Lucrezia Algozzino – Tre inediti

colmiamo il vuoto

nell’anima con parole

come salti nel nulla

il passato mastica tutto

odora fin qui sento

il graffio di spine sanguina

un sogno infranto nello

specchio del lago

la casa danza mentre

il mattino profuma di caffè

i baci salgono nel fumo

di una tua sigaretta

stelle scie sciamano

vedo con i tuoi occhi

la donna stanca

che non smette di amare

 

 

**

 

Mela di ghiaccio

in primavera sospiri

di vento dai rami

lacrimano foglie

l’urlo gelato spegne

un desiderio intrappolato

nel vuoto della stanza

– amore anima –

distante l’incanto

insegue il tempo

l’inverno smarrito

ci guarda dal suo paradiso

 

**

 

rosa d’intatta purezza

respiri serrata dal tuo petalo

sospiri in una carezza

la tua stessa fine

inattesa.

 

terra che cresci il seme

nel fiato di luce

aspettami

io salgo e scendo ancora

nel gioco dell’ultima

ora

di vita non so

di bellezza qualcosa

il mistero rimane con me

 

C’è un’idea della vita come un corpo a corpo, prima ancora che con le “parole”, con le cose(la “casa”, il “caffé”, la “sigaretta”) come feticcio necessario: occasione di una messa a punto di sé, sono lo specchio che danno la misura di quanto l’Altro sia capace di agirti e influenzarti, oltre ogni “vuoto” e “incanto”. È per questo che, nonostante tutto, su tale scena la “donna”, il soggetto, “non smette di amare” e resta con ammirevole fedeltà a guardia della sua “rosa”, del suo “mistero”. (Vincenzo Guarracino)

 

Questa poesia si radica in un movimento che genera stati d’animo, sentimenti delicati, solitudini e tensioni. Sono i versi di tale tenore che ci rivelano come la poesia appartenga ad un linguaggio insostituibile, ad un’esperienza di scrittura che “insegue il tempo” e “ci guarda dal suo paradiso”. Uno strumento di conoscenza: il canto nel territorio dell’umano, volubile e resistente. (Alessandro Moscè)

 

Lucrezia Algozzino (Antonella Spina) – nata a Palermo nel 1970, vive da molti anni tra Palermo e Bucarest. Viaggia, è impegnata sul fronte del volontariato, dipinge, legge e scrive. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Evaristo Seghetta Andreoli, In tono minore, Passigli 2020

Ciò che trovo più toccante nella voce di Evaristo è la capacità di rispettare quello che vorrei definire un foedus poetico, un patto col lettore ancora fondato, nonostante le distruzioni del Novecento, sulla superstite e tenace fiducia nella possibilità di riconoscere e condividere la “poeticità” dell’esperienza esistenziale. Parliamo di una dimensione ontologica che sempre meno oggi assomiglia a una koiné, a fronte dell’indubitabile dilagare dell’impoetico, che mette tutti d’accordo.

(dalla prefazione di Sauro Albisani)

 

Partita a due

 

L’orizzonte è profondo stasera,

in controtendenza con le sensazioni.

Ancora appassiona questa partita a due,

a carte scoperte.

 

Le frasi sofferte accendono la notte,

insieme alle stelle di giugno.

Noi, un tutt’uno col vento, respiriamo

il segreto del gelsomino.

 

Lo scontro a colpi di assi e di re

dura fino al mattino.

I pirati del sonno, prima o poi,

abborderanno l’estate.

 

 

Stelle

 

Qualche volta le stelle cadono.

Per il resto, resistono lassù,

appese alla parete dell’Apeiron,

pertugi di fuoco nell’involucro universale.

 

Ce ne accorgiamo

quando sopra il mare tracciano la scia.

Il tuffo nell’infinito è ciò che vorremmo imitare.

 

Sappiamo bene che in quel mare,

sospeso sopra gli sguardi,

nel suo profondo,

c’è tutto ciò che cerchiamo.

 

Fiamme

 

Siamo fiamme irregolari, più alte, più basse,

fiamme spaventate che gridano.

 

Prima dell’avvento del Tempo,

non avevamo forma che ci distinguesse

e anche riguardo allo Spazio ci sarebbe da dire…

 

Ma siamo qua, in questo braciere,

dal quale s’innalza un’orazione muta.

 

Contenuti nelle nostre dimensioni,

ora che il Tempo è cessato,

imprechiamo contro l’Eternità.

 

La complessità tematica che il lettore si trova davanti, e dalla quale resta affascinato nel leggere le liriche di In tono minore, è corroborata e supportata da una profondità del livello fonico ritmico che dimostra come Seghetta Andreoli possegga una straordinaria sensibilità musicale (…)

(dalla postfazione di Fabia Baldi

 

In ricordo di ANTONIO SPALLINO (IV)

LO STILE DELL’UOMO

II.

Ecco, è questo il punto: lo stile dell’uomo Spallino, il personaggio nel suo modo di essere e di rapportarsi con gli altri, in un perfetto equilibrio tra come si appare e come si è realmente, tra atteggiamento esteriore e indole profonda, inverando l’auspicio socratico contenuto nel dialogo platonico Fedro (“O caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo, datemi la bellezza interiore dell’anima e, quanto all’esterno, che esso s’accordi con ciò che è nel mio interno”).

È questo che trova una sua precisa definizione attraverso le pagine di un libro curato da Carlo Ferrario, Le regole del gioco (1991), un’intervista che, grazie anche alla riconosciuta intelligenza provocatrice e corrosiva ma mai irriverente dell’intervistatore, si rivela un’esaustiva “anamnesi” delle ragioni più intime sottese a un’esperienza umana e intellettuale di raro spessore sulla scena non soltanto cittadina dell’ultimo mezzo secolo.

Come si dice nella sua breve premessa, “di Antonio Spallino c’era (e rimane tuttora) molto da sapere e da scoprire: bisogna(va) interrogare l’uomo di molte letture che non sbandiera i suoi non pochi interessi culturali, l’olimpionico che non ha mondanizzato i suoi trionfi, il sindaco di Como che non ha fatto della politica una professione a vita” ed è giusto a questo che tende il libro attraverso una serie di domande (trentuno per l’esattezza), per far emergere “il senso di una vita e lo spessore di una persona” nella loro dimensione più autentica ed esemplare.

Un uomo dai molteplici aspetti, armonizzati in una personalità di forte e serena tempra morale e intellettuale, consapevole di talenti, doveri e responsabilità: è questo che sostanzialmente emerge da questa e da tante altre testimonianze.

Una per tutte, il giudizio espresso da Renata Soliani, Past-president del Panathlon Club Como, la quale, in occasione della festa organizzata in suo onore dai soci del Club per i suoi 80 anni, dopo aver ricordato meriti e  benemerenze, in campo non soltanto sportivo, che ne hanno fatto un autentico “Maestro” non solo per i panathleti comaschi, ne fissa in questi termini i tratti umani e morali che vanno al di là del puro e semplice ambito sportivo: “Atleta e gentiluomo, nella Como sportiva degli anni ’50 e ’60, tutta all’insegna del rigore morale, della competizione onesta, del bel gesto e della stoccata esemplare, ha fatto scuola per aver trasmesso il concetto dello sport come pedagogia e cultura, come responsabilità, arte, ma soprattutto come esempio”.

Più recentemente, un altro panathleta, Sergio Sala Tesciat, ha sintetizzato in questi termini la personalità di Spallino: “Uomo di politica, ancora prima di essere stato un grande sportivo, Antonio Spallino è un’istituzione della Como di oggi, ma soprattutto di quella di ieri, quella città un tempo viva, un tempo vivace e intraprendente. Lui ne fece la storia, da Primo cittadino, da uomo colto, dall’intelligenza acuta ed estremamente raffinata. Uno di quei personaggi che la città lariana non ritroverà mai più”.

Ma che cosa propriamente si intende per stile? Mi sembra conveniente partire, per comprenderlo, da una definizione dello scrittore Erri De Luca, che mi pare si adatti bene al nostro Personaggio e ne metta efficacemente in evidenza il carattere: “Riuscire a portare bene il carico assegnato, reggere il peso risparmiando energia: ecco lo stile”. Come dire che lo stile consiste essenzialmente nell’obbligo morale che ciascuno si impone, di essere e trovarsi sempre, senza ostentazione, all’altezza di ogni situazione e attesa (propria e altrui): nel comprendere ed agire di conseguenza, senza scomporsi e senza eccedere, assegnando con sagace accortezza a ciò che si fa il suo giusto e conveniente peso, in base a una propria, personale gerarchia di valori.

È insomma l’applicazione di un vecchio ma sempre valido adagio, una regola di antica spiritualità, “Age quod agis” (“fa’ bene quello che stai facendo”), l’invito cioè a riconoscere che l’importante è fare una cosa bene in sé, con l’aggiunta se si vuole del rispetto di ciò che diceva il monito delfico Mηδὲν ἄγαν (in latino “Ne quid nimis”, “nulla di troppo, senza esagerare”), inteso come invito alla moderazione, al controllo e alla sobrietà, alla consapevolezza dei propri limiti con la conseguente indulgente accettazione e comprensione degli altri, fermo restando l’inderogabile ossequio nei confronti delle “regole”.

