Luca GILIOLI – Un inedito

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate

partoriscono buio – che c’è nella culla?

furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:

destino di chi non s’avvede delle fate.

 

© Luca Gilioli

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Le sue raccolte poetiche: Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Luca Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

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GUARRACINISMI tra antico e odierno

FUOCO

“In un angolo di mani / falci l’erba del giorno / che non vedi / attorno alla voce dondolare / di angelo buono e di porta / Considera il fuoco sulla neve / siede male dove tu sedevi / mentre più calmo / ora candido muta / in albero levato” (Lorenzo Morandotti, Nero Euridice, 2019)

 

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FUOCO E ROVINE

 

La Storia passa troppo spesso per eventi catastrofici e ciò che lascia e deposita sono resti, cumuli di cenere: rovine. Non sempre, per fortuna.

È nel segno di un evento immane che si scrive un episodio di straordinaria rilevanza culturale e storica, quello che vede protagonista un personaggio appartenente a un’antica gens comense, che il destino ha voluto fissare e immortalare sul teatro dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che devastò Pompei e la Campania tutta, il 24 agosto secondo i più (o più probabilmente il 24 ottobre, secondo altri).

Si tratta di Caio Plinio Secondo, detto il Vecchio , il celebre erudito ed autore di quell’impareggiabile monumento di sapere, che è la sterminata Naturalis Historia che ingloba tutto lo scibile dell’epoca nella mole impressionante dei suoi 37 libri.

A raccontarcene la tragica fine è un testimone brillante e raffinato della vita e della cultura della sua epoca, ossia Caio Plinio Cecilio Secondo, detto “il Giovane”, figlio di una sorella e da lui adottato, che si era trovato ad essere anche lui spettatore dell’evento straordinario, benché da una precauzionale distanza. Ce lo riferisce in una celebre lettera, in cui su sollecitazione dello storico Tacito fa un resoconto dettagliato degli ultimi suoi giorni di vita. All’amico, che gliene chiedeva notizia, perché intendeva trattarne nelle sue Historiae, Plinio il Giovane fa una meticolosa esposizione dei fatti, spiegando che di fronte all’imminenza del cataclisma lo zio, che si trovava in quel frangente a Miseno, sul golfo di Napoli, in qualità di prefetto della flotta imperiale, aveva deciso di recarsi verso la costa più vicina ai luoghi dell’eruzione, verso Ercolano e Stabia, per osservare il fenomeno da vicino ma soprattutto per portare aiuto alle popolazioni minacciate. “Altrove era ormai giorno”, racconta Plinio, “ma là persisteva una notte più scura e più fitta di tutte le notti, benché punteggiata di numerose fiaccole e di luci di vario genere. Si decise di uscire sulla riva del mare per controllare da vicino se permetteva qualche tentativo, ma lo si constatò ancora sconvolto e impraticabile. Là mio zio fece stendere un  drappo per terra e vi si sdraiò, domandò a più riprese acqua fresca e ne bevve. Ma ben presto fiamme e puzza di zolfo, preannunzio di fiamme, inducono tutti gli altri alla fuga e lo ridestano; egli riuscì a sollevarsi appoggiandosi a due giovani schiavi, ma nello stesso istante stramazzò…”.

Finisce così, nella testimonianza del nipote, la vita di un autentico martire della scienza, asfissiato dai venefici miasmi e dalle ceneri dello stesso “sterminator Vesevo”, che 1800 anni dopo suggerirà a Leopardi amare considerazioni sulla condizione umana e sull’amore della Natura per il genere umano.

Singolare destino, certamente: morire in nome della scienza e soprattutto in quelle stesse plaghe in cui sono probabilmente da ricercare le radici stesse della sua famiglia, se è possibile che provenisse da quella Campania da dove Giulio Cesare poco più di un secolo prima nel 59 a.C. aveva trapiantato sulle rive del Lario una nutrita schiera di coloni campani, destinati a popolare la città da poco fondata.

Ad avvalorare questa ipotesi, potrebbe giovare una risultanza toponomastica, il nome cioè di un paesino, in cui non si fa fatica a riconoscere etimologicamente proprio il nome di Plinio. Il paese, a tutt’oggi di poco più o poco meno di 1000 abitanti, si chiama Prignano, in provincia di Salerno, posto sui primi contrafforti collinari del Cilento, da dove si guarda sulla piana incantata di Paestum e il mare azzurrissimo da un lato del golfo di Salerno e dall’altro del promontorio di Agropoli.

 

Ebbene, a dar retta a una non peregrina interpretazione, che lo farebbe derivare da “plinianum” (praedium, “fondo, podere”), Prignano recherebbe dunque nel suo etimo un segno di appartenenza e di eccellenza di cui giustamente andare orgogliosi, collegandosi al fatto che proprio lì, di fronte ai templi più spettacolari della Magna Grecia e poco lontano dalla Velia/Elea di Parmenide e della Scuola Eleatica, Plinio avrebbe, se non anche tratto la sua origine, almeno posseduto un fondo o una villa, la cui ubicazione mai è stata finora rintracciata ma di cui qualche vestigio prima o poi dovrebbe pur apparire assieme ai tanti altri oggetti fin qui affiorati (per lo più vasellame e monete, pietre scalpellate e connesse senza malta di calce, rottami di bronzo e altro metallo, cocci di terracotta).

