Guarracinismi tra antico e odierno

UN OMAGGIO AD ANDREA CAMILLERI  – “Ha compiuto il prodigio di essere nel contempo uno scrittore autenticamente popolare, un artista vero e l’ultimo intellettuale, capace di parlare non solo di letteratura, ma del mondo, l’unico sopravvissuto dopo la morte di Sciascia e di Pasolini. E una cosa purtroppo è certa: con lui muore una possibilità di essere scrittori e intellettuali insieme, con lui il Novecento è davvero finito” (ROMANO LUPERINI, Per Camilleri, intellettuale militante, su Laletteraturaenoi)

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Ancora un omaggio ad Andrea Camilleri – “La cecità mi risparmia di vedere la mia faccia”, diceva Camilleri in “Tiresia”. Negli occhi di un cieco, che sia di Chio o di Porto Empedocle, è scolpito il futuro. Parola di Alberto Granese, storico ordinario dell’Università di Salerno

 

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Il prof cilentano di latino e greco di Andrea Camilleri – Il professore di latino e greco di Andrea Camilleri, al liceo classico Empedocle di Agrigento, era un cilentano. Si chiamava Antonio De Marino: io l’ho conosciuto e frequentato. Era nato a Castelnuovo Cilento il 26 marzo 1915. Primogenito di una famiglia benestante, grazie ai sacrifici del padre – emigrato negli Stati Uniti e dal quale riceve un’educazione moderna e democratica, attenta ai problemi sociali e politici – studia al liceo di Vallo della Lucania e poi all’Università di Napoli, laureandosi il 24 novembre del 1939. Fa domanda di insegnamento e viene destinato al Liceo classico Empedocle di Agrigento per insegnare latino e greco. Tra gli allievi di allora c’è anche un giovane promettente che viene dalla provincia, Porto Empedocle, dove è nato nel 1925. Andrea Camilleri, dopo una breve esperienza in collegio, si iscrive al Liceo Empedocle e grazie all’insegnamento, tra gli altri, del professore De Marino, nel 1943 consegue la maturità classica. In seguito il professor De Marino scopre con gioia quasi paterna che quel suo alunno è diventato uno scrittore, che, con i suoi libri, parla non solo all’Italia, ma al mondo. Con Camilleri e con altri alunni negli anni successivi De Marino intrattiene una lunga corrispondenza – come assicura la figlia, Elvira, direttrice del Reparto di Oncologia dell’ospedale di Vercelli e nota conferenziera. Comunista, Antonio De Marino collabora con diverse testate e scrive articoli di denunzia sociale e politica, schierandosi dalla parte degli ultimi, contro i sindaci democristiani e i padroni. Memorabile un suo articolo del 1946 sulla testata comunista «Il Gallo» intitolato Castelnuovo Cilento: feudalità e miseria. Muore a Napoli il 16 luglio 2006 ed è sepolto nel cimitero di Castelnuovo Cilento.

(ringrazio l’autore dell’articolo, lo scrittore e giornalista GIUSEPPE GALZERANO, che mi ha concesso di poter utilizzare il suo articolo, comparso sul quotidiano di Salerno La città)

 

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Su questo mare schiacciato da bonacce / galleggiano ingavonate sulla dritta / le snelle navi che sfidavano i venti / con braccia e mani salde sul timone. / Barche a tòrzo lasciate alla deriva / senza più vele, senz’alberi maestri, / vuoti scafi protetti dal fasciame / per scarrocciare a lungo in naufragio” (FRANCESCO BELLUOMINI, Ultima vela, Samuele Editore 2018).

 

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Ancora su LIMESLimes è, certo, etimologicamente, nell’osco, un “limite”, un “confine”, ma è anche un luogo, un segno, un “bordo”, da cui ci sporge, avanti o indietro: una possibilità da cui porsi domande e muovere passi. Una situazione dunque quanto mai delicata e importante: si può restare indifferenti a ciò, a meno di non voler resta in limo, nel fango dell’indifferenza e dell’ignavia?

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

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Guarracinismi tra antico e odierno

In un’epoca come la nostra, con le cronache e le prime pagine dei giornali occupate stabilmente da Muri e Ponti tragicamente crollati, ecco che un libro che esibisce nel titolo “Trincee” non può che catturare l’attenzione evocando immagini di guerre e di sangue: quasi a promettere, se non una sostanza epica, almeno occasioni di risentimento e civile resistenza.

