Giovanni IBELLO, Turbative siderali, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

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Antonio NAZZARO, Appunti dal Venezuela 2017: vivere nelle proteste

“Questo libro non intende dare una corretta chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Venezuela, (…) vuole solo gridare e immortalare come fotografia, il dolore lacerante di chi assiste un malato terminale nell’attesa che avvenga un miracolo.”

dalla prefazione di Barbara Stizzoli                                                           

 

“02:00 p.m.

Un Paese intero da due anni in coda. La nascita del contrabbando, los bachaqueros che gestiscono la borsa nera del mangiare.

Qualcuno del Governo dice che le code sono positive perché permettono la socializzazione.

Non sono le sei, la luce del cielo è ancora addormentata come se non avesse aperto gli occhi. Ossessivo passo per il bagno e poi arrivo in cucina, come sempre riscaldo il caffè, mentre preparo quello fresco e accendo il computer. Momento solenne: apro la finestra. Voci irrompono, non si capisce bene cosa dicano, ma il tono e la violenza sono un crescendo. Sirene, arriva la polizia in tenuta anti sommossa.

Il Governo per risolvere il problema delle code vieta alla gente di accamparsi a notte fonda davanti all’entrata dei supermercati e altre misure tutte fino ad oggi finite nel nulla e già dimenticate.

Qui la memoria è un lusso perché distrae dal sopravvivere e si fa la coda.

 

09:00 p.m.

(…) Le ore d’attesa sono pacchi di farina di mais, riso, olio che spariscono in pochi minuti come la dignità.

Caracas in coda

come ti racconto quest’estetica

di code infinite come il tempo dove il marciapiede è tavola bagno e salotto

sotto un sole che imbianca il cielo mentre macchine e camioncini scorrono

spinti da moto suonanti

l’attesa di poter comprare il mangiare di sempre o rivenderlo in un

mercato nero che ha colori d’esercito e polizia

e queste bambine che hanno gli occhi dai sogni di fate e

una violenza che si muove nel ventre

e questi pantaloni corti che dal basso mi puntano

un buco nero grande come il cuore sulla fronte

l’estetica è una perdita d’umanità”

 

Antonio NAZZARO nasce a Torino nel 1963. Poeta, giornalista, traduttore e mediatore culturale. Nel 1982 vengono pubblicate le sue prime poesie in un’antologia. Si trasferisce in Messico dove si diploma come professore di lingua italiana per stranieri. Attualmente vive a Caracas. Nel 2008 diventa coordinatore del Centro Culturale Tina Modotti, ente non profit che promuove l’interscambio culturale italo-venezuelano. Nel 2013 ha scritto la prosa poetica “Odore a. Torino-Caracas senza ritorno”, libro bilingue italo-spagnolo. Ha varie collaborazioni con riviste cartacee e digitali in Italia e Venezuela.

Martina Germani Riccardi: Le cose possibili, InternoPoesia, 2016

Invito alla lettura

“Martina Germani Riccardi canta la sorpresa dell’essere, del sentire, dello stare insieme alle cose del mondo. La sua è una scrittura che genera, dove tra sbalzi e tuffi in profondità, ogni cosa diviene specchio dell’interno con l’esterno, del niente con il tutto, dell’universo con se stessa. Con grazia e leggerezza Martina ci porta alla continua ricerca della matrice, dell’attimo che tiene dentro tutto il tempo. E lo fa senza orpelli concettuali o filosofici, come un piccolo oracolo pop rock, con una voce contemporanea e fresca, che chiama la vita e mette a fuoco ogni dettaglio del giorno.  In questo canzoniere del bene c’è una sincerità senza veli, una semplicità mai macchiata dalla retorica, ogni trovata non è mai fine a se stessa, in ogni piccolo gioco batte il gioco grande della vita con le sue passioni e i suoi dolori, con le mancanze e le conquiste…”

dalla prefazione di Valerio Grutt

La nota biografica dell’autrice e una presentazione del progetto si trovano al seguente link:

https://www.produzionidalbasso.com/project/le-cose-possibili/

Le cose possibili

gli altri mi entrano ed escono dal cappuccio
senza riuscire a prendermi
senza trovarmi, mentre
sto correndo
forte, fino
a toccare acqua
per lasciar nuotare un biglietto
libero
che dice
io ti voglio
tra le cose possibili

