Parham Shahrjerdi: Della morte alla letteratura

Nota al testo

I colloqui sull’opera di Maurice Blanchot (Quain, 22 settembre 1907, Parigi presso Le Mesnil-Saint-Denis, 20 febbraio 2003) dal titolo “La letteratura ancora una volta” si sono svolti alla Comédie di Ginevra nei giorni 17, 18, 19 e 20 maggio 2017. Sono stati promossi dall’Éditions Furor di Ginevra e dall’Association amis de Maurice Blanchot fondata a Parigi da Jacques Derrida e Monique Antelme intimi amici per molti anni del grande scrittore e filosofo francese come ricorda nel suo testo di presentazione del volume Christophe Bident, nell’intervento intitolato “Lontanto…” – edito per quell’occasione. (Poi ci sono stati interventi più densi e altri di minor rilievo come accade in queste circostanze.) Il saggio-racconto di Parham Sharhrjerdj che, qui presentiamo per la prima volta nella traduzione italiana, ad opera della scrittrice e critica Nori Fornasier (professoressa dell’Università di Pisa di Letteratura Francese e già traduttrice di Baudelaire, Marguerite Duras e altri autori) rappresenta, forse, il momento più alto momento tra le varie relazioni tenute in quell’occasione a proposito dell’opera filosofica e narrativa di Blanchot. Oltre ad attraversare finemente l’opera del grande scrittore francese, Sharhrjerdi, con una lettura-scrittura, critico-narrativa fornisce una testimonianza politica in difesa della letteratura, della poesia – per così dire di prima mano, contro il regime oppressivo e teocratico di Khomeyni nell’Iran degli anni ottanta del Novecento.

 

Marco Ciaurro

Lucca, 15 maggio 2019

 

 

Parham Shahrjerdi

Della morte alla letteratura

 

Se ti è successo qualcosa, come posso sopportare d’attendere di saperlo per non sopportarlo?

Se ti è successo qualcosa – anche se questo ti succede molto più tardi e molto dopo la mia scomparsa – perché non è insopportabile a partire da ora? Ed è vero, non lo sopporto affatto.

Maurice Blanchot

Ho una propensione a credere spesso che la morte è là, a portata della mia vita.

Marguerite Duras

 

Maurice Blanchot pubblica, nel 1993, un testo breve intitolato L’inquisizione ha distrutto la religione cattolica. Lo cito per cominciare:

 

“L’inquisizione ha distrutto la religione cattolica, nello stesso tempo in cui

si uccideva Giordano Bruno. La condanna a morte di Rushdie per il suo

libro distrugge la religione islamica. Resta la Bibbia, resta il giudaismo come il

rispetto altrui attraverso la scrittura stessa.

Scrivere, è, nella passività, tenersi già al di là della morte – una morte che stabilisce fuggitivamente una ricerca dell’Altro, un rapporto senza rapporto con gli altri.

Invito a casa mia Rushdie (nel Sud) Invito da me il discendente o il successore di Komeyni.

Sarò tra voi due, il Corano pure. Si pronuncerà. Venite.”[1]

 

Frase enigmatica, posizione non abituale, esamineremo questo invito. Da un lato, si tratta di un uomo di stato, rappresenta il terrore, la paura; da solo, incarna l’odio per la letteratura. Dall’altro, la letteratura esiste; la sua libertà è di dire tutto. In questo contesto Blanchot si vuole mediatore. Accompagnato da un libro, si situa al centro di questa faccenda, di questo conflitto. Persuaso che solo il libro può rendere giustizia, Blanchot dà la sua voce al libro.

È della morte che l’autore ci parla? È la letteratura che comincia? Entriamo in questo rapporto.

Innanzi tutto, il testo. È un breve appunto di circostanza. È rivolto a qualcuno. Ma a chi veramente? Ai nuovi inquisitori, in primo luogo a Komeyni? Si rivolge a noi. Non si rivolge a nessuno.

 

Giordano Bruno

 

Vale la pena di soffermarsi sulla scelta di questo nome. Si sa che Giordano Bruno continua i lavori di Copernico e Nicola Cusano, ch’egli sviluppa la teoria dell’eliocentrismo, e dimostra, in modo filosofico, la pertinenza di un universo infinito, che non ha centro, o che possiede una quantità di centri simili a quelli del nostro mondo. Lo studioso afferma così che esiste un’infinità di terre e di soli. Scrive che l’etere è infinito. [2]

Siamo condotti qui ad un pensiero antidogmatico che s’interessa all’assenza di un mondo centrato e alla virtualità degli spazi infiniti.

È comunque edificante constatare che il pensiero unico teme sempre l’alterità, si sente minacciato da un “racconto” o una “fiction” differente del mondo, privata del centro e dunque senza punti di riferimento. L’infinito, di cui parla Bruno, suppone una certa eterogeneità, un insieme di differenze che possono sembrare inammissibili. Il papa Clemente VIII impose a Bruno di sottomettersi; egli rifiuta. Il tribunale dell’Inquisizione pronuncia un giudizio. Il 17 febbraio 1600, in Campo dei Fiori Bruno è dato vivo alle fiamme davanti alla folla dei pellegrini. È nudo e, per perfezionare la crudeltà, gli è stata inchiodata la lingua con un pezzo di legno, per ridurlo al silenzio. Ridurre al silenzio. Ecco la legge essenziale di tutti coloro che si vogliono situati e piazzati al centro del mondo.