In Spallino, questa accortezza, frutto evidentemente di una rigorosa autodisciplina, oltre che dell’educazione ricevuta, trova espressione in un peculiare understatement, nel tatto di un’innata riservatezza, un “temperamento un poco introverso, che si riflette nei suoi comportamenti, in pedana come nell’arengo della sua vita professionale, civile e culturale, improntati sempre a un’elegante, esemplare misura, trasformando così esperienze e conquiste individuali in valori da tutti condivisibili dal forte spessore morale: una vita che diventa insomma esempio che “educa”, in un sistema in cui le “regole” sono un dato acquisito e non imposto. È il saper stare in questo sistema che riscontriamo il suo segreto, come ricaviamo da un’inedita testimonianza epistolare di un suo antico collega e amico, l’avv. Luigi Fagetti: “Al centro di questa  storia ci sei Tu, caro Nino: la tua capacità di aggregare e riannodare; la tua sensibilità e cultura; il tuo amore di figlio e di padre nel raccogliere e rilanciare una continuità di impegno e di tradizione”.

Undestatement, si diceva, distanza dalle cose, ma senza affettazione, difesa di un aplomb naturale, caratteriale. C’è un passo di una lettera, molto privata, ad Aldo Cerchiari, schermidore e pittore, risalente al 21 marzo del ’51, che qui conviene trascrivere perché dà la dimensione del personaggio: “Lei ha visto con quale spirito ho tirato a Torino; appena più teso fu a Roma; ma insomma questo è l’appunto che debbo per forza muovere al mio temperamento: di odiare la lotta, l’affanno, il rischio dell’equilibrio per qualsiasi motivo”. Già in precedenza in una pagina di Diario aveva sottolineato questa sorta di istintivo rifiuto della lotta, riconoscendo proprio allo stesso Cerchiari il merito di averlo aiutato a superarlo e questo in una circostanza molto speciale, il 7 aprile del ’49, quando Spallino si laurea Campione Italiano assoluto di spada: “Senza sferza io ricado nella passiva rinunzia all’attrito, rifiuto il combattimento e prima ancora di provarmi son già rassegnato alla sconfitta…”. Ci ritorneremo in seguito se sarà possibile su questi episodi per approfondirli, qui ne basti la semplice segnalazione per vedere come in essi trovi espressione e si rifletta precisamente un atteggiamento, una “natura edonistica”, uno spirito “fondamentalmente aristocratico o scettico” di fronte a cose e persone, come confessa sempre nella stessa lettera.

Renata Soliani, nella circostanza già prima ricordata della festa per i suoi 80 anni, aveva dato un nome preciso a questi valori, sintetizzandoli così: “onestà nell’agonismo, lealtà nel confronto, rispetto dell’avversario nella sfida”. Non è certo un caso se una delle cariche più appropriatamente ricoperte, a partire dal 1989, sia stata quella di Vice Presidente del Comitato Internazionale del Fair Play e che abbia fatto sempre un titolo d’onore l’essersi battuto con impegno in nome del fair play, della correttezza di comportamento, un vero e proprio costume di vita, affinché “divenga l’abito mentale della gioventù sportiva” e “l’etica torni ad avere la meglio sulla teoria del successo a qualsiasi prezzo”, come viene esplicitamente affermato nel libro-intervista Le regole del gioco.

Valori, questi indicati dalla Soliani, quanto mai necessari non solo nel mondo dello sport cui vengono specificamente riferiti e ai quali Spallino si è mantenuto rigorosamente fedele, in una sfida con se stesso e col mondo circostante.

“Tutta la mia vita è stata improntata sulla sfida con me stesso, sulla scommessa”, ha dichiarato infatti in un’intervista del 25 gennaio 2002 ed è un’affermazione nella quale si può riconoscere e fissare lo “stile” di Spallino: la “sfida”, la messa in gioco e “scommessa” di sé nel confronto, come modo di investirsi e riconoscersi autenticamente nei problemi di volta in volta incontrati ma senza mai derogare da un principio, consistente nella necessità di un habitus di consapevolezza di sé e dei propri limiti, di intima disponibilità alla “sapienza”, all’acquisto di un sapere delle cose e degli eventi, uscendo da sé, da una visione puramente egoistica ed egocentrica, di fronte alle circostanze diverse della vita, per arricchirsi di esperienza e condividere con gli altri il frutto del proprio acquisto.

di Vincenzo Guarracino

In ricordo di ANTONIO SPALLINO (III)

LO STILE DELL’UOMO

I.

“Sorvolo sui ruoli di Spallino quale Assessore, Sindaco e commissario della Regione Lombardia: mi limito a far notare che egli ha retto un Comune importante come quello di Como per ben quindici anni”, aveva detto di lui Umberto Burla, Componente del Collegio di Garanzia statutaria del Panathlon International, nel discorso tenuto nella circostanza della sua designazione ad “Atleta nella Storia- 2003”. “Lascio ad altri elencare”, continuava Burla “le sue innumerevoli medaglie, la fruttuosa partecipazione a sei Mondiali e a due Giochi Olimpici: io preferisco porre in evidenza l’attività di Spallino nel mondo dello Sport, quello che io definisco Sport con la S maiuscola. Ovverosia il mondo della Cultura per lo Sport, dell’Etica per lo Sport: in una parola, di quel mondo dei valori che noi riconosciamo al (e nel) Panathlon International. Qui egli ha inciso nel profondo…”, per concludere “Non so quanti Uomini possano vantare una simile pienezza e completezza di vita” .

Una vita vitalis, insomma, una “vita meritevole e degna di essere vissuta”, per dirla con il poeta latino Ennio.

Ne era cosciente lui stesso, Spallino, quando ammetteva senza falsa modestia di essersi sentito sempre affascinato dall’”infinita bellezza della vita”, al punto da risultargli quanto mai arduo “ricostruire i crocevia capaci di spiegare l’affiancarsi” e talvolta anche il sovrapporsi di interessi apparentemente inconciliabili (politici, culturali, sportivi, umani, sociali), con risultati sempre significativi. “Ho svolto il mio compito, cercando di farlo il meglio possibile”, aveva concluso in un’intervista a Giuseppe Guin, raccolta nella “galleria” dei “Comaschi speciali”, in cui si avvertiva il sereno compiacimento per una vita generosamente esposta su molti fronti, disponibile a molteplici avventure, ma senza mai tradire il proprio omphalos essenziale, la Città, intesa come complesso sistema di valori da interpretare e difendere e a cui restar fedele a qualunque costo, ma anche come esistenziale spazio necessario (“Qui, in Como, mi sono sempre sentito e mi sento radicato”, confessa con orgoglio): una vita intesa a restar sempre bilanciata “tra il sentimento di appartenenza attiva allo spazio fisico, storico e culturale della città ed il fascino dei grandi spazi della cultura, dello sport, delle istituzioni amministrative”, come aveva ammesso in un libro-intervista a Carlo Ferrario.

Era un atteggiamento mentale, il suo, in cui si potrebbe forse riconoscere l’influsso del celebre motto di Terenzio Homo sum: humani nihil a me alienum puto, (“sono uomo e non ritengo a me estraneo nulla di quanto è umano”), posto in bocca al vecchio Cremete, un personaggio della commedia Heautontimorumenos (letteralmente, “Il punitore di se stesso”), che incarna l’ideale di vita di una classe nuova e illuminata dell’antica Roma degli Scipioni e che da allora nel tempo ha rappresentato l’esaltazione di un modello di apertura e disponibilità ad ogni esperienza positiva, la disposizione a vivere con magnanima e appassionata dedizione le sfide della vita, che a Spallino era ben familiare.

Ma forse, più ancora che alla paideia greca o all’etica della humanitas latina, è alla visione cristiana della società, che Spallino faceva riferimento: il suo modello era “un uomo che si chiede qual è il senso della vita; un uomo che, soprattutto tra i giovani, sembra disposto a dare più pregio alla qualità del modo di vivere che alla quantità dei beni posseduti; e che sente che i problemi locali gli appartengono, e però vuole anche conoscere e condividere i problemi del mondo”, vivendoli con la consapevolezza che la sua ansia di giustizia può trovare pienamente soddisfazione nella costruzione dell’agostiniana Città di Dio nelle sue storiche incarnazioni, come sono mirabilmente evidenziate dal filosofo francese Étienne Gilson. Una nuova “cultura dell’uomo”, insomma, un modo nuovo di intendersi, più che artefice, partecipe e sodale del destino di tutti, consapevole del proprio diritto-dovere di sentirsi parte di un tutto, ad ogni livello, nel fare e nel godere della vita: uno insomma che i valori assorbiti con l’educazione familiare non li esibisce soltanto come astratte patenti di credibilità professionale e sociale ma li pone concretamente come stella polare del proprio periplo malfido nella vita, accettando di sentirsi appieno “nel gioco”( “Anche tu sei nel gioco, / anche tu porti pietre / rubate alle rovine / verso i muri dell’edificio”), per grande e impegnativo che esso sia, come dice Mario Luzi, un poeta niente affatto estraneo alla sensibilità di Spallino.

