Davide CUORVO – Tre poesie

Un grammo di silenzio

C’è un pianoforte tra i rami impigliato.
Riecco il bianco del fiume,
sbocciato da poche lagune e qualche
grammo di silenzio.
Ah se fosse una difesa questo ardire
del mio sangue!
Farei testamento delle lacrime,
comprenderei il moto longilineo delle onde,
la brezza nel disgelo, il bianco e nero
dei coralli. Alla finestra dirimpetto
cesserei anche il resto di ogni ora,
E non infrangerei gli scogli. Nemmeno a
luna spenta oserei impedire la marea.
Che è inverno e non odo gli alberi ad urlare.
Se ne stanno cheti tra gli scorci di un pontile,
nelle foglie inzzuppate di salsedine.
E se pure prospere le ore a ricamarsi
un altro sguardo, so per certo che anche
i muri cederanno, nella schiena del torrente.
Le vetrate fanno presto
a schiudersi alla pioggia.
E nel sapore di fogliame, si fa sera.

 

Velo in bianco e nero

(Non sai che un fiore incolto
non veste colore al mattino)
L’inoltrata sera assale un lampione;
la panchina immobile mi scruta
lungo il viale. C’è un’ombra nell’ombra, irrequieta
come può sostare una foglia oltre la nube;
tace solo l’inverno. Silenzio in attesa,
una lontana parola che opprime:
(imparavamo assieme e qui mi perdo)
Il disagio presagiva inadeguato e invece.
Adagio, sussurravano le foglie ad una legge permanente.
(Non conosco la solitudine)
Sparve oltre la città come a ridestare
un brivido. Un sentiero carezzava la brezza,
viziata, ai lasciti di un marciapiede.
(Il ponte non portava a te, né il cuore)
Mi nascosi dietro un vento mansueto.

 

Come fossile in un prato

Tu non conosci i miei profili,
le case travolte dalla nebbia,
gli approdi scordati dai tramonti.
Sono cenere tra le fondamenta
                                                dei miei pianti
Non accondiscendo all’autunno,
né ortica diverranno i rintocchi di campane.
Ho fragili anche i miei ossequi
fra le dita
Sulla rena che lambisce il mare
tremano gli uccelli,
sfiorando i tuoi dolori, a freddo
nella sera
Non affiorano gli stralci che intaglia
la pioggia. In fondo, rare volte si è
attanagliato il cuore alla legge forata
nella pietra
M’appoggio ai crepacci della notte.
Sarò fossile nel tuo prato.

(testi tratti dalla raccolta “La Misura del Silenzio” Manni Editori, 2017)

 

 

Davide Cuorvo è nato nel 1992 a Pompei, vive però in provincia di Avellino. Ha studiato nelle università di Pisa e di Napoli, è attore, scrittore e direttore artistico della associazione culturale Logopea. È fondatore del Premio Nazionale di Poesia e Narrativa Città di Conza della Campania. Vincitore del prestigioso Premio Aoros, ha uno stile di grande intensità lirica, che si inserisce con forza nel contesto della nuova poesia italiana. Ha pubblicato per i tipi di Manni Editori la silloge “La Misura del silenzio”.

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Franco MANZONI – Un inedito

Turbamento di speranza    

 

ah com’è tristamaro

quando un tempo mi trovai

senza motivi o giuramenti

nella carne tua cruda carne

luce d’occhi fianchi seni

pronunciando risa aderenti

lungo la tangenziale fiaccolata

nominante abitazione intensa

linda ricompensa di stazione

partenza dorsale d’obiettivo

giacente inferno sulla lingua

dicevi senz’astio lenta

nel malessere dei secoli

“prendimi intera comprendimi”

chiedendo certa di danzare aperta

stretti sul posto sopra il mare

non dolendosi di vento e polvere

“saziatene più dell’abbastanza”

coi lividi del temporale sulle ciglia

sigillandomi le tempie in fine

per nostra cara uscita di stanza

resa arresa schiava figlia

di un dolce turbamento di speranza

 

© Inedito

 

Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, da oltre trent’anni è una firma del “Corriere della Sera”.

Ha pubblicato numerose sillogi poetiche tra cui Imperatore!, Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra del grito, Casa di passaggio, In fervida assenza.

Nel 2018 è uscita per l’editore Eikon di Bucarest l’antologia bilingue Înger de sânge/ Angelo di sangue. Del 2018 è anche il suo saggio critico “Femminea estasi – Sulla poetica di Gabriella Cinti” (Algra Editore).

KAMEN’ 55

Rivista internazionale di poesia e filosofia

V.le Veneto 23 – 26845 Codogno (LO)

Tel. 0377 – 30709

Libreria Ticinum Editore

 

C O M U N I C A T O  S T A M P A

 

Sta per essere edito in questi giorni il cinquantaseiesimo numero  (n. 55 giugno 2019) della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’» con le sezioni di Giuseppe Baretti, Poesia, e Letteratura e GiornalismoLa rivista aderisce al Comitato Nazionale per le celebrazioni del Tricentenario della nascita di Giuseppe Baretti (1719-1789), come da D.M. 11/10/2018 rep. 431 “Schema di ripartizione fondi ai Comitati Nazionali e alle Edizioni Nazionali anno 2018. Salutiamo inoltre l’entrata in redazione di Guido Conti con cui ci uniscono anni di studi e ricerche.

 

La seconda sezione di Giuseppe Baretti  è a cura di Elvio Guagnini e dedicata al tema del viaggio. Alla prima parte di un’antologia di scritti su tale tema, fa seguito il saggio del curatore dal titolo Baretti e le scritture del (e sul) viaggio.