Ipotesi, nient’altro che ipotesi e fantasie. Ma quanto suggestive e stimolanti, e tali da istituire, attraverso il crinale di colline e montagne, un ponte, un’ideale “catena” tra nord e sud, tra Campania e Gallia Cisalpina, nel nome di uno dei suoi più illustri figli.

 

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“NATURA OGNOR VERDE”

 

LORENZAGO DI CADORE – Dall’idea di un’artista nasce un progetto di valorizzazione e tutela di un’area naturalistica molto suggestiva situata lungo il “Sentiero del Papa”. Si chiama “Giardino delle farfalle e delle api” e si trova in Val de Palù, una località montana, a 1300 metri in comune di Lorenzago di Cadore (BL). Qui il Papa Karol Woytjla amava compiere le sue escursioni in montagna, nel cuore del Cadore e sostare nella baita lì vicino per bere una aranciata. L’artista Angiola Tremonti si è innamorata di Lorenzago e di questi luoghi, e con l’occhio abituato a scoprire e creare cose belle, non ha potuto non accorgersi che questo giardino naturale ospita fiori, farfalle, libellule, api domestiche e selvatiche, che pullulano tra boschi e prati con una torbiera che gli esperti giudicano estremamente interessante.

“L’idea iniziale fu di Emilio Trabella, grande paesaggista del FAI– spiega l’artista – che mi propose la realizzazione, nella mia proprietà montana, di un parco fiorito dedicato alle api ed alle farfalle. Al mondo tali parchi sono pochissimi e potrebbero essere molto interessanti sia dal lato turistico-ricettivo ma soprattutto per attirare questi preziosi insetti tanto utili alla natura e all’uomo, sempre nel rispetto reciproco delle attività boschive. Ora che Emilio Trabella ci ha lasciato, l’impegno verso l’amico diventa un dovere”. Che fare dunque? In un primo momento l’artista immaginava di creare un “Santuario delle farfalle” magari incrementandone la presenza con altre specie, ma in seguito, consigliata da entomologi e naturalisti, si è accorta che questi insetti ci sono già in loco, basta scoprirli e aiutarli a riprodursi diffondendo le loro piante ospiti che si trovano in zona. Ed ecco che, secondo le stagioni, sono arrivate l’Apollo e le Vanesse, le Erebie e le Melitee, le Amate e le Zigene. Ma i fiori sono popolati anche da Api, domestiche e selvatiche, Bombi e Melipone che vengono sin quassù a bottinare il polline. La torbiera, che si trova lì vicino, dagli anni ’70 del secolo scorso, è stata studiata da Lorenzo Bonometto notissimo naturalista dell’Università di Venezia: “Nel settore ovest il canneto è più rado – spiega – ed è formato da esemplari di minori dimensioni frammisti a una pluralità di altre essenze tra cui Epipactis palustris, Gentiana pneumonanthe e, particolarmente diffusa, Primula farinosa. Un’importante emergenza floristica è data in una singola pozza da Urticolaria australis. Tra le libellule sono state censite Aeshna juncea e Libellula quadrimaculata, con presenze anche di Pyrrhosoma nymphula, Sympetrum sanguineum, Somatochlora arctica, oltre ad un singolo esemplare di Platycnemis pennipes, unico reperto in Cadore non dovuto ad immissioni, Somatochlora arctica è sufficiente a conferire al sito una notevole importanza”.

Inoltre nella faggeta si sta accertando la presenza della “mitica” Rosalia alpina, un coleottero saproxilico segnalato a pochi chilometri in linea d’aria a Domegge di Cadore e a Forni di Sopora, nel vicino Friuli. Questo insetto è protetto in sede comunitaria e, di conseguenza, sono protette anche le ceppaie di faggio che lo ospitano. “La zona ha più di un motivo di interesse naturalistico, oltre che storico e affettivo – spiega l’entomologo Paride Dioli, collaboratore emerito del Museo di Storia Naturale di Milano – da anni, anche con le Università, stiamo studiando diverse torbiere alpine promuovendo Tesi di laurea sulla entomofauna e ogni volta ci arrivano risposte entusiasmanti sulla composizione floristica e faunistica di questi biotopi, perché si incontrano piante carnivore come la Drosera e la Pinguicola, ma si sono censite anche specie tirfofile di insetti lepidotteri, imenotteri, coleotteri ed emitteri. Inoltre le libellule, che sono predatrici, si trovano al vertice della piramide alimentare degli insetti negli ambienti umidi, dal piano alla montagna. Nelle aree vocate, tra i 1200 e i 1400 metri, spesso si incontrano le specie che vivono più in basso e quelle di alta quota, incrementando così la biodiversità generale di questi habitat.