È questo l’atteggiamento, di signorile controllo e misura, che da sempre aveva contraddistinto il personaggio, nella vita quotidiana non meno che “nel magma della competizione sportiva, della passione civile”, e in quello che era stato davvero il suo momento topico, ossia “la sfida di Seveso”: essere autenticamente se stesso, disponendosi nei confronti degli altri senza tradire la propria divisa di coerenza e sobrietà e accettando di confrontarsi lealmente, a costo di sembrare “dolcemente invalido ad affrontare il mondo”, come in anni molto lontani (10 ottobre 1949), si era definito in una giovanile pagina di diario, fissando in tal modo gli elementi di una essenziale e strutturale mitezza.

Sempre comunque con la capacità di “guardare lontano”, aiutando gli altri, la Città, a farlo, come aveva detto rispondendo a un’intervista rilasciata nel ’97 al giornalista della “Provincia” Bruno Profazio. “Guardare lontano”: come non sorprendersi a pensare a quanto diceva un altro grande Comasco, il più illustre dell’antichità, Plinio il Vecchio, il quale, parlando delle gru, aveva detto che volant ad prospiciendum alte (“volano alto per guardare lontano”), metafora quanto mai convincente ed efficace per definire, nella vita non meno che nella politica, anche l’atteggiamento sia di chi guida, che di chi segue? Tanto più se si riconosce, sempre con Plinio, al capobranco la capacità di guardare a testa alta gli orizzonti delle attese e delle responsabilità collettive (erecto collo providet ac praedicit, “col collo eretto scruta e avverte”).

(continua)

di Vincenzo Guarracino

In ricordo di ANTONIO SPALLINO (Como, 1° aprile 1925-28 settembre 2017)

UN PERSONAGGIO A TUTTO CAMPO: AMMINISTRATORE, INTELLETTUALE E SPORTIVO

I.

Per molti, a Como, è rimasto “il Sindaco” per antonomasia, avendo ricoperto questa carica per tre mandati dal ’70 all’’85, interpretando la politica come servizio, con serenità e rigore, al punto da imprimere una fisionomia ben precisa alla città con interventi decisivi e fortemente innovativi (per tutti, la famosa Città Murata e la Spina Verde).
Uomo politico, sportivo, dirigente e intellettuale, era nato a Como il 1° di aprile del 1925, dove è morto il 28 settembre 2017.
Personaggio di indiscusso e prestigioso passato, è stato molte cose contemporaneamente: amministratore, politico, sportivo, dirigente, pubblicista, bibliofilo.
Impegnato in politica fin dagli anni ’60 nelle file della Democrazia Cristiana, nella quale aveva militato già suo padre, il senatore Lorenzo, è stato assessore all’urbanistica per il comune di Como dal 1965 al 1970 e poi Sindaco per tre mandati dal 1970 al 1985. Tra il ’77 e il ’79, era stato chiamato a far fronte al disastro ecologico dell’Icmesa di Seveso, in Brianza in qualità di Commissario straordinario della regione Lombardia.

Straordinaria, tra scherma e alpinismo, la sua carriera di sportivo. Nella scherma, era stato campione italiano assoluto di spada nel 1949, di fioretto nel 1958, campione del mondo a squadre di spada nel ’49 e di fioretto nel ’54 e ’55, e inoltre aveva vinto tre medaglie olimpiche, tra Helsinki nel ’52 e Melbourne nel ’56.
Nell’alpinismo, aveva fatto due scalate direttissime, l’una su roccia (1955), l’altra su ghiaccio (1956), nel gruppo dell’Ortles, in Alto Adige.

Come dirigente sportivo, era stato Presidente dapprima del Panathlon club di Como dal ’70 al ’74, e successivamente del Panathlon International dall’’88 al ’96, oltre che vice presidente del Comitato Internazionale “fair play”.

Presidente del Centro di Cultura Scientifica “A.Volta”, fin dalla sua origine nel 1981, è stato autore di importanti pubblicazioni che abbracciano ambiti diversi: dall’urbanistica, alla scherma, alla critica letteraria, alla poesia, alla bibliofilia.
Tra questi, vanno ricordati: Una frase d’armi (1997), sulla sua carriera di sportivo, “Ma perché tu non mi creda libero” (2001), sull’amore per i libri, e La Bibliothèque Moselliana. Les livres d’escrime (2005), monumentale compilazione su quanto è stato scritto nel tempo sul tema della scherma; oltre ciò, una raccolta di liriche, Le sepolte voci (1992), e la rivista di poesia e di critica letteraria “Sentimento”, di breve ma luminosa vita, pensata e realizzata nell’immediato dopoguerra, nel 1946, assieme ad alcuni amici (tra i quali, Francesco Somaini e Morando Morandini).
Nel 1995 gli era stata assegnata dalla città di Como l’onorificenza dell’Abbondino d’oro.

Poliedrico e versatile, dunque, dalle molteplici applicazioni e competenze in ambiti diversi e apparentemente contrastanti, in ognuno rivelandosi capace di far tesoro dell’esperienza acquisita per riversarla in un armonico insieme.
Con in più il dono di saper coltivare e trasmettere un patrimonio di memorie, suo e di un’intera generazione, per mezzo della scrittura, lasciando trasparire attraverso la sua filigrana la dote di talenti ricevuti e posti a frutto e tali da comunicare agli altri la forza e ricchezza del suo stesso sistema di valori.
Il tutto, restando sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale, intellettuale e soprattutto morale, corroborato da una serena fede fondata sui valori essenziali, quelli che lo sostenevano a livello intimo e privato ed erano non meno necessari nella vita pubblica: volontà di capire per incidere e cambiare, con competenza tecnica e sensibilità sociale, in una prospettiva trascendente, cercando di conciliare realismo e utopia, senza comunque farsi illusioni sui risultati del suo impegno, consapevole com’era dell’arditezza della sua sfida e rispettoso sempre della qualità dei suoi interlocutori.

(continua)

di Vincenzo Guarracino

Il ritorno della filosofia di Jean-Paul Sartre. L’«esistenzialismo critico» di Maria Russo.

Ignoranza che è sospetto, insensibilità allo spirito che si è innanzi: quindi limitazione della nostra vita spirituale. […] Non basta, per essere individuo, nascere; nascono anche il coniglio e la gallina che non saranno mai individuo […] Il carattere è la costanza del volere: la costanza (costantia) che gli dà unità, necessità, razionalità, universalità.

Giovanni Gentile[1]

 

Il ritorno della filosofia di Jean-Paul Sartre. L’«esistenzialismo critico» di Maria Russo. [2]

 

Nella vasta bibliografia sull’opera filosofico-letteraria di Jean-Paul Sartre è facile impegolarsi. La versatilità dei commenti è tra le più varie da Benedetto Croce a Giuseppe Pontiggia, dal giovane Vargas Llosa che racconta la nascita dell’esistenzialismo parigino negli anni Cinquanta a Paul Johnson che compone un’aspra e pregiudiziale critica verso gli intellettuali. Ma sempre per parte delle interpretazioni anglofone c’è la puntualità di Ronald Aronson alla quale si aggiunge il grande libro, sono più di trecento pagine, di Maria Russo. Si tratta di un gioiello monografico e critico-filosofico uscito 2018 dal titolo “Per un esistenzialismo critico. Il rapporto tra etica e storia nella morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre”, edito da Mimesis. Spicca un’affidabile posizione di Sartre illuminista e kantiano. Già sin dal titolo si capisce che occupa un posto singolare ed eminente per motivi bibliografici, storici e teoretici, che andrò via via precisando.

Gli studi di Maria Russo, più in generale, rivelano una tensione critica del senso e il senso come significato della critica, poiché quest’ultimo è la fonte originaria della responsabilità.

Nel «La dialettica della libertà in Nietzsche e Dostoevskij» rimarca il profondo vincolo di carattere morale tra i due autori. Attraverso un’analisi finemente documentata e incalzante indica, come la loro critica radicale possa aiutare ad uscire dalle secche, ancora presenti sotto forma di scorie culturali, del determinismo positivista, dell’idealismo e del nichilismo imperante. Altresi esamina anche come sia necessario il coraggio di assumere su di sé la pesantezza di esseri mondani, mantenendo ferma la volontà di desiderare e volere ancora e sempre di nuovo. Questa capacità-volere di desiderare può mettere l’uomo in contatto con l’esperienza di esistere e il sentire la vita viva, ciò ha anche il vantaggio di liberare l’io dagl’impedimenti dell’egoismo e di toglierlo dal giogo delle forze egoiche che lo trascinano nell’abisso degli inferi.

