Alessandro PORTO, A Regular Poem, Ananke Lab, 2019

“Viviam tra le rovine

dei nostri antichi cuori, fatti legno,

e questa nostra pelle è fatta asfalto,

che risuona al passo del pellegrino

non so quale lamento

di morte e di scontento, e di declino.

Guarda queste mie mani,

che ‘l vento fende e strazia:

son fatte per carezze,

ma il Grecale ne fa dolore e rabbia,

le secca e taglia, come

il terreno senz’acqua, sotto il Sole.

Ma ad un migliore scopo il mio dolore

alzo, né posso finir di porgere

la mano a chi ne vuole.

Le mie giovani mani già invecchiano,

quando le bacia il vento,

ma ecco che quando chi amo le bacia,

non le ritraggo indietro

e trattengo le labbra sul mio male,

trattengo a me quel bene,

che trova luogo tra le mie rovine

e allora sono viva! Che sul nulla,

questo mio piccolo amore, prevale.

Lo so quanto nefasto il dì natale,

può parere a chi soffre

e a chi soffrire suol cercare senso

e non lo trova e il divino disegno

finge di scorger, dentro al suo perire.

Ma vivere guardando le caduche

cose, distoglie dalle opere belle,

che si fanno o son fatte,

come la donna, che bella, le rughe

guarda, più dei begl’occhi e del bel corpo

ancor roseo e fecondo.

Guardi tra queste tombe celestiali

quanta polvere alza il Grecale, in alto,

ma non scorgi le note,

il color delle scosse magnolie,

che il medesimo soffio

spira forte. Vitale.

Se ogni persona un fiore

avesse in cura, il mondo

sarebbe ricoperto d’una flora

così fitta e così viva, che il Sole

sorgente non vedremmo oltre le fronde.

Non è richiesto a pochi di far tanto,

ma a tutti noi quel poco,

che nuova luce al giorno

possa dare, e un futuro.

Qual è l’estremo ramo da cui il frutto

dall’uomo sarà colto?

Sarà quello rivolto alla tempesta,

nutrito di Grecale, ancora in vita,

mentre i rami assolati,

appassiti, per paura

avranno già finito di fruttare.

La fronda alla tempesta, invece, il pomo 

avrà protetto dal vento fatale

e per l’uomo sarà questo il raccolto

ultimo e l’ultimo giorno di Sole.

Questo ramo ch’è scosso alla bufera

è l’artista, che al bello

sacrifica la quiete

e l’animo esanime ed immortale.

Quando la penna e il pennello e la carta

e poi la corda e il tasto,

saran tornati polvere e il nefasto

dì fatal sarà l’oggi,

nulla sarà rimasto dell’umano

passaggio sotto il cielo.

Ma quel giorno è ancor lungi

e ancora il caldo Grecale sospira

e porta in grembo brezza

e frescure e speranza

e colpisce e accarezza

questo madido fiore, che qui sorge.

Spinge e sospinge il bel petalo frale,

che si erige orgoglioso

tra i venti umani e le umane carcasse

e le immani correnti del progresso

e tra i fiori del male.

Trova ciò che ami. Dagli tanta cura,

che ogni uomo che ti vede,

sogni qualcosa di tanta bellezza

d’amare a quel modo e in quella natura.

La frescura di questo vento caldo

raffredderà le fiamme,

che consumano la bella stagione

e quando naturale,

a ogni uomo, sarà portare un fiore

sul palmo della mano,

l’umanità avrà il mondo per amore

e tutti avranno inteso

quale sospiro sussurrò il Grecale.”

(Estratto Canto XVII)

 

Alessandro Porto nasce a Monza il 28 Aprile 1999. Rimasto orfano di padre nella prima infanzia, si appassiona presto alla letteratura. Fin da giovanissimo inizia la sua carriera letteraria. Nel 2017 pubblica il suo primo libro, Mezzi racconti di un Mezzo Artista, e vince il campionato regionale PoetrySlam Under20. Da allora porta la propria poesia in tutta Italia e mette in scena opere teatrali da egli stesso scritte. Ad aprile del 2019 si è aggiudicato l’X-Factor Letterario e a luglio dello stesso anno pubblica il suo ultimo libro, il poema contemporaneo A Regular Poem. Ora frequenta la facoltà di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano.