Sarebbe interessante favorire la “Citizen Science” e i “Bioblitz” coinvolgendo i ragazzi delle scuole attraverso la fotografia naturalistica e il contatto tra gli appassionati e gli esperti, grazie agli smartphone e ai nuovi sistemi di campionamento per immagini, spesso molto efficaci per monitorare e valorizzare il territorio e tutte le sue componenti”. L’area, infine, ricade in un SIC (Sito di Importanza Comunitaria) a più ampia valenza ambientale. Il nuovo “Giardino delle farfalle e delle api” di Lorenzago di Cadore sarà inaugurato Sabato 24 agosto ore 17 con un rinfresco e una breve presentazione con visita alla torbiera. Tutti gli appassionati e gli studiosi della natura sono invitati. Soprattutto le famiglie con i bambini. In caso di pioggia la manifestazione è rimandata al mattino della domenica 25 verso le 11. DOVE? Località Val De Palù, Comune di Lorenzago di Cadore (BL). Altitudine 1380 m. Si accede imboccando la stradina a sinistra sulla curva appena prima del Passo Mauria lì si imbocca il Sentiero 336 dedicato a Papa Giovanni Paolo II – Wojtyla. Sentiero a Lui molto caro. Circa 45 minuti a piedi.

Segreteria 3381870881 mabilla@angiolatremonti.com

 

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DA UN’ANNA ALL’ALTRA: Anna Santoliquido e Ana Blandiana

 

La poeta e scrittrice Anna Santoliquido, di Bari, è s tata invitata a partecipare alla 58° Edizione de l Festival Internazionale di Poesia «Struga Poetry Evenings» che si terrà dal 21al 28 agosto nella          città di S truga nella Repubblica della Macedonia del Nord, sul lago di Ocrida, al confine con l’Albania. La Santoliquido, già tradotta in molte lingue – l’ultima sua silloge Parole e grappoli è apparsa inpersiano ne l2018 a Teheran – per l’occasione presenterà suoi componimenti tradotti in macedone dalla prof.ssa Anastasija Gjurcinova dell’Università di Skopje. Gli ospiti, che saranno impegnati in recital in varie località, prenderanno parte al simposio “’ Europa, Est e Ovest”. Il F estival è un appuntamento di grande prestigio, per la presenza di importanti intellettuali di diverse nazionalità. Quest’anno giungeranno da oltre trenta paesi  per l’assegnazione del Golden Wreath, uno dei premi di poesia più significativi al mondo, che in questa

edizione sarà conferito alla romena Ana Blandiana, di fronte a un pubblico di migliaia di persone. Il riconoscimento internazionale è stato attribuito, in passato, a illustri poeti della storia della letteratura, tra cui Ginsberg, Neruda, Montale, Sanguineti, Adonis, Bonnefoy, Brodsky, Heaney etanti altri.

 

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FUOCO E FIAMME

 

Una nota simpatica, “curiosa”, per concludere, che emerge dalla favola di Amore e Psiche, contenuta nelle Metamofosi di Apuleio (Madaura 125 d.C. – dopo 170 d.C.), e dalla lettura di una singolare visione dell’amore che affiora da un testo poetico.

Apuleio, da gran retore qual è, ossia maestro dell’arte della parola orale e scritta, si concede anche avventure nel campo della poesia, di cui abbiamo anche traccia nella stessa favola, quando all’inizio del cap.33 (libro IV) parla di Cupido, il giovane dio dell’amore, con parole alate ed enigmatiche, ispirate, come si addice ad un oracolo.

In un epigramma, che leggiamo nell’Apologia, ricorre ad una metafora, quella del “fuoco”, che nel contesto risulta quanto mai significativa e di forte impatto emozionale. Nel dichiarare il suo affetto ai due figli di un suo amico, dice infatti testualmente: “Crizia è la mia delizia, ma intatta, Càrino, rimane / la parte nel mio cuore che ti spetta di amore. / Non temere: mi bruci fuoco con fuoco a volontà, / ne accetto, pur di essere accettato, la doppia fiamma”.

L’idea dell’amore come fuoco (con la sua espansione concettuale “fiamma”) non è,  d’accordo, originalissima ma singolare e intrigante è il gioco di parole del v.4, che nell’originale suona molto forte, pressappoco “pur di soggiogarvi, m’assoggetterò” (dum potiar, patiar).

Come dire che nel rapporto amoroso, sia esso erotico o amichevole, quello che i Greci designavano con due termini, rispettivamente eros e agape, c’è sempre una reciprocità che “incendia” e alimenta i sentimenti e unisce le persone (non per niente la fiaccola, la taeda, è uno degli attributi del dio), creando una comunità di amorosi sensi che basta sempre a se stessa, senza condizioni di sorta e senza bisogno di determinarne la misura.

Se anche non è sempre una “malattia” (o una “ferita”), che fa soffrire atrocemente, come succede a Psiche, l’amore è comunque sempre un “fuoco” (e una “fiamma”), con tutta l’ambivalenza che la metafora comporta (devastante  ma anche benefico). Un fuoco dalla forza difficilmente contrastabile (omnia vincit, giusto come dice Virgilio), cui tutto deve assoggettarsi, uomini e dèi, e non è un caso che a un certo punto questa idea ritorni anche nella favola quando del dio, “il più potente” di tutti, si dice che addirittura, paradossalmente, “è capace di incendiare anche le acque” di un fiume (V, 25).