*
madre nel senso di madre
se scrivo di te, non so che verbi usare.
li trovo e li perdo
mi trovo e mi prendo
la vita che mi hai dato.
tu continua a cercare
quello che stai cercando.
potremmo tornare solo quando
avrai fatto pace
*
ti ho persa cento volte.
con un dolore moltiplicato
che canta
nel silenzio.
e le risposte
mancate per sempre.
buttate nel mare che ci piaceva tanto
e tanto abbiamo cercato.
ti ho persa senza odio e senza
farlo apposta.
tu dici le circostanze
io dico le persone, dico
non mi assolvo mai.
vorrei le prove
le tracce
dell’amore, le molliche
del pane che abbiamo fatto
e fatto finire

Francesca SERRAGNOLI: Aprile di là, LietoColle, 2016

Sotto i miei occhi

francesca-serragnoli-aprile-di-la-copertinapiattasotto a un velo

di lana Istanbul

libera le strade come

lievi strisce d’acqua

trasportata da ogni scatto

suono, lamento

ero la luce bruciata

l’infinito spento di una vita

adagiato nel canale come una foglia

ero il pasto del Natale dei poveri

di me mangiavo il dono della vista

bevevo bottiglie di quasi notte

pieno il petto, l’aria in pezzi

come un insetto girato di schiena

osservavo il blu

lasciavo morire il movimento

e quelle luci i bottoni

aperti nel petto oscuro

toccavo quei muri

come un volto d’uomo

dalla rapida luce che si sdraia

nella notte, adesso.

E nessuno spegnerà il declino meraviglioso.

francesca

Francesca Serragnoli (Bologna, 1972) – è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha lavorato presso il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna fino al 2007.

Ha pubblicato le raccolte “Il fianco dove appoggiare un figlio” (Bologna, 2003, nuova edizione Raffaelli, 2012) e “Il rubino del martedì” (Raffaelli, 2010).

Collabora con il Centro Studi Sara Valesio. E’ perfezionanda presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

Marco CONTI: Le gazze

Venni svegliato prima del solito dai versi secchi e sgradevoli delle gazze. Dico al plurale perché intorno alla mia casa in quel periodo ce n’erano almeno otto. Ma quel mattino erano in due che volavano intorno ad un cedro e a un pruno, senza mai smettere di gracchiare. Aprii la porta, feci  qualche passo nel cortile e subito entrambi gli uccelli volarono più lontano. Rientrai  ed eccole nuovamente sui rami rossicci di un pruno che costeggia il viale d’ingresso. Erano agitate. Mentre bolliva il tè, tagliai a pezzetti un po’ di carne in scatola per la ciotola della gatta. Misi è piccola e agile. Ogni mattina quando mi alzo, mi segue passo a passo aspettando che le apra la porta. Io tergiverso un po’ con il cibo, ma so che, conclusa la mia toilette, si metterà a sedere accanto alla porta. Tutti i giorni a meno che sia in partenza. In quel caso Misi lo capisce già la sera prima quando preparo gli abiti. Ma quel giorno non ero in partenza. Aspettava pazientemente accoccolata a fianco dello stipite della porta che finissi di lavarmi.  Appena uscito dal bagno mi precedette e scivolando via come un’onda arrivò all’ingresso. Solo allora si voltò verso di me. Strizzai gli occhi come fanno i gatti perché è un segno di amicizia. La aprii. La gatta si fermò sullo stuoino, si fece le unghie, poi puntò la sua attenzione su un cespuglio fittissimo e verde che intreccia il bosso con l’edera. Stavo spalmando la seconda fetta di pane tostato quando sentii un crescendo di versi gutturali e paurosi. Le due gazze ora erano sopra il bosso. Si sarebbe detto che volessero attaccare la gatta che, però, ancora non vedevo. Un momento dopo Misi  spuntò dalla siepe e si avvitò nell’aria con le zampe anteriori protese per afferrare l’uccello più vicino. A vuoto.  Rientrai e il telefono cominciò a squillare.