Il libraio pazzo e altri eroi, di Luca R. MARTINI

C’era negli anni Settanta a Milano, in una piazza davanti a una chiesa in zona Fiera, un negozietto a due vetrine, una libreria che era la più rinomata del quartiere, a dispetto dello spazio esiguo dove impilava i libri. Era amata da noi studenti di ginnasio perché il libraio, un trentenne basso e tarchiato con lunghi capelli e barba e baffi nerissimi, passava per un alternativo – bastava l’aspetto – e per un intenditore in materia di romanzi e saggi. Era, direi oggi, un uomo di qualche carisma, ancorché per niente bello. Gli aggiungeva autorevolezza possedere un maestoso pastore tedesco che divideva con lui il piccolo negozio e vi vegliava con l’occhio torbido di sonno come un misterioso alleato. Blake era il suo nome. Ricordo poco del tempo spensierato in cui io e alcuni compagni di scuola, e in particolare la mia amica P., frequentammo il posto e non so dire esattamente che cosa determinò la caduta verticale della piccola libreria dallo spazio delle idee nei territori dell’incubo.

 

Un giorno vi entrai trafelato, di ritorno dal ginnasio che viveva un periodo di concitate proteste studentesche, e il libraio, con la pacatezza di un santone che si sveglia da una lunga meditazione, mi disse: “ho il libro che fa per te”. Trasse dalla pila degli Oscar una raccolta di William Blake, la scartabellò e mi indicò un’incisione del visionario maestro inglese, allora rilanciato in popolarità dall’apologia che ne faceva il re di maggio dei beat, Allen Ginsberg. Qualcuno appende una lunghissima e strettissima scala al cielo (forse cerca di appoggiarla direttamente alla faccia nascosta della luna). Didascalia: I want! I want!

Un’altra volta, dopo avermi visto prendere dallo scaffale un breve romanzo italiano stampato da una casa editrice di simpatie extraparlamentari, ‘Imbecillità e morte’, il libraio sussurrò: “Buon titolo”.

Non so perché ricordo questi due episodi insignificanti: di certo il nostro rapporto, benché io fossi un ragazzetto timido, si risolveva in qualche chiacchiera che riguardava i romanzi in uscita e forse la situazione politica. Il cane sdraiato a terra ci guardava in silenzio, sbadigliando.

 

Fatico a dire che cosa determinò il cominciamento del disastro, ma il dolore iniziò ad albergare tra i libri del negozietto con la malattia che colpì il lupo e ridusse uno straccio in una manciata di giorni il libraio alternativo – la memoria di certo condensa i tempi rendendone visibili gli effetti quasi a occhio nudo.

Da un momento all’altro Blake sparì e l’uomo, propenso a comportarsi con me e P. come se l’animale non fosse mai esistito, prese a trascurarsi: i capelli e la barba si imbizzarrirono e riempirono di nodi. Piccolo era piccolo, ma notai per la prima volta che il libraio era grasso, anzi si presentava visibilmente ingrassato: aveva messo su pancia e sotto la barba gli cadevano flaccide le guance.

Una mattina, però, senza preavviso di alcuna sorta, lo trovai seduto alla cassa pettinato con la brillantina e sbarbato, vestito con camicia bianca e un insolito completo principe di Galles che sostituiva la consueta accoppiata jeans e golfone con zip.

Borbottò qualche cosa. Forse che doveva fare e ricevere una visita. Lo strano fu che il libraio non mi parve mai tanto sporco e trascurato come quella volta che si era messo ‘in ordine’: sembrava che i suoi occhi fossero pieni non già di lacrime, come avrebbe dovuto suggerire la recente scomparsa di Blake, ma di acqua sporca, e che la sua faccia trasudasse un liquido oleoso. Fu l’ultimo giorno in cui lo vidi al comando della sua piccola e in qualche modo coraggiosa impresa.