Senza giungere a tanto, Leopardi, a tale “prepotente signore”, nell’attacco del canto Il pensiero dominante, attribuisce dolentemente epiteti e prerogative non meno forti e significativi: “Dolcissimo, possente / dominator di mia profonda mente; / terribile, ma caro / dono del ciel…”.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

GUARRACINISMI tra antico e odierno

PIETRE, POPOLI

 

Cataclysmus, quod nos diluvium vel irrigationem dicimus, cum factum est, omne genus humanum interiit praeter Deucalionem et Pyrrham, qui in montem Aetnam, qui altissimus in Sicilia esse dicitur, fugerunt. Hi propter solitudinem cum vivere non possent, petierunt ab Iove, ut aut homines daret aut eos pari calamitate afficeret. Tum Iovis iussit eos lapides post se iactare; quos Deucalion iactavit, viros esse iussit, quos Pyrrha, mulieres. Ob eam rem Laos dictus, laas enim Graece lapis dicitur

 

(“Quando avvenne il cataclisma che noi chiamiamo diluvio oppure inondazione, tutta la razza umana perì a eccezione di Deucalione e Pirra che si rifugiarono sull’Etna, il monte più alto (si dice) che sorga in Sicilia. Essi non potendo sopravvivere per la solitudine, chiesero a Giove di concedere loro degli uomini oppure di annientarli come era successo agli altri. Allora Giove ordinò di gettare delle pietre dietro la schiena: quelle gettate da Deucalione divennero uomini, quelle da Pirra donne. Questa è l’origine della parola laos (“popolo”), poiché in greco Laas significa pietra.”)  IGINO, Fabulae, 153

 

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PIETRE, PAROLE

Un viaggio nei luoghi e nella memoria, attraverso le foto di Gianni Comunale

 

Pietre che cantano

 

C’è un libro che al suo apparire mi aveva affascinato, all’inizio degli anni ‘80, e che mi è ritornato in mente, visitando con devota circospezione vie e case del borgo antico di San Severino di Centola. Si tratta di un libro dell’etnomusicologo alsaziano Marius Schneider, del quale, più ancora della tesi molto suggestiva, a colpirmi era il suo titolo quanto mai eloquente, Pietre che cantano, pubblicato nel 1952 ma uscito in Italia solo nel 1980.

Accanto a questo, come in un’improvvisa coincidenza di memorie, una sorta di joyciana “epifania”, un altro libro, questa volta di poesia, Carnac (1961, inedito in Italia), del poeta francese Eugène Guillevic.

Pietre che cantano, davvero, queste di San Severino: come dire abitate da un che di vivo e sacrale, da uno spirito armonico che promana e “canta” dall’arcana solitudine del luogo e dagli elementi che lo costituiscono e strutturano; il fascino della vita che ancora parla dallo sfacelo e dal precario equilibrio dei casali, aggrediti e provati dal tempo ma come mai prima intrisi di luce e di colori (il verde degli alberi, l’azzurro dei cieli, il viola terroso delle ombre e delle acque), nel nitore di un paesaggio insidiato dall’agguato di un alone fosforico di nebbie, che ne contorna il profilo e lo separa come in un limbo sospeso. Forme dalla linee scabre e severe, paese dell’anima, che fa lievitare nella fantasia di chi lo osserva una strana vertigine, un senso di attrazione e repulsione. Pietre che si elevano con la coscienza orgogliosa del mistero semplice che le ha abitate e fecondate, nello scorrere ordinario dei secoli e delle generazioni, nel ritmo di giorni uguali eppure cangianti, senza altri sussulti se non le passioni scandite dal ritmo delle stagioni, dall’impulso di vivere e resistere che ha indotto gli uomini a custodire e abbellire di generazione in generazione il loro nido d’aquile con sobria efficacia, resistendo per secoli ad ogni tentazione di allontanarsene, ad ogni richiamo della pianura o del mare, dell’ignoto.

Les gents y étaient comme des menhirs, / ils étaient là depuis longtemps. / Ils n’allaient pas regarder la mer / ils écoutaient “ (“le genti erano lì come dei menhirs, / erano lì da molto tempo. / Non riuscivano a vedere il mare / lo sentivano”): come i menhir del paesaggio della bretone Carnac di Guillevic, come pietre immobili ai secoli e alle intemperie e insensibili alla voce dell’oceano. Non diversa è stata anche la condizione delle genti che a San Severino, a ridosso del mare dei miti, del Palinuro della poesia, eppure distante da esso mille secoli, hanno vissuto le umili epopee del lavoro e della sopravvivenza di tutte le genti cilentane, dimenticate da dio e dagli uomini, ma arroccate per sempre nei loro valori, incuranti delle seduzioni del mare e delle illusorie sirene di un progresso che ai loro occhi è andato nel tempo assumendo i colori del tradimento e della fuga.

