie
Sbagliavo
Mi ero imbattuta in gambe furiose
sui piedi di un’altra
in bilico tra falcate di peccati teneri
appena nati
incapaci di parole cocenti
I miei erano
senza più parole
a togliersi le calze roche
che indossavo ieri
mentre ti sposavi

mentre io

mentre

io

© Inediti

 © Lucia Triolo

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Il suo impegno come scrittrice di poesia è recente, ma intenso: ha al suo attivo diverse sillogi poetiche nel triennio 2016-18. “L’Oltre me” (G.A. Edizioni), “Il tempo dell’attesa” (Il Fiorino Edizioni), “Metafisiche rallentate” (Bibliotheka Edizioni 2018), “Dedica” (DraWup Edizioni 2019). “E dietro le spalle gli occhi” (La Ruota Edizioni, Febbraio 2018) le è valso il premio Amelia Rosselli al Premio Città di Conza della Campania 2018. Numerosi i riconoscimenti di rilievo. Alcune sue poesie – di cui una anche in traduzione spagnola- sono apparse nel Febbraio u.s. sulla rivista Atelier Web.

Eliza MACADAN – Tre inediti

mi metto a nudo

davanti alla Parola

così come lei mi ha fatta

mischiata tra maschere

veneziane che cercano

di liberarsi nell’orgia fissa

dell’anno

nuda aspetto la luce

nel buio per tornare

nel primo giardino

controllo bene

le serrature chiudo

e appendo la chiave

alla frequenza che guarisce

la catena di questo corpo

mi metto nuda e la Parola

basta a se stessa

 

***

 

la neve su in cima

alla montagna sparge tanfo

di sacro il ciliegio fiorito

bianco e timido per questa

ennesima nascita

una faccina sotto la foto

mi parla della tua

tristezza felice

e io annoto ogni battito

di ali nella stanza stanca

del cuore segreti non ci sono

più siamo nudi come siamo

arrivati eppure togliamo

uno a uno peccati passati

una mano tesa apre

le porte dell’Impero

mentre mangiamo pesci moltiplicati

da cinesi senza memoria

so che non solo di pane si vive

sai che prego lo spirito

che ci mandi la nuvola

sulle mani e l’ombra scende

di notte dal labirinto stellato

la finestra guarda un cielo

aperto dove nessuno

vuole entrare

mi metto in moto e vado

con sessanta minuti all’ora

verso la solitudine di domani

 

***

 

aprile è feroce

questa volta

non si trovano

mughetti a parigi

anche se mi capita

di passare di notte

vicino al ponte des invalides

per girovagare

in viuzze addormentate

che sobbalzano

a ogni paio di tacchi a spillo

giro la testa come una donna

biblica

ma nessuno punisce

la città non ancora

ci sono tanti sogni mischiati

a ideali che bastano da soli

per ridurre in cenere

un pianeta oh gente

malvagia che prendi aerei

per andare a vedere piangere

un’icona lascia cadere una lacrima

nel santuario vicino casa tua

ci sono mughetti a parigi

ma piangono di nascosto

© Inediti

Eliza Macadan (n. 1967) vive a Bucarest e scrive in romeno, francese e soprattutto in italiano. Le sue raccolte di poesia hanno ricevuto vari riconoscimenti in Romania, Francia e Italia (Premio Léon Gabriel Gros 2014 per “Au Nord de la Parole” e “Anestesia delle nevi” finalista dei premi Camaiore e Fabriano 2015 sono i più recenti). Le raccolte italiane sono: “Frammenti di spazio austero” (2001, 2018), “Paradiso riassunto” (2012), “Il cane borghese” (2013), “Anestesia delle nevi” (2015), “Passi passati” (2016), “Pioggia lontano” (2017), “Zamalek, solo andata” (2018).

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Affar vostro se non lo sapete

noi donne seguiamo da casa

il volo dei vostri sogni

e credito vi diamo

ci solleviamo in punta di piedi

per vedere meglio

se la vostra stoltezza arriva

fino ai pioppi

fa una sosta

s’innalza

diventa un palloncino appena un puntino

nel cielo sfatto

che sia sera o mattino

Abbiamo da fare

passare la bocca sopra le grinze

dei miseri affanni

stampare il vostro volto su ogni posata

sulle federe dei cuscini

perché s’è fatto troppo opaco

nei cuori formidabili che stanno a guardia

al cancello per contenere per respingere

la voglia di mollare tutto quanto

e di andare a rimbeccare in giro

che fatta la donna Dio poteva

passare lo straccio su Adamo

si sarebbe risparmiato parecchie grane

e le nostre querule bestemmie

come colori accesi rovesciati

sulle povere pietre immote e incoscienti

Ma sono belli gli uomini

e bello donarsi nell’estate

della rinuncia allegra

Affar vostro se la ritenete debolezza

e non istinto di natura

di cui prima o poi ci si pente

Sono lunghe le nostre storie

Sono lunghe le storie delle donne

più di quelle precipitose o sonnolente

dei figli dei fratelli dei padri degli amati

e quello che le frega sono le promesse

afferrate come nastri sciolti sulla via dei mulini

Lì agisce il vento forte

che pronto dà e tutto strappa tutto trascina

Ma siamo belle noi donne

come pezze di lino profumato

come pettirossi che scacciano temporali

come forma di bocche sulle ferite

come ultime braccia che vi stringono

pregando la morte di attendere

ancora qualche istante

 