Non ebbi il tempo di dire il mio nome. Disse subito il suo. Se mi ricordavo di lei non lo sapevo, ma ad ogni modo avevo in mente un viso e le parlai  immaginandomela così, gesti, sorrisi e naturalmente ciò che avevamo vissuto. Poca cosa, ma la voce rideva e io con lei. Guardavo dalla finestra la fronda del pruno e ascoltavo un racconto di cui ero il protagonista. Lei era stupita, davvero stupita, che sposandomi, dieci anni prima, non le avessi detto niente.

“Non dico che mi dovessi  invitare a nozze, che sarebbe stato troppo…”.  Lasciò in sospeso la frase. Ma non c’era ironia. Siccome avevo già divorziato, glielo dissi e lei per un attimo rimase in silenzio. Fu solo un attimo. Il tempo di vedere che sul ciglio del sentiero, nell’aiuola, un uccello senza coda si dibatteva lanciando grida di aiuto. Intanto, all’altro capo del telefono lei sembrava imbarazzata. Eravamo ad una impasse e il punto, da quel che intuivo, non era che io “avevo già divorziato”.

“E tu?”, chiesi con la voce allegra mentre le gazze gracchiavano intorno al loro piccolo. Una delle due si era sistemata sul ramo più basso, l’altra planava, distoglieva l’attenzione della gatta lanciandosi in voli radenti sempre più vicini.

“Ho avuto un figlio”, disse, e come se la cosa in realtà non avesse importanza, tornò sul punto e ripeté: “Sì, però avresti dovuto dirmelo”. Pensava al mio matrimonio. Io pensavo che stavo immaginandomi una ragazza e invece per forza di cose stavo parlando con una donna e neppure tanto giovane.

Una volta eravamo rimasti chiusi sul balcone della casa di una sua amica che aveva rotto la serratura. Il davanzale era separato dall’appartamento da una porta che aveva solo un lunotto di vetro in alto e dava sul retro di un edificio e su un condominio fitto di biancheria stesa, paraboliche, teli di plastica. Dall’altra parte della porta venivano grida selvagge di incoraggiamento e risate mentre l’amica provava e riprovava, trafficava con una chiave, poi con un cacciavite. Alla fine l’amica rinunciò. Gridò che avrebbe telefonato al fabbro. Poi non sentimmo più niente, salvo i saluti di qualche amico che lasciava la festa. Non avevamo granché da dirci. Finimmo insieme l’Aperol che mi ritrovavo in mano guardando i balconi del condominio. Non faceva freddo. Le proposi di indovinare chi abitava gli appartamenti secondo la biancheria e le suppellettili che si trovavano fuori. Mi guardò con le labbra leggermente socchiuse per lo stupore. “Dicevo solo così…”

Lori indietreggiò e si appoggiò alla balaustra. Aveva un vestito leggero tempestato di fiorellini rossi e marroni che le disegnavano il corpo fino alle ginocchia.

“Se per esempio prendi quelli lì sotto…”, e indicai due fila di magliette stinte coi colori di una squadra di calcio…Fece una smorfia.

“Hai dei begli occhi” le dissi.

“Li vuoi?”

L’amica arrivò solo un’ora dopo con un piedediporco arrugginito e fece saltare la serratura. Eravamo accucciati in un angolo e avevamo freddo. Lori mi rimproverava l’irruenza.

“Potevi essere più gentile”, aveva detto. Si gettò nelle braccia dell’amica, poi guardandomi sorrisero entrambe.  Uscimmo insieme la sera dopo, poi Lori non si fece vedere per più di una settimana. Quando ci incontrammo di nuovo quasi non la riconobbi.

“Non trovavi anche tu che fossero troppo strette?” Parlava delle sue labbra. La sua bocca  adesso era perfetta anche se risultava un po’ gonfia e sorridente senza volerlo. Aveva i capelli ramati e lisci e una luce negli occhi. Il suo cellulare squillava in continuazione. La sera dopo arrivai all’appuntamento in ritardo e Lori non c’era più. Non telefonò. Non la cercai.