Certo, poi, la storia ha decretato per loro un altro destino, ma non ha potuto far tacere il genius loci che abita ancora le loro pietre e ci canta nel contrappunto ritmico e plastico del paesaggio, in cui sordo gorgoglia ad ammonirci il rombo minaccioso del Mingardo giù nella Gola del Diavolo, una vicenda che nessuna cronaca può far occultare e tacere.

 

 

Pietre Nomi

 

Apice, Tocco Caudio, Cerreto Sannita, Conza, Taurasi, Casalbore: nomi carichi di storie, di perdite, abbandoni e atmosfere corrusche. Paesi di ombre e fantasmi. Spoglie e odori di cas’carute intrise di lacrime e sangue. Scheletri di pietra. Castelli, necropoli, chiese: tutto distrutto dalla furia della natura e dall’incuria, ma non dal ricordo degli uomini.

Muri, piazze, fontane, sorgenti: tutto per ora abbandonato, ma in attesa, si sente che sono in attesa. Musei di rovine a cielo aperto, dove si aggirano fantasmi di guerrieri, di pastori e contadini, di prelati officianti e sonnacchiosi e bianche pareti miracolosamente intatte, come a Casalbore, aspettano un pittore che le decori o almeno che fioriscano, quasi per spontanea gemmazione, muffe colorate, fantasmi di incrostazioni e screpolature cromatiche. Perfino interni di case, di camere con letti abbandonati e coperte. Altre volte dai muri affiorano ambigui profili anatomici, paesaggi impudenti del corpo che stimolano anziché scoraggiare l’indugio dell’occhio, al punto da generare non pochi intimi turbamenti.

Racconti di vita per minimi frammenti e lacerti, come un affresco sbiadito, un tondo che si affaccia come da un loculo pompeiano, a Tocco Caudio, da cui non si fa fatica a indovinare lunghe veglie di preghiera, invocazioni e pianti di una mamma addolorata per i suoi figli lontani.

Altre volte, a Taurasi, si espone e pencola da una terrazza su una valle un lampione miracolosamente sopravvissuto alla devastazione per chissà quanto.

A Roscigno Vecchia, mentre lenta e sorda una frana serpeggia nelle viscere della terra, un gatto osserva sornione l’avventurato passante. Poco più in là, oltre calanchi e carcare calcinate, Sacco e poi Piaggine, col Cervati in alto a far da guardia e sullo sfondo allo sfrascare di cornioli e castagni il magico profilo del Gelbison e si indovina il mare di Elea. Il segno di una vita che ancora c’è.

 

Prendi Apice, tra tutti: una Pompei moderna, sormontata da arcigni pinnacoli e castelli, in cui si sente lo sferragliare di antiche armature.

Qui tutto è com’era un tempo: perfino il negozio di alimentari reca ancora la sua insegna disegnata a mano; la “Beccheria” ha ancora la sua cella frigorifera aperta e la vetrina pronta per essere esposta in piazza; nel bar del centro c’è il bancone ancora intatto e bottiglie con i liquori negli scaffali e bicchieri e boccali sbreccati; nella “Vetreria” il tavolo polveroso da lavoro è ancora occupato da una porta in lavorazione e tutt’attorno gli arnesi sparsi dell’epoca, mentre una porta cigola e cigola sbilenca come un’anima in pena; il becchino ha lasciato sull’uscio del negozio due piccole bare bianche quasi ultimate e il parrucchiere i caschi per la permanente accanto alle poltroncine per le clienti. Certi interni di case e palazzi lasciano intravedere brandelli di pareti che splendono del giallo ocra dei parati e i soffitti con gli affreschi nel salone e nelle camere da letto sono ancora incredibilmente integri. La storia, la vita si sono congelate a quella data dell’ottobre dell’80, quando la terra ha tremato.

Perfino ancora pende da una finestra un abito da sposa posto lì ad abbeverarsi di vento e di luce da almeno quattro decenni, mentre edere e spini l’assalgono.

 

 

 

 

 

 

(Viene presentata il 29/08 a Matera al Palazzo Annunziata, nello spazio Basilicata Open Space sede della biblioteca Provinciale in piazza Vittorio Veneto la Mostra Fotografica “Càs Carùte. Un viaggio nei luoghi e nella memoria” di Gianni Comunale.

Saranno presenti i presidenti delle Province coinvolte nel progetto e il presidente della provincia di Matera. La  mostra, nata dalla iniziativa promossa dalla Rete Regionale Dei Borghi abbandonati della Campania, (formata da 14 comuni nei cui territori insistono i borghi, coordinati dal comune di Centola) si propone la valorizzazione e il recupero dei Borghi abbandonati, con fondi finanziati dalla comunità europea e della regione Campania, attraverso lo sguardo dell’artista  di origine cilentane, che da molti anni lavora sulle trasformazioni del paesaggio, come mezzo per riappropriarsi di parti del territorio parzialmente o totalmente inibite.

