Giacomo PICCHI – Due inediti

La grandezza non conta

nell’algebra delle dimensioni.

 

Un granello accanto a un atomo

rallenta nell’introspezione

pendula vertigine scrosciante

traghetta colline di possesso

sconfinando tra lunghissimi passi

di fine sepoltura rotta

nei fossi segnati dal maggio

disteso nel suo eccesso.

 

Ticchettare è la passione

una goccia di sudore

una borsa ritagliata

a dipingere vetrine.

 

*

 

Sopra tavole di legno scartato

le tue orbite nel grembo

sono dolore modesto

nel vorticoso scorrere

di fardelli d’attenzione.

 

Gli angeli ti guardano arrembati

alla maiolica laccata – è uno specchio

che gronda gli interrogativi

una gocciola per volta.

 

Così è leggera questa spremitura

di creta sugli scudi

che un granello di polvere la crepa

se non lo devia

un caldo soffio di fiducia.

 

Ogni dubbio è un bruscolo

che volteggia nella luce

la vita è respirarne una manciata

mentre non ti accorgi

che anche la polvere

è solo aria macinata.

© Inediti

Giacomo Picchi è nato nel 1987 a Figline Valdarno (Firenze) e vive a Pavia.

Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

I suoi versi sono già stati pubblicati su riviste online e cartacee.

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Lucia TRIOLO – Tre inediti

Un punto nelle parole

 

C’è un punto

nelle parole

riservato alla morte

uno scandalo fragile

silenzioso

che poche lingue conoscono

 

lì sfregiati

ci destammo

dissotterrammo

i corpi come ascia di guerra!

Un piede dopo l’altro

 

raccogliemmo

le cose

i soffi

le ore

 

ciò che mancava

si riempì

di noi

 

Sillaba

 

Io sono il mio primo libro

sono anche l’ultima utopia

in mezzo

non so

qualcosa di simile a una sillaba

che come un uccello

urtava la voce

contavo i granelli di

polvere che

mi davano vita

Non seppi mai (di)

essere madre né figlia

né carne

di una parola.

 

L’azzardo è nella metamorfosi.

 

I peccati

 

I peccati indossano calze

trasparenti e

parlano di freddo ai piedi

Credevo di averli raggiunti

agguantati per le caviglie
Sbagliavo
Mi ero imbattuta in gambe furiose
sui piedi di un’altra
in bilico tra falcate di peccati teneri
appena nati
incapaci di parole cocenti
I miei erano
senza più parole
a togliersi le calze roche
che indossavo ieri
mentre ti sposavi

mentre io

mentre

io

© Inediti

 © Lucia Triolo

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Il suo impegno come scrittrice di poesia è recente, ma intenso: ha al suo attivo diverse sillogi poetiche nel triennio 2016-18. “L’Oltre me” (G.A. Edizioni), “Il tempo dell’attesa” (Il Fiorino Edizioni), “Metafisiche rallentate” (Bibliotheka Edizioni 2018), “Dedica” (DraWup Edizioni 2019). “E dietro le spalle gli occhi” (La Ruota Edizioni, Febbraio 2018) le è valso il premio Amelia Rosselli al Premio Città di Conza della Campania 2018. Numerosi i riconoscimenti di rilievo. Alcune sue poesie – di cui una anche in traduzione spagnola- sono apparse nel Febbraio u.s. sulla rivista Atelier Web.

Eliza MACADAN – Tre inediti

mi metto a nudo

davanti alla Parola

così come lei mi ha fatta

mischiata tra maschere

veneziane che cercano

di liberarsi nell’orgia fissa

dell’anno

nuda aspetto la luce

nel buio per tornare

nel primo giardino

controllo bene

le serrature chiudo

e appendo la chiave

alla frequenza che guarisce

la catena di questo corpo

mi metto nuda e la Parola

basta a se stessa

 