Così il breve testo di Blanchot è una messa in guardia contro la condanna a morte. E’ per questo che la religione cattolica ha perso (per sempre?) tutta la sua credibilità giustiziando Bruno. La religione islamica sta per commettere lo stesso errore. Essa ha deciso di uccidere un uomo a causa di un libro.

 

Quattro secoli più tardi, Bruno ritorna sotto le sembianze di Rushdie, nel momento in cui appare Khomeyni, che, sotto questo nome proprio, rappresenta un mondo apparentemente totalizzato.

 

Khomeyni

 

Negli anni settanta, durante l’esilio francese di Khomeini a Neauphle-le-Chateau, un comitato di sostegno composto da Foucault, Sartre, Beauvoir, è tentato da questa luce venuta da un altrove: dalla santità ( è l’idea di Foucault) di un uomo in ritiro. Blanchot non cade nel tranello. È sufficiente ricordarsi della posizione assunta a proposito di Gandhi per comprendere la sua esigenza; e per cogliere la sua difficoltà a riconoscersi nella supposta santità dell’uomo provvisoriamente lontano dai suoi.

“Hai sofferto per la conoscenza”? Ce lo chiede Nietzsche a patto che non fraintendiamo il significato della parola “sofferenza” La domanda è posta ne La Scrittura del disastro.[3] Essa non si è posta a coloro che non avranno sofferto nel loro desiderio d’identificare colui di cui parlavano, colui di cui volevano studiare le idee, gli impegni, perché costoro erano rimasti completamente al di fuori di ciò che succedeva e non potevano saltare la barriera della lingua, della cultura, della storia… Si sono così accontentati della loro “intuizione”. Hanno visto dunque nella persona di Khomeini un barlume di speranza in mezzo al deserto. Perché? Pe meglio combattere i loro nemici, come se il nemico del mio nemico fosse sempre mio amico. Hanno manovrato, adottando una semplicità scandalosa, nell’idea che qualcosa, una rivoluzione che tardava ad arrivare qui, accadesse laggiù, anche lontano, nel Medio-Oriente, per vedere a cosa rassomigliasse un mondo nuovo.

Il “sant’uomo” arriva dunque al potere. E immediatamente cominciano gli anni bui.

Una certa Rivoluzione conservatrice celebra la sua vittoria. Le istituzioni rivoluzionarie sono installate: tribunale della Rivoluzione, guardiani della Rivoluzione, guida suprema della Rivoluzione. La storia (ma quale storia?) ricorderà che sono state commesse centinaia di migliaia di esecuzioni sommarie: senza avvocato, senza difese, senza prove.

La censura è diventata onnipresente. Si malmenano i corpi, si rende obbligatorio il velo per le donne. Si effettuano “purghe” ovunque: nelle università, nelle scuole, le amministrazioni, i media. La creazione letteraria e l’edizione dei libri non sono risparmiate. Nessuna opera può essere pubblicata senza l’avallo dei censori. È in questo contesto che il libro di Rushdie appare. Nella sua fatwa, Khomeini si astiene dal nominare Rushdie. Rifiuta anche di riconoscere questo nome dell’accusato. Uccide il nome prima di comandare l’esecuzione. La procedura ci riconduce stranamente in quegli immensi cimiteri nascosti, là dove i morti senza sepoltura, senza pietra tombale, senza epitaffio alcuno, imputridiscono e si decompongono in un grande libro non scritto.

Più tardi, i successori della guida suprema ricorderanno che, secondo l’uso, la fatwa non può essere annullata. Così, l’enunciato (e anche quella scrittura – là) che è infamante, resterà immortale.

 

L’incontro

 

Ritorniamo al testo. Ci sarebbe dunque un incontro tra Rushdie e il discendente di Khomeini. Blanchot non dice che, al momento voluto, sarebbe arrivato preparato a quest’incontro improbabile.

Ipotizza anche la possibilità di essere assente, scomparso da molto tempo. Ma resta la Bibbia, resta il giudaismo che comanda il rispetto degli altri inscritto nelle scritture stesse. Blanchot dà fiducia alla scrittura, che è la sola presenza che conta: una presenza che non conosce il tempo (il tempo dell’assenza di tempo) che è anche la sola voce che parla, una voce senza “io” la voce di nessuno rivolta al mondo intero. Infine, in occasione di quest’appuntamento, tutti coloro che verranno sono invitati a tacere.

Regna il silenzio. Il Corano è un libro, un libro tra altri, che parlerà e si pronuncerà su questo conflitto, su questa faccenda di “distruzione”. Il querelante o il procuratore (Khomeini) dirà che l’Islam nel suo insieme è attaccato, deriso, desacralizzato. Ma Blanchot, non senza astuzia, forse, darà al Corano uno statuto libresco.

 

Da quel momento la domanda essenziale che ci viene posta è quella dell’autorità attribuita al libro di riferimento. Da dove viene quest’ autorità? Dalla scrittura stessa? Da un regime, un governo, uno stato, un imam, un clero, un papa, un giudice o da un presidente?

L’autorità non viene da nessuna parte. Ecco perché ognuno, in ogni organo, in ogni istituzione, sotto il nome di qualunque individuo, tenta di recuperare quel potere che non è uno. Perché questa autorità non sopporta il dominio. Suppone che il potere si abbandoni, che il suo senso reale sia quello “dell’ impotere” dal momento che si tratta di liberare, disimpegnare, aprire, caricare, emancipare. Il più centrista dei centristi, che occupa l’estremo centro, è sempre lì per imprigionare le parole. Rinchiude per gestire. Brucia, cancella, fa scomparire, per non affrontare. Strappa per non far nascere. Limita per evitare lo straripamento. Eccoci ben al centro, ma al centro di cosa?

