Armando Saveriano – Tre inediti

Se appartenessi a un mondo nascosto
tirerei per le code un vento musicista
che come felino mozzafiato
non smette di far tremare
Non sbufferei ai tuoi gesti elastici
anzi rivendicherei uno zoo
di testimonianze fuori della porta del bagno
nello sgabuzzino dove picchiavo
per trastullo il nonno impermalito
Ciascuno sceglie un posto dove tossire
piegare in 4 le figurine del Cuore Immacolato di Maria
differenziarsi soffiandosi il muco sui finocchi gratinati
complicherei le lungaggini per non
capirci più una mazza come diffondendo tra gli idioti
pagine strappate dal Demian e Siddharta
Sono flessibile licenzianda alla prima opportunità
slegata dalla vita con un bonus per due malattie
turista di questo o quell’orizzonte in prossimità
della comare secca sempre disponibile
a pernottarsi nel cervello con mezzi autonomi
e forse per qualcuno a lungo raggio
un po’ perversi
Se non fossi così cervellotica e oscura
sarebbe vendere biglietti a prezzo scontatissimo
e depravare il senso di parole in un cunnilinguo
fino a estate inoltrata senza pensare più
alle minacce della natura che se la ride e ci deride
Cianfrusaglio versi che nessuno trascriverà
pronto a pagar debiti nemmeno per farmi o
restituirmi un favore di circostanza
Mi diedero della outsider ed io timida ringraziai
ero allora finzione di una quacchera
che traduceva in norvegese Eudora Welty
sperando nella medaglia presidenziale della libertà
e facendo le mie buone distinzioni tra indisponenza
e cortesia Non ho soldi sfioriscono i seni
mi prenoto per la scompostezza della malinconia
Scosto la mascherina lavabile personalizzata
solo per succhiarlo a Ben Affleck da qui alla cinepresa
Mi sono regalata melanzane maioriane con la cioccolata
orecchini bizantini con tormaline e tanzaniti
La felicità però se n’è scappata fra i rami dell’acero grosso
e m’ha fregata

23 maggio 2020

*

Scolorita madre accondiscendente
addio
Addio pensieri sbalorditivi
passo rapido addio
frugalità di appetiti
adesso veglio su tirocinio
di accumulate solitudini
voglio avere orizzonti a frotte
e soggiogare bei ragazzi giocattolo
Squaderno qui sottolineature
del mio io scarabocchio
Avrei di che rimproverarmi
ma basta tormente sotto lampade incandescenti
pochi metri più avanti
avrò proporzioni più comode
sarò una di voi senza essere come voi
consideratemi una copertina patinata
mi riproduco con sveltezza
nonostante sia un po’ svogliata
per posa da tubercolotica intellettuale
con le flip ends quando riapre il parrucchiere
sono connessa per più intime ballate
con amici on line discuto di Polansky
Jurgen Habermas del dotto latino nel mondo
che fu
Riapro il cerchio chiuso
con sventata euforia
e se mi denaturalizzo pazienza
poco importa
Verranno giorni da ruggire
tempi privi di sobrietà
vascelli fantasma da armare
e il coraggio di tacere