Il libro è Da una trincea di vento (Moretti&Vitali), di Lorenzo Mullon, triestino “natione non moribus”, e la sua sostanza di denuncia, civile, ce l’ha senz’altro, ma non come uno se l’aspetterebbe.

Intanto, l’autore è un personaggio quanto mai singolare, almeno per il mondo della letteratura, che lui attraversa senza clamori da prima pagina, da Canto Generale, convinto com’è che “nulla di nostro / è nostro veramente / tranne / un filo di voce / e una radice / nel mare”. Lella Costa, che s’è prestata ad accompagnarlo in questo libro, dice di lui che “fa il poeta itinerante, gira per i parchi milanesi a dire i suoi versi” e che, se questi piacciono, ne “propone, sempre con garbo infinito, l’acquisto”, perseguendo una sua personale ricerca della felicità attraverso la poesia e la coltivazione di un suo progetto di armonia con se stesso e con gli altri, oltre l’”assurdo teatrino” di una mortificante quotidianità: un’utopia che i Muri e le Trincee vuole abolirli, sconfiggerli, ma con la Parola, con la forza di un messaggio positivo. Uno che sente di parlare non a nome di sé soltanto, ma di interpretare ed esprimere il sentire di tanti di una Moltitudine, “tra la realtà / e la forza dei sogni”. ecco: è da qui che si pone Mullon, incurante di passare agli occhi dei più per “ingenuo” e “tonto”, forte della coscienza di chi insegue se stesso sapendo di non “assomigliare a niente”. Altro che “cuori aperti e porti chiusi” come con slogan inquietante promette e minaccia un ruspante “Statista” da salamelle.

Lorenzo, alla tronfia sicumera di certi Soloni e alle anfetaminiche elucubrazioni di tanti sedicenti Poeti, oppone la sua dolente “sapienza” della vita ricordando con pudore e discrezione che “il mondo è così sospeso / nell’universo / che bastano poche note di una musica per farlo girare”: una “musica” quanto mai lieve che “se ne va / senza lasciare traccia” a non accettarla, a non lasciarla vivere dentro di noi nella forza della sua debolezza e bellezza, liberandosi dell’ingombro di troppe cose inutili.

 

***

 

Li affido a te, Signore, questi negri / che sbucano a decine, a centinaia, / a gruppi o in fila indiana, / dal sottopasso della ferrovia / vicino a casa nostra. / Si avviano starnazzanti verso il mare, / intasano la strada, incuranti del traffico, / che ti verrebbe voglia di gridare, / per fargli il controcanto, / cerchi scampo chi può, mamma, li neri! / Sia chiaro, siamo aperti / a ogni loro esigenza / grazie al nostro passato di emigranti / però, diamine, un po’ più di rispetto / per chi a quest’ora schiaccia un pisolino, / parlare ad alta voce è di esseri incivili. / Guardali quanti sono, / somigliano alle bibliche locuste, / a un gregge di montoni in Aspromonte, / gli uomini con involti nella mano / o in bilico sul capo / le donne più composte coi residui / della loro famiglia tra le braccia / o sospesi alle spalle. / Donne dolorosissime / con negli occhi i massacri / delle guerre e della fame, donne fortunate / che si sono disfatte di altre donne / schiavizzate, stuprate, lapidate, / con le ferite aperte / di matrimoni imposti e vedovanze, / che intrecciano i capelli delle bambine bianche / col viavai di lunghe dita nere / sotto lo sguardo attento delle madri. / E uomini vaganti / tra lettini e ombrelloni / che, come per un gioco di magia, / estraggono da zaini e da borsoni / l’armamentario delle meraviglie: / borse a soffietto, zufoli, girandole, / lingue di menelik, ranocchi luminosi, / nani spruzzanti bolle di sapone, / rosari, figurine / di Padre Pio e dell’odiato Papa, / immagini di Cristo sorridente / con il cuore squarciato dalla spada, / loro poveri cristi musulmani. / Signore, dammi ascolto, / spalancagli le porte dello Janna / e adagia sopra il seno delle huri / la loro schiena rotta / sotto il peso di inutili negozi, / con una nube dove riposare / i piedi martoriati / dalla cocente sabbia del deserto / lungo la spiaggia di Montesilvano” (Emilio Coco, Preghiere, Quaderni di RebStein 2011)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Lucia TRIOLO, Dedica, Edizioni DrawUp, 2019