***

 

la neve su in cima

alla montagna sparge tanfo

di sacro il ciliegio fiorito

bianco e timido per questa

ennesima nascita

una faccina sotto la foto

mi parla della tua

tristezza felice

e io annoto ogni battito

di ali nella stanza stanca

del cuore segreti non ci sono

più siamo nudi come siamo

arrivati eppure togliamo

uno a uno peccati passati

una mano tesa apre

le porte dell’Impero

mentre mangiamo pesci moltiplicati

da cinesi senza memoria

so che non solo di pane si vive

sai che prego lo spirito

che ci mandi la nuvola

sulle mani e l’ombra scende

di notte dal labirinto stellato

la finestra guarda un cielo

aperto dove nessuno

vuole entrare

mi metto in moto e vado

con sessanta minuti all’ora

verso la solitudine di domani

 

***

 

aprile è feroce

questa volta

non si trovano

mughetti a parigi

anche se mi capita

di passare di notte

vicino al ponte des invalides

per girovagare

in viuzze addormentate

che sobbalzano

a ogni paio di tacchi a spillo

giro la testa come una donna

biblica

ma nessuno punisce

la città non ancora

ci sono tanti sogni mischiati

a ideali che bastano da soli

per ridurre in cenere

un pianeta oh gente

malvagia che prendi aerei

per andare a vedere piangere

un’icona lascia cadere una lacrima

nel santuario vicino casa tua

ci sono mughetti a parigi

ma piangono di nascosto

© Inediti

Eliza Macadan (n. 1967) vive a Bucarest e scrive in romeno, francese e soprattutto in italiano. Le sue raccolte di poesia hanno ricevuto vari riconoscimenti in Romania, Francia e Italia (Premio Léon Gabriel Gros 2014 per “Au Nord de la Parole” e “Anestesia delle nevi” finalista dei premi Camaiore e Fabriano 2015 sono i più recenti). Le raccolte italiane sono: “Frammenti di spazio austero” (2001, 2018), “Paradiso riassunto” (2012), “Il cane borghese” (2013), “Anestesia delle nevi” (2015), “Passi passati” (2016), “Pioggia lontano” (2017), “Zamalek, solo andata” (2018).

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Affar vostro se non lo sapete

noi donne seguiamo da casa

il volo dei vostri sogni

e credito vi diamo

ci solleviamo in punta di piedi

per vedere meglio

se la vostra stoltezza arriva

fino ai pioppi

fa una sosta

s’innalza

diventa un palloncino appena un puntino

nel cielo sfatto

che sia sera o mattino

Abbiamo da fare

passare la bocca sopra le grinze

dei miseri affanni

stampare il vostro volto su ogni posata

sulle federe dei cuscini

perché s’è fatto troppo opaco

nei cuori formidabili che stanno a guardia

al cancello per contenere per respingere

la voglia di mollare tutto quanto

e di andare a rimbeccare in giro

che fatta la donna Dio poteva

passare lo straccio su Adamo

si sarebbe risparmiato parecchie grane

e le nostre querule bestemmie

come colori accesi rovesciati

sulle povere pietre immote e incoscienti

Ma sono belli gli uomini

e bello donarsi nell’estate

della rinuncia allegra

Affar vostro se la ritenete debolezza

e non istinto di natura

di cui prima o poi ci si pente

Sono lunghe le nostre storie

Sono lunghe le storie delle donne

più di quelle precipitose o sonnolente

dei figli dei fratelli dei padri degli amati

e quello che le frega sono le promesse

afferrate come nastri sciolti sulla via dei mulini

Lì agisce il vento forte

che pronto dà e tutto strappa tutto trascina

Ma siamo belle noi donne

come pezze di lino profumato

come pettirossi che scacciano temporali

come forma di bocche sulle ferite

come ultime braccia che vi stringono

pregando la morte di attendere

ancora qualche istante

 

***

 