 

Dove?

 

Nel Sud. Sicuramente a Èze, là dove Blanchot è diventato, poco a poco, dicono, la scrittura stessa. Uno spettro, un’ombra, un fantasma scritturale.

Nel 1933, Blanchot è alla viglia della sua scomparsa. Ci si ricorda della relazione che questo giovane uomo, venuto da un altro tempo, ha intrattenuto con la morte data dal nemico. Nell’estate del 1944, i fucili non hanno sparato, e la futura vittima ha capito che la paura della morte non ha lo stesso senso della morte stessa. Bisognava essere davanti alle armi, per sentire il terrore, ma anche una «leggerezza straordinaria» o “un’allegria sovrana” per riuscire a scoprire «l’incontro della morte e della morte». Lo scrittore non ha dimenticato la palla di fucile, la dolcezza di un gesto, la mano che si tende al momento di morire, la coscienza che la morte è a portata di mano.

A Èze dunque, tenersi in mezzo a loro, tra Rushdie e Khomeini, non è essere lì di persona, è interporre soprattutto un’opera, quella che ha dato la sua voce a Sade, per esempio, quando il critico faceva rinascere un’altra opera letta e citata.

Sade scrive in modo sconveniente: «A qualunque grado gli uomini ne rabbrividiscano, la filosofia deve dire tutto.» E Blanchot commenta: «Bisogna dire tutto; la libertà è la libertà di dire tutto.» E poi: «Questo movimento illimitato è la tentazione della ragione, il suo auspicio segreto, la sua follia.» Come Blanchot può prendere parte in questo conflitto aperto da questa fatwa? In altri termini, come può definire il suo posto, in questo movimento illimitato in cui la letteratura è coinvolta?

 

È lì che si pone la questione della responsabilità. Penso beninteso al testo che Blanchot consacra agli intellettuali e agli scrittori che sono sempre responsabili,[4] che non sono mai liberi in rapporto alle leggi che adottano, o a quelle che non riconoscono, o anche a quelle che sono i soli a riconoscere. In altri termini, lo scrittore non è mai “colpevole” né “condannabile”. Non subisce la legge, la respinge, l’annulla, è costantemente fuori dalla legge, ed è in questo fuori che trova la sua vera legge. Blanchot aveva appreso “a conoscere cos’era un giudice d’istruzione, i suoi privilegi, il suo impegno nell’ imporci la sua legge piuttosto che esserne il rappresentante”[5] . Nell’ufficio del giudice designato, alla domanda: “Si riconosce colpevole del delitto d’incitamento all’insubordinazione? ”, Blanchot rispondeva: “ Non solo non mi riconosco colpevole, ma dico che siete voi giudici, voi governi, che vi rendete colpevoli di un uso  abusivo e illecito delle parole tradimento e insubordinazione. ”[6]

 

Ma il testo, ritorniamoci, precisa: “ Invito a casa mia il discendente o successore di Khomeini.”

Blanchot non invita Komeini, ma il suo discendente o successore.

Perché? Forse perché è persuaso che il “ sant’uomo è troppo arrabbiato per accettare di andare a Eza? Come se avesse presagito che questo “faccenda” sarebbe durata nel tempo. Perché se Khomeini muore, reste la sua fatwa, cioè il suo giudizio; e, dopo tutto, la sua opera perdura. In effetti, a più riprese, le autorità hanno ricordato che la fatwa non può essere annullata e che essa resta eterna. Come se lo spettro della morte dovesse per sempre accompagnare il libro. E’ un’opera davanti a un’altra, o l’opera davanti alla morte. D’altronde Blanchot termina il suo testo lanciando quest’invito. Dice loro di venire, di venire eternamente, ed eternamente, essi non verranno.

 

Passato prossimo della mia morte

 

Mi piacerebbe introdurre qui una specie di scena originaria e tentare di mettere in prospettiva un evento biografico e un riferimento alla censura letteraria. Comincerò col raccontare l’episodio di una vita anteriore, là dove i gesti non avevano dei nomi precisi e dove le sensazioni di un bambino non avevano ancora parole permesse o proibite.

 

Vivevo in un’impasse (vicolo cieco). Lei è lì. Lei è sempre lì. Avevo cinque anni allora. Un giorno in fretta e furia siamo andati dalla nonna. Il mio zio viveva con i nonni. Possedeva molti libri. A quell’epoca imparavo l’alfabeto. Una gioia immensa mi sommergeva. Leggevo tutto: i pannelli, le vetrine, i manifesti, le immagini di marca, i nomi dei prodotti per stoviglie, etc.

Avevo anche cominciato a leggere i titoli dei libri di mio zio. Arrivati sul posto, mia madre raccoglie tutti i libri. Li getta in grossi sacchi.