 

Successe poi una cosa imprevedibile. La libreria rimase chiusa per qualche giorno e, al momento di rialzare la saracinesca, scoprimmo che il libraio era stato sostituito da un uomo che gli assomigliava ma era un poco più piccolo, meno ispido e più gentile del prototipo, sebbene privo assolutamente di carisma. Io e P., che era la più assidua con me alla libreria della piazzetta, cominciammo a chiamarlo tra di noi Il Clone; ma, imbranati e imbarazzati come spesso sono i post adolescenti, pur in possesso di una dote di ipotesi fantasiose sulla sorte toccata al nostro ex amico, non riuscimmo mai a intavolare con Il Clone nessun discorso che riguardasse lo sfortunato predecessore. Neanche possedevamo le conoscenze, io e P., pur frequentando un istituto classico, per capire che il cane avrebbe potuto aiutarci a introdurre l’argomento essendo per di più  elevabile al rango di psicagogo.

 

È stato solo anni dopo che ho rivisto dalle parti dell’Università Statale trascinarsi per la strada il libraio alternativo. Portava, mi sembrò, gli stessi improbabili vestiti che gli avevo visto addosso l’ultima volta in negozio e, poiché era inverno, aveva aggiunto al principe di Galles un cappottone spigato e un nero cappello tipo Borsalino a tesa larga. Una presenza grigio scura nel grigio chiaro di Milano. Benché mi fossi fatto molti scrupoli – con me stesso! – riguardo l’impressione provocatami dall’apparizione, dovetti ammettere che l’uomo che stavo osservando sul marciapiede di via Larga era un barbone, un drop out della meno romantica specie e della più spaventosa: quella di chi conserva una parvenza di normalità in un contesto mentale deragliato. Non lo fermai, non ne ebbi il coraggio. Mi limitai a lasciarlo sfilare davanti a me, dall’altro lato della strada, e a fingere di non averlo né visto né tantomeno riconosciuto. Lui non poteva più del resto – si poteva capire anche da lontano – vedere me.

 

Un ricordo preciso del periodo, che spiega meglio la mia devozione alla piccola libreria, riguarda il rapporto che intrattenevo con i libri e con la scrittura. Fin dai tempi delle medie, avevo preso la posa di leggere (se non l’abitudine di leggere veramente), attirato come molti ragazzi della mia età dalle capacità eversive della letteratura. Non esisteva niente di meglio, per un adolescente cresciuto negli anni Settanta, di un territorio puro e immacolato, sottratto al controllo degli adulti corrotti dalla realtà, dove la fantasia poteva prendere il potere, conservarlo tra le dita per un momento, giocarci e pure schernirlo, per poi liberarsene pagina dopo pagina mentre si procedeva nella narrazione: si poteva infine ridurre ogni storia – non mi pareva vero – a un grido, un ghigno, una dichiarazione sfuggente e scostante di totale alterità. L’infelicità stessa non era più un problema in questa prospettiva dove gli scrittori, certi scrittori almeno, erano gli eroi.

A contrastare questa visione di agognata catastrofe globale della realtà interveniva però una paura privata, imprevista e fortissima; quella che a troppo staccarsi dalla normalità delle scuole delle fabbriche degli eserciti poteva sopravvenire, oltre a quello universale, un dissesto del tutto personale; la stupidità del reale e il coraggio dell’arte esibite nella rivolta erano in grado di aprire le porte, – e che porte! Quelle di un arco trionfale – alla follia. Niente metafore: follia intesa come follia clinica, psicosi e schizofrenia.

 

Ebbi parecchio tempo dopo la conferma riguardo a una simile apprensione – ovvero la possibilità di delirare per impeto letterario – dallo scrittore veneziano Alberto Ongaro, impareggiabile narratore di storie daimoniche e di destini incatenati, conoscitore scaltro dei meccanismi dell’avventura e della quest esistenziale.

Ongaro mi raccontò di aver sempre avuto, come una condanna appesa sul capo, il timore di impazzire, e ricordava che questa minaccia gli derivava con ogni probabilità  dalla profezia fattagli nella primissima infanzia da uno zio malvagio oppure solo burlone.

Per questo motivo, per una sorte di superstizione unita al sentore di una predestinazione, Ongaro aveva evitato nella sua carriera di romanziere alcuni temi. Non volle mai scrivere, mi spiegò in vecchiaia, della masnada Arlequin, sua ossessione narrativa da una vita, perché, mi confidò in una mail, “non avrei resistito alla furia della brigata che si scatena selvaggia nei secoli”. E aggiungeva “non posso farlo soprattutto in tarda età, dal momento che  affronterei con le scarsissime forze del mio mestiere presente quel passato di violenta e oscura sopraffazione”.