Piantate i vulnerabili ardori

fitomorfici

le antiche piazze

sono aperte ai vostri e loro bisogni

magari sarà la volta buona

per fruttificare

portare gemme gelsi alberi novelli

Questa ragazza per esempio

ha bella chiave figurativa

circondata da foglie rossoviola

con labbra che mordono un peccatuccio

vecchio come il mondo

e riesce ancora a far di sé

un’opera d’arte a spiccare il volo

come un beccaccino

che si è scottato le zampe

appollaiandosi su un’anima gregaria

O malaccorto

Qui come si può bene intuire

si moltiplicano inaspettate reincarnazioni

in primo manierismo cinquecentesco

come del Bronzino del Pontorno

Qui c’è nello specchio dell’andare e venire

un lago profano

dove reverende madri traghettano preghiere

frante lacere commosse di sé

aggiuntive ai miracoli invocati

che si dice avvengano

sempre altrove

Chiunque può sussurrare al vicino

al compagno all’amante ritrovato

Ici

après la fin du monde

donne une lecture de mes yeux

sur une disparition

devenue la propriétaire

d’une liberté indépassable

L’aliénation

 

***

 

I padri indugiano sulla soglia

e al contrarsi della fronte

ogni parola d’addio recede

come sbaglio soppresso

e il respiro mozzo dei figli

che moltiplicano i passi

senza silenzio e senza stridore

trapiantano in essi una balbuzie di cuore

Le figure dei giovani rimpiccioliscono

enormi e leggeri

sembrano gli zaini

Hanno i segni spettrali

dell’età che macchia

i padri

pelle sempre più spessa

e tosse che assottiglia

frasi disposte a cerchio franto

e vento

vento di montagna tra le dita

nelle tasche del tempo

che forse non avanza

e un abbraccio infesta la memoria

di baci dati stretti stretti

in un nido di fierezza calda

e d’un orgoglio sgargiante

per l’ultimo nato

Hanno teste calve i padri

o zizzania di salgemma

e a Telemaco indicarono

con un tuffo di timore

il timone la stella guida il sestante

l’orizzonte in subitanea pacificazione

con una fiducia che ruttava

nella parentesi delle guance

Resteranno in una metropolitana

abbandonata

o a guardia di una stazione di servizio

ai confini del deserto quieto

i padri

Saranno visitati dalla nebbia

da una cicala sul felcione

dalla carie di un magone

che passa e che promette ritorno

E avranno inciampo di piede

uggiolìo di nostalgiche note

penseranno ai regali per Natale

alla cabina di una spiaggia

e a quella stella marina

semineranno i campi di pazienza

senza badare agli spurghi

che tappezzano l’eremo

di quel che s’approssima e distanzia

Ma eccoli là

ancora a fiorire

come cardi

© Inediti

             © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Lorenzo PATARO – Tre inediti

Caro diario,

oggi nella stanza stramazzavo

come corpo vivo cade senza motivo

gettato in semi ad attendere la fioritura

direttamente proporzionale

alle lacrime in procinto di versare

sparpagliato riversavo sulla battigia

bianca lievi pezzi di carne che poi

volavano via, rivestivano i pullover

al posto mio, creavo un altro

mondo dov’ero l’unico Dio.

 

Piano nella stanza oggi stramazzavo

senza motivo, al mio corpo

vivo ho fatto la quotidiana autopsia:

ho trovato negli organi

una strana forma di nostalgia.

 

*

 

In principio fu la condanna beata

del letto-grembo a tenerci lontani

dai cuori pulsanti senza corpi

sui marciapiedi, loro che attendevano

collegamenti terminali con le nostre vene.

Aveva l’odore buono del pane appena

sfornato il tepore amniotico delle coperte,

una goccia di saliva univa le ali disabituate

a gettarsi sui semi, il grano cresceva pari

passo ai tuoi capelli unti dall’asma.

 

In principio fu la condanna beata

dell’insonnia a tenerci vigili all’arrivo

della felicità, fu un ago nel cuscino

la scoperta che non eravamo noi

i dormienti scelti.

 

*

 

Scivola voluttuoso come burro

bagnato nelle orecchie

il morso ringhiante dell’attesa,

il cane prepara piano l’attacco alla notte

che non sa della sua morte nella pazienza,

un’ombra opaca lo guarda dal buco

d’un muro, non ha occhi né bocca:

è plasma di bava furiosa, racchiude il DNA

d’una felicità perduta.