 Giuseppe Marco Antonio Baretti nasce a Torino il 24 Aprile 1719. Nella città natale frequenta, ancora adolescente, il circolo di giovani letterati che si riunisce intorno al Tagliazucchi, professore di eloquenza alla Reale Università. Nel 1737, non ancora diciottenne, lascia la casa paterna per vivere con uno zio a Guastalla, dove lavora come scrivano in una impresa commerciale e conosce il poeta giocoso C. Cantoni, che asseconda la sua vocazione letteraria e dà direzione ai suoi studi. Le future poesie di Baretti saranno non a caso giocose (L. Ariosto, F. Berni, fra i suoi autori preferiti), come si vedrà nelle Piacevoli poesie (Torino, Stamperia Filippo Antonio Campana, 1750; e, con aggiunte, Torino, Stamperia Reale, 1764). I modi formali, auto-ironici e ironici propri della tradizione comico-umoristica, indicano sia un senso di appartenenza complice a una comunità intellettuale e sociale, sia un atteggiamento agonistico nei confronti della cultura italiana del suo tempo: contro lo stile ora mellifluo e frivolo, ora ostico e «duro come un corno, e come un osso» di certe produzioni poetiche, contro l’erudizione che non si trasforma in pensiero, le mode letterarie e la faciloneria di certi intellettuali nel seguirle. Nel 1739 è a Venezia dove stringe amicizia con i fratelli Gozzi e, nel 1740, a Milano, dove conosce tutti i più eminenti letterati della città. Dal 1742 lavora a Cuneo come economo delle fortificazioni della erigenda cittadella, ma è richiamato a Torino dalla morte del padre, nel 1744. Sfumata ogni speranza di sostanziale eredità, una volta spesa la parte di liquidi ricevuti riparte di nuovo per Milano, quindi per Venezia, dove stampa  nel 1747-1748, una versione in 4 volumi delle Tragedie di Pier Cornelio […] e le Lettere […] Sopra un certo fatto del Dottor Biagio Schiavo da Este, opera in cui i critici hanno riconosciuto la prima manifestazione del suo efficace stile polemico, fatto di «parole semplici, e comuni». Baretti sarà fra i primi a creare una critica letteraria moderna, intesa come genere letterario e come presa in esame della cultura e dei costumi in generale, ispirata alla difesa battagliera di un’arte eticamente utile. Si costruisce perciò una lingua espressiva fluida, modellata sul Toscano e ricca di modi vivaci, di sapidi vocaboli e locuzioni tipiche della tradizione comico-umoristica – dai novellieri a L. Pulci e ancora Berni –,  e uno stile critico originale, anticruscante. Nel 1751 Baretti si trasferisce a Londra. La pubblicazione di un paio di pamphlet di argomento teatrale suggerirebbe che lavorasse, almeno temporaneamente, come poeta librettista per il teatro d’opera, la cui orchestra era diretta dal compaesano e amico, il violinista Felice Giardini. Trova tuttavia impiego soprattutto come docente privato della nostra lingua. Pubblica vari libri (una dissertazione sulla nostra poesia, nel 1753; una Italian Library, London, A. Millar, 1757, ossia un catalogo ragionato della vita e delle opere degli scrittori italiani, e altro), che lo fanno apprezzare in Inghilterra.  Nella capitale britannica stringe amicizia con eminenti personalità, come il pittore J. Reynolds (che ne dipingerà un celebre ritratto nel 1773), lo scrittore S. Richardson, l’attore shakespeariano D. Garrick e soprattutto il “dottor” S. Johnson, il saggista, critico e lessicografo di Lichfield che ebbe importanza fondamentale per Baretti. Non a caso, come Johnson, alla fine del primo soggiorno inglese egli redige un dizionario italiano-inglese (London, J. Richardson, 1760) che resterà a lungo in uso. Il ricavato gli permise di viaggiare in Portogallo, Spagna e Francia, per rientrare in Italia, dove si stabilisce a Milano, quindi a Venezia. L’esperienza di viaggio confluisce nelle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli, di cui, tuttavia, solo due volumi vedono la luce in italiano (Milano, G. R. Malatesta, 1762 e Venezia, G. B. Pasquali, 1763), mentre in inglese, con correzioni e aggiunte, l’opera verrà stampata nella sua interezza (A Journey from London to Genoa, Through England, Portugal, Spain, and France, London, T. Davies, 1770) e avrà enorme successo. Le lettere di viaggio mostrano il suo spirito nuovo, di intellettuale europeo, curioso e a suo agio ovunque, grazie alla padronanza di diverse lingue. Approdato a Venezia, dopo il blocco della stampa delle suddette lettere, nell’ottobre 1763, con lo pseudonimo Aristarco Scannabue, Baretti lancia il suo famoso giornale «La Frusta letteraria» (1763-1765), periodico tutto scritto da lui, in cui si propone di brandire la frusta «addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando». Perseguitato dalla censura Baretti cessa tuttavia la pubblicazione della rivista dopo un paio d’anni e decide di ritornare in Inghilterra. Nel 1766 è infatti nuovamente a Londra, da cui si allontanerà solo brevemente nel 1768-69 e nel 1770-71 per viaggi in Spagna e in Italia e dove diviene segretario della corrispondenza estera della Royal Academy of Arts. Nella sua seconda patria, continua a scrivere e pubblicare, tra le altre cose, An Account of the manners and customs of Italy (London, T. Davies, L. Davis and C. Rymers, 1768) e il Discours sur Shakespeare et sur monsieur de Voltaire (London, J. Nourse, 1777) considerato da molti, per vivacità polemica e vigore di pensiero, il suo capolavoro critico. Baretti muore a Londra il 5 maggio 1789.

 

 

La sezione di Poesia contiene, traduzione e cura di Amedeo Anelli, la seconda sezione di testi di Nikolaj S. Gumilëv. La sezione è dedicata alla memoria di Eridano Bazzarelli maestro ed amico.