24 maggio 2020

*

Sono goffo con i desideri
li avvolgo tra le dita
e nelle mani li sciupo
Per strada m’ingozzo di pesciolini fritti
e di luna crescente il dì di festa
Bisogna prendermi con il cucchiaino
perché ho certi pensieri
di quelli gloriosi
che mi spuntano come peli di dio ispido
incanutito dalle orecchie spesse e molli
come gnocchi di patate
Spesso faccio il marinaio
e discuto la rotta con Walcott*
gli dico Derek non trovo il sestante
tu sai leggere le stelle
oppure sono un pedone
sembro io o un altro
guardo in tralice i passanti
spio ogni deambulante
con un versetto di Rimbaud
a pattinare sulle papille gustative
O ancora sono un docente
di applicazioni tecniche
sdraiato sotto la scala dell’imbianchino
dalle ascelle umide
mentre faccio mente locale
al ricettario della Lucia
è finito nella credenza di zia Assunta
lì in mansarda
Sono un uomo come un altro
Io
io o un altro
ho qui un lucchetto
mi scrollo la giacca dai sogni
arati da sarà qualche annetto
Scopro una rassomiglianza con
un grosso torrone
con un cellulare di prima generazione
Allora stamani presento
il giovane Igor’ Bobyrev**
a mia nipote Ornella
pensate volevano chiamarla Azzurra
ha appena spento il fornello
su cui scaldava la frittedda***
Qualcosa accadrà fra di loro
Sono fiducioso
Lui è un bel ragazzo ucraino
lei gli sta parlando di Alejandra Pizarnik****
hanno il mondo nelle pupille
e si confodono nella luce bianca
come due petali bianchi
Sono partiti per una gita al Faro

29 maggio 2020

* poeta santaluciano, premio Nobel 1992
** poeta di lingua rusa, nato el 1985 a Doneck nell’Ucraina
Orientale
*** contorno sicilano a base di fave,carciofi, piselli e cipolle
**** poeta e tradutrice argentina

 

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Luca GILIOLI – Un inedito

la Confederazione Galattica

in omaggio a Harry Bates

è giunto il dì degli ultimi tumulti

umani: li forzeremo alla resa.

da secoli ostracizzano i virgulti

che parlan di pace e di nuova ascesa

e tra i loro discordanti singulti

lasceranno un’era già troppo estesa.

l’estinzione umana è perdita lieve:

magro lascito la Storia riceve.

©Luca Gilioli

 

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore. Le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Tiberio CRIVELLARO – Tre inediti

In silenzio mi ritirai

all’ombra di quel

supremo dolore.

 

Obliata da propano,

l’ineluttabile mi chiamò

a comporre versi nella

sabbia per Robinson

e Venerdì

 

*

 

Migliaia su migliaia

il vento e la sua scia

staffila acque, terre, monti

concimando naufraghe menti

sulle spiagge clonate dalla

silente morte, torba oscura.

This clonic eart che striscia

enuncia inutili preghiere.

E bye bye da la purple house

favorevole al non sense wordshed.

 

Vi sto bisbigliando, ancora,

ripetendo per l’ultima volta,

quanto l’Europa galleggi nei

suoi liquami, dai passati furti.

Accadiamo nel tempo che si apre

e chiude nelle soglie mobili

colpevoli di baratri e acquitrini.

Noi.

Va e viene l’ossigeno precario

tra i gas ottomani e quelli nei

cieli di Allah. Di quali armate

culturali ci siam serviti? Ora sof/

focati. La parola non conquista, in/

dietreggia ricattata dans cimetières,

dalle tante vittorie di Pirro.

 

Prostrati deliriamo benesseri,

piegati da motori grippati nel tempo.

reduci salvati spesso da fiere donne.

 

*

 

Osservo nella realtà dell’ancora

,/ che in superficie affonda nella

morsa acquea con l’istinto di neg

oziare ancora nel segno avveribil

e/. l’infernalità del punto forte d’

appoggio, giù nella profondità tra

sabbie e antichi resti umani dove

l’inganno è per sempre. E dunque,

nocchiero magistri, nell’avvistare

il diciottesimo verso, sappi nel

maestrale il Capitano è Mistral.

Lui che viene dal nord, comanda

Colore, Foresta, Marlin e Iena. E,

la rotta non è avvertibile se, nella

secca, ogni uncino non trova ap/

pigli per respirare. E qui, in apnea

chiudo la Dunhill per non oltrepass/

are il diciotttesimo verso……………..

