Tiberio CRIVELLARO – Tre inediti

In silenzio mi ritirai

all’ombra di quel

supremo dolore.

 

Obliata da propano,

l’ineluttabile mi chiamò

a comporre versi nella

sabbia per Robinson

e Venerdì

 

*

 

Migliaia su migliaia

il vento e la sua scia

staffila acque, terre, monti

concimando naufraghe menti

sulle spiagge clonate dalla

silente morte, torba oscura.

This clonic eart che striscia

enuncia inutili preghiere.

E bye bye da la purple house

favorevole al non sense wordshed.

 

Vi sto bisbigliando, ancora,

ripetendo per l’ultima volta,

quanto l’Europa galleggi nei

suoi liquami, dai passati furti.

Accadiamo nel tempo che si apre

e chiude nelle soglie mobili

colpevoli di baratri e acquitrini.

Noi.

Va e viene l’ossigeno precario

tra i gas ottomani e quelli nei

cieli di Allah. Di quali armate

culturali ci siam serviti? Ora sof/

focati. La parola non conquista, in/

dietreggia ricattata dans cimetières,

dalle tante vittorie di Pirro.

 

Prostrati deliriamo benesseri,

piegati da motori grippati nel tempo.

reduci salvati spesso da fiere donne.

 

*

 

Osservo nella realtà dell’ancora

,/ che in superficie affonda nella

morsa acquea con l’istinto di neg

oziare ancora nel segno avveribil

e/. l’infernalità del punto forte d’

appoggio, giù nella profondità tra

sabbie e antichi resti umani dove

l’inganno è per sempre. E dunque,

nocchiero magistri, nell’avvistare

il diciottesimo verso, sappi nel

maestrale il Capitano è Mistral.

Lui che viene dal nord, comanda

Colore, Foresta, Marlin e Iena. E,

la rotta non è avvertibile se, nella

secca, ogni uncino non trova ap/

pigli per respirare. E qui, in apnea

chiudo la Dunhill per non oltrepass/

are il diciotttesimo verso……………..

© Tiberio Crivellaro

Tiberio Crivellaro è nato in provincia di Padova nel 1955. Nel 1991 pubblica la prima raccolta, Per lingue peregrino, (Calusca Edizioni), finalista al Premio Diego Valeri. Nel 1992, Improvvista tra tinte madrepore, Silloge Edizioni, Premio Medusa Aurea a Roma. Nel 1995, la raccolta Per alito frutto diventi, finalista al Premio Camposampiero. Con la raccolta Scomparsa delle lucciole, Book Editore, 1998 (con una nota di Roberto Sanesi), vince il Premio Il Ceppo D’Argento. Nel 2005, sempre con Book Editore (nota di Alberto Bertoni), Dialogo con il silenzio. La città dei necrologi, con sette acquerelli dell’artista Claudio Granaroli, nel 2007, presso Signum Edizioni d’Arte. Nel 2011, Senza perdere la tenerezza, con la prefazione di Sergio Zavoli e una nota di Vincenzo Guarracino, Manni Editore. Nel 2018, Luceafarul, prefazione di Giancarlo Ricci, New Press Edizioni, Como. Nel 2019, L’albero teoretico, CLEUP Edizioni, Padova. E’ presente in numerose antologie in Italia e all’estero e ha tenuto diverse conferenze e partecipato a numerosi convegni e congressi internazionali. Nel 2002 ha tenuto lezioni e letture presso la Mc Gill University di Montreal. Sempre a Montreal, nel 2003, è stata messa in scena la sua opera teatrale Blu di Prussia (un dialogo tra Thèo e Vincent Van Gogh). Collabora al quotidiano La Sicilia, al settimanale L’Altro Giornale Marche e alle riviste internazionali, Borromeo (dell’Università Kennedy di Buenos Aires) e alle argentine Cita en las diagonales, De Inconscientes. E’ anche autore di arte visiva.