 

Nikolaj Stepanovic Gumilëv nacque a  Kronštadt, nel 1886. Studiò nel liceo di Carskoe Selo, diretto dal poeta  Innokentij Fëdorovic Annenskij. Cominciò a pubblicare poesie a partire dal 1902: nel 1905 ,  ancora al liceo, apparve la sua prima raccolta poetica Il cammino dei conquistatori (Ïóòü êîíêâèñòàäîðîâ). In seguito si trasferì a Parigi per studiare alla Sorbona e, durante la sua permanenza nella capitale francese, collaborò anche alla rivista letteraria «Sirius». Dal 1907 viaggiò attraverso la Francia, l’Italia e l’Africa, da cui fu particolarmente attratto, ritornandovi più volte, partecipando a safari e raccogliendo oggetti e reperti per il Museo di Antropologia e di  Etnografia di San Pietroburgo. Di quelle esperienze si trovano tracce nel suo secondo libro Fiori romantici (Ðîìàíòè÷åñêèå öâåòû), pubblicato nel 1908. Ritornato in Russia, nel  1909 avviene l’incontro  con  S. K. Makovskij, con  cui lo stesso anno fonderà il giornale «Apollon», nel quale pubblicherà poesie e articoli sulla poesia russa sotto il titolo Lettere sulla poesia russa (Ïèñüìà î ðóññêîé  ïîýçèè). Nel 1910, partecipando alle celebrazioni del poeta simbolista Vjaceslav Ivanovic Ivanov, incontrò la poetessa Anna Achmatova che sposò pochi mesi dopo. Nello stesso anno pubblicò la raccolta Le perle (Æåì÷óãà), che contiene poesie ispirate alle sue esperienze africane. Nel 1911, in reazione all’aura di misticismo che circondava la poesia simbolista, fondò con Sergej Mitrofanovic Gorodeckij l’associazione «Gilda dei poeti», propugnando una poesia che dalle  nebbie metafisiche e dal misticismo del Simbolismo tornasse alla concretezza e alla solidità di un lavoro fatto a regola d’arte; si unirono a loro, tra gli altri, anche Anna Achmatova e Osip Mandel’štam. Il movimento – che fu chiamato dai fondatori anche «adamismo», in riferimento al ritorno a un’originaria purezza di visione della realtà, dalla quale doveva scaturire la nuova poesia – è passato alla storia col nome di «Acmeismo» (da acmé, vertice). Gumilëv scrisse poi diversi articoli teorici e fu un finissimo traduttore, anche dei propri versi. Tradusse in russo  l’epopea sumerico-babilonese Gilgameš,  Giacomo Leopardi, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, François Villon, William Shakespeare, Robert Browning, e molti  altri. Nel 1912 pubblicò la raccolta Il cielo estraneo  (×óæîå íåáî). Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Gumilëv si arruolò volontario come soldato semplice, guadagnandosi due Croci di San Giorgio al valore e la promozione a ufficiale di cavalleria. Separatosi dalla moglie, durante la rivoluzione del febbraio 1917, si trovò distaccato in Macedonia e in occasione di quella d’ottobre era a Parigi, nel corpo di spedizione russo sul fronte francese. Malgrado il suo dichiarato anticomunismo, Gumilëv  volle tornare in Russia nel 1918. Partecipò alla fondazione del Sindacato degli scrittori russi e lavorò alla redazione della casa editrice Vsemirnaja literatura (Letteratura universale) a capo della sezione francese per la traduzione letteraria. Dopo il divorzio dall’Achmatova, nel 1919 sposò Anna Engel’gardt.  Gli ultimi libri furono Il falò (Êîñòeð) e La tenda (Øàòeð) del 1918 e Colonna di fuoco ãíåííûé ñòîëï) del 1921. Arrestato il 3 agosto 1921 con l’accusa,  rivelatasi  in seguito  falsa, di partecipazione a un complotto monarchico – implicato nella cosiddetta congiura di Tagancev –  fu fucilato il 25 agosto con altri compagni.

 

La sezione di Letteratura e Giornalismo, decima della serie, ed a cura di Guido Conti, è dedicata a Cesare Zavattini. Al saggio introduttivo di Guido Conti, Cesare Zavattini: un genio tra giornalismo, letteratura e cinema, a trenta anni dalla morte, segue una nutrita Antologia di scritti zavattiniani.