© Tiberio Crivellaro

Tiberio Crivellaro è nato in provincia di Padova nel 1955. Nel 1991 pubblica la prima raccolta, Per lingue peregrino, (Calusca Edizioni), finalista al Premio Diego Valeri. Nel 1992, Improvvista tra tinte madrepore, Silloge Edizioni, Premio Medusa Aurea a Roma. Nel 1995, la raccolta Per alito frutto diventi, finalista al Premio Camposampiero. Con la raccolta Scomparsa delle lucciole, Book Editore, 1998 (con una nota di Roberto Sanesi), vince il Premio Il Ceppo D’Argento. Nel 2005, sempre con Book Editore (nota di Alberto Bertoni), Dialogo con il silenzio. La città dei necrologi, con sette acquerelli dell’artista Claudio Granaroli, nel 2007, presso Signum Edizioni d’Arte. Nel 2011, Senza perdere la tenerezza, con la prefazione di Sergio Zavoli e una nota di Vincenzo Guarracino, Manni Editore. Nel 2018, Luceafarul, prefazione di Giancarlo Ricci, New Press Edizioni, Como. Nel 2019, L’albero teoretico, CLEUP Edizioni, Padova. E’ presente in numerose antologie in Italia e all’estero e ha tenuto diverse conferenze e partecipato a numerosi convegni e congressi internazionali. Nel 2002 ha tenuto lezioni e letture presso la Mc Gill University di Montreal. Sempre a Montreal, nel 2003, è stata messa in scena la sua opera teatrale Blu di Prussia (un dialogo tra Thèo e Vincent Van Gogh). Collabora al quotidiano La Sicilia, al settimanale L’Altro Giornale Marche e alle riviste internazionali, Borromeo (dell’Università Kennedy di Buenos Aires) e alle argentine Cita en las diagonales, De Inconscientes. E’ anche autore di arte visiva.

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Ci si spegne il cervello
al pensiero di una piattaforma
di investimento emotivo
Più rassicurante
restare nomadi del caso o del capriccio
ignorando indicazioni di rischio
usando cosmetici per l’improntitudine
dei malesseri oscuri
Viaggiamo col limitato bagaglio
di percezioni distorte
di conclusioni psichedeliche
avvezzi a tradare * complici sentimenti
da poco e niente
estetizzando animi viscidi intrecciati
al gusto di una menzogna ormai digitale
Così i poeti contrabbandano
versi cianotici che assorbono ripetitività
riempiono i polmoni d’inchiostro inetto
si fanno multipli di scaramanzie
indisciplinate che hanno il fascino dell’assurdo
e l’effetto di una letale pozione nel cavo della mano
come soluzione alla viltà di non disperarsi
Accovacciati su un tappeto di pretesti
ci liberiamo dello spirito di lealtà
Le ali sono membranose
e lacere
all’aria cattiva che alimentiamo
e ci uccide

***

Da un ritaglio di carta
ricavò un gabbiano
o l’dea che di un gabbiano
potesse avere
L’uccello si divincolò
con un garrito
tra le sue mani
Il ragazzo lo lasciò andare
Va’ da lei
portale il mio messaggio
Il buio avanzava
come una vernice
implacabile
che cancellasse il quartiere
smozzicando lampioni
sbocconcellando
gli angoli delle case
arrampicandosi lungo i palazzi
somigliante a muffa mischia a nebbia
Se potessi imprestare i miei occhi alla notte
si disse in un sussurro solo mentale
la notte vedrebbe a giorno
e non avrebbe bisogno di morire
Accese una candela profumata
davanti a uno specchio insulso
e il lucore gli restituì
una stanza gerbida come la brughiera
I genitori barricati dentro il bagno
qualcosa che si dibatteva
contro il battiscopa di marmo
forse un grosso scarafaggio
una mano guantata
un ricordo dei terrori dell’infanzia
Aprì il libro di preghiere
e le scritte gli piovvero addosso
morbidamente
sui calzoni sopra le pantofole
Allora accostò alle labbra incollate
il bicchiere di vino
aveva un sapore di ruggine antica
una guasta dulcedine
Qualcuno piagnucolava
Tirò la serranda
Sapeva che qualcosa
scalava lentamente
la facciata
Sta’ calma bisbigliò il padre alla moglie
sta’ calma perdìo
ma quella versava lamenti
neanche se dallo squarcio di un coltello
Il ragazzo cercò a tentoni
una sedia
e se ne stette ad aspettare
L’orologio tremò
tazza piattino tintinnarono
Un’unghiata di consapevolezza
lo ferì alla nuca
Smettetela
gridò
Smettetela