 

I miei nonni vivevano in una casa circondata da un piccolo giardino. Per la prima volta della mia vita assistevo al seppellimento dei libri. Bisognava nascondere quei libri prima dell’arrivo dei guardiani della Rivoluzione. Un vicino aveva denunciato mio zio dicendo di averlo visto con dei libri “sospetti”. Dopo la sua convocazione al tribunale della Rivoluzione, una perquisizione era imminente. Sapevamo che era troppo rischioso nascondere i numerosi libri in casa. Dietro il giardino passava un piccolo fiume. Mi ricordo che siamo andati sul ponte, che abbiamo gettato grossi sacchi nell’acqua, che la corrente ha portato via tutto. Il giorno stesso i guardiani della Rivoluzione hanno fatto irruzione nella casa dei nonni. Muniti di sbarre di ferro, hanno scavato la terra, alla ricerca dei libri proibiti. Mio zio ha rischiato di essere giustiziato ma infine è stato salvato. Ma tutto è successo come se la sua vita, il suo pensiero, la sua lotta o la sua resistenza fossero finite quel giorno. È diventato un uomo qualunque. Un uomo che non detiene più libri proibiti. Un uomo conforme al modello sociale che non rappresenta più alcun pericolo.

 

Seconda scena

 

Dovevo avere sette o otto anni. Vivevo in Iran. Il postino sulla sua moto ci consegnava il giornale della sera. Incappai sull’avvenimento del giorno: si parlava di Satana, dei versetti, di uno scrittore che aveva osato “essere blasfemo” bestemmiare. Si insisteva sul libro, la cosa. L’oggetto di discussione era assente. Si trattava solo di un libro da non leggere e della storia di questo libro. Chiesi allora a qualcuno, di passaggio ad Amsterdam, di acquistare per me I versetti satanici, nella versione inglese. Rivedo la copertina blu notte. Vivevamo al terzo piano di un immobile. Una volta ricevuto, ho nascosto il libro proibito nell’armadio a muro, in una scatola, ricoperto di giornali.. Devo confessarlo: non è stata tanto la sua lettura a segnarmi, ero troppo giovane, non abbastanza recettivo al realismo magico dell’autore; no, ero toccato da altro, dal fatto di tenere in mano un libro sovversivo, esplosivo, fatto di negazione o di contestazione, che cominciava con ciò con cui comincia la letteratura. Mallarmé scrive: “la sola esplosione è un libro.”[7] Scoprii che bisognava fare esplodere tutto, distruggere tutto, cancellare tutto: leggi,  regole, frontiere, fatwa, religione, imam, stato, tutto affinchè uno spazio infine si liberi, tutto per non morire asfissiati o soffocati, perché, malgrado tutto, e in modo effimero, sorgesse la letteratura. Siamo (si è) davanti all’impossibile, che non è come in Levinas, l’opposto del possibile. Qui, si tratta di un’altra cosa, di un altro spazio, dove le leggi e la logica del mondo cessano giustamente di esistere. Scrivere, è forse la conquista di questo spazio ignoto, poiché l’uomo è “fuori luogo” nell’infinito dello spazio, poiché non gravita attorno a un centro fisso e fluttua là dove egli sfugge alle leggi terrestri e a quelle celesti. – L’ultimo uomo.

 

Ben inteso, né la versione originale, né nessuna traduzione erano disponibili. Nello stesso tempo, i giornali, la televisione, i rappresentanti del Terrore dicevano che bisognava odiare Rushdie, bruciarlo e sotterrarlo; e, nello stesso tempo, l’autore non era lì, né di persona né rappresentato dal suo libro; non c’era niente, c’era solo quest’invito ad annientare ciò che tutto il mondo non poteva che ignorare.

 

Testimonianza

 

Blanchot è qui un mediatore, ma anche un testimone. Questa scrittura e quest’autore (che non smette e non avrà mai smesso di scrivere) sono lì per testimoniare. Come un Proudhon, ma quand’anche non dovessimo mai vedere la seconda aurora della verità indeffettibile e dovessimo riconoscere come soli nostri dèi il Caso e la Necessità , noi avremo ancora da testimoniare, in coscienza, della nostra notte e dunque da protestare contro il destino con le nostre grida. Così, mi dico che il libro proibito resterà un libro, tra altri libri rari, che testimonia il nostro tempo. Testimonierà per tutti coloro che non hanno e non avranno mai un testimone.

 

Sono sempre in questa impasse. (anche: vicolo cieco) Là dove ho toccato questo libro in un’altra vita. Niente è cambiato. Il testo di Blanchot è sempre attuale. Con gravità, più gravità.

E’ già troppo tardi. Non c’è tempo per domani. Non c’è un me per domani. Non resterà niente di me per domani. Non ci sarà un me che scrive in un domani che non verrà mai. La letteratura non può attendere riforme o promesse. Il suo avvenire è un lampo, poi la notte.

 

Ora, ogni letteratura, nella misura in cui essa non avviene ora, in cui non si realizza ora, non sarà mai. La letteratura non può attendere, non può sperare, non può proiettarsi nell’avvenire. La letteratura è ora o mai. Qui e da nessun’altra parte. Chi renderà questo libro possibile?