Ogni volta che Lucia Triolo mette mano alla penna è come se scrivesse sempre per la prima volta apprendendo logopedicamente il prodigio di essere nel compito estremo della parola: nella sua precisione e nel rischio di una mancanza di controllo, poiché conscio e inconscio, come ci insegna la psicanalisi a più riprese, coabitano nel verbo, ma proprio il rischio aumenta la chiamata alla salvezza. (…)Nell’affanno che si coglie troviamo due poli che lo simboleggiano: il femminile – da sempre il tema profondo della poetessa – e la sicilianità declinata in quella vocazione alla giustizia non legata grecamente alla verità. L’impegno alla parola dischiude orizzonti differenti che s’incistano tra di loro determinando l’impegno dell’io a inoltrarsi nel verbo, sapendo di non poter mai coincidere con esso. Mi pare evidente la prospettiva fenomenologica che da un lato vede l’impossibilità di una relazione e dall’altro la esige così come il sale è necessario al fascino del mare anche se brucia le ferite e nel contempo le cauterizza.

(dalla prefazione di Giuseppe Cerbino)

 

Lucida follia

In punto di lucida follia

mentre stringo tra le mani

uno scheletrico io

e scarico una lacrima in latrina

riesco a dire esattamente

ciò che penso

 

inconcepibile come una gaffe

 

La mia parola

Non c’è scatto che non le appartenga

ho messo la parola

a lottare con la vita

a rabberciarla

come un tessuto vecchio lacero

sporco.

L’ho vista slogarsi per afferrarla

nel precipizio in cui l’io-sono non penetra

nella parola e testardo

non vuole essere-detto

ma nessuna fuga

può essere concessa

 

L’insolenza del silenzio

non cambia la circolazione:

in qualunque stagione a casa

ci si riposa

 

Litanie

Non ho tralasciato nulla

ho chiesto aiuto

rifugiata in antiche litanie

ho invocato i santi della sicurezza

ho invocato i santi della mediocrità

ho invocato i santi dell’infingardaggine

quelli della fatica e del dolore

e del peccato e della miseria.

E poi i santi del vuoto e del nome

Ho trovato una caramella

tra macerie

l’ho scartata

insaziabile

zanzara

ronzava

dentro le litanie

la gioia sembra non

abbia santi né tabernacoli

-questione di profondità

credo

 

Scrivo

Scrivo a rovescio sulla pelle

vivo a rovescio questa vita

come chi non ha più carne

da redimere

tengo le ossa sotto

i passi

lo spirito fa ancora rumore

 

una persiana sbatte sbatte

mi fa arrossire

 

© Lucia Triolo

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Ha pubblicato per la G.A Edizioni: “L’oltre me” (Maggio 2016), per le Edizioni il Fiorino: “Il tempo dell’attesa” (Maggio 2017), per La Ruota Edizioni: “E dietro le spalle gli occhi” (Febbraio 2018), per BIbliotheke Edizioni: “Metafisiche Rallentate” (Ottobre 2018). per DrawUp Edizioni: “Dedica” (Aprile 2019), ancora per La Ruota Edizioni: “Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” (Maggio 2019). È presente in numerose antologie. Tra i numerosi riconoscimenti, premio Amelia Rosselli al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa Città di Conza della Campania 2018 e terza classificata al XIX Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa Guido Gozzano ed. 2018.

Guarracinismi tra antico e odierno

Ancora sul tema dei “migranti”…

Erri De Luca, in un libro non recente, del 2005, Solo andata (Feltrinelli), parte dal racconto in versi del viaggio di un gruppo di migranti (viaggio di “sola andata”) verso porti di un’improbabile salvezza, “lastricando di scheletri” il mare, “piedi in marcia” di una nuova civiltà, mettendo in scena la disperazione di una generazione che “si vergogna” per una umanità che sa far fiorire e prosperare solo il “seme di Caino”. L’autore, ben noto a apprezzato per i suoi romanzi (oltre che l’impegno civile), qui, in questo testo di intensa poesia, rivela una pietas davvero esemplare e commovente: quale altro messaggio dal libro, per identificarlo e definirlo, se non quella dell’”ape” che “succhia fiori di sassifraga” affiorante dallo “squaglio” primaverile dei ghiacci della Marmolada (in Miele 2003)? Come dire, che dal “gelo” dell’indifferenza pressoché generale è necessario cogliere anche un minimo segno di positività per non disperare.