Ma proprio in «Per un esistenzialismo critico. Il rapporto tra etica e storia nella morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre» questa tensione morale si orienta ancora di più intorno al problema del senso. Vi è, per questo, in tale ricerca la consapevolezza che il senso non inizia con la filosofia ma in essa trova il luogo della propria origine. Tale concetto è stato negli anni, notoriamente, fonte di contrasto – teorico e filosofico – tra Sartre e Emmanuel Levinas. Poiché se Sartre si diceva che ritenesse la via morale un compito perfomativo e che il soggetto fosse condannato alla libertà, in cui la responsabilità fosse nel soggetto e in esso solo si districasse il rapporto tra azione e spirito risolvendosi in situazione concreta; per Levinas la morale giudica la cultura e non appartiene ad essa bensì costituisce la misura, scoprendo nell’uomo la dimensione dell’altezza che ordina l’essere. Cioè a dire per Levinas c’è (Il y à), esiste una condizione che viene prima della cultura. “L’altezza, scrive appunto Levinas, introduce un senso nell’essere. Essa è già vissuta attraverso l’esperienza del corpo umano. Essa porta le società umane a erigere altari. Non è che l’umano sia sotto il segno dell’altezza per il fatto che gli uomini abbiano, a cagione del loro corpo, un’esperienza della verticale; ma perché l’essere è ordinato all’altezza, perciò il corpo umano è posto in uno spazio in cui si distinguono l’alto e il basso e si scopre che […] è tutto altezza” Levinas dice ancora che per questo è “importante insistere sulla priorità del senso rispetto ai segnali culturali”.[3]

Al di là degli attriti tra i due filosofi si stabilisce, in entrambi, il primato della morale sul pensiero che Maria Russo qui denomina e, indirizza nella riflessione, sull’autenticità di essere. Non solo, ci mostra anche come il dissidio tra Levinas e Sartre si ricomponga con una lettura che sin dal sottotitolo scava nell’atteggiamento sartriano lo statuto morale che conduce ad una coabitazione etica tra l’io e l’altro. (Com’è noto questa problematica è fortemente presente in Levinas sin dagli esordi «Dell’evasione» (1935), «Dall’esistenza all’esistente» (1947), «Il Tempo e l’Altro» (1947)).[4] E grazie a questa lettura-interpretazione emerge un Jean-Paul Sartre nuovo, in cui la questione sociale diventa il problema dell’altro, perciò utile al dibattito filosofico e civile in corso. Questo saggio ritratta anche quello di cui molto spesso si è parlato di un Sartre soggettivista radicale che trascura la questione dell’altro o la riduce all’inferno, allo Stesso, per dirla ancora con Levinas, circoscrivendo la ricca pluralità del pensiero sartriano ad alcuni cliché e a dei concetti basici in cui era sufficiente nominare qualche parola d’ordine.

Oggi che Sartre finalmente si può leggere fuori dagli stereotipi viene storicizzato con la disposizione completa dei materiali, per il ruolo importante che effettivamente occupa nella storia della filosofia e della letteratura, si comincia ad avere anche una più accurata idea d’insieme di questo pensiero in cui la “dimensione relazionale autentica con l’altro” costituisce, come dimostra questo lavoro finemente accurato e documentato, una prima e decisiva tappa.

Il modo essenziale, il taglio chiaro della scrittura, direi, finanche illuministico dell’incedere del discorso che Russo conferisce nel commento alla critica di Sartre esplicita lo sforzo di un tentativo di autenticità che più gli appartiene. Aprendo sulla possibilità di un altro sguardo che va oltre il mondo del già noto. Inoltre questo saggio traccia un sentiero che schiude la possibilità di uno sguardo sul mondo che, andando oltre il già noto, precisa il carattere della ricerca e in cui si rintraccia il mondo dell’autentico. Tale autentico risale precipuamente all’esigenza di una condotta morale normativa. Normare la morale è un’esigenza di autenticità. Poiché la condotta morale normata consiste nell’ipotesi di far coabitare nell’ambito della volontà le forze che “possono esprimersi, riconoscersi ed esercitare pienamente le proprie possibilità” (p. 218) e questo può dare corso alla conversione che è quella presa d’atto esistenziale di un soggetto nell’atto del volgersi, di un tornare o di un ritornare al significato genuino dell’esistere.[5] Per questo Russo può affermare che “la conversione è quindi virtualmente possibile per tutti, compresi gli oppressi, e si qualifica come risposta all’inferno, ossia al mondo dello scacco”.[6]

Se tra i pregi di questo studio c’è quello di precisare che la mutevolezza del pensiero e il frequente cambiamento teorico di Sartre sono qualificati come aspetti vulnerabili della sua riflessione, dall’altro c’è la considerazione scrupolosa che egli non ha mai smesso di cercare una visione unitaria, universale per una morale esistenziale e comune, possibile per tutti. Cosicché la vulnerabilità si trasforma in risorsa. Infatti per quanto vasta, proteiforme ed eclettica quest’opera è utile per mettere il problema della morale al cuore di un nuovo discorso filosofico.

Il problema morale che oggi urge, perché è questione sempre più scottante, in quanto riguarda le nostre società occidentali che sono in piena emergenza umana e civile.

La meditazione di Maria Russo, anche per questa ragione, si costruisce attraverso il lascito manoscritto di Sartre con opere poco note come ”I Taccuini della strana guerra” (1939) e ”I Quaderni per una morale” (1947-48) opere pubblicate nel 1983 mentre nel 1989 viene dato alle stampe l’importante “Verità e esistenza” scritta ed elaborata nel 1948. Questi lavori affiancano le grandi opere, precedenti e successive, come “La trascendenza dell’Ego” (1937), “L’essere e il nulla” (1943) e la “Critica della ragion dialettica” (1960) preceduto da “Questioni di metodo” del 1957. Questa altezza morale verrà raggiunta nell’intervista di Benny Levy (Pierre Victor) del 1980, brillantemente tradotta da Maria Russo con “La speranza oggi”.[7] Quell’intervista rappresenta la conseguenza di un cammino di libertà e di ricerca perseguito per tutta la vita. “Nell’umanismo, dice Sartre, odiavo un certo modo che ha l’uomo di ammirare se stesso. […] Ciò che penso è che, quando l’uomo esisterà veramente e totalmente, i suoi rapporti con il suo simile e il suo modo di essere con se stesso potranno essere l’oggetto di ciò che si potrebbe definire un umanismo, che vuol dire, semplicemente, la maniera d’essere dell’uomo, il suo rapporto con il suo prossimo e il suo modo di essere con stesso. Ma non siamo a questo punto; noi siamo, se ci possiamo definire così, dei sotto-uomini, vale a dire degli esseri che non hanno raggiunto un fine, che non lo raggiungeranno mai d’altronde, ma che si dirigono verso di esso. […] Si tratta essenzialmente della morale e del rapporto con l’altro. Questo è un tema morale che rimarrà [fino a] quando l’uomo sarà veramente uomo.”[8]

 

In effetti questo problema dell’uomo morale si poteva già notare negli appunti, nei diari composti dal soldato Sartre al fronte negli anni bui della seconda guerra mondiale. La fecondità di questo pensiero sarà alimentata da una riflessione, per quanto perlopiù sottotraccia, dalla possibilità di cercare l’autentico. Ciò testimonia quindi la necessità che questo sentire morale sia un’esperienza indispensabile e cogente della ragione sartriana. “Bisogna però riconoscere, dice Russo, che nei sotterranei, Sartre lavorava […] a una prospettiva costruttiva, che affiorava da più parti senza riuscire a trovare una forma per lui soddisfacente”.[9]

L’esigenza di una filosofia morale è ulteriormente attestata dal noto “Dibattito sul peccato”.[10] È il titolo col quale prende nome una conferenza di Georges Bataille sull’opera di Nietzsche che dette vita, nel marzo del 1944 in casa di Marcel Moré, ad un vasto e acceso confronto tra i due filosofi-scrittori, mediato dal grande studioso hegeliano Jean Hyppolite. Il “Dibattito” verteva proprio sul problema della morale autentica e avvenne alla presenza di molti intellettuali (tra cui Adamov, Blanchot, Beauvoir, Camus, i reverendi padri Daniélou e Dubarle, Gallimard, de Gandillac, Klossowki, Leiris, Marcel, Massignon, Merleau-Ponty, Paulhan, Prévost e altri). Questo “Dibattito” promosso da Bataille che vede Sartre, insieme a lui protagonista, in una Parigi ancora occupata dai nazisti, si era prefissato il compito di “scalzare il fondamento della morale volgare” al fine di provare a tracciare un sentiero della responsabilità spirituale. Oggi testimonia ancora una volta di più, per parte di Sartre, l’esigenza di questa autenticità dell’atteggiamento morale. Inoltre c’è da dire, a mio giudizio, che questo “Dibattito” segnerà l’opera di Bataille ma inciderà anche su quella di Sartre. Infatti che le due opere siano intimamente legate è cosa ben nota. Ciò che è meno familiare negli studi è che tale confronto caratterizzerà, per vie alterne, larga parte della cultura filosofico-letteraria francese del secondo Novecento. La controversia tra Sartre e Bataille si ripresenterà, peraltro, in varie occasioni proprio sul problema delle nozioni del bene e del male. Tuttavia quell’incontro sarà lo stimolo per Sartre ad analizzare la responsabilità dello scrittore in «Che cos’è la letteratura?» nel 1948. Ma nell’occasione del più aspro dibattito sullo “scrittore impegnato” che concerne il grande saggio di Sartre su Jean Genet, benché Bataille ne dia un’interpretazione di Genet differente – anzi perfino opposta e contraddittoria a quella di Sartre, il filosofo della “sovranità” e della “parte maledetta”, con sincera ammirazione dichiara che sarebbe «in ogni caso ingiustificato considerare il voluminoso studio di Sartre come una semplice prefazione. Anche supponendo che esso non abbia corrisposto a una intenzione più riposta, questo lavoro letterario resta pur sempre l’investigazione più libera, più avventurosa che un filosofo abbia dedicato al problema del Male».[11]

Quindi l’esistenzialismo critico che Maria Russo propone, a quaranta anni dalla morte di Sartre, è uno sguardo rinnovato sul compito morale dell’intellettuale libero dai detriti del passato. Inoltre offre l’opportunità di un’altra ripartenza che possa dissolvere i paradossi e gli inutili attriti d’allora al fine di superare il disorientamento culturale in cui viviamo. A partire da questa riflessione sulla morale dell’autenticità si può infatti anche dare un altro significato alla lacuna lasciata dal “postmoderno” e dal “pensiero debole”.