Accompagna la mostra un pregevole catalogo edito a cura del Biodistretto del Cilento, contenente, oltre ai testi di presentazione del gov. Vincenzo de Luca, del  sindaco e del vicesindaco di Centola Carmelo Stanziola e Silverio d’Amico e dell’ architetto Emilio Buonomo per il Biodistretto del Cilento, altri scritti tra cui quello di Roberta Valtorta, critico e studiosa di fama internazionale e già direttrice scientifica del Museo di Fotografia

Contemporanea di  Milano)

 

Di seguito, il trailer, che presenta la mostra, realizzato dal regista e fotografo Angelo Guarracino, anteprima del documentario sul progetto “Cas Carute”.

 

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PIETRE DELL’ADAMELLO

 

Il critico inglese John Ruskin, uno che di arte se ne intendeva, sosteneva che “le montagne sono il principio e la fine”, non solo “di ogni scenario naturale” ma addirittura della pratica stessa dell’arte, eleggendone la rappresentazione ad autentico banco di prova della bravura del pittore o dello scultore, memore in ciò forse delle riflessioni di Leonardo da Vinci che all’argomento aveva dedicato non poche annotazioni che si possono leggere nel Codice Urbinate 1270 della Biblioteca Vaticana.

Di queste, una in particolare credo che si addica al nostro caso, ossia là dove il genio vinciano, oltre alle numerose e illuminanti notazioni tecniche, invita ad un assoluto rigore rappresentativo concentrandosi su “cosa” o “figura” che sia “più vicina all’occhio”, che rientri cioè nell’ambito della vita, in un ordine di cose assolutamente note e sperimentabili.

Ecco, è questo che fa Edoardo Nonelli che nel suo sistema concettuale ed operativo ha eletto le sue montagne, la Pietra del suo Adamello, come materia e materiale del suo fantastico e appassionato peregrinare con l’occhio, col cuore e con la mano, indagandone e scrutandone nel gioco sapiente dei colori la struttura, per così dire, ossea (le “ossa della Grande Madre”, davvero), lo scheletro costituito dai suoi monti, rispetto ai quali tutto il resto, i “dintorni” (campi, prati, laghi, fiumi, case, ciò che insomma appare e arreda il paesaggio della quotidiana consuetudine e della natura), convergono in un moto di creaturale devozione e benedizione.

Momenti e frammenti di una verità che diventa simbolo di una gente, che qui in queste Pietre dell’Adamello, interpretate nel loro alto valore simbolico, sono chiamate a rappresentare il sacrificio di quanti hanno immolato la loro vita nel corso delle guerre o nella quotidiana salvaguardia del territorio.

 

© Edoardo Nonelli, Pietra della comunicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Ezio SOLVESI, Tutintùn, Samuele Editore, 2019

“E allora al lettore consiglio d’entrare in questa pinacoteca e con Solvesi buona guida, lasciarsi catturare dai quadri di grandi dimensioni con ampie pennellate, a piccole nature, quasi miniature di forti e veloci tocchi. Gli strumenti ora sono i migliori, la parola è ben affinata, il dialetto accarezza, ma sa colpire forte quando necessario.”

(Dalla prefazione di Fulvio Segato)

 

VAL ROSANDRA

 

un sbrego

longo e fondo.

una ferita slabràda

che taia in do

la rugosa pele del Carso.

un sbrego, una ferita

fata de una lama de aqua

verde e limpida

che ancora lusi lazò,

in fondo al taio.

E lazò, dove tuto finissi,

ghe xe la cicatrice

de un paesin:

quatro case, grise,

propio sora de la cascada.

 

VAL ROSANDRA

 

uno squarcio / lungo e profondo. / una ferita slabbrata / che

taglia in due / la rugosa pelle del Carso. / uno squarcio, una ferita

/ fatta da una lama d’acqua / verde e limpida / che ancora brilla

laggiù, / in fondo a quel taglio. / E là in fondo, dove tutto finisce,

/ c’è la cicatrice / d’un paesino: / quattro case, grigie, / proprio

sopra la cascata. /

 

L’AMANTE

 

ècola de novo là,

la mia amata!

La me speta ansiosa,

slongàndome i brazi

per strènzerme forte,

co torno de ela.

La xe là, piena de bezi

e luminosa, che la se spècia

nel nostro mar.

Xe là Trieste,

dolze e tenera,

come un’amante

che speta che te torni

de novo casa

e mi, col cuor in gola,

ghe coro incontro

per no farla spetàr!

 

L’AMANTE

 

Eccola di nuovo lì, / la mia amata! / M’aspetta ansiosa, /

allargando le braccia / per stringermi forte, / ogni volta che torno da

lei. / lei è lì, ingioiellata / e luminosa, a specchiarsi / nel nostro

mare. / è lì Trieste, / dolce e tenera, / come un’amante / che

aspetta che torni / di nuovo a casa / ed io, col cuore in gola, / le

corro incontro / per non farla aspettare!

 

 

RICORDI IN SCARSELA

 

Co sarà el mio momento

me piaserìa portarme drio,

sconte inte la scarsela,

solo poche robe, pochi ricordi,

quei che più me ga iutà.