“Quel balcone me lo sono sognato più di una volta” le dissi. Volevo ricordare con lei questa storia che, lì per lì, mi sembrava anche l’unica cosa piacevole del nostro breve incontro e gliela raccontai. Ma voleva sapere con chi mi ero sposato e perché mai l’avevo lasciata. “E poi non credo di essere mai stata con te su un balcone in casa di amici”, buttò lì.

Doveva essere un po’ sfasata.

La gatta non aveva ancora visto il piccolo caduto dal nido delle gazze. Oppure, se l’aveva visto, non era tanto vorace come credevo. Magari anche i gatti facevano deroghe all’istinto. Le gazze intanto erano scomparse. Soltanto il piccolo cercava di volare ma non si sollevava neppure di un centimetro. Caracollava come una barchetta di qua e di là . Spostandosi a casaccio era arrivato quasi sul vialetto di cemento e adesso girava su se stesso a forza di remare nella terra battendo velocemente i mozziconi delle ali.

“Senti – fece Lori – non è che siccome ti ho chiamato al telefono devi mettermi in imbarazzo con queste cose e inventarti anche il porno sul balcone”.

“Inventarmi cosa?”

“Senti , non so di che cazzo parli…”

“Poco prima di scomparire del tutto, prima dell’operazione” dissi quasi sottovoce con tutta la gentilezza che mi riusciva. Il silenzio all’altro capo si prolungò. “Non ho mai capito – disse Lori – perché dopo l’incidente in auto hai fatto finta che la nostra fosse la storia di una sera. Ti ho aspettato finché ho potuto, finché non ho visto quella piccoletta che parcheggiava tutte le sere la Citroen davanti al tuo cancello”.

“Lori…”

“Non mi hai mai chiamato così”.

Ci accordammo sul nome. Il suo non era Loredana, detta Lori. Il suo era Lorena e ci eravamo conosciuti quando lei faceva ancora l’autostop. Le avevo dato un passaggio e dopo averla lasciata sul marciapiede di casa, ci eravamo visti in birreria. Era un’altra storia, perlomeno fino al mio incidente.

Misi era ora salita sul bracciolo del divano accanto al telefono e si strusciava sul bordo della finestra aperta. Dissi a Lorena che dovevamo vederci.

Il piccolo della gazza era finito in una buca del prato. Sembrava disperato. Lorena voleva essere sicura che mi ricordassi di lei. Io avevo avuto un incidente d’auto e a sentire lei l’avevo lasciata subito dopo con la più totale indifferenza. Per quanto la storia fosse agli inizi, disse, non se lo aspettava. Ma secondo me aveva sbagliato persona. Dissi che dovevo salvare il piccolo di una gazza. Poteva lasciarmi il suo numero? Improvvisamente non sentii più la sua voce. Forse aveva capito che si era sbagliata o forse pensava che la storia della gazza fosse una scusa.

Chiusi la porta e la finestra di casa. Misi mi guardò con gli occhi sgranati mentre tenevo la gazza nel cavo della mano. La sollevai con cautela, le ali sbattevano furiosamente. Il becco era enorme, aperto e rosso. La posai su un intrico di rami. Magari da lì le gazze adulte potevano aiutarla.

Tratto da un libro di racconti brevi, di prossima uscita.

 

ContiMarco Conti – poeta e scrittore piemontese è autore di varie opere interamente dominate dall’interesse per la parola poetica, la tradizione narrativa orale e la critica letteraria.

Ha scritto i libri di poesia “La mano scrive il suono”( con 33 disegni originali di Martha Nieuwenhuijs), Pulcinoelefante, 2012 ;  “Sei variazioni assonanti” Cortocircuito,  Joker, 2008; “L’ospitalità dell’aria”, Campanotto, 1999; “Stellato chiaro”, Crocetti, 1986; ha pubblicato inoltre il poemetto “Via delle fabbriche” in  “Biella e il Biellese terra narrata”, Viennepierre Edizioni 2007;  e “Poesie” in Scarto Minimo, Panda, 1987. Ha tradotto dal francese la poesia di  Joyce Mansour  (“L’Eros Mansour”, prima traduzione italiana e introduzione all’opera, in Poesia, Crocetti, 1999) e  di Pierre Reverdy,  (“Questi giorni misteriosi”, introduzione e traduzione in  “La mosca di Milano” 2008).  