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Ci si spegne il cervello
al pensiero di una piattaforma
di investimento emotivo
Più rassicurante
restare nomadi del caso o del capriccio
ignorando indicazioni di rischio
usando cosmetici per l’improntitudine
dei malesseri oscuri
Viaggiamo col limitato bagaglio
di percezioni distorte
di conclusioni psichedeliche
avvezzi a tradare * complici sentimenti
da poco e niente
estetizzando animi viscidi intrecciati
al gusto di una menzogna ormai digitale
Così i poeti contrabbandano
versi cianotici che assorbono ripetitività
riempiono i polmoni d’inchiostro inetto
si fanno multipli di scaramanzie
indisciplinate che hanno il fascino dell’assurdo
e l’effetto di una letale pozione nel cavo della mano
come soluzione alla viltà di non disperarsi
Accovacciati su un tappeto di pretesti
ci liberiamo dello spirito di lealtà
Le ali sono membranose
e lacere
all’aria cattiva che alimentiamo
e ci uccide

***

Da un ritaglio di carta
ricavò un gabbiano
o l’dea che di un gabbiano
potesse avere
L’uccello si divincolò
con un garrito
tra le sue mani
Il ragazzo lo lasciò andare
Va’ da lei
portale il mio messaggio
Il buio avanzava
come una vernice
implacabile
che cancellasse il quartiere
smozzicando lampioni
sbocconcellando
gli angoli delle case
arrampicandosi lungo i palazzi
somigliante a muffa mischia a nebbia
Se potessi imprestare i miei occhi alla notte
si disse in un sussurro solo mentale
la notte vedrebbe a giorno
e non avrebbe bisogno di morire
Accese una candela profumata
davanti a uno specchio insulso
e il lucore gli restituì
una stanza gerbida come la brughiera
I genitori barricati dentro il bagno
qualcosa che si dibatteva
contro il battiscopa di marmo
forse un grosso scarafaggio
una mano guantata
un ricordo dei terrori dell’infanzia
Aprì il libro di preghiere
e le scritte gli piovvero addosso
morbidamente
sui calzoni sopra le pantofole
Allora accostò alle labbra incollate
il bicchiere di vino
aveva un sapore di ruggine antica
una guasta dulcedine
Qualcuno piagnucolava
Tirò la serranda
Sapeva che qualcosa
scalava lentamente
la facciata
Sta’ calma bisbigliò il padre alla moglie
sta’ calma perdìo
ma quella versava lamenti
neanche se dallo squarcio di un coltello
Il ragazzo cercò a tentoni
una sedia
e se ne stette ad aspettare
L’orologio tremò
tazza piattino tintinnarono
Un’unghiata di consapevolezza
lo ferì alla nuca
Smettetela
gridò
Smettetela

***

Quella bizzarra estate
frustata dalle piogge
con le scarpe bucate
un impermeabile rubato
a una bancarella
e quel tuo scialle dalle tinte morenti
Quella indimenticabile estate
a Odessa
senza sapere una parola di russo
regolarmente ci si perdeva
La gente ci derideva
apertamente o sotto i baffi
Cercavamo il quartiere
della Moldajanka
con una Nikon
nostra unica ricchezza
oltre a una manciata di spiccioli
e ai racconti di Babel’ *
Avvicinammo impiegati stazzonati
allevatori meretrici risolute
ambigui affittuari
tutti marchiati dal sangue del massacro
Madonna 115.000 ebrei macellati
per primi vecchi e bambini
le donne stuprate giovani o malandate
che fossero
Occhi strappati e raccolti nei secchi
e grida di cui s’impossessava la tragedia
Di questo la città
perennemente sporca e dannata
l’incancellabile passato
ghigna e stride ad ogni angolo di via
Quando fummo fermati
a nulla valsero proteste documenti
suppliche
Siamo cittadini italiani
turisti
Montammo
no
ci fecero montare
ci spinsero su un camion
con altri derelitti
Erano armati
Quando scendemmo
ci fu concesso
di fotografare
la nostra morte
Io ti accarezzai i capelli
col pensiero

           © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Federico RONCORONI – Poesie

Vita

 

Vita porca e maledetta,

appena poco che mi dai

e mi innalzi, ecco

che d’un colpo solo

subito ben più mi togli

e giù mi abbatti, vita

carognosa e infame, puttana

che tutto mi fai pagare

e non ti accontenti mai, vita

traditora e ingrata, cancro vorace

che mi consumi nel momento

stesso in cui mi ti dai, io,

Federico, figlio di Geo e di Giannina,

qui ancora sto, e ti amo

come tutti quelli che sono stati sul punto

di perderti e per trattenerti hanno

combattuto fiere battaglie,

ti amo smodatamente

come ti ho sempre amata,

ma non ti voglio più, vita.