***

Quella bizzarra estate
frustata dalle piogge
con le scarpe bucate
un impermeabile rubato
a una bancarella
e quel tuo scialle dalle tinte morenti
Quella indimenticabile estate
a Odessa
senza sapere una parola di russo
regolarmente ci si perdeva
La gente ci derideva
apertamente o sotto i baffi
Cercavamo il quartiere
della Moldajanka
con una Nikon
nostra unica ricchezza
oltre a una manciata di spiccioli
e ai racconti di Babel’ *
Avvicinammo impiegati stazzonati
allevatori meretrici risolute
ambigui affittuari
tutti marchiati dal sangue del massacro
Madonna 115.000 ebrei macellati
per primi vecchi e bambini
le donne stuprate giovani o malandate
che fossero
Occhi strappati e raccolti nei secchi
e grida di cui s’impossessava la tragedia
Di questo la città
perennemente sporca e dannata
l’incancellabile passato
ghigna e stride ad ogni angolo di via
Quando fummo fermati
a nulla valsero proteste documenti
suppliche
Siamo cittadini italiani
turisti
Montammo
no
ci fecero montare
ci spinsero su un camion
con altri derelitti
Erano armati
Quando scendemmo
ci fu concesso
di fotografare
la nostra morte
Io ti accarezzai i capelli
col pensiero

           © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Armando SAVERIANO – Inediti

Vigilavo il tuo pallido riposo
nelle tenere edere del buio
intimidita da una felicità
più grande di quanto possa accogliere
un cuore o un mondo sperduto
nel cosmo o le valve di un mitilo
o lo splendore di ali cangianti
delicate indistruttibili
Accostavi il viso al mio seno
e più volte ho temuto di poter morire
infinitesimale nell’immensità del bene
Desideravo fermare gli attimi
ripercorrerli daccapo e ancora accapo
e sparire nella cruna di quest’ago d’oro
nella meravigliosa trappola del bacio
Ma ridestati piano
c’è luce chiara intrecciata
alle labili dita della notte
che ormai sbadiglia
Voglio che ascolti il mare
lo sperone delle onde i suoi tanti sospiri
la griglia amniotica dei sussurri
l’attrazione della luna
la rara gemma d’un luccichio
E’ per me è per te
per noi due sole
sulla Terra verde e bigia
che non interferisce
Non c’è scampo per i nostri occhi
che s’abbeverano della pelle
regina dei destini delle fortune e gioie
e le bocche glorificano l’ombelico
della fiamma che ci scotta e ci rigenera
Abbiamo lasciato le vesti la palla
e un libro stinto sulla rena
e l’orma persistente della poesia
che va recuperata
cerasa da scambiarci bocca a bocca
nell’unico roseo polmone
di una flessibile sequenza ininterrotta
dica quel che dica Ulisse
voglia quel che voglia il cielo
a portata di tutto il desiderio
e oltre

 

*

 