Nell’ambito della critica letteraria si è occupato di vari autori italiani e stranieri. Tra i più recenti: “Pennati: la poesia dell’immanenza”, La Clessidra, 2012; “L’immaginario e la materia, quattro emblemi nella poesia di Alfredo De Palchi”, La Clessidra, 2011; “Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto” in “Il clamoroso non incominciar neppure”, a cura di M. Masoero e G. Olivero, atti del convegno dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale, Centro Studi Gozzano Pavese, Edizioni dell’Orso, 2010; “Beckett sulla spiaggia”, in AA.VV. “Percorsi nell’opera di Samuel Beckett” a cura di S. Montalto, Joker 2009; “Amelia Rosselli: Il desiderio e la follia” in La Mosca di Milano, 2007; “L’eccesso del canto. Poesie sul vino e sull’ebbrezza dall’antica Grecia ad oggi” in collaborazione con Giancarla Savino (ed. fuori commercio), 2005.

Ha scritto inoltre sulla poesia di Milo De Angelis, Emanuel Carnevali, Lorenzo Calogero, Eugenio Montale, Éugene Guillevic. Suoi articoli di critica letteraria sono compresi nella bibliografia dell’antologia “La poesia italiana dal 1960 ad oggi” (a cura di Daniele Piccini, Rizzoli, 2005). Ha curato la raccolta delle liriche di Corrado Bianchetto Songia, “La chiave a scheletro”, Firenze Libri, 2007.

Poezie italiană contemporană – Alessandra PAGANARDI

   Voci din umbră

Alessandra Paganardi, născută la Milano în 1963, este autoarea mai multor volume de poezie, recunoscute și apreciate de critică. Enumerăm câteva dintre titlurile publicate: Tempo reale – 2008, Ospite che verrai – 2005, Frontiere apparenti – 2009. Poemele traduse ân limba română au fost selectate din cel mai recent volum, ”La pazienza dell’inverno”, Puntoacapo Editrice, 2013.

Alessandra Paganardi, născută la Milano în 1963, este autoarea mai multor volume de poezie, recunoscute și apreciate de critică. Enumerăm câteva dintre titlurile publicate: Tempo reale – 2008, Ospite che verrai – 2005, Frontiere apparenti – 2009.

I.

E un loc în mine

unde se scufundă toate cuvintele.

 

E un loc neted ca tăblițele

nescrise, rotund precum coloana

pe care lipeam desene pe calc

și mai adăugam unul puțin mai sus

cînd simțeam că crescusem.

 

În acest loc cald cuvintele

sunt imediat lucruri

îmi vorbesc cu lumina stinsă.

 

Roșul este chiar roșu

nu știu dacă e frumos, dar face zgomotul

învățătoarei cînd ne amuțea.

 

Negrul este neted și proaspăt

ca un cearșaf la primul somn

cînd pare că lumea fuge departe.

 

Sunt stăpânul unei case mari

unde lucrurile se nasc singure

doar cât le numești.

 

Nimeni nu va ști

că întunericul meu este muma lumii.

 

II.

 

E luni. Îmi strecor în mulțime

grația puțin nesigură de pinguin.

 

De mică îmbrățișam mapamondul

încredințam mâinilor unui atlas

brațele mele rămase ramuri tinere.

Mă strângeau calde între degete

mă duceau pe străzile lumii

și încă le mai regăsesc

cînd alunec în vagonul metroului

ca o marionetă drăguță.

 

Afară plouă. Mi se cedează locul.

 

Nu sunt reci străzile lumii.

 

IV.

 

Lumea e strâmtă când giganții ei

dispar și fug cu viteze ciudate.

 

Nu am furnicare în care să mă ascund

când scara rulantă se micșorează

sub picioarele mele cu treptele ei

amețitoare.