 

Ma il mondo è una casa scossa / l’onda maestosa di ritorno / s’infrange schiumando / a piallare la costa / senza allerta / senza cognizione / si sposta l’orizzonte / verso miglia di caos / colpi nell’epicentro / saliti dalla marea / alle isole” (Renato Minore, Tsunami 2011, in O caro pensiero, Aragno editore 2019).

 

 

Più recentemente, Enrico Brambilla Arosio il problema, nel suo romanzo Parole migranti (Puntoacapo 2017), lo prende da lontano, in chiave prettamente letteraria, costruendo una sorta di allegoria che partendo da molto lontano (addirittura dal 1453, dalla caduta cioè dell’impero d’Oriente e dalla conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani), vede protagoniste le “parole” che vivono e migrano, più vitali e umane degli umani stessi, in un iter storico-linguistico, che  attraverso una irridente parabola lunga mezzo millennio, come una grande allegoria della umana peripezia, si avvia ad un presente sempre più piatto, degradato e disarticolato, condizionato com’è da involgarimenti e contaminazioni, sulla scena di una Babele di popoli e di voci, sotto il segno e la spinta di una irreversibile “globalizzazione” dagli esiti culturali e sociali tutt’altro che prevedibili. Questo, a conferma che la storia degli uomini si può leggere anche attraverso la storia della lingua, l’una e l’altra reciprocamente contagiandosi e influenzandosi, come in un infinito gioco enigmistico da dipanare con pazienza e accortezza, fermo restando che in essa a vincerla e a farla da padrone è il caso, l’anomalia, capace di generare angeli o mostri.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

“Migranti” è parola carica di molte suggestioni, giusta l’etimologia che la imparenta dall’accadico “misru”, con l’idea di “confine”, di LIMES, un aldiquà carico di impensabili risorse e conseguenze. Indica, migranti, le centinaia, migliaia di persone che, sfidando pericoli di ogni specie, quotidianamente tale confini li superano, per mettersi in viaggio, terra marique, per terra o per mare, per cercare di raggiungere più ospitali terre, Eldoradi di una vita migliore.

Oggi, in molti l’adoperano e non con identica intenzione, da Trump a papa Francesco, passando per i nostri muscolari “Statisti” di stagione.

Un problema sociale e umanitario, riportato alla ribalta proprio in questi giorni per via dell’impasse diplomatica che ha tenuto in allarme Governi e opinione pubblica internazionale, oggetto di un vile braccio di ferro tra i diversi governi europei incapaci di un accordo.

 

Eppure, molti si ostinano per ideologia o per ignoranza a non rendersi conto che da sempre “migrazione” vuol dire trapianto e innesto, oltre che di potenzialità lavorative, di cultura, di civiltà. Ma omnia migrant, tutto muta, teste Lucrezio.

 

*

 

Chi nacque prima / Morfeo o la morfina / il tè o la teina / caffè, caffeina / mucca o fettina? / Chi sole, chi luna / chi lupo o gallina? / Se queste son domande / chi è che le indovina? /../La parola più odiosa è odio / La più tenera, tenerezza / Subito dopo viene il difficile. / Ficodindia, armato fino ai denti, / è buono dentro. / E il fringuello sorvola / sulle scale segrete che ha in gola” (Ennio Cavalli, Chi nacque prima, in Se ero più alto facevo il poeta, La Nave di Teseo, 2019)

 

*

 

Tra i tanti che anche nella letteratura fortunatamente continuano ad occuparsi del problema “migranti” c’è l’amico Francesco Piscitello, che nella vita ha fatto molte cose, dal medico, al pubblicista, allo scrittore (ricordo, assieme alle poesie in dialetto milanese, “in vèna suturna”, uno straordinario ritratto di Giuda, nel dramma L’Apostolo traditore, 2015), sempre rivelando una non comune sensibilità civile e morale.

In particolare, nel poemetto Auschwitz di là dal mare (NS, Edizioni Nuove Scritture 2018), mette in scena attraverso le parole di una “vittima” condannata come tanti a “nutrire i pesci del mare”, quella che nella prefazione Angelo Gaccione definisce una “tragica, dolorosa, moderna Via Crucis”, che lascia il lettore “attonito, pietrificato” dinanzi all’orrore: per “non abbandonare all’atrofia i nostri neuroni specchio” dinanzi allo scempio che passa quotidianamente dinanzi ai nostri occhi e che porta i nostri governanti a respingere verso il deserto, verso l’Auschwitz di là dal mare, quelli che da noi chiedono solidarietà e si ritrovano in mezzo all’indifferenza e all’ostilità davvero disarmante di un mondo, il nostro, di “opulenti consumatori di futilità, di frivolezze”.