Non vi meravigliate
quando mi vedrete
nudo
col più lieve dei sorrisi
direi impercettibile
libero
del malessere dell’essere
oh non vi meravigliate
Avrà senso solo per voi
fingere di piangermi
o piangermi per davvero
ostentare dignitosa indifferenza
odiarmi 
serbarmi anche per l’estremo atto
rancore
provare maligna soddisfazione
chiedervi perché
fregarvi i palmi delle mani
slacciare dalla gola
una imprevista tristezza
Io non sarò 
semplicemente non sarò
e assai presto
sarà per tutti
come se non fossi mai stato
Già cancellato a me stesso
nell’attimo supremo
senza cognizione di buio
di nulla
di eterno
Le passioni accese
le guerre personali
i turbamenti
le invidie
le infezioni dell’animo
non mi riguarderanno più
La Terra andrà alla sua deriva
e così il sole
La finitudine lo vuole
la finitudine
che solo una regola
stabilisce
e non impone
Non ne ha bisogno
Basta
sé stessa

 

*

 

E’ per ordine doloroso
dell’inclamato
che mi è stato posto
questo cilicio
corda grezza chiodi ricurvi
a mordere le fibre dell’essere
Non so liberarmene
è dura accettare simile castigo
So delle mie colpe
eccessivo mi pare il contrappasso
Non ci sono ore piccole
che diano requie
il sonno latra di sogni infettivi
ed al risveglio è peggio
d’esser stata sbattuta contro
gli scogli da altezze incalcolabili
Accenderò pia candela
a me stessa
chissà che non mi trasformi
in caritatevole morte
ovunque abbia posato il calcagno
qualunque pensiero abbia impastato
o clemenza urlato nel buco nero
che incombe e vortica
attirandomi
troppo lento per quel che bramo
finire
Finire finire
finire
Non mi riesce di stroncare
il fiato con un laccio
trangugiare tossine
fare il passo decisivo incontro
alla metro nella sotterranea
Voglio ancora vivere felice
di un’occasione di felicità
benché non sappia immaginare
cosa sia
ma dovrà pur essere
in qualcosa
ed è questo il peccato
che non si perdona lì nelle celesti dimore
a noi creature di fango e di delitto
Tutte pedine che un crudele gioco
schiaccia
per divertire chi mantiene
in equilibrio l’universo
La mia ricchezza è la mia malattia
che mi smembra e m’impaura
prigioniera d’un tristo despota
che per me decide
Chissà chi per me e a CHI
presentò il conto da pagare
a quanto pare perimetro
dell’intero muro del pianto
Non ho memoria delle mie cortecce
di perfidia e di quante anime dovrò
per forza avere dilaniato
per ottenere in cambio
simile incistato flagello
Perché l’umiliazione è tanta
ed io alimento la discarica
dove giaccio ed ho dimora
mentre intanto
forse
solo il vento ride
tetro
e mi sbeffeggia dileggiando
la mia vergogna e l’odio
per il martirio
che marchia e piglia
inconcepibile distanza
da refolo di pace

 

*

 

Non pretenderai
spero
di conoscermi
di improvvisarti speleologo
del mistero
che i miei occhi proteggono
e fanno trasparire
Ti affascinano infebbrano
gli echi interni
da Sibilla
mentre mi lusinghi
almeno credi tu
paragonandomi
a Venere anadiomene
di spuma e marmo
Non è che una tua tache poètique
Fossi un Delacroix
tireresti fuori il misticismo
della parola
terresti dietro ai tuoi 
vaneggiamenti onirici
ed io ti preferisco
a vagabondare per le strade
di Napoli Berlino Anversa
con gli appetiti insoddisfatti
e intatti
con la tua inconsapevole
joie de descendre
di degradarti
ogni volta che ti possiedo
e tu penetri mi impèni
ti consumi
vuoi fare di me fissa dimora
in nome del devozionale amore
che inebria confonde sconcerta
Invece io sono il transitorio
le fugitif non l’immuable
Ignori che altre mi abitano
Je est une autre
parlano al posto mio
ti toccano 
amabilmente deridono 
l’arroganza ingenua e perduta dell’Avere
Mi sento Erodiade
e tu cerchi Salomè
tra la folla disumana bruyante
di Constantin Guys
la gente convenzionale
anonima indisponente
che in me fa esplodere
l’intolleranza di fauci rosse
e artigli neri
Je travaille à me rendre Voyante
rammento Rimbaud
e anelo all’istante
privilegiato
fino allo spasimo
e forse sono sì
davvero Arte
se arte è incompletezza
inconnu
sempre più spesso
intransitività