Analogamente Ongaro mi raccontò di temere dei best seller che io ritenevo di scarso livello, firmati dallo scrittore irlandese Dennis Lehane, e soprattutto il romanzo in cui i ruoli di pazzi e di psichiatri si mescolano in un gioco di specchi infinito e persino noioso per qualsiasi lettore che non avesse avuto la pericolosa fantasia incendiaria di Ongaro.

Di sfuggita: mi sono dimenticato di precisare che Alberto è uno degli uomini più coraggiosi che io abbia conosciuto.

 

Quando mi vidi passare davanti il libraio bardato come una ‘persona normale’, quel giorno in via Larga, ero abbastanza maturo per capire che l’uomo di Blake, della scala dai mille gradini appesa alla luna e del lupo malato, l’uomo di ‘Imbecillità e morte’ e di quei futili incontri pomeridiani, era un folle.

Fu per paura di una sorta di contagio, a dirla tutta, e non per gentilezza d’animo o chissà quale residuo di educazione che non attraversai la strada e non mi avvicinai a lui; fu per questa paura e per una intuizione raggelante – la quale attraversava i miei anni e li mescolava ai pochi istanti trascorsi insieme -, che arrivai a capire il significato dell’ultimo giorno passato dall’uomo in libreria, tra i suoi volumi amatissimi e irridenti. Era il giorno in cui – lo rivedo oggi come attraverso un canocchiale rovesciato -, insignificante e senza nemmeno la maledizione di un parente malevolo, imbottito in un doppiopetto di rigidi tremori, si decideva il suo futuro immediato; era il giorno evidente di un decisivo colloquio psichiatrico.

 

Post scriptum. Vorrei chiudere con un icastico freeze frame questa storia di follia. Ma sparecchiando tavola, chiudendo il taccuino, per onestà sento il bisogno di aggiungere dei particolari che definisco di realtà. In realtà, dicevo, ho poi incontrato più volte il libraio folle spesso dentro a librerie o biblioteche di cui si impossessava – ci girava in mezzo come il padrone che non era mai stato – con la sua presenza imbarazzante e spesso imbarazzata. Mi è capitato più volte, mentre ero studente alla Statale, di parlargli e di cercare di capire qualcosa di lui, ma lo sforzo è stato vano o è stato ripulito quasi totalmente dalla zona dei miei ricordi. Rammento soltanto che il leitmotiv delle chiacchierate o meglio delle sue esternazioni era un piano di smaltimento dei rifiuti della Terra mediante macchine che li avrebbero scaricati direttamente nel profondo dello spazio. Chiudo più volentieri sul freeze frame di questo discorso visionario e di purezza delirante.

© Inedito

 

Luca R. Martini, classe 1958, vive a Milano. Ha sempre lavorato nel campo della comunicazione.

Ha pubblicato racconti su rivista e nel 2018 un libro di poesie Tra due stazioni (Terra d’ulivi Edizioni).

Angelo GACCIONE – L’INCENDIO DI ROCCABRUNA, Di Felice Edizioni, 2019

“Dove avete trovato una storia così inverosimile?”

Nel centro della terra, signori”.

 

 

 

 

 

“Ambientati in un vero paese calabrese, ma dal nome inventato di Roccabruna, questi racconti però, di fatti atroci e truci (storie di briganti, di vendette, di soprusi, di follie, di ignoranza, di abusi e misfatti del potere, di fanatismi religiosi…), sembrano, per la loro “estremità”, per il loro affollamento o concentrazione di male, rovesciarsi da una verisimiglianza a una inverisimiglianza, dalla realtà alla irrealtà, dalla storia alla favola. Ma se nella favola, come nel più angosciante sogno, alla fine tutto si risolve per il meglio e il rite de sortie del narrante riporta al risveglio, alla realtà liberatoria, qui – proprio perché non siamo nell’ambito della favola – il narratore non opera nessun rito di uscita: eravamo e siamo nell’ambito della realtà, della storia…”

(dall’introduzione di Vincenzo Consolo)

 