La luce ciara e i colori

de la mia zità

insieme col profumo del mio mar

e dei boschi

del mio Carso.

El morbìn de Trieste

e qualche frase, remenèla,

e qualche canzòn, in dialeto.

 

RICORDI IN TASCA

 

Quando arriverà il mio momento / vorrei portare con me, / nascoste

in tasca, / solo poche cose, pochi ricordi, /quelli che più m’hanno

aiutato. / la luce chiara e i colori / della mia città / insieme col

profumo del mio mare / e dei boschi / del mio Carso. / l’arguzia7

di Trieste / e qualche frase, ridicola8, / e qualche canzone, in

dialetto. /

Luigi OLDANI, Come ventagli, Samuele Editore, 2019

Innamorato degli infiniti, spesso incredibili modi che ha il mondo di creare intarsi o spiragli di bellezza, Oldani ci invita di continuo, fra le righe dei suoi scarni e radiosi, gioiosi e melanconici versi, a sentire la musica che si sprigiona anche dalle dissonanze, dai contrasti o dai capricci apparenti della Legge del cielo (il Dharma), legge che sembra a volte ritmata da un artista jazz (“Dietro le nubi / tante stelle stasera / ascolto jazz”).

(dalla prefazione di Paolo Lagazzi)

 

voglio amare

i ciliegi fiorire

la mia morte.

 

*

 

È tra le mani

col suo verde speranza

l’ortica punge.

 

*

 

Sotto la chioma

buia d’un pino d’aleppo

l’ansia d’un grillo.

 

*

 

Come ondeggia

la chioma dei pini…

mi gira la testa.

 

*

 

Muove la zampa

nel disegno del sonno

solstizio d’oro.

 

*

 

Foglie di rovo

in un palmo di mano

rosso d’autunno.

 

*

 

Se a velo s’alza
quella solita nebbia
la mia pianura.

 

Lucianna ARGENTINO, In canto a te, Samuele Editore, 2019

“A pochi è data una simile esperienza straordinaria, e qui la poetessa sa tradurre nella poesia tutta una gamma significativa di immagini e parole evocatrici, registri colti e comuni, luoghi di spiazzamento, punti di vista insoliti, riferimenti letterari, colloqui con altre molteplici scritture, come abbiamo già indicato. Quanto c’è di dato autobiografico viene posto in relazione e si dipana con leggerezza dentro una tradizione letteraria magari non così diffusa e universalmente conosciuta, ma tuttavia presente e forte nella letteratura e nella scrittura del passato, e dialoga con essa.”

(dalla prefazione di Gabriella Musetti)

 

Perdonami

per non aver compreso allora

quanto profondo fosse l’amore

questo che ha attraversato

primavere renitenti e inverni caparbi

e approda ora alla nostra estate piena

con lo stesso volto

gli occhi arrossati dal rimpianto

le mani giunte in preghiera

per la grazia del qui e ora

noi liberi dal per sempre

ché eterno sarà l’essere stati.

 

*

 

Tra gli occhi di lui e i miei

l’attesa intorpidita e dolorante,

il coraggio del respiro,

il formicolio dello sguardo

a lungo immobile davanti alla pagina

nel cui nome separo

le acque di sopra dalle acque di sotto.

Creo terra con frutti in abbondanza,

d’obbedienza sazio gli angeli

in lode di lui che mi rammenda gli strappi,

fa l’orlo ai miei abiti.

 

*

 

Riconsegno la costola a Dio,

offro la metà del mio cuore

per il nuovo innesto

così che i due siano davvero

una carne sola, un coro il battito,

consanguinei i passi del sangue,

congiunto il respiro.

Come con lui io

– noi corpo dell’Eden.

Interrogare la Notte

C’è un’immagine, in limine al De rerum Natura lucreziano (I, 136-145), che colpisce per la sua carica di disarmante e autobiografico titanismo, la prima e l’ultima volta di tutto il poema, ed è la dove il poeta, dopo aver confessato l’ardire del suo proposito di trasferire “in versi latini” obscura reperta, “le oscure scoperte” del genio greco, si rappresenta a noctes vigilare serenas, “a vegliare nelle notti serene”, a interrogare il gran libro della Natura per carpire al suo silenzio il segreto delle cose e clara…praepandere lumina menti, “trasmettere alle menti una luce scintillante” di verità.

È su questa immagine che mi preme soffermarmi, per gettare un minimo di luce da una diversa prospettiva sui complessi rapporti tra Lucrezio e Leopardi, tra due poeti cioè accomunati della più tragica oltranza interrogativa sul limite di un disagio storico e di un’essenziale disarmonia: un’immagine che si pone come l’emblema stesso della loro ricerca, per la sua urgenza allegorica e per l’orizzonte etico e gnoseologico che delinea.