Primo perché il significativo ci rivela l’importanza di questi testi abbandonati dal suo stesso autore, alcuni quaderni sono perfino andati perduti. Secondo ci indica anche che la preoccupazione di trovare una sintesi viva, esistenziale, soddisfacente alla problematica morale risiede nell’inquietudine con cui l’ateismo di Sartre ha cercato di rispondere per tutta la vita a questo vuoto lasciato dalla fede religiosa. Sartre dirà ne “Le parole” che “l’ateismo è un’impresa crudele e di lungo respiro; io credo averla condotta in porto”[12]) L’ateismo è crudele perché non concede all’io la possibilità di mistificarsi nella credenza del trascendente che lo salverà in un altro mondo e del soprannaturale che viene incontro all’uomo poiché invece svela un’altra immagine narcisistica di sé (in senso junghiano-freudiano). Proprio questa uscita dal soggetto, come la denomina Levinas, mette gli esseri davanti all’orizzonte di un’esigenza morale normativa come un imperativo di verità a cui rispondere e corrispondere ma questa possibilità è la sorgente della sua stessa libertà che a partire da Sartre si fa strada e lascia gran parte del lavoro in eredità ai nostri giorni.  Così scrive Russo: “sentiti responsabile per ciò che accade nel mondo come se lo avessi fatto tu, perché solo tu, in assenza di pretesti e di un’autorità divina, sarai chiamata a rispondere”.[13]

A tal proposito dell’ateismo Blanchot, sia pure differenziandosi da Sartre nel suo capolavoro filosofico “L’entretien infini” difende, sebbene indirettamente, queste tesi sartriane quando sottolinea che: “La retorica – prodotto ed espressione raffinata dell’«umanità» dall’età greco-romana – contribuisce a dare una definizione decente dell’umanesimo e nello stesso tempo, al riparo di questa decenza, distoglie il pensiero da ogni segreto che potrebbe precederla, da ogni verità non appartenente all’ordine del giudizio. La retorica (il giardino dei fiori), in questo senso, è anche il «fior fiore» dell’ateismo: essa presuppone un linguaggio profano che dica l’ordine del sapere e in cui il sapere sia uguale all’ordine in cui si rappresenta. Il discorso sul metodo è un discorso sull’ordine del discorso”.[14] Mi sento di aggiungere che Sartre è stato uno dei grandi e indiscussi maestri del passato che come qui si tenta di dire è ancora molto utile.

Infatti sulla scia di Sartre possiamo dire che l’uomo è libero se è responsabile dell’altro. Se è responsabile dell’altro è morale o, quantomeno, tende alla ricerca di una morale autentica. Ed egli è morale in quanto rispettando l’ethos dell’altro, nel senso dell’altrui, afferma l’esistenza che è la vita in comune. Proprio per ciò libertà, responsabilità e moralità sono l’intimo legame che svelano all’uomo la verità trascendente e trans-storica che si incarna nel quotidiano, nella storia. Dice Russo che se la “verità deriva sempre da un vissuto concreto, non può mai corrispondere a un contenuto che non necessita alcuna messa in questione”[15].

È su questa base che afferma che, la condotta di Sartre, dunque, ci lascia in eredità la parola “speranza”, questa parola può aiutarci a fare una filosofia nuova che permetta di uscire “da quell’accogliente guazzabuglio che è il «postmoderno»”, come dice nel «La finzione del politico» Lacoue-Labarthe.[16]

Perché è proprio grazie alla pretesa di fare filosofia che la possibilità di un umanesimo dell’altro uomo o del grido (Levinas, Blanchot, Bataille) può tracciare una morale dell’autenticità nel rifiuto del disumano che avanza. Ma come possiamo farlo, come potremmo sconfiggere il disumano senza speranza, e come potremo tracciare una morale dell’autenticità senza la possibilità di fare filosofia al presente, senza filosofare sull’uomo?

Un noto testo di Blanchot dal titolo emblematico «Nostra compagna clandestina», proprio dedicato alla filosofia di Levinas così asseriva. “Una ventina d’anni fa Levinas scriveva: «Per tutti questo secolo sarà stato dunque la fine della filosofia», ma finiva la frase con un punto esclamativo che modulava il senso e lo capovolgeva. Quest’aggiunta puntuale era particolarmente opportuna, perché la nostra epoca, destinata a portare la filosofia sulla terra, si inscriverà forse come una tra le più ricche di filosofi […] segnata da parte a parte tra scienze, letteratura, filosofia con quest’ultima ad avere necessariamente l’ultima parola che non riesce ad essere l’ultima”.[17]

In questo senso, se il postmoderno è inservibile, c’è Sartre che ci viene ancora una volta in aiuto affinché nel filosofare non cadiamo nel rischio di una morale astratta di cui è pervaso il pensiero borghese. La classica astrazione borghese è il compromesso storico rappresentato dallo stoicismo. Il quale trova nella consolazione dell’io, in varie epoche storiche, l’appagamento dell’interiorità del soggetto o della persona, che dir si voglia. Perché come dice il teologo solo nell’interiorità dell’uomo abita la verità e soltanto nell’interiorità essa è legittima. Ma per Sartre, così come per Levinas, Bataille e Blanchot, questa verità che abita nell’interiorità se non è capace di trasferirsi nel mondo, in lotta nella realtà, è una falsa morale. La verità interiore, se è tale, deve riversarsi e influire nella società e nella storia, deve e quindi può combattere nel tempo presente. Essa deve cercare di affermarsi come verità tra gli uomini poiché questa possa incidere nel quotidiano e nel tempo storico. E deve, quando necessario, cambiare percorso, adattarsi alle nuove esigenze e mutare condotta. Insomma non è data una volta per tutte da qui origina la necessità della filosofia o, almeno, di un più modesto filosofare.

Inoltre una morale democratica si origina dalla fratellanza degli uomini, sulla difesa degli oppressi e sul rifiuto della violenza come mezzo di ragione e di affermazione.[18] Tale affermazione è possibile solo escludendo la violenza come mezzo poiché essa ci farebbe si ricadere nel circolo vizioso. Tale concetto Maria Russo lo espone nitidamente a più riprese nel suo denso libro su Sartre. Se la costruzione di una morale autentica può essere normata questa normatività ha valore di bozza, allora la proposta di questo progetto a partire dai testi di Sartre come spartiti a tutela della libertà, individuale e condivisa, ha il significato di porre la libertà stessa come linfa della democrazia, di una democrazia che parte dal basso. Sartre dirà, a questo proposito, che la democrazia non è solamente una forma politica ma che essa principalmente “è una forma di vita”; in questo senso la vita democratica è la morale dell’autenticità.

Infatti una morale autentica deve assumere su se stessa le conseguenze delle azioni perché la verità accade nel mondo concreto, in situazione reale. C’è, in questo senso, una sintesi efficace di che cos’è esistenzialismo critico quando Russo dichiara che: “Questo legame della verità con la libertà implica anche il proprio impegno nei confronti del mondo e di coloro che, restando nell’ignoranza, subiscono un’oppressione strategica”.[19]  Non è questa la situazione odierna?

Così per rispondere a questa domanda nelle pagine finali Russo, partendo da Sartre, invita ad andare oltre Sartre cominciando a pensare ad un esistenzialismo critico che permetta di riconoscere che la democrazia è una forma di vita. Evitando però di ricadere nel fraintendimento della libertà radicale, perché se le libertà individuali sono e restano irriducibili quelle che “negano, violano e opprimono la libertà altrui” non possono rientrare sotto questo nobile nome, detto altrimenti la sopraffazione non è un atto di libertà. “È opportuno chiarire, precisamente scrive Russo, che quando ci si riferisce alla libertà radicale di Sartre non si intende che egli neghi i condizionamenti sociali, storici e culturali che si riversano nelle vite individuali. Tuttavia, egli ritiene che questi siano effettivi condizionamenti solo nel momento in cui vengono accolti invece che, per esempio, criticati e rifiutati”.[20]

Quindi non ci sono formule positivistiche o logico deduttive per superare questa difficoltà ma c’è, da un lato, la necessità di lavorare intorno ad una “legge della libertà” e, dall’altro, il compito della cultura diffuso a testimoniare “l’importanza della conversione individuale” al servizio di un progetto di communitas che inizi a riconoscersi a partire dall’altro e nell’altro. Questa impostazione di solida ascendenza kantiana nell’interpretazione di Sartre è argomentata a partire dal celebre adagio di Kant per cui l’illuminismo è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso.[21] Proprio questo invito kantiano Russo fa suo nella traccia del sottotesto che in questo senso parla di conversione. Quindi da non confondere con la metanoia dei Vangeli o della teologia. Questo tipo di chiamata è personale ma ci illumina sul bisogno che l’io ha dell’altro. La conversione giunge a partire dallo studio e dal lavoro sui testi, proprio in questo consiste la ricerca dell’autenticità che corrisponde a ciò che Daumal denominava il “lavoro su di sé”.