L’incendio di Roccabruna contiene quindici racconti uniti da un filo conduttore robusto: l’ingiustizia e il dolore in un paese della Calabria presentato con un nome fittizio (Roccabruna), ma che più calabrese di così non potrebbe essere. Ed è questo filo conduttore che fa del libro non una semplice raccolta di racconti ma un mondo narrativo compatto. Gaccione è ossessionato dal male, non dal male metafisico, ma da quello che emerge da concrete situazioni storiche. I suoi personaggi sarebbero piaciuti a Stendhal, il più mediterraneo degli scrittori francesi. E talvolta si ha veramente l’impressione di leggere il seguito di Cronache italiane…”

(dalla postfazione di Giuseppe Bonura)

 

Angelo Gaccione

L’incendio di Roccabruna 

Pagg. 120 € 12,00

Di Felice Edizioni 2019

 

Per richieste:

Tel. 329 – 4338259   

info@edizionidifelice.it

Un cammino di libertà. Alcune riflessioni su “Benedetti da Parker” di Alessandro Agostinelli Cairo 2017

“Non l’Uomo ma gli esseri umani abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra.”

(H. Arendt, “La vita della mente”, Il Mulino 1987)

La letteratura del Novecento ci ha aperto vie praticabili, cammini di libertà fino ad allora impensati.

Il libro di Alessandro Agostinelli già nel titolo “Benedetti da Parker” (2017, Cairo editore Milano) è un libro denso e ricco di sfumature di significato. La densità è rappresentata dall’ossatura plurale del testo. Per quanto questo sia un romanzo, per grado di scrittura, giacché, credo si possa dire che la traccia eminente è nel ‘racconto’ che dissolve il suo oggetto – il plot della narrazione, in una verità prospettica. Meglio ancora pluriprospettica. Infatti è una storia della musica moderna, così come il recente “ M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati è un romanzo che narra un pezzo di storia, politica e culturale, del nostro paese affidandosi alla fantasia soltanto in parte, poiché è nella storiografia che il neoromanzo mette radici. Nel libro di Agostinelli l’intreccio dei saperi è – per quanto esteso, complesso ed articolato, ben disciolto nella trama testuale.

Il testo parla di una realtà storica e biografica. La vita di un ragazzo di nome Dino Alipio Benedetti nato ad  Ogden New Town nel 1922 che dopo gli studi è incerto se giocare a basket o studiare musica, un’anima tormentata poi persa nella droga e ammaliato dall’amore per una giovane attrice che per lavorare nel mondo del cinema le prova tutte per mettersi in mostra. Ma quella descritta è la nascita vera e propria della musica popolare (oggi colta) occidentale nata negli Stati Uniti in California, tra il 1940 e il 1945 mentre imperversava la Seconda Guerra Mondiale.

Gli americani spaventati da Pearl Harbour sono impegnati in guerra anche in Europa. Com’è ampiamente noto, dopo quell’attacco, gli statunitensi erano terrorizzati da un’ipotetica invasione giapponese. Il fratello Rick si “mise a vendere rifugi e case anti-bombe. Pazzesco!” (pag. 42) Col gruzzolo guadagnatosi comprò un locale coi fiocchi a Los Angeles dove si suonava tutta la notte.

Intanto Dean Benedetti conduce una vita spericolata tra un posto e l’altro dove si suona musica bebop, tira a campare con espedienti e con una vita randagia di strada ma nel frattempo registra le serate tra Los Angeles e New York con gli assoli, e le geniali improvvisazioni, del grande musicista Charlie Parker. La notorietà di questo genere musicale in seguito si deve anche a Sartre che proprio nel suo romanzo più importante La nausea dedica pagine indimenticabili ed appassionate a questa nuova musica, allora popolare nella Parigi dopo la seconda guerra.

In più “Benedetti da Parker” parla anche dello stretto rapporto culturale, sociale e psicologico tra Italia e Stati Uniti. Ed è attraverso da un’attenta ricostruzione, appunto, storica e storiografica che lascia emerge il disagio esistenziale di un uomo il quale nella musica trova il senso compiuto della propria esistenza. C’è l’inizio dell’uso dell’eroina in America negli anni Quaranta che è anche un tentativo, un modo di mostrare il disagio, la scomodità dell’arte che, per quanto celebrata, è sempre in contraddizione col tempo presente nelle società di massa. Il mondo del Giorno e dell’azione non la giustifica poiché essa nasce dalle lacerazioni della Notte e dall’inazione.