 

[1] Maurice Blanchot, “L’inquisition a détruit la religion catholique”, in La Regle du jeu, n.10,1993

[2] Giordano Bruno, De l’infinito universo et Mundi [1584], Paris, Berg International, 1987, p. 86 (trad. fr. Bertrand Levergeois)

[3] Maurice Blanchot, L’Écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1984, p. 10

[4] Maurice Blanchot, “Les intellectuels sont toutjour responsables”, Combat, 26 juillet 1946, p. 2

[5] Maurice Blanchot, Pour l’amitié, Paris, Fourbis, 1996, p. 22

[6] Maurice Blanchot, Écrit politique 1953-1993, Paris, Gallimard, 2008, p. 86

[7] Stéphane Mallarmé, Œvres complètes, Paris, Gallimard, coll. «Bibliotèque de la Pléiade», 2003, t.II, p. 226

 

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

 

 

 

 

© Marco G. Ciaurro

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Giovanni IBELLO, Turbative siderali, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

Antonio NAZZARO, Appunti dal Venezuela 2017: vivere nelle proteste

“Questo libro non intende dare una corretta chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Venezuela, (…) vuole solo gridare e immortalare come fotografia, il dolore lacerante di chi assiste un malato terminale nell’attesa che avvenga un miracolo.”

dalla prefazione di Barbara Stizzoli                                                           

 

“02:00 p.m.

Un Paese intero da due anni in coda. La nascita del contrabbando, los bachaqueros che gestiscono la borsa nera del mangiare.

Qualcuno del Governo dice che le code sono positive perché permettono la socializzazione.

Non sono le sei, la luce del cielo è ancora addormentata come se non avesse aperto gli occhi. Ossessivo passo per il bagno e poi arrivo in cucina, come sempre riscaldo il caffè, mentre preparo quello fresco e accendo il computer. Momento solenne: apro la finestra. Voci irrompono, non si capisce bene cosa dicano, ma il tono e la violenza sono un crescendo. Sirene, arriva la polizia in tenuta anti sommossa.

Il Governo per risolvere il problema delle code vieta alla gente di accamparsi a notte fonda davanti all’entrata dei supermercati e altre misure tutte fino ad oggi finite nel nulla e già dimenticate.

Qui la memoria è un lusso perché distrae dal sopravvivere e si fa la coda.

 

09:00 p.m.

(…) Le ore d’attesa sono pacchi di farina di mais, riso, olio che spariscono in pochi minuti come la dignità.

Caracas in coda

come ti racconto quest’estetica

di code infinite come il tempo dove il marciapiede è tavola bagno e salotto

sotto un sole che imbianca il cielo mentre macchine e camioncini scorrono

spinti da moto suonanti

l’attesa di poter comprare il mangiare di sempre o rivenderlo in un

mercato nero che ha colori d’esercito e polizia

e queste bambine che hanno gli occhi dai sogni di fate e

una violenza che si muove nel ventre

e questi pantaloni corti che dal basso mi puntano

un buco nero grande come il cuore sulla fronte

l’estetica è una perdita d’umanità”

 

Antonio NAZZARO nasce a Torino nel 1963. Poeta, giornalista, traduttore e mediatore culturale. Nel 1982 vengono pubblicate le sue prime poesie in un’antologia. Si trasferisce in Messico dove si diploma come professore di lingua italiana per stranieri. Attualmente vive a Caracas. Nel 2008 diventa coordinatore del Centro Culturale Tina Modotti, ente non profit che promuove l’interscambio culturale italo-venezuelano. Nel 2013 ha scritto la prosa poetica “Odore a. Torino-Caracas senza ritorno”, libro bilingue italo-spagnolo. Ha varie collaborazioni con riviste cartacee e digitali in Italia e Venezuela.

Martina Germani Riccardi: Le cose possibili, InternoPoesia, 2016

Invito alla lettura

“Martina Germani Riccardi canta la sorpresa dell’essere, del sentire, dello stare insieme alle cose del mondo. La sua è una scrittura che genera, dove tra sbalzi e tuffi in profondità, ogni cosa diviene specchio dell’interno con l’esterno, del niente con il tutto, dell’universo con se stessa. Con grazia e leggerezza Martina ci porta alla continua ricerca della matrice, dell’attimo che tiene dentro tutto il tempo. E lo fa senza orpelli concettuali o filosofici, come un piccolo oracolo pop rock, con una voce contemporanea e fresca, che chiama la vita e mette a fuoco ogni dettaglio del giorno.  In questo canzoniere del bene c’è una sincerità senza veli, una semplicità mai macchiata dalla retorica, ogni trovata non è mai fine a se stessa, in ogni piccolo gioco batte il gioco grande della vita con le sue passioni e i suoi dolori, con le mancanze e le conquiste…”

dalla prefazione di Valerio Grutt

La nota biografica dell’autrice e una presentazione del progetto si trovano al seguente link:

https://www.produzionidalbasso.com/project/le-cose-possibili/

Le cose possibili

gli altri mi entrano ed escono dal cappuccio
senza riuscire a prendermi
senza trovarmi, mentre
sto correndo
forte, fino
a toccare acqua
per lasciar nuotare un biglietto
libero
che dice
io ti voglio
tra le cose possibili

*
madre nel senso di madre
se scrivo di te, non so che verbi usare.
li trovo e li perdo
mi trovo e mi prendo
la vita che mi hai dato.
tu continua a cercare
quello che stai cercando.
potremmo tornare solo quando
avrai fatto pace
*
ti ho persa cento volte.
con un dolore moltiplicato
che canta
nel silenzio.
e le risposte
mancate per sempre.
buttate nel mare che ci piaceva tanto
e tanto abbiamo cercato.
ti ho persa senza odio e senza
farlo apposta.
tu dici le circostanze
io dico le persone, dico
non mi assolvo mai.
vorrei le prove
le tracce
dell’amore, le molliche
del pane che abbiamo fatto
e fatto finire

Francesca SERRAGNOLI: Aprile di là, LietoColle, 2016

Sotto i miei occhi

sotto a un velo

di lana Istanbul

libera le strade come

lievi strisce d’acqua

trasportata da ogni scatto

suono, lamento

ero la luce bruciata

l’infinito spento di una vita

adagiato nel canale come una foglia

ero il pasto del Natale dei poveri

di me mangiavo il dono della vista

bevevo bottiglie di quasi notte

pieno il petto, l’aria in pezzi

come un insetto girato di schiena

osservavo il blu

lasciavo morire il movimento

e quelle luci i bottoni

aperti nel petto oscuro

toccavo quei muri

come un volto d’uomo

dalla rapida luce che si sdraia

nella notte, adesso.