Cesare Zavattini nasce il 20 settembre 1902 a Luzzara (Reggio Emilia), e muore a Roma il 13 ottobre 1989. È stato giornalista, scrittore, creatore di giornali, editore, sceneggiatore di fumetti, sceneggiatore per il cinema, autore di teatro, pittore e infine regista e attore.  A Luzzara i genitori erano proprietari di un caffè-albergo. Dopo la scuola elementare si trasferì a Bergamo per gli studi ginnasiali e, nel 1917, prima a Roma poi ad Alatri (Frosinone), dove conseguì la licenza liceale. Nel 1921, a Parma, si iscrisse all’Università (Facoltà di Legge) viaggiando avanti e indietro da Luzzara: presto diventò istitutore al Convitto Maria Luigia dove ebbe allievi Pietro Bianchi, Giovannino Guareschi e Attilio Bertolucci con cui strinse un’amicizia durata tutta la vita. Nel 1925 ebbe il primo figlio, Mario, da Olga Berni (sposata nel 1932); seguirono Arturo (1930), che diventerà un importante fotografo e direttore della fotografia del cinema italiano, Marco (1934), sceneggiatore e aiuto regista, e Milli (1940). Divenne redattore della «Gazzetta di Parma», e a Parma  maturò la vocazione per il giornalismo e la letteratura. Nel 1929, durante il servizio militare a Firenze, entrò in contatto con il gruppo della rivista «Solaria», dove pubblicò alcuni raccontini, e gli intellettuali del caffè Giubbe Rosse. Iniziò una fitta rete di collaborazioni con riviste e giornali, dove pubblicò racconti brevi e brevissimi: «L’Illustrazione», «Il Tevere», «Piccola», «Novella», «Secolo illustrato», «Cinema Illustrazione». Nel 1930, assunto come correttore di bozze alla Rizzoli, si trasferì a Milano. Il 1931 è l’anno della svolta: pubblica il suo primo romanzo Parliamo tanto di me, con grande successo di critica e pubblico, e Rizzoli lo promuove redattore di tutti i suoi rotocalchi. Nel 1935 il film su soggetto di Zavattini Darò un milione ottiene la Coppa del Ministero delle Corporazioni alla Mostra di Venezia, e nel 1938 negli Stati Uniti si realizzerà un remake del film, con la regia di Walter Lang: I’ ll Give a Million,  uscito in Italia con il titolo Chi vuole un milione? Nel 1936, Rizzoli lo licenzia, ma è subito assunto da Mondadori come direttore di tutti i suoi periodici. Si interessa di giornalini a fumetti; e crea il primo fumetto di fantascienza italiano Saturno contro la Terra (1936-1937), apprezzato anche all’estero. Seguiranno altri fumetti come Zorro della metropoli (1937-1938), La primula rossa del Risorgimento (1938-1939) e La compagnia dei sette (1938; 1946). Il suo secondo libro, I poveri sono matti (1937), per la novità del suo stile sorprende positivamente pubblico e critica, con echi anche all’estero. Progetta pure «Il Giornale delle Meraviglie» (1937-1939) e assume la direzione di «Le Grandi Firme»: un fenomeno di costume, arrivato a oltre 250 mila copie, ma che  Mussolini chiuderà nel 1938. Sfidando la censura, Zavattini dà vita a un nuovo settimanale, «Il Milione», e insieme con Achille Campanile dirige nel maggio del 1938 «Il Settebello», settimanale umoristico. I raccontini di Io sono il diavolo (1941) chiudono l’ideale trilogia iniziata con Parliamo tanto di me.  La nascita di Cinecittà e la chiusura delle frontiere ai film americani spingono Zavattini, nel dicembre del 1939, a trasferirsi a Roma e a dedicarsi soprattutto al cinema, come soggettista e sceneggiatore. Sarà uno dei protagonisti della rivoluzione del Neorealismo italiano, che diventerà modello in tutto il mondo e sarà modello per molti registi soprattutto americani. Insieme con il sodale Vittorio De Sica creerà alcuni capolavori: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952); e, con Luchino Visconti, Bellissima (1951). L’ultimo film di Zavattini sarà La veritàaaa (1982), di cui sarà soggettista e sceneggiatore, regista e attore. Nel 1943 aveva pubblicato la favola Totò il buono divenuta il film Miracolo a Milano (Palma d’oro a Cannes nel 1951). Nel 1959 scrive Come nasce un soggetto cinematografico, commedia rappresentata alla Fenice di Venezia. Tra le altre opere sono Straparole (1967), Non libro (1970), La Notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini (1976), i tre libri di cinema del 1979 Diario cinematografico, Neorealismo ecc. e Basta coi soggetti. La passione per la scrittura lo indusse a confrontarsi anche con la poesia: nel 1967 pubblicò un ritratto in versi liberi del pittore naïf Antonio Ligabue, base per il soggetto di uno sceneggiato televisivo di grande successo con la regia di Salvatore Nocita nel 1977. Nel 1973 dette alle stampe le poesie di Stricarm’ in d’na parola (Stringermi in una parola), definito da Pasolini un «libro bello in assoluto», dove Zavattini ritrovò nel dialetto luzzarese la fonte di una nuova ispirazione poetica tra realtà e favola, con un erotismo vitale a stravolgere il senso del mondo in modo carnevalesco. Insieme al grande fotografo americano Paul Strand è infine autore di Un paese (1975) che racconta Luzzara come una Spoon River lungo il Po. Con il fotografo Berengo Gardin pubblica Un paese vent’anni dopo (1975), che testimonia le trasformazioni economiche e sociali di Luzzara dopo il boom economico. Chiude la trilogia il carteggio Paul Strand-Cesare Zavattini, Lettere e Immagini (2005). Fra i premi ricevuti sono due Oscar nel 1947, e 1949); il Premio Mondiale per la Pace  nel 1955; nel 1977 il prestigioso Writers Guild of America Medaillon. Ha detto di lui il regista americano John Cassavetes, nella biografia a cura di Ray Carney (Cassavetes on Cassavetes, 2001): «Adoro i neorealisti per l’umanità della loro visione. Zavattini è sicuramente il più grande sceneggiatore mai vissuto».

 

 

Kamen’ n. 55 – Giugno 2019

  1. 126 – € 10,00

Libreria Ticinum Editore

Fabrizio DALL’AGLIO – Un inedito

Il volo di Icaro

 

Voi non sapete cosa sia il sole

né l’aria che gli spinge la quadriga

né il fuoco che ne infiamma le narici

ai cavalli di Apollo, non sapete

che il cielo si spalanca su una sfera

dove la notte e il giorno si dileguano

e il tempo si racchiude in un istante

che non comincia e che non può finire.

Io lo conobbi nel mio solo volo,

quando sentii sciogliersi la cera

alle mie ali, e sentii che il vento

mi ruggiva alle spalle un freddo fuoco

e vidi il mare levarsi all’orizzonte

con un’unica onda, la suprema

che mi raccolse infine tra le spire.

Voi non sapete quale immensa gioia

fu il volo senza ali che concluse

il mio tragitto. No, non ci fu caduta,

salivo con il mare in cima al carro

e fui nel fuoco che ci dà la vita.

© Inedito

Fabrizio Dall’Aglio è nato a Reggio Emilia nel 1955. Tra le sue raccolte ricordiamo Quaderno per Caterina (1984), Versi del fronte immaginario (1987), La strage e altre poesie (2004), Hic et nunc – con una prefazione di Mario Luzi  (1999) – premio Montale e premio Ceppo Proposte, L’altra luna (2006) e Colori e altri colori (2014) – premio Camaiore. I suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in Spagna, Slovenia, e Romania. Attualmente è in corso di pubblicazione la raccolta Selected Poems, nella traduzione di Alessandro Gentili e Thomas MacCarthy, per Edizioni Gradiva di New York.

Vincenzo GUARRACINO – Tre poesie

Nel solstizio d’estate

ad Angelo e Rosella Maugeri

 

Si potrebbero leggere le radici

i movimenti ansiosi che

si disegnano

quando è assente il pensiero

 

ma la vita non è assente col tempo

ed è pensiero di

radici

e per sempre ha radici

senza ansie

 

col sole poi l’anno in

questo canto di stazioni

cresciute

non si scorda

o il sì esatto di ogni minuto

 

l’amore è un vino che

migliora

 

(21 giugno 1980)

 

 I.