 

Îmi voi pune și eu cortul printre copaci

îmi voi schimba specia, voi trăi fără râs

și fără rău. Sau ca un pește roșu

voi privi di bolul unui acvariu –

miniatură de stele și dragoste.

 

Totul ar fi într-adevăr departe

iar cui mă salută prin geam i-aș spune

că lumea e mare – o mare minusculă.

 

Frontiere aparente

 

Vântul a cucerit tot.

Vânt de contrabandă, auzit din nou

în cer ros de stele

în praful amar de pe mâini.

Acel stor lăsat peste pereții

de mortar repeta frontiera.

Până și cărările se schimbă, se întind

mai încolo de muntele indiferent –

trupuri de femeie sfidează noaptea

ca să parieze pe soare.

 

Vânt tăcut – mâine

vor fi alte cărări.

Poemele traduse în limba română au fost selectate din cel mai recent volum, ”La pazienza dell’inverno”, Puntoacapo Editrice, 2013.

Poemele traduse în limba română au fost selectate din cel mai recent volum, ”La pazienza dell’inverno”, Puntoacapo Editrice, 2013

Non siamo preparati per le ideologie – quando un essere umano si trova in grande difficoltà, se non riesce a essere capace di farcela da solo, andrà incontro per tutta la vita a nuovi padroni

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Dialogo con Mariano Deidda

Bucarest, novembre 2012, Caffè Negresco

La tua sensibilità ha bisogno ogni tanto, oppure si appoggia ad una certa severità, nella vita quotidiana e professionale? Sei un musicista, quindi vita e professione, vita e arte piuttosto, si confondono, non sai quando una permette all’altra di manifestarsi… racconta un po’ questo rapporto fra I due modi di essere e, magari, il rapporto fra sensibilità e severità.

Sì, è vero, quando si pensa ad un artista, si pensa solo alla sua sensibilità. E’ ovvio che l’artista per natura è sensibile, però, io, molte volte mi impongo di avere anche un certo rigore, nei miei confronti e nei confronti degli altri. Per quale motivo: la letteratura è un ambiente da pochi conosciuto e da molti sconosciuto, quindi, in una certa maniera bisogna attirare l’attenzione di chi sta ascoltando. Io credo soprattutto che quelli che stanno ascoltando debbano avere rispetto di chi sta proponendo qualcosa, perché se io, ad esempio, non mi sento parte di un tipo di religione, o se mi trovo in un luogo dove si sta parlando di una religione che a me non interessa, io per rispetto di quella religione, ascolto e lo faccio con grande attenzione, perché la cosa più importante che riguarda gli esseri umani, che li fa incontrarsi è proprio la capacità di ascolto. Senza la capacità di ascolto non c’è incontro. Nella vita professionale sono severo, soprattutto con me stesso come vorrei che gli altri fossero nei miei confronti.

Qual’è stato il tuo primo amore, poesia o musica?

Credo che sia stata la musica perché ho iniziato da ragazzino con la chittara, un po’ come iniziano tutti I ragazzini, però sono stato attratto subito dalla poesia, dalla forza della parola. Ho amato subito la mitologia greca e quel amore mi ha portato a scoprire tanti altri scrittori, poeti di vari paesi del mondo. Ero molto curioso, curioso di tutto e mi sono interessato anche della storia di vari Paesi, della loro cultura più in generale, della loro evoluzione nel tempo. E’ il caso di Portogallo. Uno di quei Paesi poco conosciuti per le grandi cose, per le bellezze… magari è molto più conosciuto perché ha due grandi squadre di calcio… Lì c’è una quantità impressionante di grandi scrittori, se non sono dei Nobel, escono poco dalle frontiere. Pessoa ha fatto una grande fatica… Saramago, con il suo Nobel è stato un’eccezione… ma pochi conoscono Camoes, che è il Dante del Portogallo… Ci sono poi scrittori delle nuove generazioni, di grandissimo valore, che fuori le frontiere della loro lingua non sono conosciuti.