 

To Gei Dabliu

 

Andandomene via

porterò con me

le tue parole.

Non i ricordi,

che non ci trovano d’accordo.

Non altro,

che peserebbe troppo.

Le tue parole

e basta. Non

so quali, ma

mi verranno

in mente e mi terranno

compagnia, quando che sia.

 

Sentenza con arcaismo

Nelle faccende d’amore, ove

si perde quel che non si prende,

quando secco è l’ardore e solo

il desiderio è verde, poca è

la fiamma e tanto invece il fummo

 

 

Similitudine

 

Per come

l’ho capita io,

cuore mio,

l’amore

è come

l’orizzonte:

non si raggiunge mai

ma serve

per andare avanti.

 

(da Nella deriva del tempo)

 

In Vita Federico Roncoroni mette in scena, nello stile di un’alta allocuzione, il sentimento complesso e contraddittorio dell’esistenza, che contraddistingue tutta quanta la sua poesia, segnata dalla malattia ma anche da una stoica, fiera volontà di resistenza e rivincita nei confronti del suo carico gravoso di dolore (quella del Leopardi, per intenderci, del canto Amore e Morte). Vibrante di verità, di una verità che lascia comunque filtrare tra la rabbia disperante una ricca messe di antidoti letterari, la sua voce lascia trasparire, assieme alla fierezza dei propri mezzi e delle proprie risorse, la consapevolezza dei limiti, con un linguaggio in cui si mescola l’alto e il basso di una espressione immediata ed essenziale, potente.

Vincenzo GUARRACINO

 

 

Federico Roncoroni, linguista e saggista, oltre che poeta, è nato a Como nel 1944, dove vive. Come saggista, si è occupato di poeti e narratori dell’Ottocento e del Novecento, principalmente di D’Annunzio, Chiara e Gadda. Esperto di didattica dell’italiano, è autore di numerosi testi per la scuola, tra antologie e grammatiche di larghissimo uso. Come poeta, ha pubblicato diverse raccolte poetiche, culminate e condensate nella raccolta antologica Nella deriva del tempo (2007), tradotto anche in spagnolo (2012). Numerose anche le opere narrative, dai racconti del Sillabario della memoria (2010), al romanzo Un giorno, altrove (2013).

Mauro MACARIO, Le trame del disincanto, Puntoacapo, 2016

Mare di Ostia

a Pier Paolo Pasolini

 

Ostia di carne sangue di mare

mare di sputi livida risacca

un padre della patria boccheggia

con la terra nei polmoni

sepoltura di un popolo

nel silenzio dei chiostri

nella memoria partigiana

nel mondo contadino

questa morte nazionale e multinazionale

chiude un’era e passa alla preistoria

si porta via tutto

i musei le biblioteche i testamenti morali

il lievito madre di una coscienza secolare

noi eredi di una compassione gelida

noi figli di questa morte

pasticciata vilipesa derisa

che ci ha trasformato da miti arcaici

in barbari civili

vaghiamo ciechi in una necropoli

senza reperti

le pergamene sono sparite

rimane un ossario senza gloria

e i mandanti si susseguono

di generazione in generazione

mentre i padri della patria

quelli che hanno formato

il tuo sentire più profondo

non muoiono nel loro letto

ma nell’inconscio collettivo

ed è lì il funerale della nostra storia

 

Sarzana, 31 ottobre 2014

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Macario

 