©Inediti

© Lorenzo Pataro

Lorenzo Pataro è nato e vive in Calabria, in provincia di Cosenza, nel 1998. Studia Lettere Moderne a Salerno. Lo scorso giugno è stata pubblicata la sua prima silloge poetica per Controluna-edizioni di poesia, “Bruciare la sete”, con la prefazione di Eleonora Rimolo. Diversi testi sono usciti per riviste e Lit-blog come Atelier Poesia (uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro), Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero, Un posto di vacanza, La rosa in più.

Nicola ROMANO – Un inedito

SUI LENTI PASSI

 

Siamo rimasti chiusi

dentro un giardino pensile

tra le piante cresciute

a clorofilla e smog

e fu lì che sporgenti sui bastioni

dispiegavamo storie mai svelate

piccoli segreti quotidiani

noti soltanto

a qualche astro lontano

Sui lenti passi

ambrati di tramonto

affioravano antiche solitudini

nonchè rimpianti

da tirare fuori

dalle tasche interne d’un passato

impossibile – lo sai – da rimediare

Ma eravamo quel che siamo stati

su strade di pulviscoli e di sole

ed in quell’ora pensile sapremo

le cifre d’un curioso rendiconto

anche se noi saremo

in contumacia

© Inedito

Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite é risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia.

Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione in esperanto e su riviste spagnole, irlandesi e romene. Nel 1997 ha partecipato, su invito, ad incontri di poesia in Irlanda, con lettura di testi a Dublino, Belfast, Letterkenny e Londonderry. Nel 1984 l’Unicef ha adottato un suo testo come poesia ufficiale per una manifestazione sull’infanzia nel mondo svoltasi a Limone Piemonte. Con il circuito itinerante de “La Bellezza e la Rovina” ha partecipato a letture insieme a noti poeti italiani.

Tra le sue ricerche, particolare attenzione ha prestato ai poeti Vittorio Bodini, Raffaele Carrieri, Leonardo Sinisgalli, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto.

Attualmente dirige la collana di poesia dell’editrice palermitana “Spazio cultura”.

Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, l’ultima delle quali porta il titolo “D’un continuo trambusto” (Passigli editori, 2018) con la prefazione di Roberto Deidier.

Margherita RIMI – Due inediti

Per corrispondere:

alla vita
con la vita

alla morte
con la morte

 

Il corpo è un’ipotesi

nel mezzo

Un ciclo biologico

 

Una alternativa della lingua

 

l’eternità

 

la metafisica
del prima e dopo

 

*

 

Ci vuole un “nome”
per diventare un poeta

e anche un cognome

 

τον καί τον

(questo e quello)

 

Una lingua che non

basta

 

lo stretto delle pagine

un margine di idee

 

Lo scopo della musica

2015

© Inediti

                 © Dino Ignani

Margherita Rimi vive ad Agrigento. Neuropsichiatra infantile, svolge un’intensa attività di prima linea contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. È nella redazione di «Quaderni di Arenaria» e «FuoriAsse» e collabora ad altre riviste italiane. Tra le raccolte di versi, Per non inventarmi, pref. di Marilena Renda (Kepos, 2002); La cura degli assenti, pref. di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2007); Era farsi. Autoantologia 1974-2011, pref. di Daniela Marcheschi (Marsilio, 2012);  Nomi di cosa – Nomi di persona, risvolto di copertina di Amedeo Anelli (Marsilio, 2015). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, a cura di Daniela Marcheschi (Mursia, 2016); În corp de val, a cura di Eliza Macadan (Eikon, 2017); Mille anni di poesia religiosa italiana, a cura di Daniela Marcheschi (EDB, 2017). Sue poesie sono state inoltre  pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere tra queste «Poesia», «Il segnale», «Poezia. Revistă de cultură poetică», «Terres de femmes», «Exit»; Tra i premi ricevuti il Piersanti Mattarella (2017), e il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia. Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).