 

Parliamone un po’ del lato educativo della tua demarche artistica. poi parliamone del messaggio che l’artista Deidda (l’emetitore) trasmette al suo pubblico (il ricevitore) e last but not least, parliamone dell’orientamento del tuo atto artistico – sei uno che ci pensa di continuo al messaggio da trasmettere oppure sei un addetto dell’arte per l’arte (per se stessa).

Tutte le due cose, ma m’interessa molto il messaggio, vado a cercare le profondità, però, maggiormente. Credo che la grande letteratura è il veicolo più interessante per le nuove generazioni, è quello che può aiutarci a sdoganare la nostra intelligenza. Se l’essere umano pensa di migliorare la propria condizione, non deve legarsi alle ideologie oppure pensare come tutti quelli che credono che un certo tipo di democrazia, come quella che abbiamo, che forse è l’unica migliore, fanno un errore clamoroso. Per salvarci dobbiamo avere un enorme capacità critica di tutto e riuscire a esternare l’intelligenza con quale la natura ci ha dotati, ma che non conosciamo veramente e non riusciamo a sfruttarla. Pensiamo sempre che la nostra intelligenza abbia un limite. Non sono d’accordo. La letteratura è, come dicevo, accanto alla tecnologia che abbiamo in mano, la possibilità di tutti di diventare consci del proprio io e della valore del individuo.

Parli molto di linguaggio, di un’epoca quasi immersa nell’oblio per le nuove generazioni. Ami dire che tutto è già stato detto, in grandi parole, nel miglior modo possibile e che adesso abbiamo solo un problema di comprensione. Però, la lingua, specie quella italiana, perché è lo strumento della tua arte. ha sofferto cambiamenti che chiamerei drastici, e questa tendenza va ad ampliarsi, si continua sembra sulla stessa strada… come avrai notato, c’è una nuova scrittura sul sopporto elettronico (ieroglifici elettroinci li chiamerei, quei emoticon del msg, ad esempio). Hai mai pensato che non sarebbe male arrivare alle orecchie dei giovani percorrendo la metà strada fra il loro linguaggio (povero, scarso, inespresivo) e la lingua dei grandi scrittori del passato. Sì, tutto è stato detto in maniera magistrale dagli antichi. Se nei secoli avessero ragionato così, I creatori di cultura, gli scrittori in primis, si sarebbero limitati a epigonizzare I grandi spiriti della cultura letteraria e filosofica dell’umanità …

Sì, di era in era si cambia. C’è come sempre un divario tra le generazioni. Il problema sta nella divulgazione dell’arte letteraria… Ai ragazzini non arriva l’informazione di qualità, perché la divulgazione della buona e grande letteratura rimane ancora una cosa riservata ai pochi, non ai tanti. Le nuove generazioni sono portati da questo attegiamento dei media a snobbare la letteratura, perché non la capiscono. Loro pensano che sia una cosa destinata a pochi. Abbiamo un serio problema, perché I ragazzini di oggi sono gli adulti di domani. Si deve fare sempre la differenza tra ciò che è immortale, universale e ciò che è di oggi, del quotidiano. Ci sono tanti prodotti culturali in circolazione per un giorno, una stagione e che poi spariscono perché non tengono alla prova del tempo. Mi piace credere che anche il futuro darà all’umanità creatori della portata di quelli che noi riteniamo fari della spiritualità.

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Dobbiamo, abbiamo una grossa responsabilità verso I nostri eredi, dobbiamo lasciare ai nostri figli gli strumenti per far fronte ad un futuro che non si intravede né roseo, né facile. In una realtà così, non basta la sensibilità; ci vuole anche forza, resistenza alle provocazioni. Ci vuole più umanità, più coesione. La società attuale è fortemente atomizzata. Per questo, l’individuo è una vittima sicura del e nell’isolamento, della e nella solitudine. Tu, o meglio l’arte che fai, ti permette anche di essere in mezzo alla gente. Hai un potere su quella gente. Un potere che solo tu puoi gestire e usare. Il tuo messaggio va non solo ai cuori, ma anche alla mente del tuo pubblico. Hai mai pensato di impegnarti sul fronte di un certo attivismo che oltrepassi il mondo dello spettacolo, della musica e che si avvicini di più al sociale e, in modo implicito, al politico? I politici di turno ti hanno mai chiesto di uscire in pubblico per loro (nella campagna elettorale di ogni livello)?