Interrogare la notte, come dire interpellare e sentirsi interpellati dal mistero delle cose sul teatro dell’essenziale solitudine, che racchiude il corpo del soggetto poetico: Lucrezio (“tu mihi supremae praescripta ad candida calcis / correnti spatium praemonstra, callida musa, “e tu, nel momento in cui mi slancio verso la bianca linea che segna il termine della mia corsa, / mostrami la via, o musa ingegnosa”, VI, 92-93) e ancor più esplicitamente Leopardi (“Chi teme, canta”, Zib.3527) hanno coscienza che è in questo spazio che la parola poetica, sovraccaricata di una chiara intenzione di rassicurazione e seduzione, si incontra col ritmo di un pensiero dalle domande inesauribili per trasformarsi in un movimento che trova nell’infinito (o meglio, nell’indefinito) la sua figura essenziale, chiamando in evidenza e trasparenza le intime fibre dell’ombra, simulacra modis pallentia miris, “i pallidi simulacri di un pallore alieno” (123) non meno dei “mille vaghi aspetti / e ingannevoli obbietti” (Il tramonto della luna, 4-5), i fantasmi cioè della propria inquietudine, senza riuscire a vincerli ma anche senza restarne annichilito, in virtù di una eroica volontà di conoscenza.

Si tratta di un faticoso processo che per entrambi, pur per diverse vie, verte ad un unico risultato, quello di dare all’uomo la consapevolezza della sua umana fragilità.

In Lucrezio, si innesta e corrobora fin dall’inizio in un’ansia conoscitiva senza ipoteche e protezioni metafisiche, per approdare ad una visione dell’uomo difeso dalla corazza di una ratio capace di offrire finem…cuppidinis atque timoris, “un limite al desiderio e al timore” (VI, 25), una volta indagate e penetrate res occultas penitus, “i segreti più profondi della natura” (I, v.145), e di procurare un sollievo ai mali che affliggono la coscienza nella visione del triumphus Mortis del libro VI.

In Leopardi, matura per gradi, attraverso il progressivo rigetto di ogni mistificazione spiritualistica, fino a trovare sullo scenario lucreziano per antonomasia, le pendici del Vesuvio della Ginestra, il luogo dell’approdo e dell’emblematica conferma e consacrazione (“Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive”, 49-51) in toni di vibrante polemica nei confronti del “secol  superbo e sciocco”(v.53).

 

Nam cum suspicimus magni caelestia mundi / templa super stellisque micantibus aethera fixum, / et venit in mentem solis lunaeque viarum, / tunc aliis oppressa malis in pecora cura / illa quoque expergefactum caput erigere infit (“Quando, alzato il capo, contempliamo gli spazi celesti / di questo vasto mondo, e le stelle scintillanti fissate nelle altezze dell’etere, / e il nostro pensiero si porta lungo i corsi del sole e della luna, / allora ci sorprende un’angoscia, soffocata sino a quel momento sotto altri / mali, e comincia a farsi sentire…”, V, 1204-1208).

Come resistere o reagire a questa cura, all’angoscia mista a stupore di un qualcosa di incomprensibile, se non disponendosi al miraculum delle cose, all’invenzione di un pharmakon di saggezza affiorante all’improvviso dalle cose più neglette, dal tempo fatto cenere e dall’oro dei roghi immensi e distruttori dei boschi primigenii, di cui non a caso Lucrezio parla subito appresso al brano citato (1241-1280)?  È “dall’ombra e dal disprezzo” (e contemptibus, 1278), che può sbocciare, fecondato dall’ambrosia di una ratio tutta umana, il fiore della poesia, la parola capace di dar voce alle domande più profonde, esorcizzando ogni paura nel canto (requies hominum divumque voluptas, “riposo degli uomini e piacere degli dei”, VI, 94).

 

“Sovente in queste rive, / che, desolate, a bruno / veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / seggo la notte; e su la mesta landa / in purissimo azzurro / veggo dall’alto fiammeggiar le stelle…”: sono versi centrali della Ginestra (158-163), in cui l’esperienza indefinibile dell’io, consegnata all’emblema di una fragilità resa onnipotente dal sentimento dell’umano e dalla consapevolezza della propria mortalità, acquista conforto e consistenza in virtù della perentorietà dell’interrogazione, dell’acutezza dello sguardo, portando sulla scena della lingua un’effervescenza energetica di sapere, a dispetto del silenzio e dell’avvolgente tenebra circostante, a dispetto della Notte e della terra ridotta a “flutto indurato” dalla cieca indifferenza della Natura.

In questi termini, a prospettarsi è così un orizzonte davvero nuovo e straordinario di lucidità e saggezza, in cui il dialogo del pensiero con il “solido nulla” (Zib. 85) di cui è allegorica figura l’indistinto notturno, connota l’intrepida energia di chi la sua battaglia esistenziale e morale sa di doverla combattere giorno per giorno attraverso la scrittura, con dialettica determinazione, fissando fieramente in faccia il proprio destino, “erta la fronte, armato / e renitente al fato” (Amore e Morte, 110-111) e disposto per essa “a sostenere ogni fatica” (quemvis efferre laborem, I, 141), nonostante il destino di sparizione di ogni vivente.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).