Soltanto questo costante lavoro su di sé può condurci all’incontro autentico con l’altro, ciò che può anche essere detto con l’ipostasi dell’incontro, che è propriamente la natura sorgiva in cui scaturiscono le proprietà di un essere. In tal modo si evita l’aridità dell’ontologia e di un io piegato sull’ego della soggettività o sull’aridità dello stesso. “Il soggetto, afferma Levinas, non risalta sull’essere per una libertà che lo renderebbe padrone delle cose, ma per una suscettibilità preoriginaria, più antica dell’origine, suscettibilità provocata nel soggetto senza che mai la provocazione si sia fatta presente o logos che si offra all’assunzione o al rifiuto e si ponga nel campo bipolare dei valori. Per suscettibilità, il soggetto è responsabile della sua responsabilità e incapace di sottrarsi ad essa senza conservare la traccia della sua diserzione. Esso è responsabilità prima di essere intenzionalità”.[22]

Così Russo, in definitiva, su queste basi delucida il valore dell’individualismo esistenziale. “È in questo senso che va rivalutato l’individualismo esistenzialista che Sartre abbandonò per timore di essere liquidato come l’ennesimo esponente del pensiero borghese. Non si tratta di un soggettivismo radicale, che immagina la propria libertà come arbitrio assoluto in un mondo privo di senso e di ideali, bensì di una chiamata personale che richiede all’individuo di assumersi responsabilmente la cura della propria e altrui libertà”.[23] Infatti “la libertà si contraddice e si nega ogni volta che adotta un comportamento violento e cerca di rifugiarsi nell’universo della malafede, il quale promette un fondamento eteronomo al proprio volere e soprattutto una deresponsabilizzazione che attutisca la propria angoscia. Nell’universo della violenza e della malafede la libertà non si riconosce come essenziale e, di conseguenza, non riconosce nemmeno le libertà degli altri come essenziali, bensì le interpreta come continua minaccia da poter negare, assorbire, subordinare.

Gli oppressi, inoltre, possono patologicamente instaurare una sorta di complicità con gli oppressori, in quanto l’universo da questi proposto è tutto sommato stabile e illusoriamente fondato. Per Sartre, allora, l’origine del conflitto tra le coscienze non dipende tanto dalla disparità di forze tra gli oppressi e gli oppressori, bensì nella conformità di entrambi a un universo di diritto che istituisce un senso a priori dell’esigenza umana e che designa la violenza come la sola possibilità di affermazione. Nei Quaderni Sartre non incita quindi solamente a modificare determinate forme della produzione, dell’economia, della società e della cultura, ma incoraggia anche un risveglio delle singole coscienze dall’invischiamento nella malafede, che è dominio dell’altro, del padrone, dell’astratto. Proprio per questo, la violenza e l’oppressione che innervano la storia, lungi dal sancire l’assurdità e l’impraticabilità della morale, richiedono proprio il suo necessario intervento correttivo”.[24]

In seguito a questa ragione precisa Russo afferma che la sua interpretazione sartriana si basa su un “corretto modo di volere”.

Questo esercizio sovrano della libertà a cui approda Sartre è ciò che permette a Benny Levy di avvicinarlo a Levinas dicendo che tra i due intercorrono somiglianze di pensiero e che sono separati da “differenze infinitesimali”. Questo è vero solo in parte. Ma si può dire che oggi è possibile, grazie alla lettura-interpretazione fino a «La speranza oggi» di Maria Russo, ricomporre il quadro d’insieme di questi due titani della filosofia europea del XX secolo. Tuttavia la situazione non è così pacifica e così semplice poiché coinvolge nel computo di questi ragionamenti anche il pensiero di Blanchot e Bataille da cui Levinas attinge due concetti chiave nel gioco del suo pensiero, dal primo rielabora l’idea di passività e dal secondo recupera il concetto di eros. Ma per questo ci vorrebbe uno studio specifico perché i libri di Levinas sono per un certo periodo persino una risposta, diretta o indiretta, alla critica di Maurice Blanchot.

Tuttavia si possono brevemente ricordare alcuni fatti salienti. Il primo ad allentare la tensione di scontro con Sartre e questo gruppo di amici è proprio Blanchot con «Les intellectuels en question». Poi si può anche ricordare che il numero 5 dei Cahiers d’etudes levinassiennes nel 2006 dedica un primo avvicinamento tra i due grandi filosofi in una edizione speciale. Tuttavia il nocciolo della convergenza tra la filosofia di Sartre e di Levinas allenta la distanza, la quale si era creata negli anni Settanta, e concerne la questione dell’appello alla cura dell’altro e alla vulnerabilità del viso. “Per Sartre […] – conclude Russo – se si riconosce la propria libertà in modo autentico, ossia essenziale, ci si converte dal primato ontologico dell’altro (fonte dell’alienazione patologica) alla presa di coscienza e all’assunzione della propria responsabilità assoluta in quanto unica forma di vita che, come tutte le limitazioni connesse alla vulnerabilità, può rispondere alle urgenze situazionali e prendersi cura dell’altro, secondo una forma di rispetto attivo che, dal nostro punto di vista, è un impegno ancora più concreto di un’adesione alle ideologie rivoluzionarie”.[25]

L’ esistenzialismo critico è questo nuovo orizzonte del pensiero in cui l’uomo è visto come una possibilità. Perché l’uomo se non è ancora va reso possibile.

 

[1] Giovanni Gentile, «Genesi e struttura della società», Mondadori, Milano 1954 prima edizione 1946 pagg. 38, 51, 53

[2] I libri a cui faccio riferimento, anche se non tutti menzionati nella stessa misura, di Maria Russo sono: «La dialettica della libertà. In Nietzsche e Dostoevskij» con “Prefazione” di Roberto Mordacci edito nel 2014 da il prato, Saonara (Padova); «Per un esistenzialismo critico. Il rapporto tra etica e storia nella morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre» sempre prefato da Mordacci edito nel 2018 da Mimesis, Milano-Udine. Inoltre l’articolo in “Studi sartriani” XIII/2019 dal titolo “Dalla penuria al Terrore. Relazioni e pratiche disumane nella Teoria degli insiemi”, pag 31. Questo numero della rivista si trova in Rete.

[3] E. Levinas, « Humanisme de l’autre homme», Fata Morgana, Paris 1972 pag. 58-61; ed. it. «Umanesimo dell’altro uomo», il melangolo, Genova 1985 a cura di Alberto Moscato pag. 79-82.

[4] E. Levinas, «De l’évasion», cura J. Rolland, Montpellier 1982, «Dell’evasione», Cronopio, Napoli 2008, trad. it di Donatella Ceccon (precedentemente Elitropia, Reggio Emilia 1983); «De l’Existence à l’Existant», Vrin, Paris 1986, (La Revue Fontaine, 1947), «Dall’Esistenza all’Esistente», Marietti, Genova 1986; «Le Temps et l’Autre», Fata Morgana, Montpellier, 1979 (precedentemente Arthaud, Paris 1947), «Il Tempo e l’Altro», il melangolo, Genova 1993. Il saggio critico e biografico di Salomon Malka su “Emmanuel Levinas. La vita e la traccia” ed. it Jaca Book, Milano 2003 è un punto di vista considerevole ed essenziale per avvicinarsi e scoprire a fondo la sua filosofia della traccia e dell’alterità assoluta.

[5] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico», pag. 218

[6] Ibidem.

[7] La traduzione di Maria Russo di Jean-Paul Sartre, Benny Levy, «La speranza oggi», è edita da Mimesis, Milano-Udine, 2019. Nell’«Introduzione» Russo ricostruisce, con cura e rigore, la vicenda dello scandalo che negli anni Ottanta rappresentò questa intervista.

[8] Jean-Paul Sartre, Benny Levy, «L’espoir maintenat», Verdier, Lagrasse 1991, 36-37; «La speranza oggi», Mimesis, Milano-Udine, 2019 trad. Maria Russo pag. 75-76

[9] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» pag. 12

[10] G. Bataille, Oevres complètes, Annexes V nel vol. VI delle opere complete; ed. it. Bataille, Sartre, Hyppolite, “Dibattito sul peccato” a cura di Pierre Klossowski trad. di Elsa D’Ambrosio Shakespeare&Company, Milano1980. Il libro di Carlo Pasi “Georges Bataille. La ferita dell’eccesso” è, insieme ai commenti e alle testimonianze sparse in vari libri di Maurice Blanchot, un caposaldo e una bussola nella vasta gamma di studi sul grande filosofo-scrittore francese.