Armando SAVERIANO – Inediti

Vigilavo il tuo pallido riposo
nelle tenere edere del buio
intimidita da una felicità
più grande di quanto possa accogliere
un cuore o un mondo sperduto
nel cosmo o le valve di un mitilo
o lo splendore di ali cangianti
delicate indistruttibili
Accostavi il viso al mio seno
e più volte ho temuto di poter morire
infinitesimale nell’immensità del bene
Desideravo fermare gli attimi
ripercorrerli daccapo e ancora accapo
e sparire nella cruna di quest’ago d’oro
nella meravigliosa trappola del bacio
Ma ridestati piano
c’è luce chiara intrecciata
alle labili dita della notte
che ormai sbadiglia
Voglio che ascolti il mare
lo sperone delle onde i suoi tanti sospiri
la griglia amniotica dei sussurri
l’attrazione della luna
la rara gemma d’un luccichio
E’ per me è per te
per noi due sole
sulla Terra verde e bigia
che non interferisce
Non c’è scampo per i nostri occhi
che s’abbeverano della pelle
regina dei destini delle fortune e gioie
e le bocche glorificano l’ombelico
della fiamma che ci scotta e ci rigenera
Abbiamo lasciato le vesti la palla
e un libro stinto sulla rena
e l’orma persistente della poesia
che va recuperata
cerasa da scambiarci bocca a bocca
nell’unico roseo polmone
di una flessibile sequenza ininterrotta
dica quel che dica Ulisse
voglia quel che voglia il cielo
a portata di tutto il desiderio
e oltre

 

*

 

Non vi meravigliate
quando mi vedrete
nudo
col più lieve dei sorrisi
direi impercettibile
libero
del malessere dell’essere
oh non vi meravigliate
Avrà senso solo per voi
fingere di piangermi
o piangermi per davvero
ostentare dignitosa indifferenza
odiarmi 
serbarmi anche per l’estremo atto
rancore
provare maligna soddisfazione
chiedervi perché
fregarvi i palmi delle mani
slacciare dalla gola
una imprevista tristezza
Io non sarò 
semplicemente non sarò
e assai presto
sarà per tutti
come se non fossi mai stato
Già cancellato a me stesso
nell’attimo supremo
senza cognizione di buio
di nulla
di eterno
Le passioni accese
le guerre personali
i turbamenti
le invidie
le infezioni dell’animo
non mi riguarderanno più
La Terra andrà alla sua deriva
e così il sole
La finitudine lo vuole
la finitudine
che solo una regola
stabilisce
e non impone
Non ne ha bisogno
Basta
sé stessa

 

*

 

E’ per ordine doloroso
dell’inclamato
che mi è stato posto
questo cilicio
corda grezza chiodi ricurvi
a mordere le fibre dell’essere
Non so liberarmene
è dura accettare simile castigo
So delle mie colpe
eccessivo mi pare il contrappasso
Non ci sono ore piccole
che diano requie
il sonno latra di sogni infettivi
ed al risveglio è peggio
d’esser stata sbattuta contro
gli scogli da altezze incalcolabili
Accenderò pia candela
a me stessa
chissà che non mi trasformi
in caritatevole morte
ovunque abbia posato il calcagno
qualunque pensiero abbia impastato
o clemenza urlato nel buco nero
che incombe e vortica
attirandomi
troppo lento per quel che bramo
finire
Finire finire
finire
Non mi riesce di stroncare
il fiato con un laccio
trangugiare tossine
fare il passo decisivo incontro
alla metro nella sotterranea
Voglio ancora vivere felice
di un’occasione di felicità
benché non sappia immaginare
cosa sia
ma dovrà pur essere
in qualcosa
ed è questo il peccato
che non si perdona lì nelle celesti dimore
a noi creature di fango e di delitto
Tutte pedine che un crudele gioco
schiaccia
per divertire chi mantiene
in equilibrio l’universo
La mia ricchezza è la mia malattia
che mi smembra e m’impaura
prigioniera d’un tristo despota
che per me decide
Chissà chi per me e a CHI
presentò il conto da pagare
a quanto pare perimetro
dell’intero muro del pianto
Non ho memoria delle mie cortecce
di perfidia e di quante anime dovrò
per forza avere dilaniato
per ottenere in cambio
simile incistato flagello
Perché l’umiliazione è tanta
ed io alimento la discarica
dove giaccio ed ho dimora
mentre intanto
forse
solo il vento ride
tetro
e mi sbeffeggia dileggiando
la mia vergogna e l’odio
per il martirio
che marchia e piglia
inconcepibile distanza
da refolo di pace