Tuttavia c’è subito da dire che se Dean non fosse venuto in Italia a Torre del Lago, nella patria di Puccini che non amava particolarmente, per raggiungere i suoi sarebbe finito in carcere per possesso e uso di stupefacenti in California. Il padre e la madre invece erano ritornati per godersi la pensione americana nella terra dei loro avi.

Il suo genio e il suo intuito eccezionale verrà compreso solo quando si scopriranno le registrazioni di Charlie Parker ad opera sua dopo la morte a soli 34 anni. Gli assoli del grande musicista sarebbero andati persi senza questa testimonianza. E quelle registrazioni sono state capitali. La cultura è una riflessione lucida e austera sulla storia o sulla vita per questo l’esposizione rigorosa – dal punto di vista storico, storiografico e di ricerca e lo stile narrativo frizzante, leggero ma anche profondo e giustamente spietato espone la tragedia esistenziale di Dean Benedetti dal punto di vista autobiografico permettendo di evitare insulsi moralismi. Il bel libro di Agostinelli non stempera questa tragedia di genio e follia, per dirla alla Jaspers – mostrando la nascita del bebop piuttosto svela, implicitamente, un ritardo – culturale e musicale, in quel periodo storico nel nostro paese che ascoltava ancora le canzoncine di Carosone.

Ora bisogna notare che sin dal titolo siamo in presenza di un sintagma che richiede un’analisi attenta per la ‘densità semantica’ del significato. Da un lato Benedetti è il cognome di emigrati lucchesi oltreoceano; il nome anagrafico di Dean, come ho già detto, è Dino Alipio Benedetti. Il quale, forse sin dall’inizio del testo – ma da un certo punto in avanti sicuramente, coincide anche con l’«io scrivente».

Quindi sarebbe un’autobiografia inventata. Poiché colui che narra la storia è un fantasma ciò vuol dire che è un genere di fanta-biografia? Cioè una biografia immaginaria. Questa affermazione potrebbe essere superficiale per vari motivi.

Il titolo rimanda anche all’atto con cui si benedice, con cui cioè si formula, anche implicitamente, un augurio di bene, oppure s’invoca la protezione celeste, religiosa o metafisica su una più persone. E leggendolo si scopre che questa paradossalità si dissolve, in parte, al suo interno. Per un verso si accerta che si tratta di due sostantivi. Nondimeno il senso del libro, la pluralità dei significati insiti nel titolo rimangono inalterati perché la musica è una benedizione per l’uomo. Si può ricordare a questo proposito che alcuni biografi di San Gregorio Magno raccontano che la sua conversione al cristianesimo avvenne un giorno passeggiando per Roma allorché, attratto dalle voci che uscivano dalle catacombe come un invito scendere le scale, venne avvolto dal canto dei cristiani ai quali si unì per sempre.

Pertanto, il doppio senso, o il senso raddoppiato del titolo allora, come dice Derrida, rimane aperto, contraddittorio, molteplice, disseminato nel senso. Quel doppio senso, quella pluralità semantica del libro di Agostinelli è un pregio che pone l’interrogativo intrinseco del significato esistenziale, del significato ultimo della vita, senza porvi una risposta poiché il compito della letteratura, posto che ne esista uno, è interrogarsi. E l’interrogativo che il romanzo pone è radicale, l’arte o la morte. L’arte come senso e significato della morte.

Infatti si può dire che Agostinelli contribuisca a dare nuova linfa al racconto filosofico. Il racconto filosofico non si avvale di un sistema di valori. Esso ha come orizzonte lo scopo, appunto, di narrare concetti e problemi filosofici. All’inizio, anzi da prima che cominci la narrazione della nascita del bebop c’è una voce del testo che ci mette al corrente, sulla pagina di sinistra del libro, che: “Questa è un’opera di finzione, ispirata liberamente ad alcuni fatti della vita di un musicista dimenticato”.

Ma perché questo dubbio? Ogni opera di finzione, tratta liberamente il proprio oggetto, perché precisarlo? Quale scrupolo guida questa precauzione?