[11] Georges Bataille, «La letteratura e il male», trad. it. a cura di Andrea Zanzotto, Mondadori, Milano 1951 pag. 159.

[12] J.-P. Sartre, «Le parole» il Saggiatore, Milano 1994, pag. 174 trad. it- Luigi de Nardis

[13] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico», pag. 246

[14] M. Blanchot, «L’entretien infini», Éd. Gallimard, Paris 1969 pag. 380 trad. mia

[15] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico», pag. 246

[16] Ph. Lacoue-Labarthe, «La finzione del politico. Heidegger, l’arte e la politica» Ed. il melangolo, Genova 1991 trad. it. a cura di Giovanni Scibilia

[17] : Blanchot, «Nostra compagna clandestina. Scritti politici (1958-1993)» a cura e trad. di Carmelo Colangelo pag. 147

[18] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» cit. pag. 173

[19] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» cit. pag. 246

[20] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» cit. 256

[21] I. Kant, «Che cos’è l’illuminismo» Editori Riuniti, Roma 1991 pag. 17; il titolo originale “Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung” è tradotto in it. da Nicolao Merker che ha curato il volume dove tra gli altri compaiono saggi di G. E. Lessing, J. G. Hamann, G. C. Wedekind J. G. Herder, F. Schiller. sullo stesso tema.

[22] E. Levinas, «Umanesimo dell’altro uomo», cit. pag. 105.

[23] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» cit. pag. 289

[24] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» cit. pag. 303

[25] M. Russo, «Per un esistenzialismo critico» cit. pag. 303-304

 

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

Auscultando la vita – In ricordo di MIMMO CERVELLINO

È una sorta di Atlantide della scrittura, un autentico continente sommerso della fantasia e del cuore, emerso solo a tratti in punte di essenziale incandescenza, quello che Mimmo Cervellino (Oppido Lucano, Pz, 1947 – Como, aprile 2007), poeta e narratore, si è impegnato a scoprire e definire in tutta quanta la sua vita di scrittore e di uomo: un continente urgente e misterioso di sensazioni e desideri, di ricordi e di passioni, in cui di volta in volta si è rispecchiato e riconosciuto inseguendo volti, suoni, sapori, colori di una terra e di una lingua generosa e al tempo stesso amara, per dare ad essi ospitalità in una lingua di infinite iridescenze e pulsazioni.

Tanto in prosa, quanto in versi, infatti, Cervellino ha scritto e scritto. Molto, infaticabilmente. Pagine e pagine di paziente auscultazione della vita: con una passione e una fede assoluta nella capacità della scrittura di dar corpo ai fantasmi di un’ispirazione, nutrita di ricordi e di attenzione, di pietas. Fino a consegnarci, tra opere edite e inedite,un patrimonio di segni e sogni che si impone alla nostra ammirazione e ci fa rimpiangere con struggente nostalgia le occasioni mancate per più degnamente godere dei frutti della sua creatività e sensibilità.

Dal memorabile In pienezza di cuore (1990), romanzo-poema, pubblicato con un grottesco pseudonimo da irridente pessimista leopardiano (“Malesaputo”) e antropologicamente innervato dei suoi più viscerali umori di lucano, con cui s’era a suo tempo imposto alla critica più avveduta e intelligente, alle poesie di Questa famiglia d’erbe e d’animali, in complice sinergia con Giampiero Neri (1996),alle “storie” di Porcaria,fino alla più recente e tutt’ora inedita opera narrativa di ambientazione “lombarda” Mio zio Amabile, passando per le liriche sparse per riviste, antologie e plaquette, tra cui Neve alle finestre bianca (1995), senza comunque negarsi momenti di sano e onesto divertissement (come dimostrano le 3 antologie dedicate allo sport, settore nel quale ha lodevolmente lavorato per oltre un decennio come impiegato del Comune di Como), il suo è stato un progressivo interrogarsi e interrogare ragioni e stagioni della vita, quella propria e altrui, nella sua a volte anche cruda materialità, al fine di estrarne il succo della più amara fatalità e trasmettercelo in una parola di volta in volta lacerata e dolente, sorridente e leggera, in sfreghi e arabeschi di pianti e di risa, di gioco, di ironia e di pensosa serietà, che conservano il sapore di antiche verità intramontabili, di esperienze dotate di un’immanente vitalità.

Come poche altre, la sua esperienza creativa ha saputo così intrattenere un rapporto necessario e febbrile col mondo della sua esperienza esistenziale e della sua quotidianità, traducendolo di volta in volta in un idioma arcaico e terroso, ninfale e barbarico, in un teatro di parole in cui si incontrano e rappresentano figure idiomatiche e letterarie, colte e basse, frondeggianti di echi e suggestioni le più diverse e distanti, quali raramente nella letteratura italiana degli ultimi decenni è stato possibile riscontrare. È questa l’impresa in cui ha davvero speso generosamente i suoi giorni Cervellino, affidandole ogni sua risorsa ed energia intellettuale: quella di rappresentare la fatica dell’esistenza attraverso le sue stesse parole ma anche attraverso la sua trasfigurazione alta e barocca, sublime, all’incrocio tra un Gadda e un D’Arrigo, per intenderci, al solo scopo di far affiorare in un racconto continuo e interminabile il senso di un possibile vissuto, storie apparentemente senza tempo eppure tenacemente scritte nel sangue della vita, nel sapore della terra, nelle passioni della gente.

Vincenzo GUARRACINO

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE –MONATTO: [dal lomb. monàtt, “affossatore, becchino” (con cui è attestata dagli ultimi decennî del sec. XVI)] – Un monatto era un addetto pubblico che nei periodi di epidemia pestilenziale era incaricato di trasportare nei lazzaretti i malati o i cadaveri; di solito, a questo compito erano destinati condannati a morte, carcerati, o persone guarite dal morbo e così immuni da esso. Il nome è stato reso famoso dal Manzoni nella descrizione della peste del 1630 (Promessi Sposi, cap. XXXII).

*****

ALFABETO LEOPARDIANO –NOME (continua): Come non restare sorpresi, nella vita di Leopardi, da certe ricorrenti “casualità”, dalla presenza, tanto per intenderci del nome Paolina, rispettivamente sorella del poeta (l’amata Pilla) e sorella del sodale Ranieri (la “suora della carità”)? Non meno che dall’apparizione, entro la cornice di tante onomastiche casualità illuminanti, di un’altra non meno celebre ed infelice sorella, “Pauline”, questa volta nella vita di Stendhal, lo scrittore di Armance(1827) e de Le rouge et le noir (1830)così tanto amato dalla Paolina recanatese?

Ma quel che più di tutti colpisce è naturalmente Silvia, la giovane figlia del cocchiere di casa Leopardi “di sedici o diciotto anni”, che con la sua lacrimevole vicenda lascia su di lui “un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile” da persistere nel tempo, ben oltre i suoi stessi confini biografici e onomastici, fino a prestarsi come immagine di giovinezza e selvatica vitalità per intitolare alla sua maschera maschile, Silvio, un progetto di rielaborazione autobiografica della vita stessa dell’autore (Vita di Silvio Sarno). Questo, per far giustizia anche dei misteri anagrammatici, pur tanto suggestivi, intravisti da Guido Almansi, che vi ha letto con salivi una conferma della tensione vitalistica già prima identificata.

Due notazioni, infine, a denotare la bizzarria della vita che si inscrive talvolta anche nei nomi. La prima riguarda il cognome Leopardi; la seconda chiama in causa il cognome Ranieri.

Quando nel 1907 il carteggio Leopardi-Ranieri vede la luce, artefice della pubblicazione è Antonio Carafa, il quale dichiara di averle ricevute in eredità da suo zio, Amerigo De Gennaro Ferrigni, la cui storia quanto meno singolare e patetica merita di essere ricordata.

Figlio di Luigi De Gennaro e di Argia Ferrigni, figlia di Giuseppe e di Enrichetta Ranieri, Amerigo è un distinto bibliofilo e professore di latino, che durante una visita a Recanati si innamora di una giovane Leopardi, l’appena ventiduenne Adelaide, figlia del conte Giacomo iunior, e nel 1897 la sposa, offrendole in dono come pegno del suo amore un mazzetto di lettere autografe del poeta, che appartengono ai più gelosi ricordi di famiglia.

Le nozze, celebrate di nascosto a causa dell’opposizione di entrambe le famiglie, hanno però un tragico epilogo: dopo appena quattro mesi, la contessina muore di tifo, a Torre del Greco, nella stessa casa ai piedi del Vesuvio abitata già dal prozio e luogo della composizione della Ginestra. Distrutto da questo atroce destino, Amerigo, quasi a voler tagliare i ponti con ogni cosa che possa ricordargli Leopardi, lascia erede di ogni cosa, casa vesuviana e manoscritti, il nipote Antonio Carafa, nipote della famosa “Calliopina” Ferrigni, ricordata da Leopardi nella lettera del 24 gennaio 1833.

Per quanto riguarda la seconda, chi avrebbe potuto immaginare che uno dei possibili pretendenti alla mano di Paolina recasse il cognome Ranieri? La realtà a volte supera l’immaginazione, ma le cose stanno davvero così.