E nessuno spegnerà il declino meraviglioso.

francesca

Francesca Serragnoli (Bologna, 1972) – è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha lavorato presso il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna fino al 2007.

Ha pubblicato le raccolte “Il fianco dove appoggiare un figlio” (Bologna, 2003, nuova edizione Raffaelli, 2012) e “Il rubino del martedì” (Raffaelli, 2010).

Collabora con il Centro Studi Sara Valesio. E’ perfezionanda presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

Marco CONTI: Le gazze

Venni svegliato prima del solito dai versi secchi e sgradevoli delle gazze. Dico al plurale perché intorno alla mia casa in quel periodo ce n’erano almeno otto. Ma quel mattino erano in due che volavano intorno ad un cedro e a un pruno, senza mai smettere di gracchiare. Aprii la porta, feci  qualche passo nel cortile e subito entrambi gli uccelli volarono più lontano. Rientrai  ed eccole nuovamente sui rami rossicci di un pruno che costeggia il viale d’ingresso. Erano agitate. Mentre bolliva il tè, tagliai a pezzetti un po’ di carne in scatola per la ciotola della gatta. Misi è piccola e agile. Ogni mattina quando mi alzo, mi segue passo a passo aspettando che le apra la porta. Io tergiverso un po’ con il cibo, ma so che, conclusa la mia toilette, si metterà a sedere accanto alla porta. Tutti i giorni a meno che sia in partenza. In quel caso Misi lo capisce già la sera prima quando preparo gli abiti. Ma quel giorno non ero in partenza. Aspettava pazientemente accoccolata a fianco dello stipite della porta che finissi di lavarmi.  Appena uscito dal bagno mi precedette e scivolando via come un’onda arrivò all’ingresso. Solo allora si voltò verso di me. Strizzai gli occhi come fanno i gatti perché è un segno di amicizia. La aprii. La gatta si fermò sullo stuoino, si fece le unghie, poi puntò la sua attenzione su un cespuglio fittissimo e verde che intreccia il bosso con l’edera. Stavo spalmando la seconda fetta di pane tostato quando sentii un crescendo di versi gutturali e paurosi. Le due gazze ora erano sopra il bosso. Si sarebbe detto che volessero attaccare la gatta che, però, ancora non vedevo. Un momento dopo Misi  spuntò dalla siepe e si avvitò nell’aria con le zampe anteriori protese per afferrare l’uccello più vicino. A vuoto.  Rientrai e il telefono cominciò a squillare.

Non ebbi il tempo di dire il mio nome. Disse subito il suo. Se mi ricordavo di lei non lo sapevo, ma ad ogni modo avevo in mente un viso e le parlai  immaginandomela così, gesti, sorrisi e naturalmente ciò che avevamo vissuto. Poca cosa, ma la voce rideva e io con lei. Guardavo dalla finestra la fronda del pruno e ascoltavo un racconto di cui ero il protagonista. Lei era stupita, davvero stupita, che sposandomi, dieci anni prima, non le avessi detto niente.

“Non dico che mi dovessi  invitare a nozze, che sarebbe stato troppo…”.  Lasciò in sospeso la frase. Ma non c’era ironia. Siccome avevo già divorziato, glielo dissi e lei per un attimo rimase in silenzio. Fu solo un attimo. Il tempo di vedere che sul ciglio del sentiero, nell’aiuola, un uccello senza coda si dibatteva lanciando grida di aiuto. Intanto, all’altro capo del telefono lei sembrava imbarazzata. Eravamo ad una impasse e il punto, da quel che intuivo, non era che io “avevo già divorziato”.

“E tu?”, chiesi con la voce allegra mentre le gazze gracchiavano intorno al loro piccolo. Una delle due si era sistemata sul ramo più basso, l’altra planava, distoglieva l’attenzione della gatta lanciandosi in voli radenti sempre più vicini.

“Ho avuto un figlio”, disse, e come se la cosa in realtà non avesse importanza, tornò sul punto e ripeté: “Sì, però avresti dovuto dirmelo”. Pensava al mio matrimonio. Io pensavo che stavo immaginandomi una ragazza e invece per forza di cose stavo parlando con una donna e neppure tanto giovane.

Una volta eravamo rimasti chiusi sul balcone della casa di una sua amica che aveva rotto la serratura. Il davanzale era separato dall’appartamento da una porta che aveva solo un lunotto di vetro in alto e dava sul retro di un edificio e su un condominio fitto di biancheria stesa, paraboliche, teli di plastica. Dall’altra parte della porta venivano grida selvagge di incoraggiamento e risate mentre l’amica provava e riprovava, trafficava con una chiave, poi con un cacciavite. Alla fine l’amica rinunciò. Gridò che avrebbe telefonato al fabbro. Poi non sentimmo più niente, salvo i saluti di qualche amico che lasciava la festa. Non avevamo granché da dirci. Finimmo insieme l’Aperol che mi ritrovavo in mano guardando i balconi del condominio. Non faceva freddo. Le proposi di indovinare chi abitava gli appartamenti secondo la biancheria e le suppellettili che si trovavano fuori. Mi guardò con le labbra leggermente socchiuse per lo stupore. “Dicevo solo così…”

Lori indietreggiò e si appoggiò alla balaustra. Aveva un vestito leggero tempestato di fiorellini rossi e marroni che le disegnavano il corpo fino alle ginocchia.