 

*

 

Non pretenderai
spero
di conoscermi
di improvvisarti speleologo
del mistero
che i miei occhi proteggono
e fanno trasparire
Ti affascinano infebbrano
gli echi interni
da Sibilla
mentre mi lusinghi
almeno credi tu
paragonandomi
a Venere anadiomene
di spuma e marmo
Non è che una tua tache poètique
Fossi un Delacroix
tireresti fuori il misticismo
della parola
terresti dietro ai tuoi 
vaneggiamenti onirici
ed io ti preferisco
a vagabondare per le strade
di Napoli Berlino Anversa
con gli appetiti insoddisfatti
e intatti
con la tua inconsapevole
joie de descendre
di degradarti
ogni volta che ti possiedo
e tu penetri mi impèni
ti consumi
vuoi fare di me fissa dimora
in nome del devozionale amore
che inebria confonde sconcerta
Invece io sono il transitorio
le fugitif non l’immuable
Ignori che altre mi abitano
Je est une autre
parlano al posto mio
ti toccano 
amabilmente deridono 
l’arroganza ingenua e perduta dell’Avere
Mi sento Erodiade
e tu cerchi Salomè
tra la folla disumana bruyante
di Constantin Guys
la gente convenzionale
anonima indisponente
che in me fa esplodere
l’intolleranza di fauci rosse
e artigli neri
Je travaille à me rendre Voyante
rammento Rimbaud
e anelo all’istante
privilegiato
fino allo spasimo
e forse sono sì
davvero Arte
se arte è incompletezza
inconnu
sempre più spesso
intransitività

© Armando Saveriano

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Luca GILIOLI – Un inedito

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate

partoriscono buio – che c’è nella culla?

furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:

destino di chi non s’avvede delle fate.

 

© Luca Gilioli

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Le sue raccolte poetiche: Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Luca Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Lucianna ARGENTINO, In canto a te, Samuele Editore, 2019

“A pochi è data una simile esperienza straordinaria, e qui la poetessa sa tradurre nella poesia tutta una gamma significativa di immagini e parole evocatrici, registri colti e comuni, luoghi di spiazzamento, punti di vista insoliti, riferimenti letterari, colloqui con altre molteplici scritture, come abbiamo già indicato. Quanto c’è di dato autobiografico viene posto in relazione e si dipana con leggerezza dentro una tradizione letteraria magari non così diffusa e universalmente conosciuta, ma tuttavia presente e forte nella letteratura e nella scrittura del passato, e dialoga con essa.”

(dalla prefazione di Gabriella Musetti)

 

Perdonami

per non aver compreso allora

quanto profondo fosse l’amore

questo che ha attraversato

primavere renitenti e inverni caparbi

e approda ora alla nostra estate piena

con lo stesso volto

gli occhi arrossati dal rimpianto

le mani giunte in preghiera

per la grazia del qui e ora

noi liberi dal per sempre

ché eterno sarà l’essere stati.

 

*

 

Tra gli occhi di lui e i miei

l’attesa intorpidita e dolorante,

il coraggio del respiro,

il formicolio dello sguardo

a lungo immobile davanti alla pagina

nel cui nome separo

le acque di sopra dalle acque di sotto.

Creo terra con frutti in abbondanza,

d’obbedienza sazio gli angeli

in lode di lui che mi rammenda gli strappi,

fa l’orlo ai miei abiti.

 

*

 

Riconsegno la costola a Dio,

offro la metà del mio cuore

per il nuovo innesto

così che i due siano davvero

una carne sola, un coro il battito,

consanguinei i passi del sangue,

congiunto il respiro.

Come con lui io

– noi corpo dell’Eden.