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POESIA – IL SENSO VERO DELLA NEVE – “Il tempo è dove sei stretto/da ritmi impassibili del dare/ e dell’avere. Insolidale / corrispondenza. Dono/ dell’irrisolto poco/che ostinatamente/ si detta vita”. È la nota dominante, fin dal testo d’apertura, il tempo, nel libro di Antonio Donadio (Il senso vero della neve, Morcelliana 2019): il tempo come “dono”, in un gioco di “dare” e “avere”. Un gioco (tema che compare fin nell’ultimo testo, “giochi di mani”), inteso anche come scambio e viaggio, sulle tracce della “voce” e del “canto”, di un qualcosa che vale la “vita”, nell’ansito delle tappe della duplice scansione tematica del libro (Paesaggio con figura e Aritmie d’orme) che sono le tappe di una metafisica “raminga vita” in cerca di Poesia. Donadio, questo lo persegue in una parola pausata di luce: abbagliante come la “neve”, incolmabile e “irrisolta” come le leggi dell’enigmache regge, necessario ed essenziale, le azioni degli umani.L’esito è un progressivo appressamento, non senza un “doloroso ansimare”, al senso, all’”ombra” in cui per indizi dar volto e riconoscere, come Dante al culmine del suo viaggio, le proprie stesse fattezze nell’”immortale riso”.

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POESIA – MAGAZZINO DEI MONATTI – “Che “il nervo della guerra è il denaro” lo afferma solennemente / Almorò Pisani, ambasciatore della Serenissima a Parigi, in una / delle sue comunicazioni puntigliose § non di rado esterrefatte / (dispaccio 144, 12 febbraio 1793: due giorni dopo / l’esecuzione di Luigi XVI) /…/ Tormentato dai suoi incubi, il buon Pisani /…/ non avrebbe mai più potuto immaginare / che due secoli dopo il nervo delle guerra, da solido § abbagliante, / sarebbe diventato liquido § torbido: / non più Denaro ma Petrolio, iuxta / una delle più luride metamorfosi esercitate sulla natura / da quell’alchinista avido § paranoico / che ancora si chiama uomo” (Il nervo della guerra): è una lunga sequenza, sommossa da un intimo sdegno, da leopardiano “malpensante”, quale è davvero raro incontrare nella poesia contemporanea, da quella indignatio che secondo Giovenale è la vera Musa di ogni poesia. “Monatto” di un mondo spietato di profitti e violenze, Mario Lunetta(Magazzino dei monatti, Campanotto2004) intinge la sua penna nel veleno della denuncia e dell’invettiva facendo della parola poetica lo spazio della libertà e dell’utopia ma con la consapevolezza del risibile ruolo da essa giocato, della sua necessaria inutilità in un mondo di “macerie” e di orrore fisico e morale. Luogo dell’intelligenza e dell’inventività linguistica, la scrittura diventa così, nelle “macerie d’eternità” dei nostri anni sempre più “lividi”, l’avamposto di una strenua resistenza morale e stilistica, il segno di un “progetto” in cui pensare e fare, nella prospettiva di un mondo finalmente nuovo, in cui ognuno, non meno del poeta “uomo di molta ragione / § di poca fede, passioni devastate, polvere di nessuna / stella” (Con un corredo limitato), possa ancora leopardianamente levare “erta la fronte, armato, / e renitente al fato”.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

LA SCALA DI JACOB di Corrado Calabrò

“Noi siamo come un’onda che trascorre: / una riga tracciata nel nulla”: è una meditazione sull’esistenza, quella che Corrado Calabrò evoca ed agisce da sempre nei suoi versi, e in particolare in questa breve raccolta, riproposta qui attraverso elementi simbolicamente forti, come l’acqua, archetipo esemplare ed essenziale della vita, e il filo di un orizzonte, fisico o mentale, tracciato come una “riga” protesa verso l’illimite, verso il “nulla” sconfinato del desiderio e della realizzazione di sé.

Un’”onda” e una “riga”: tra mare e scrittura, insomma, tra prospettive d’infinito ed esperienza della poesia, sulla scena dell’effimero dell’esistere, col senso incrementato e arricchito fin dal titolo della silloge, La scala di Jacob, da un’ulteriore significativa metafora, quello della “scala”, che, oltre al suo valore mistico e allegorico di esigenza di contatto e di comunicazione, allude soprattutto a un sogno innato e inesauribile di ascesa, all’impulso di elevarsi verso spazi altri, tra il basso e l’alto di sempre nuove dimensioni.

Una prospettiva dunque per così dire ascensionale, energetica e conoscitiva, animata dal “bisogno di salire”, come si dice nel verso conclusivo del testo che dà il titolo all’insieme, non disgiunta dall’avvertimento della precarietà dell’esperienza, dal senso del trascorrere del tempo e di una irreversibile perdita di aureola: una rappresentazione (una vera rivelazione) della propria vita, intesa come historia sui sulla scena del tempo, sottratta all’inesemplarità e riaccesa per forza di scrittura dall’energia della parola esatta, dalla dignità di una forma classicamente composta, tra illuminazione lirica e gnomica attitudine ragionativa, tra racconto e “visione”, in una metrica tramata di sottili riprese e rime interne, a testimoniare, a sé e agli altri, la peculiarità del proprio stare nella poesia ma più ancora nella vita, nella “luce irreale, stralunata” di una quotidianità niente affatto tranquilla e pacificata, come è quella del testo dacui è tratto il distico citato in apertura, ossia Precessione, intriso di presagi e di segnali.

È dentro tali coordinate, psicologiche e morali, che si svolge la nuova tappa della poesia dell’autore di Rosso di Alicudi (1992) e diMare di luna (2016), in cui campeggia la straordinaria visione cosmica di Roaming (un autentico capolavoro dall’afflato lucreziano), oltre che diRicordati di dimenticarla (1999), per citare solo alcuni dei molti suoi titoli esemplari e memorabili: inquieto eppure con l’animo proteso a mettersi sempre in gioco, riga dopo riga, “gradino” dopo “gradino”, inesausto, giusto come nel testo eponimo della raccolta ammonisce un verso (“è una scala che non può finire”), per reinventarsi, ricuperando continuamente dimensioni inesplorate di sé con la forte coscienza di poter, se non anche fare, almeno dire tutto scrivendo.

La natura (Luna blu), la donna e l’amore (Accorre improvvisa, Estuario), gli affetti familiari (Senza parole, Close youreyes), le domande irrisolvibili (Frazione di zero, Disinformazione), le vicende della vita e della storia (La carrubbara): certo, le tematiche di sempre, ma con in più la coscienza dell’esposizione a un mistero, all’urgenza delle domande di fronte al male e di fronte all’oltre (Trasloco) e perfino il fastidio, un acre sdegno espresso in forma epigrammatica, verso il marcio della politica e il balletto dei compromessi quotidiani (Quarta Repubblica).

di Vincenzo Guarracino

 

LA SCALA DI JACOB

 

Siamo portati su una scala mobile,

ne scorriamo i gradini stando fermi

fino a che rientra l’ultimo scalino.

 

Ti lascio, foglio, una scala di legno;

è una scala a pioli fatta a mano

eretta in verticale verso il cielo:

devi scalarla come un sesto grado.

 

Ogni gradiente ne genera un altro

perché è una scala che non può finire

 

finché senti il bisogno di salire.

(18 settembre 2016)

MARIA ANTONIETTA VIERO da Viaggio di una foglia

PREGHIERA

“Padre mio, che sei nei cieli, donne-moi un petit morceau de père chaque jour”.

“Padre mio, che sei nei cieli, dammi oggi il mio pane quotidiano…”.

 

Padre, datti a me un pezzettino al giorno.

E come viandante peregrino in strada

di sogno va,

e come bimbo frettoloso apre

la pagina al vento,

e si scompigliano le lettere,

e sollevano piano il disegno ricamo

con filo dorato

 bagliore di luce al ritorno

 del sole allo specchio.

E danzano nell’aria le lettere

al tremore che fioca la luce acerbe

 ballerine sulle punte dimentiche

e libere come lucciole rapiscono

lo sguardo

come astri lontani indicano la via

come cicaleccio confuso ricordano le donne al mercato

così lasciano in custodia incustodita,

e bianca ritrovano

la pagina all’ascolto di chi ancora

 osa il rischio dell’udire.

 

Maria Antonietta Viero, nata a Breganze (Vicenza), vive e lavora a Padova. Dottore in filosofia, è stata campionessa d’Italia di pallacanestro e mannequin d’importanti stilisti italiani. Attualmente svolge la sua attività nel settore della moda, con un suo show room a Padova. Ha in corso da anni l’itinerario cifrematico a Milano. Presso Spirali sono usciti il romanzo, La ballata del Moro Canossa (2000) e i racconti pubblicati nelle riviste “La cifra” e “Il secondo rinascimento”.

Di imminente uscita Viaggio di una foglia, una sorta di “romanzo familiare”, che ripercorre in modo creativo la sua esperienza di vita e di ricerca.

 

(testo proposto da Vincenzo Guarracino)