© Armando Saveriano

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Giacomo PICCHI – Inediti

Alle Rocchette

 

Polpastrelli di schiuma massaggiano

le lunghe spalle sabbiose alle Rocchette

andirivieni sull’olio di raggi di sole.

Pugnace la canicola tra le ombre

sottende a una stanchezza strana

onda su onda tra spire di racchette

non qui è la testa che si arrende

al tardare di Settembre.

 

Falde di pianto

 

Così la terra riprese il suo grano

per tramandarlo a falde di pianto

arrugginito. Coltiva a fiori il tuo pezzo

di niente, e ripulisci da isotopi il mondo

nell’intero lascito dell’esperienza.

Dal fondo delle campagne odo un attimo

che si riveste di malta, la tomba dei diavoli

non ha coperchio e alle preghiere

si chiedono solo bugie.

 

Porto franco

 

Si allinea il dagherrotipo

del tuo viso al giro del pianeta

abitando i miei solfeggi allo scuro

rimetto coi secondi i nevi in cielo.

Dalla comoda trincea non brilla terra

e le pezze non riscaldano

ovunque è il tuo volto, sebbene lo perseguiti

nell’autunno di memoria ho un faro

acceso in fronte, non ruota

è una strada per il porto franco

d’approdo a nuove stagioni

di fuoco.

 

Sponde di sguardo

 

Sentivo in streaming il canto di sirena

per rimanere legato ai miei pianeti

alle loro rigogliose sponde di sguardo.

Come si incastra il Sahara in un trolley?

È stata una sfida ficcare in un beauty il Niagara

scrosciando per vecchie case di ringhiera.

I cortili non fanno rumore se presi

all’angolo, chiusi, ma la tua Itaca

è dappertutto sul raccordo di Bereguardo.

 

A San Giovanni

 

A San Giovanni si accalcano i merli,

fanno da ponte tra scorrere e cielo:

sul ciottolame si specchia malchiuso

uno spettacolo pirotecnico.

 

A San Giovanni d’un tratto comprendi

che nella volta un salice a scoppio

oscura gli astri, solo un secondo.

 

Ti accorgi che non vale il suo brillare:

galassie, stelle o fuochi artificiali,

quel che fa il cielo è il nero

ed io lo canto.

 

Giacomo Picchi è nato a Figline Valdarno (Firenze) nel 1987 e vive a Pavia. Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze, si occupa di Risorse Umane e ha lavorato in alcune importanti multinazionali. Appassionato di letteratura e poesia, le sue liriche sono apparse sull’Antologia del Premio Letterario “Ossi di Seppia” 2019, sulle Antologie “Bouquet” e sulla rivista Luogos, edite entrambe dall’Associazione Culturale Giglio Blu di Firenze, di cui è socio. Nel 2019 ha vinto il Premio J. Prevért con la silloge intitolata “Muri”, che sarà edita nel 2020 dalla Casa Editrice Montedit.

Luca GILIOLI – Un inedito

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate

partoriscono buio – che c’è nella culla?

furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:

destino di chi non s’avvede delle fate.