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

François Nédel Atèrre, Limite del vero, La vita felice, 2019

C’è molta descrizione di attimi, talvolta pare di assistere a un ragionamento anagogico: Littera gesta docet, quid credas allegoria. Moralis quid agas, quo tendas anagogia. Un senso morale straniante e quasi di accompagnamento, un indicare senza premere sulla ferita che le cose mostrano. Non credo di esagerare se dico che ci sono momenti di scrittura sinestetica.

(dalla postfazione di Giulio Maffii)   

 

 

Poi si va avanti, il tempo di ciascuno

è frammentario – a volte non sussiste.

Chi allegramente scompare, sparpaglia

cocci di sale nel piato degli altri

e fa del bene avaro. Per discese

chi crede di aver cuore pianta i piedi

e regge stanghe di carri pesanti

– ignora i loro gomiti, l’azzurro.

Non ha risposte il sole di novembre:

raccolti i vòlti, ripresi per caso

fili smagliati, intenzioni e parole

rinnega tutto, si consegna al freddo.

 

Invita a fare da soli, in silenzio.

 

*

 

Le strane formule stanno migrando

dal nudo vero. Silenziose, stanche

si poggiano sui cavi della luce

– ma è il cielo a darne, ed è arguto regalo.

Fanno brevissimi cenni col capo.

 

Stentano a riconoscerle figure

di uomini e donne strette nei cappotti,

dal passo svelto. La neve cancella

le vie che portano al lavoro o a casa.

 

La meraviglia si fa innanzi a pochi.

 

*

 

Era quel tempo – non si conta in anni

quando stavamo con loro. I giardini,

le case nuove, i viali nella luce.

 

Ciascuno il suo prodigio, a ogni sentiero

un salto d’acqua, una baracca vuota.

Era quanto bastava, non di meno.

 

Si è sciolto sui mattoni quell’autunno

o sulle pagine aperte dei libri:

poco di bianco, estraneo, sale in grani

le tue sembianze qui, il mio corpo vano

seduto sulle scale, com’è adesso.

 

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terraccia­no) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. È laureato in Economia e Commercio. La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione. Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti. Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.  Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni. Le sue poesie sono state tradotte in romeno e inglese.

Alina RIZZI – Tre inediti

Nell’ora nona
calavano le ombre del giorno
si protraeva
il lavorio instancabile delle ipotesi
sotto maschere adunche
che tornavano
dopo l’assoluzione del sonno
e si disponevano
devote a riti oscuri
all’eterno mormorio sommerso.

*

Decise di ritrarsi
dai giorni liquefatti
dalle figure pensanti
che sfiancavano le notti
spalancate sul vuoto
e il silenzio più estremo.
Decise di tornare
ma rivestita di pelle
per riconoscersi ancora
in quel malore stantio
che spezzava quieto
le linee del volto.

*

Dalla cima degli anni osserva
incredula e già pentita
viandanti che non sono più tornati
da cui attendeva improbabile
un cenno d’assenso.
Ciò nonostante ora va delineando
una perfezione di gesti
oltre il rito usurato
di movimenti essenziali
liberati dal silenzio.

© Alina Rizzi

Alina Rizzi è nata a Erba (CO). Giornalista e scrittrice, si dedica da sempre a realizzare iniziative rivolte alla valorizzazione del mondo femminile. Ha vinto premi letterari e partecipato a diverse antologie, tra cui quella americana LA DOLCE VITA (Running Press). Ha pubblicato AMARE LEON da cui il regista Tinto Brass ha tratto il film “Monamour”, i romanzi PASSIONE SOSPESA e DONNE DI CUORI, COME BOVARY e SCRIVIMI D’AMORE . La drammaturgia in versi NATASCHA E IL LUPO nell’antologia IO E L’ALTRA, i volumi di racconti BAMBINO MIO e PELLE DI DONNA . In versi: ROSSOFUOCO, IL FRUTTO SILLABATO, LA DANZA MATTA , ARITMIE, e diverse plaquette. Il suo blog è costruzionivariabili.blogspot.it