 

Quieti laghi, lucciole

sfarinate sulle gote come baci

reticenti di dolcezze,

che la sete sollecita al solstizio,

per l’erta degli orti appari

nell’ipostasi del nuoto, vuota,

ampolla desiata, di rossori

 

VI.

 

e i corpi si rifugiano nell’ombra

con gelido senso minerale

ma è vasta la casa che il vento

alimenta

e forse la voce si inceppa

e l’atleta attraversa d’un balzo

la piazza

ed è già morto –

 

resta in fondo la stanza

che conduce a libertà

irta di insopportabili timori

come una luna avvolta d’acqua

 

e così si tendono le reti

molti vetri si spezzano

e le terre sentono la lotta

nel loro vuoto

 

Tratte da “Dieci inverni”, Book Editore (1990)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Parham Shahrjerdi: Della morte alla letteratura

Nota al testo

I colloqui sull’opera di Maurice Blanchot (Quain, 22 settembre 1907, Parigi presso Le Mesnil-Saint-Denis, 20 febbraio 2003) dal titolo “La letteratura ancora una volta” si sono svolti alla Comédie di Ginevra nei giorni 17, 18, 19 e 20 maggio 2017. Sono stati promossi dall’Éditions Furor di Ginevra e dall’Association amis de Maurice Blanchot fondata a Parigi da Jacques Derrida e Monique Antelme intimi amici per molti anni del grande scrittore e filosofo francese come ricorda nel suo testo di presentazione del volume Christophe Bident, nell’intervento intitolato “Lontanto…” – edito per quell’occasione. (Poi ci sono stati interventi più densi e altri di minor rilievo come accade in queste circostanze.) Il saggio-racconto di Parham Sharhrjerdj che, qui presentiamo per la prima volta nella traduzione italiana, ad opera della scrittrice e critica Nori Fornasier (professoressa dell’Università di Pisa di Letteratura Francese e già traduttrice di Baudelaire, Marguerite Duras e altri autori) rappresenta, forse, il momento più alto momento tra le varie relazioni tenute in quell’occasione a proposito dell’opera filosofica e narrativa di Blanchot. Oltre ad attraversare finemente l’opera del grande scrittore francese, Sharhrjerdi, con una lettura-scrittura, critico-narrativa fornisce una testimonianza politica in difesa della letteratura, della poesia – per così dire di prima mano, contro il regime oppressivo e teocratico di Khomeyni nell’Iran degli anni ottanta del Novecento.

 

Marco Ciaurro

Lucca, 15 maggio 2019

 

 

Parham Shahrjerdi

Della morte alla letteratura

 

Se ti è successo qualcosa, come posso sopportare d’attendere di saperlo per non sopportarlo?

Se ti è successo qualcosa – anche se questo ti succede molto più tardi e molto dopo la mia scomparsa – perché non è insopportabile a partire da ora? Ed è vero, non lo sopporto affatto.

Maurice Blanchot

Ho una propensione a credere spesso che la morte è là, a portata della mia vita.

Marguerite Duras

 

Maurice Blanchot pubblica, nel 1993, un testo breve intitolato L’inquisizione ha distrutto la religione cattolica. Lo cito per cominciare:

 

“L’inquisizione ha distrutto la religione cattolica, nello stesso tempo in cui

si uccideva Giordano Bruno. La condanna a morte di Rushdie per il suo

libro distrugge la religione islamica. Resta la Bibbia, resta il giudaismo come il

rispetto altrui attraverso la scrittura stessa.

Scrivere, è, nella passività, tenersi già al di là della morte – una morte che stabilisce fuggitivamente una ricerca dell’Altro, un rapporto senza rapporto con gli altri.

Invito a casa mia Rushdie (nel Sud) Invito da me il discendente o il successore di Komeyni.

Sarò tra voi due, il Corano pure. Si pronuncerà. Venite.”[1]

 

Frase enigmatica, posizione non abituale, esamineremo questo invito. Da un lato, si tratta di un uomo di stato, rappresenta il terrore, la paura; da solo, incarna l’odio per la letteratura. Dall’altro, la letteratura esiste; la sua libertà è di dire tutto. In questo contesto Blanchot si vuole mediatore. Accompagnato da un libro, si situa al centro di questa faccenda, di questo conflitto. Persuaso che solo il libro può rendere giustizia, Blanchot dà la sua voce al libro.

È della morte che l’autore ci parla? È la letteratura che comincia? Entriamo in questo rapporto.

Innanzi tutto, il testo. È un breve appunto di circostanza. È rivolto a qualcuno. Ma a chi veramente? Ai nuovi inquisitori, in primo luogo a Komeyni? Si rivolge a noi. Non si rivolge a nessuno.

 

Giordano Bruno

 

Vale la pena di soffermarsi sulla scelta di questo nome. Si sa che Giordano Bruno continua i lavori di Copernico e Nicola Cusano, ch’egli sviluppa la teoria dell’eliocentrismo, e dimostra, in modo filosofico, la pertinenza di un universo infinito, che non ha centro, o che possiede una quantità di centri simili a quelli del nostro mondo. Lo studioso afferma così che esiste un’infinità di terre e di soli. Scrive che l’etere è infinito. [2]

Siamo condotti qui ad un pensiero antidogmatico che s’interessa all’assenza di un mondo centrato e alla virtualità degli spazi infiniti.

È comunque edificante constatare che il pensiero unico teme sempre l’alterità, si sente minacciato da un “racconto” o una “fiction” differente del mondo, privata del centro e dunque senza punti di riferimento. L’infinito, di cui parla Bruno, suppone una certa eterogeneità, un insieme di differenze che possono sembrare inammissibili. Il papa Clemente VIII impose a Bruno di sottomettersi; egli rifiuta. Il tribunale dell’Inquisizione pronuncia un giudizio. Il 17 febbraio 1600, in Campo dei Fiori Bruno è dato vivo alle fiamme davanti alla folla dei pellegrini. È nudo e, per perfezionare la crudeltà, gli è stata inchiodata la lingua con un pezzo di legno, per ridurlo al silenzio. Ridurre al silenzio. Ecco la legge essenziale di tutti coloro che si vogliono situati e piazzati al centro del mondo.