In realtà anche se la storia è vera e Alessandro Agostinelli per molto tempo è stato sulle tracce di Dean Benedetti, questo musicista dimenticato, bisogna sottolineare che siamo in presenza della finzione, anche dicendo il vero, e senza essere nella contraddizione logica. La contraddizione infatti si dissolve perché verità e menzogna nella letteratura, nell’arte più in generale, si fondono insieme, dando vita ad una nuova verità, che non è verità o menzogna, ma una cosa nuova, diversa. E la diversità è costituita dalla coabitazione, su un altro piano, di verità e menzogna.

Si legge a pagina 143:

“Rise ancora e con l’occhio malizioso fece: «Vuoi la verità o la bugia?

Igilio si intromise e disse La verità.»

«Igilio, vai a fare gli spaghetti» poi rivolgendomi nuovamente a Silvia chiesi: «Che razza di domanda è?»

E lei insistette: «Vedi, Brubeck suona diritto. Sa già dove vuole andare a parare. Paul Desmond cerca di portarlo un attimo di là, ma alla fine si torna sempre sul posto. Per la maggioranza del pubblico loro suonano la verità. Mentre per i più puri del bebop loro suonano la bugia. A me non interessa né l’una né l’altra, cioè mi interessano tutte e due insieme. Io voglio la verità e la bugia. Voglio tutte le variazioni possibili, quelle non programmate. Voglio Bird che suona la verità e la bugia.» Dopo questa considerazione di marca tipicamente nietzschiana la narrazione continua il suo corso.

«Ehh, quanto la fai difficile» rispose, e si sfilò l’accappatoio restando nuda ancora per un attimo, prima di rimettersi il vestito.

Gli spaghetti erano pronti. Forse potevo provare a mangiare qualcosa anch’io.”

Ogni romanzo autentico è una visione, una prospettiva, spaccato di un mondo. Ed è anche un modo di riflettere per esprimere sia il mondo che ci circonda sia per rispondere ad uno stato d’animo o ad un concetto, a una storia intima o civile, provinciale o globale che ha le stigmate dell’emblematico. Ed è anche per questa ragione che il romanzo può considerarsi la forma di cultura più idonea alla rappresentazione dell’uomo ironico e democratico, come dice Richard Rorty in “Filosofia dopo la filosofia”. Perché è una scrittura aperta sul mondo e al medesimo tempo è scrittura del mondo, riduzione attendibile del mondano. La varietà di stili, di modelli, di forme e di modi di essere che arricchiscono la persona per approssimarsi all’altro, all’umanesimo dell’altro uomo, come lo denomina Levinas.

Il romanzo giallo oggi molto in voga va verso la verità. Qui invece si narra verità e menzogna, si narra la vita reale di un musicista dimenticato ma si dice che è finzione.

Siamo in presenza di un’arte particolare, inoltre, e c’è un’analogia con quel tipo di genialità che comprende la grandezza di un’arte o di un sapere per vicinanza. Questa è una storia di Jazz e del Jazz, del bebop nello specifico. Lo stile di vita è la droga. Vita dissoluta, benché ci sia l’amore travolgente per Beverly, un’attrice che sposa Dean per lasciare il marito. Ad un certo punto questo amore finisce. Intanto Dean ha incontrato Charles Parker che chiama Bird e dopo averlo incontrato tinge di nero il suo sassofono.

Si potrebbe dire semplicemente è un bel romanzo. Ma si farebbe torto a questo libro perché non è la bellezza che lo caratterizza e neanche il significato politico diretto come qualcuno ci ha letto tra le righe.

Il tratto particolarmente interessante di questo libro che lo rende un’esperienza particolare è ciò che potremmo denominare la salvezza dell’io scrivente. Perché attraverso questo libro Alessandro Agostinelli produce un meccanismo di difesa della letteratura per la letteratura.

 

© Marco G. Ciaurro

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

 