Io sono già dentro ad un certo attivismo sociale, perché potrei, invece di fare queste canzoni, fare canzoni che piacessero a tutti e subito, guadagnando così più soldi e non preoccupami del aspetto materiale dell’esistenza. Invece mi accontento di guadagnare meno denaro e di avere una risposta, anche piccola. Quando io in una aula magna di un liceo o di un’università riesco a farmi capire in mezzo a duecento ragazzi o giovani da almeno una decina, è già un successo. Io non andrei mai a esibirmi per un politico e per un’altro. Mi è capitato una volta di avere un invito, ma non per parlare di politica, non alla presenza dei partiti e varie bandiere. Ho fatto una volta un concerto per la Resistenza, in Italia. Sono stato di quelli del SEL(Sinistra, Ecologia e Libertà), di Vendola, mi hanno chiamato di parlare di letteratura in un convegno ed ho chiesto, in cambio, di non avere nessun cartello promozionale del partito, perché non voglio assolutamente essere associato a nessuno. Penso che la cosa peggiore che possa essere capitata a noi umani sono state le ideologie. Non siamo preparati per le ideologie – quando un essere umano si trova in grande difficoltà, se non riesce a essere capace di farcela da solo, andrà incontro per tutta la vita a nuovi padroni; persino quello che gli dirà “vieni dalla mia parte, perché dalla mia è il giusto”, esattamente quello sarà il suo nuovo padrone. Se l’essere umano vuole un futuro migliore per se e la sua razza, deve farcela da solo. Ma la cosa si riferisce al gruppo, non al individuo, perché uno da solo non può, penso all’uno per tutti e a tutti per l’uno. Dobbiamo arrivare a non avere padroni. Questo vuol dire essere intelligenti. Io non sono apolitico, sono contro la politica. Perché considero che la politica non fa nulla per migliorare la condizione del essere umano. Se Platone ha studiato tutte le forme di democrazia e le ha snobbate tutte, a questo punto l’unica possibilità è la nostra intelligenza e forza di esternarla. Così nessuno ti può prendere in giro, potresti morire di fame, ma potresti essere umiliato. La dignità umana dev’essere messa sopra tutto.

Sei credente? Com’era guardata la religione a casa tua, durante l’infanzia?

Io, come la maggioranza degli italiani, sono nato cattolico, I miei genitori mi hanno battezzato nel  rito cattolico. Però, crescendo, mi sono fatto la mia idea della religione, e metto le religioni alla stessa stregua della politica, uguale e identica. L’essere non ha bisogno né della politica, né della religione. Sono solo I due padroni assoluti della nostra anima e del nostro cervello. L’uomo deve riuscire a venire fuori da queste due tenaglie, pinze che stringono forte e fanno male. Però il bisogno di qualche credo, noi umani ce l’abbiamo dentro alla nascita. Io penso che non ci sia bisogno di esternare la religione. Se vuoi credere, se credi in un’ipotetico Dio, bisogna farlo in privato, nell’intimità e basta, senza organizzazioni di nessun genere.

 

Quando hai guardato l’ultima volta le stelle? Quando hai offerto la tua spalla per confortare un tuo simile, diversamente che con la tua musica?

Ogni giorno guardo il cielo. Poi, sono appassionato di astronomia, quindi ho una maggior ragione per farlo. Quando capita l’occasione, offro sempre conforto, con le parole, ma anche con I fatti, con I gesti, sempre.

Dimmi il tuo primo ricordo che hai di tua madre.

Mia madre è venuta a mancare all’età di 35 anni, era molto giovane. Purtroppo, di mia mamma non ho tanti ricordi, perché ero un bambino quando è morta. Vivendo in una terra come la Sardegna, dove la figura del padre è quella che conta molto, perché era lui che prendeva le decisioni, di mia mamma ricordo solo che accudiva noi bambini, stava in casa, e che lavava I pani, lavorava. lavorava e lavorava. Solo questo.

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