“Se per esempio prendi quelli lì sotto…”, e indicai due fila di magliette stinte coi colori di una squadra di calcio…Fece una smorfia.

“Hai dei begli occhi” le dissi.

“Li vuoi?”

L’amica arrivò solo un’ora dopo con un piedediporco arrugginito e fece saltare la serratura. Eravamo accucciati in un angolo e avevamo freddo. Lori mi rimproverava l’irruenza.

“Potevi essere più gentile”, aveva detto. Si gettò nelle braccia dell’amica, poi guardandomi sorrisero entrambe.  Uscimmo insieme la sera dopo, poi Lori non si fece vedere per più di una settimana. Quando ci incontrammo di nuovo quasi non la riconobbi.

“Non trovavi anche tu che fossero troppo strette?” Parlava delle sue labbra. La sua bocca  adesso era perfetta anche se risultava un po’ gonfia e sorridente senza volerlo. Aveva i capelli ramati e lisci e una luce negli occhi. Il suo cellulare squillava in continuazione. La sera dopo arrivai all’appuntamento in ritardo e Lori non c’era più. Non telefonò. Non la cercai.

“Quel balcone me lo sono sognato più di una volta” le dissi. Volevo ricordare con lei questa storia che, lì per lì, mi sembrava anche l’unica cosa piacevole del nostro breve incontro e gliela raccontai. Ma voleva sapere con chi mi ero sposato e perché mai l’avevo lasciata. “E poi non credo di essere mai stata con te su un balcone in casa di amici”, buttò lì.

Doveva essere un po’ sfasata.

La gatta non aveva ancora visto il piccolo caduto dal nido delle gazze. Oppure, se l’aveva visto, non era tanto vorace come credevo. Magari anche i gatti facevano deroghe all’istinto. Le gazze intanto erano scomparse. Soltanto il piccolo cercava di volare ma non si sollevava neppure di un centimetro. Caracollava come una barchetta di qua e di là . Spostandosi a casaccio era arrivato quasi sul vialetto di cemento e adesso girava su se stesso a forza di remare nella terra battendo velocemente i mozziconi delle ali.

“Senti – fece Lori – non è che siccome ti ho chiamato al telefono devi mettermi in imbarazzo con queste cose e inventarti anche il porno sul balcone”.

“Inventarmi cosa?”

“Senti , non so di che cazzo parli…”

“Poco prima di scomparire del tutto, prima dell’operazione” dissi quasi sottovoce con tutta la gentilezza che mi riusciva. Il silenzio all’altro capo si prolungò. “Non ho mai capito – disse Lori – perché dopo l’incidente in auto hai fatto finta che la nostra fosse la storia di una sera. Ti ho aspettato finché ho potuto, finché non ho visto quella piccoletta che parcheggiava tutte le sere la Citroen davanti al tuo cancello”.

“Lori…”

“Non mi hai mai chiamato così”.

Ci accordammo sul nome. Il suo non era Loredana, detta Lori. Il suo era Lorena e ci eravamo conosciuti quando lei faceva ancora l’autostop. Le avevo dato un passaggio e dopo averla lasciata sul marciapiede di casa, ci eravamo visti in birreria. Era un’altra storia, perlomeno fino al mio incidente.

Misi era ora salita sul bracciolo del divano accanto al telefono e si strusciava sul bordo della finestra aperta. Dissi a Lorena che dovevamo vederci.

Il piccolo della gazza era finito in una buca del prato. Sembrava disperato. Lorena voleva essere sicura che mi ricordassi di lei. Io avevo avuto un incidente d’auto e a sentire lei l’avevo lasciata subito dopo con la più totale indifferenza. Per quanto la storia fosse agli inizi, disse, non se lo aspettava. Ma secondo me aveva sbagliato persona. Dissi che dovevo salvare il piccolo di una gazza. Poteva lasciarmi il suo numero? Improvvisamente non sentii più la sua voce. Forse aveva capito che si era sbagliata o forse pensava che la storia della gazza fosse una scusa.

Chiusi la porta e la finestra di casa. Misi mi guardò con gli occhi sgranati mentre tenevo la gazza nel cavo della mano. La sollevai con cautela, le ali sbattevano furiosamente. Il becco era enorme, aperto e rosso. La posai su un intrico di rami. Magari da lì le gazze adulte potevano aiutarla.

Tratto da un libro di racconti brevi, di prossima uscita.

 

ContiMarco Conti – poeta e scrittore piemontese è autore di varie opere interamente dominate dall’interesse per la parola poetica, la tradizione narrativa orale e la critica letteraria.