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

LA DIVA DELLA DOLCE VITA FINISCE IN UN ROMANZO E TORNA GIOVANE

Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018) è un romanzo particolare, che sfida le regole del tempo e dello spazio. Alessandro Moscè ha raccontato la vecchiaia e la morte, ma non lo ha fatto come se dovesse seguire pedissequamente lo strazio di una fine annunciata. Siccome è un poeta di valore, non si è limitato ad una registrazione di fatti, ma ha romanzato l’esistenza di Anita Ekberg e ha aggiunto una dimensione onirica che porta l’ex diva nientemeno che alla rinascita. Come farebbe Federico Fellini, Moscè è tentato dal sondare la vita oltre la vita. La grande Anita Ekberg, che fu la donna più bella del mondo, è ormai anziana e malata. Vive in una casa di riposo nei pressi di Roma dove trascorre gli ultimi anni della sua esistenza camminando appoggiata a delle stampelle e poi costretta a muoversi su una carrozzina, dimenticata da tutti. Moscè le restituisce “la dolce vita”, perché una volta deceduta la bella svedese ritorna ventenne e in un viaggio terreno da Rimini a Roma avrà ancora la veste dorata, forse di nuovo attraverso il grande schermo che la rese celebre. Tutto ricomincerà da capo, chissà dove. Cosa può pretendere di più che la giovinezza, una donna che fu notissima protagonista della pellicola in cui camminò dentro la Fontana di Trevi guardata come una dea dall’incredulo Marcello Mastroianni? Il romanzo di Moscè si arricchisce di anomali personaggi che cercano una verità ultraterrena: un curioso giornalista, un pianista in pensione, una vecchia che racconta la resistenza partigiana a cui prese parte il marito, un prete che beve e fa sedute spiritiche. Il linguaggio di Moscè è lirico, ma a ben poco della prosa poetica. La sua è una narrazione densa, dove il pensiero ossessivo della malata fa da sfondo al desiderio di non rassegnarsi all’avverso destino. Lo ha detto proprio Moscè che il romanzo deve spiegare, non solo descrivere. La narrazione di idee prevale sul plot che sviluppa una storia secondo tappe cronologiche. In fondo l’idea genera i fatti e a questo punto non può non subentrare il senso metafisico, escatologico della vita. La nevrosi di Anita Ekberg, nella sua intemperanza psichica, non esclude neppure la dimensione erotica, tanto che la donna ricorda, in un’intervista fattale da Salvatore Quasimodo, il mito della sensualità, quando il poeta la definiva con strane formule: “regina dei giardini dei Borgia”, “cortigiana del novelliere”, “Venere del Botticelli”. Anita Ekberg è stata una donna carnale, passionale, seppure volesse superare l’icona di donna del sesso e assumere la veste, inusuale, di donna acuta e sensibile, “che non va solo a fare l’amore”. Alessandro Moscè, riesumandola, le ridà vigore, corpo, annullando ogni malinconia, con un finale a sorpresa davvero molto originale.

Elisabetta Monti

Giorgio GALLI – Un inedito

Le strade del mondo

 

Chiunque Tu sia, Adonai
E ovunque il Tuo letto di morte
Guardaci sporchi di sabbia
Il sole ci cuoce addosso la pioggia

 

Qualunque strada, o Lord
Qualunque polveriera
Ci conduce allo stesso posto
A tappe forzate, in catene
Ci conduce allo stesso posto

 

Ho messo calce sui muri d’Europa
Ho riparato i tubi
Degli acquedotti dei secoli
Ho marciato sotto Ataturk, Berija, Assurbanipal

 

Belli e duri come i sassi, o Deus
Non puliti e non sudici
Ma tostati dal legno e dalla luna

 

Chiunque Tu sia, Adonai
Ovunque Tu ti sia perso
Le rotte degli esuli
Sono impregnate del Tuo nome

 

Lungo le strade che non portano a niente
E’ pieno del Tuo nome
Del Tuo nome che non esiste
Del Tuo nome che non risponde

© Inedito

© Giorgio Galli

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Scrive sulla rivista online Perìgeion e cura il blog La lanterna del pescatore. Vive a Roma dove esercita la professione di libraio. Ha pubblicato le raccolte di racconti La parte muta del canto  (Joker, 2016), Le morti felici (Il Canneto, 2018) e L’inventore di vite (Il Seme Bianco, 2018). E’ fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016).

Alessandro MOSCЀ – Un inedito

Parlo di me davanti allo specchio della nonna,

ma sono un bambino alle elementari

che non finge e non si vede adulto.

La strana concessione

mi restituisce intatta

l’occasione per riviverla una seconda volta.

Non toglierei nulla,

non ho nulla da eccepire

alle comparse dietro di me

che si radunano in fila indiana,

che sorridono in vacanza,

incontro alla mia mano che le afferra

e non le prende

© Inedito

 

© Alessandro Moscè

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.

Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli  2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Nel 2018 è uscito il romanzo Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com.