Così il breve testo di Blanchot è una messa in guardia contro la condanna a morte. E’ per questo che la religione cattolica ha perso (per sempre?) tutta la sua credibilità giustiziando Bruno. La religione islamica sta per commettere lo stesso errore. Essa ha deciso di uccidere un uomo a causa di un libro.

 

Quattro secoli più tardi, Bruno ritorna sotto le sembianze di Rushdie, nel momento in cui appare Khomeyni, che, sotto questo nome proprio, rappresenta un mondo apparentemente totalizzato.

 

Khomeyni

 

Negli anni settanta, durante l’esilio francese di Khomeini a Neauphle-le-Chateau, un comitato di sostegno composto da Foucault, Sartre, Beauvoir, è tentato da questa luce venuta da un altrove: dalla santità ( è l’idea di Foucault) di un uomo in ritiro. Blanchot non cade nel tranello. È sufficiente ricordarsi della posizione assunta a proposito di Gandhi per comprendere la sua esigenza; e per cogliere la sua difficoltà a riconoscersi nella supposta santità dell’uomo provvisoriamente lontano dai suoi.

“Hai sofferto per la conoscenza”? Ce lo chiede Nietzsche a patto che non fraintendiamo il significato della parola “sofferenza” La domanda è posta ne La Scrittura del disastro.[3] Essa non si è posta a coloro che non avranno sofferto nel loro desiderio d’identificare colui di cui parlavano, colui di cui volevano studiare le idee, gli impegni, perché costoro erano rimasti completamente al di fuori di ciò che succedeva e non potevano saltare la barriera della lingua, della cultura, della storia… Si sono così accontentati della loro “intuizione”. Hanno visto dunque nella persona di Khomeini un barlume di speranza in mezzo al deserto. Perché? Pe meglio combattere i loro nemici, come se il nemico del mio nemico fosse sempre mio amico. Hanno manovrato, adottando una semplicità scandalosa, nell’idea che qualcosa, una rivoluzione che tardava ad arrivare qui, accadesse laggiù, anche lontano, nel Medio-Oriente, per vedere a cosa rassomigliasse un mondo nuovo.

Il “sant’uomo” arriva dunque al potere. E immediatamente cominciano gli anni bui.

Una certa Rivoluzione conservatrice celebra la sua vittoria. Le istituzioni rivoluzionarie sono installate: tribunale della Rivoluzione, guardiani della Rivoluzione, guida suprema della Rivoluzione. La storia (ma quale storia?) ricorderà che sono state commesse centinaia di migliaia di esecuzioni sommarie: senza avvocato, senza difese, senza prove.

La censura è diventata onnipresente. Si malmenano i corpi, si rende obbligatorio il velo per le donne. Si effettuano “purghe” ovunque: nelle università, nelle scuole, le amministrazioni, i media. La creazione letteraria e l’edizione dei libri non sono risparmiate. Nessuna opera può essere pubblicata senza l’avallo dei censori. È in questo contesto che il libro di Rushdie appare. Nella sua fatwa, Khomeini si astiene dal nominare Rushdie. Rifiuta anche di riconoscere questo nome dell’accusato. Uccide il nome prima di comandare l’esecuzione. La procedura ci riconduce stranamente in quegli immensi cimiteri nascosti, là dove i morti senza sepoltura, senza pietra tombale, senza epitaffio alcuno, imputridiscono e si decompongono in un grande libro non scritto.

Più tardi, i successori della guida suprema ricorderanno che, secondo l’uso, la fatwa non può essere annullata. Così, l’enunciato (e anche quella scrittura – là) che è infamante, resterà immortale.

 

L’incontro

 

Ritorniamo al testo. Ci sarebbe dunque un incontro tra Rushdie e il discendente di Khomeini. Blanchot non dice che, al momento voluto, sarebbe arrivato preparato a quest’incontro improbabile.

Ipotizza anche la possibilità di essere assente, scomparso da molto tempo. Ma resta la Bibbia, resta il giudaismo che comanda il rispetto degli altri inscritto nelle scritture stesse. Blanchot dà fiducia alla scrittura, che è la sola presenza che conta: una presenza che non conosce il tempo (il tempo dell’assenza di tempo) che è anche la sola voce che parla, una voce senza “io” la voce di nessuno rivolta al mondo intero. Infine, in occasione di quest’appuntamento, tutti coloro che verranno sono invitati a tacere.

Regna il silenzio. Il Corano è un libro, un libro tra altri, che parlerà e si pronuncerà su questo conflitto, su questa faccenda di “distruzione”. Il querelante o il procuratore (Khomeini) dirà che l’Islam nel suo insieme è attaccato, deriso, desacralizzato. Ma Blanchot, non senza astuzia, forse, darà al Corano uno statuto libresco.

 

Da quel momento la domanda essenziale che ci viene posta è quella dell’autorità attribuita al libro di riferimento. Da dove viene quest’ autorità? Dalla scrittura stessa? Da un regime, un governo, uno stato, un imam, un clero, un papa, un giudice o da un presidente?

L’autorità non viene da nessuna parte. Ecco perché ognuno, in ogni organo, in ogni istituzione, sotto il nome di qualunque individuo, tenta di recuperare quel potere che non è uno. Perché questa autorità non sopporta il dominio. Suppone che il potere si abbandoni, che il suo senso reale sia quello “dell’ impotere” dal momento che si tratta di liberare, disimpegnare, aprire, caricare, emancipare. Il più centrista dei centristi, che occupa l’estremo centro, è sempre lì per imprigionare le parole. Rinchiude per gestire. Brucia, cancella, fa scomparire, per non affrontare. Strappa per non far nascere. Limita per evitare lo straripamento. Eccoci ben al centro, ma al centro di cosa?

 

Dove?