Ha scritto i libri di poesia “La mano scrive il suono”( con 33 disegni originali di Martha Nieuwenhuijs), Pulcinoelefante, 2012 ;  “Sei variazioni assonanti” Cortocircuito,  Joker, 2008; “L’ospitalità dell’aria”, Campanotto, 1999; “Stellato chiaro”, Crocetti, 1986; ha pubblicato inoltre il poemetto “Via delle fabbriche” in  “Biella e il Biellese terra narrata”, Viennepierre Edizioni 2007;  e “Poesie” in Scarto Minimo, Panda, 1987. Ha tradotto dal francese la poesia di  Joyce Mansour  (“L’Eros Mansour”, prima traduzione italiana e introduzione all’opera, in Poesia, Crocetti, 1999) e  di Pierre Reverdy,  (“Questi giorni misteriosi”, introduzione e traduzione in  “La mosca di Milano” 2008).  

Nell’ambito della critica letteraria si è occupato di vari autori italiani e stranieri. Tra i più recenti: “Pennati: la poesia dell’immanenza”, La Clessidra, 2012; “L’immaginario e la materia, quattro emblemi nella poesia di Alfredo De Palchi”, La Clessidra, 2011; “Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto” in “Il clamoroso non incominciar neppure”, a cura di M. Masoero e G. Olivero, atti del convegno dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale, Centro Studi Gozzano Pavese, Edizioni dell’Orso, 2010; “Beckett sulla spiaggia”, in AA.VV. “Percorsi nell’opera di Samuel Beckett” a cura di S. Montalto, Joker 2009; “Amelia Rosselli: Il desiderio e la follia” in La Mosca di Milano, 2007; “L’eccesso del canto. Poesie sul vino e sull’ebbrezza dall’antica Grecia ad oggi” in collaborazione con Giancarla Savino (ed. fuori commercio), 2005.

Ha scritto inoltre sulla poesia di Milo De Angelis, Emanuel Carnevali, Lorenzo Calogero, Eugenio Montale, Éugene Guillevic. Suoi articoli di critica letteraria sono compresi nella bibliografia dell’antologia “La poesia italiana dal 1960 ad oggi” (a cura di Daniele Piccini, Rizzoli, 2005). Ha curato la raccolta delle liriche di Corrado Bianchetto Songia, “La chiave a scheletro”, Firenze Libri, 2007.

Poezie italiană contemporană – Alessandra PAGANARDI

   Voci din umbră

Alessandra Paganardi, născută la Milano în 1963, este autoarea mai multor volume de poezie, recunoscute și apreciate de critică. Enumerăm câteva dintre titlurile publicate: Tempo reale – 2008, Ospite che verrai – 2005, Frontiere apparenti – 2009. Poemele traduse ân limba română au fost selectate din cel mai recent volum, ”La pazienza dell’inverno”, Puntoacapo Editrice, 2013.

Alessandra Paganardi, născută la Milano în 1963, este autoarea mai multor volume de poezie, recunoscute și apreciate de critică. Enumerăm câteva dintre titlurile publicate: Tempo reale – 2008, Ospite che verrai – 2005, Frontiere apparenti – 2009.

I.

E un loc în mine

unde se scufundă toate cuvintele.

 

E un loc neted ca tăblițele

nescrise, rotund precum coloana

pe care lipeam desene pe calc

și mai adăugam unul puțin mai sus

cînd simțeam că crescusem.

 

În acest loc cald cuvintele

sunt imediat lucruri

îmi vorbesc cu lumina stinsă.

 

Roșul este chiar roșu

nu știu dacă e frumos, dar face zgomotul

învățătoarei cînd ne amuțea.

 

Negrul este neted și proaspăt

ca un cearșaf la primul somn

cînd pare că lumea fuge departe.

 

Sunt stăpânul unei case mari

unde lucrurile se nasc singure

doar cât le numești.

 

Nimeni nu va ști

că întunericul meu este muma lumii.

 

II.

 

E luni. Îmi strecor în mulțime

grația puțin nesigură de pinguin.

 

De mică îmbrățișam mapamondul

încredințam mâinilor unui atlas

brațele mele rămase ramuri tinere.

Mă strângeau calde între degete

mă duceau pe străzile lumii

și încă le mai regăsesc

cînd alunec în vagonul metroului

ca o marionetă drăguță.

 

Afară plouă. Mi se cedează locul.

 

Nu sunt reci străzile lumii.

 

IV.

 

Lumea e strâmtă când giganții ei

dispar și fug cu viteze ciudate.

 

Nu am furnicare în care să mă ascund

când scara rulantă se micșorează

sub picioarele mele cu treptele ei

amețitoare.

 

Îmi voi pune și eu cortul printre copaci

îmi voi schimba specia, voi trăi fără râs

și fără rău. Sau ca un pește roșu

voi privi di bolul unui acvariu –

miniatură de stele și dragoste.

 

Totul ar fi într-adevăr departe

iar cui mă salută prin geam i-aș spune

că lumea e mare – o mare minusculă.

 

Frontiere aparente

 

Vântul a cucerit tot.

Vânt de contrabandă, auzit din nou

în cer ros de stele

în praful amar de pe mâini.

Acel stor lăsat peste pereții

de mortar repeta frontiera.

Până și cărările se schimbă, se întind

mai încolo de muntele indiferent –

trupuri de femeie sfidează noaptea

ca să parieze pe soare.

 

Vânt tăcut – mâine

vor fi alte cărări.

Poemele traduse în limba română au fost selectate din cel mai recent volum, ”La pazienza dell’inverno”, Puntoacapo Editrice, 2013.

Poemele traduse în limba română au fost selectate din cel mai recent volum, ”La pazienza dell’inverno”, Puntoacapo Editrice, 2013