 

© Luca Gilioli

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Le sue raccolte poetiche: Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Luca Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Franco MANZONI – Un inedito

Turbamento di speranza    

 

ah com’è tristamaro

quando un tempo mi trovai

senza motivi o giuramenti

nella carne tua cruda carne

luce d’occhi fianchi seni

pronunciando risa aderenti

lungo la tangenziale fiaccolata

nominante abitazione intensa

linda ricompensa di stazione

partenza dorsale d’obiettivo

giacente inferno sulla lingua

dicevi senz’astio lenta

nel malessere dei secoli

“prendimi intera comprendimi”

chiedendo certa di danzare aperta

stretti sul posto sopra il mare

non dolendosi di vento e polvere

“saziatene più dell’abbastanza”

coi lividi del temporale sulle ciglia

sigillandomi le tempie in fine

per nostra cara uscita di stanza

resa arresa schiava figlia

di un dolce turbamento di speranza

 

© Inedito

 

Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, da oltre trent’anni è una firma del “Corriere della Sera”.

Ha pubblicato numerose sillogi poetiche tra cui Imperatore!, Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra del grito, Casa di passaggio, In fervida assenza.

Nel 2018 è uscita per l’editore Eikon di Bucarest l’antologia bilingue Înger de sânge/ Angelo di sangue. Del 2018 è anche il suo saggio critico “Femminea estasi – Sulla poetica di Gabriella Cinti” (Algra Editore).

Fabrizio DALL’AGLIO – Un inedito

Il volo di Icaro

 

Voi non sapete cosa sia il sole

né l’aria che gli spinge la quadriga

né il fuoco che ne infiamma le narici

ai cavalli di Apollo, non sapete

che il cielo si spalanca su una sfera

dove la notte e il giorno si dileguano

e il tempo si racchiude in un istante

che non comincia e che non può finire.

Io lo conobbi nel mio solo volo,

quando sentii sciogliersi la cera

alle mie ali, e sentii che il vento

mi ruggiva alle spalle un freddo fuoco

e vidi il mare levarsi all’orizzonte

con un’unica onda, la suprema

che mi raccolse infine tra le spire.

Voi non sapete quale immensa gioia

fu il volo senza ali che concluse

il mio tragitto. No, non ci fu caduta,

salivo con il mare in cima al carro

e fui nel fuoco che ci dà la vita.

© Inedito

Fabrizio Dall’Aglio è nato a Reggio Emilia nel 1955. Tra le sue raccolte ricordiamo Quaderno per Caterina (1984), Versi del fronte immaginario (1987), La strage e altre poesie (2004), Hic et nunc – con una prefazione di Mario Luzi  (1999) – premio Montale e premio Ceppo Proposte, L’altra luna (2006) e Colori e altri colori (2014) – premio Camaiore. I suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Slovenia, e Romania. Attualmente è in corso di pubblicazione la raccolta Selected Poems, nella traduzione di Alessandro Gentili e Thomas MacCarthy, per Edizioni Gradiva di New York.

Giacomo PICCHI – Due inediti

La grandezza non conta

nell’algebra delle dimensioni.

 

Un granello accanto a un atomo

rallenta nell’introspezione

pendula vertigine scrosciante

traghetta colline di possesso

sconfinando tra lunghissimi passi

di fine sepoltura rotta

nei fossi segnati dal maggio

disteso nel suo eccesso.

 

Ticchettare è la passione

una goccia di sudore

una borsa ritagliata

a dipingere vetrine.

 

*

 

Sopra tavole di legno scartato

le tue orbite nel grembo

sono dolore modesto

nel vorticoso scorrere

di fardelli d’attenzione.

 

Gli angeli ti guardano arrembati

alla maiolica laccata – è uno specchio

che gronda gli interrogativi

una gocciola per volta.

 

Così è leggera questa spremitura

di creta sugli scudi

che un granello di polvere la crepa

se non lo devia

un caldo soffio di fiducia.

 

Ogni dubbio è un bruscolo

che volteggia nella luce

la vita è respirarne una manciata

mentre non ti accorgi

che anche la polvere

è solo aria macinata.

© Inediti

Giacomo Picchi è nato nel 1987 a Figline Valdarno (Firenze) e vive a Pavia.

Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

I suoi versi sono già stati pubblicati su riviste online e cartacee.