 

Nel Sud. Sicuramente a Èze, là dove Blanchot è diventato, poco a poco, dicono, la scrittura stessa. Uno spettro, un’ombra, un fantasma scritturale.

Nel 1933, Blanchot è alla viglia della sua scomparsa. Ci si ricorda della relazione che questo giovane uomo, venuto da un altro tempo, ha intrattenuto con la morte data dal nemico. Nell’estate del 1944, i fucili non hanno sparato, e la futura vittima ha capito che la paura della morte non ha lo stesso senso della morte stessa. Bisognava essere davanti alle armi, per sentire il terrore, ma anche una «leggerezza straordinaria» o “un’allegria sovrana” per riuscire a scoprire «l’incontro della morte e della morte». Lo scrittore non ha dimenticato la palla di fucile, la dolcezza di un gesto, la mano che si tende al momento di morire, la coscienza che la morte è a portata di mano.

A Èze dunque, tenersi in mezzo a loro, tra Rushdie e Khomeini, non è essere lì di persona, è interporre soprattutto un’opera, quella che ha dato la sua voce a Sade, per esempio, quando il critico faceva rinascere un’altra opera letta e citata.

Sade scrive in modo sconveniente: «A qualunque grado gli uomini ne rabbrividiscano, la filosofia deve dire tutto.» E Blanchot commenta: «Bisogna dire tutto; la libertà è la libertà di dire tutto.» E poi: «Questo movimento illimitato è la tentazione della ragione, il suo auspicio segreto, la sua follia.» Come Blanchot può prendere parte in questo conflitto aperto da questa fatwa? In altri termini, come può definire il suo posto, in questo movimento illimitato in cui la letteratura è coinvolta?

 

È lì che si pone la questione della responsabilità. Penso beninteso al testo che Blanchot consacra agli intellettuali e agli scrittori che sono sempre responsabili,[4] che non sono mai liberi in rapporto alle leggi che adottano, o a quelle che non riconoscono, o anche a quelle che sono i soli a riconoscere. In altri termini, lo scrittore non è mai “colpevole” né “condannabile”. Non subisce la legge, la respinge, l’annulla, è costantemente fuori dalla legge, ed è in questo fuori che trova la sua vera legge. Blanchot aveva appreso “a conoscere cos’era un giudice d’istruzione, i suoi privilegi, il suo impegno nell’ imporci la sua legge piuttosto che esserne il rappresentante”[5] . Nell’ufficio del giudice designato, alla domanda: “Si riconosce colpevole del delitto d’incitamento all’insubordinazione? ”, Blanchot rispondeva: “ Non solo non mi riconosco colpevole, ma dico che siete voi giudici, voi governi, che vi rendete colpevoli di un uso  abusivo e illecito delle parole tradimento e insubordinazione. ”[6]

 

Ma il testo, ritorniamoci, precisa: “ Invito a casa mia il discendente o successore di Khomeini.”

Blanchot non invita Komeini, ma il suo discendente o successore.

Perché? Forse perché è persuaso che il “ sant’uomo è troppo arrabbiato per accettare di andare a Eza? Come se avesse presagito che questo “faccenda” sarebbe durata nel tempo. Perché se Khomeini muore, reste la sua fatwa, cioè il suo giudizio; e, dopo tutto, la sua opera perdura. In effetti, a più riprese, le autorità hanno ricordato che la fatwa non può essere annullata e che essa resta eterna. Come se lo spettro della morte dovesse per sempre accompagnare il libro. E’ un’opera davanti a un’altra, o l’opera davanti alla morte. D’altronde Blanchot termina il suo testo lanciando quest’invito. Dice loro di venire, di venire eternamente, ed eternamente, essi non verranno.

 

Passato prossimo della mia morte

 

Mi piacerebbe introdurre qui una specie di scena originaria e tentare di mettere in prospettiva un evento biografico e un riferimento alla censura letteraria. Comincerò col raccontare l’episodio di una vita anteriore, là dove i gesti non avevano dei nomi precisi e dove le sensazioni di un bambino non avevano ancora parole permesse o proibite.

 

Vivevo in un’impasse (vicolo cieco). Lei è lì. Lei è sempre lì. Avevo cinque anni allora. Un giorno in fretta e furia siamo andati dalla nonna. Il mio zio viveva con i nonni. Possedeva molti libri. A quell’epoca imparavo l’alfabeto. Una gioia immensa mi sommergeva. Leggevo tutto: i pannelli, le vetrine, i manifesti, le immagini di marca, i nomi dei prodotti per stoviglie, etc.

Avevo anche cominciato a leggere i titoli dei libri di mio zio. Arrivati sul posto, mia madre raccoglie tutti i libri. Li getta in grossi sacchi.

 

I miei nonni vivevano in una casa circondata da un piccolo giardino. Per la prima volta della mia vita assistevo al seppellimento dei libri. Bisognava nascondere quei libri prima dell’arrivo dei guardiani della Rivoluzione. Un vicino aveva denunciato mio zio dicendo di averlo visto con dei libri “sospetti”. Dopo la sua convocazione al tribunale della Rivoluzione, una perquisizione era imminente. Sapevamo che era troppo rischioso nascondere i numerosi libri in casa. Dietro il giardino passava un piccolo fiume. Mi ricordo che siamo andati sul ponte, che abbiamo gettato grossi sacchi nell’acqua, che la corrente ha portato via tutto. Il giorno stesso i guardiani della Rivoluzione hanno fatto irruzione nella casa dei nonni. Muniti di sbarre di ferro, hanno scavato la terra, alla ricerca dei libri proibiti. Mio zio ha rischiato di essere giustiziato ma infine è stato salvato. Ma tutto è successo come se la sua vita, il suo pensiero, la sua lotta o la sua resistenza fossero finite quel giorno. È diventato un uomo qualunque. Un uomo che non detiene più libri proibiti. Un uomo conforme al modello sociale che non rappresenta più alcun pericolo.