***

 

Piantate i vulnerabili ardori

fitomorfici

le antiche piazze

sono aperte ai vostri e loro bisogni

magari sarà la volta buona

per fruttificare

portare gemme gelsi alberi novelli

Questa ragazza per esempio

ha bella chiave figurativa

circondata da foglie rossoviola

con labbra che mordono un peccatuccio

vecchio come il mondo

e riesce ancora a far di sé

un’opera d’arte a spiccare il volo

come un beccaccino

che si è scottato le zampe

appollaiandosi su un’anima gregaria

O malaccorto

Qui come si può bene intuire

si moltiplicano inaspettate reincarnazioni

in primo manierismo cinquecentesco

come del Bronzino del Pontorno

Qui c’è nello specchio dell’andare e venire

un lago profano

dove reverende madri traghettano preghiere

frante lacere commosse di sé

aggiuntive ai miracoli invocati

che si dice avvengano

sempre altrove

Chiunque può sussurrare al vicino

al compagno all’amante ritrovato

Ici

après la fin du monde

donne une lecture de mes yeux

sur une disparition

devenue la propriétaire

d’une liberté indépassable

L’aliénation

 

***

 

I padri indugiano sulla soglia

e al contrarsi della fronte

ogni parola d’addio recede

come sbaglio soppresso

e il respiro mozzo dei figli

che moltiplicano i passi

senza silenzio e senza stridore

trapiantano in essi una balbuzie di cuore

Le figure dei giovani rimpiccioliscono

enormi e leggeri

sembrano gli zaini

Hanno i segni spettrali

dell’età che macchia

i padri

pelle sempre più spessa

e tosse che assottiglia

frasi disposte a cerchio franto

e vento

vento di montagna tra le dita

nelle tasche del tempo

che forse non avanza

e un abbraccio infesta la memoria

di baci dati stretti stretti

in un nido di fierezza calda

e d’un orgoglio sgargiante

per l’ultimo nato

Hanno teste calve i padri

o zizzania di salgemma

e a Telemaco indicarono

con un tuffo di timore

il timone la stella guida il sestante

l’orizzonte in subitanea pacificazione

con una fiducia che ruttava

nella parentesi delle guance

Resteranno in una metropolitana

abbandonata

o a guardia di una stazione di servizio

ai confini del deserto quieto

i padri

Saranno visitati dalla nebbia

da una cicala sul felcione

dalla carie di un magone

che passa e che promette ritorno

E avranno inciampo di piede

uggiolìo di nostalgiche note

penseranno ai regali per Natale

alla cabina di una spiaggia

e a quella stella marina

semineranno i campi di pazienza

senza badare agli spurghi

che tappezzano l’eremo

di quel che s’approssima e distanzia

Ma eccoli là

ancora a fiorire

come cardi

© Inediti

             © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Lorenzo PATARO – Tre inediti

Caro diario,

oggi nella stanza stramazzavo

come corpo vivo cade senza motivo

gettato in semi ad attendere la fioritura

direttamente proporzionale

alle lacrime in procinto di versare

sparpagliato riversavo sulla battigia

bianca lievi pezzi di carne che poi

volavano via, rivestivano i pullover

al posto mio, creavo un altro

mondo dov’ero l’unico Dio.

 

Piano nella stanza oggi stramazzavo

senza motivo, al mio corpo

vivo ho fatto la quotidiana autopsia:

ho trovato negli organi

una strana forma di nostalgia.

 

*

 

In principio fu la condanna beata

del letto-grembo a tenerci lontani

dai cuori pulsanti senza corpi

sui marciapiedi, loro che attendevano

collegamenti terminali con le nostre vene.

Aveva l’odore buono del pane appena

sfornato il tepore amniotico delle coperte,

una goccia di saliva univa le ali disabituate

a gettarsi sui semi, il grano cresceva pari

passo ai tuoi capelli unti dall’asma.

 

In principio fu la condanna beata

dell’insonnia a tenerci vigili all’arrivo

della felicità, fu un ago nel cuscino

la scoperta che non eravamo noi

i dormienti scelti.

 

*

 

Scivola voluttuoso come burro

bagnato nelle orecchie

il morso ringhiante dell’attesa,

il cane prepara piano l’attacco alla notte

che non sa della sua morte nella pazienza,

un’ombra opaca lo guarda dal buco

d’un muro, non ha occhi né bocca:

è plasma di bava furiosa, racchiude il DNA

d’una felicità perduta.

©Inediti

© Lorenzo Pataro

Lorenzo Pataro è nato e vive in Calabria, in provincia di Cosenza, nel 1998. Studia Lettere Moderne a Salerno. Lo scorso giugno è stata pubblicata la sua prima silloge poetica per Controluna-edizioni di poesia, “Bruciare la sete”, con la prefazione di Eleonora Rimolo. Diversi testi sono usciti per riviste e Lit-blog come Atelier Poesia (uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro), Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero, Un posto di vacanza, La rosa in più.