 

Seconda scena

 

Dovevo avere sette o otto anni. Vivevo in Iran. Il postino sulla sua moto ci consegnava il giornale della sera. Incappai sull’avvenimento del giorno: si parlava di Satana, dei versetti, di uno scrittore che aveva osato “essere blasfemo” bestemmiare. Si insisteva sul libro, la cosa. L’oggetto di discussione era assente. Si trattava solo di un libro da non leggere e della storia di questo libro. Chiesi allora a qualcuno, di passaggio ad Amsterdam, di acquistare per me I versetti satanici, nella versione inglese. Rivedo la copertina blu notte. Vivevamo al terzo piano di un immobile. Una volta ricevuto, ho nascosto il libro proibito nell’armadio a muro, in una scatola, ricoperto di giornali.. Devo confessarlo: non è stata tanto la sua lettura a segnarmi, ero troppo giovane, non abbastanza recettivo al realismo magico dell’autore; no, ero toccato da altro, dal fatto di tenere in mano un libro sovversivo, esplosivo, fatto di negazione o di contestazione, che cominciava con ciò con cui comincia la letteratura. Mallarmé scrive: “la sola esplosione è un libro.”[7] Scoprii che bisognava fare esplodere tutto, distruggere tutto, cancellare tutto: leggi,  regole, frontiere, fatwa, religione, imam, stato, tutto affinchè uno spazio infine si liberi, tutto per non morire asfissiati o soffocati, perché, malgrado tutto, e in modo effimero, sorgesse la letteratura. Siamo (si è) davanti all’impossibile, che non è come in Levinas, l’opposto del possibile. Qui, si tratta di un’altra cosa, di un altro spazio, dove le leggi e la logica del mondo cessano giustamente di esistere. Scrivere, è forse la conquista di questo spazio ignoto, poiché l’uomo è “fuori luogo” nell’infinito dello spazio, poiché non gravita attorno a un centro fisso e fluttua là dove egli sfugge alle leggi terrestri e a quelle celesti. – L’ultimo uomo.

 

Ben inteso, né la versione originale, né nessuna traduzione erano disponibili. Nello stesso tempo, i giornali, la televisione, i rappresentanti del Terrore dicevano che bisognava odiare Rushdie, bruciarlo e sotterrarlo; e, nello stesso tempo, l’autore non era lì, né di persona né rappresentato dal suo libro; non c’era niente, c’era solo quest’invito ad annientare ciò che tutto il mondo non poteva che ignorare.

 

Testimonianza

 

Blanchot è qui un mediatore, ma anche un testimone. Questa scrittura e quest’autore (che non smette e non avrà mai smesso di scrivere) sono lì per testimoniare. Come un Proudhon, ma quand’anche non dovessimo mai vedere la seconda aurora della verità indeffettibile e dovessimo riconoscere come soli nostri dèi il Caso e la Necessità , noi avremo ancora da testimoniare, in coscienza, della nostra notte e dunque da protestare contro il destino con le nostre grida. Così, mi dico che il libro proibito resterà un libro, tra altri libri rari, che testimonia il nostro tempo. Testimonierà per tutti coloro che non hanno e non avranno mai un testimone.

 

Sono sempre in questa impasse. (anche: vicolo cieco) Là dove ho toccato questo libro in un’altra vita. Niente è cambiato. Il testo di Blanchot è sempre attuale. Con gravità, più gravità.

E’ già troppo tardi. Non c’è tempo per domani. Non c’è un me per domani. Non resterà niente di me per domani. Non ci sarà un me che scrive in un domani che non verrà mai. La letteratura non può attendere riforme o promesse. Il suo avvenire è un lampo, poi la notte.

 

Ora, ogni letteratura, nella misura in cui essa non avviene ora, in cui non si realizza ora, non sarà mai. La letteratura non può attendere, non può sperare, non può proiettarsi nell’avvenire. La letteratura è ora o mai. Qui e da nessun’altra parte. Chi renderà questo libro possibile?

 

[1] Maurice Blanchot, “L’inquisition a détruit la religion catholique”, in La Regle du jeu, n.10,1993

[2] Giordano Bruno, De l’infinito universo et Mundi [1584], Paris, Berg International, 1987, p. 86 (trad. fr. Bertrand Levergeois)

[3] Maurice Blanchot, L’Écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1984, p. 10

[4] Maurice Blanchot, “Les intellectuels sont toutjour responsables”, Combat, 26 juillet 1946, p. 2

[5] Maurice Blanchot, Pour l’amitié, Paris, Fourbis, 1996, p. 22

[6] Maurice Blanchot, Écrit politique 1953-1993, Paris, Gallimard, 2008, p. 86

[7] Stéphane Mallarmé, Œvres complètes, Paris, Gallimard, coll. «Bibliotèque de la Pléiade», 2003, t.II, p. 226

 

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

 

 

 

 

© Marco G. Ciaurro

Giacomo PICCHI – Due inediti

La grandezza non conta

nell’algebra delle dimensioni.

 

Un granello accanto a un atomo

rallenta nell’introspezione

pendula vertigine scrosciante

traghetta colline di possesso

sconfinando tra lunghissimi passi

di fine sepoltura rotta

nei fossi segnati dal maggio

disteso nel suo eccesso.

 

Ticchettare è la passione

una goccia di sudore

una borsa ritagliata

a dipingere vetrine.

 

*

 

Sopra tavole di legno scartato

le tue orbite nel grembo

sono dolore modesto

nel vorticoso scorrere

di fardelli d’attenzione.

 

Gli angeli ti guardano arrembati

alla maiolica laccata – è uno specchio

che gronda gli interrogativi

una gocciola per volta.

 

Così è leggera questa spremitura

di creta sugli scudi

che un granello di polvere la crepa

se non lo devia

un caldo soffio di fiducia.

 

Ogni dubbio è un bruscolo

che volteggia nella luce

la vita è respirarne una manciata

mentre non ti accorgi

che anche la polvere

è solo aria macinata.

© Inediti

Giacomo Picchi è nato nel 1987 a Figline Valdarno (Firenze) e vive a Pavia.

Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

I suoi versi sono già stati pubblicati su riviste online e cartacee.