Tiberio CRIVELLARO – Tre inediti

In silenzio mi ritirai

all’ombra di quel

supremo dolore.

 

Obliata da propano,

l’ineluttabile mi chiamò

a comporre versi nella

sabbia per Robinson

e Venerdì

 

*

 

Migliaia su migliaia

il vento e la sua scia

staffila acque, terre, monti

concimando naufraghe menti

sulle spiagge clonate dalla

silente morte, torba oscura.

This clonic eart che striscia

enuncia inutili preghiere.

E bye bye da la purple house

favorevole al non sense wordshed.

 

Vi sto bisbigliando, ancora,

ripetendo per l’ultima volta,

quanto l’Europa galleggi nei

suoi liquami, dai passati furti.

Accadiamo nel tempo che si apre

e chiude nelle soglie mobili

colpevoli di baratri e acquitrini.

Noi.

Va e viene l’ossigeno precario

tra i gas ottomani e quelli nei

cieli di Allah. Di quali armate

culturali ci siam serviti? Ora sof/

focati. La parola non conquista, in/

dietreggia ricattata dans cimetières,

dalle tante vittorie di Pirro.

 

Prostrati deliriamo benesseri,

piegati da motori grippati nel tempo.

reduci salvati spesso da fiere donne.

 

*

 

Osservo nella realtà dell’ancora

,/ che in superficie affonda nella

morsa acquea con l’istinto di neg

oziare ancora nel segno avveribil

e/. l’infernalità del punto forte d’

appoggio, giù nella profondità tra

sabbie e antichi resti umani dove

l’inganno è per sempre. E dunque,

nocchiero magistri, nell’avvistare

il diciottesimo verso, sappi nel

maestrale il Capitano è Mistral.

Lui che viene dal nord, comanda

Colore, Foresta, Marlin e Iena. E,

la rotta non è avvertibile se, nella

secca, ogni uncino non trova ap/

pigli per respirare. E qui, in apnea

chiudo la Dunhill per non oltrepass/

are il diciotttesimo verso……………..

© Tiberio Crivellaro

Tiberio Crivellaro è nato in provincia di Padova nel 1955. Nel 1991 pubblica la prima raccolta, Per lingue peregrino, (Calusca Edizioni), finalista al Premio Diego Valeri. Nel 1992, Improvvista tra tinte madrepore, Silloge Edizioni, Premio Medusa Aurea a Roma. Nel 1995, la raccolta Per alito frutto diventi, finalista al Premio Camposampiero. Con la raccolta Scomparsa delle lucciole, Book Editore, 1998 (con una nota di Roberto Sanesi), vince il Premio Il Ceppo D’Argento. Nel 2005, sempre con Book Editore (nota di Alberto Bertoni), Dialogo con il silenzio. La città dei necrologi, con sette acquerelli dell’artista Claudio Granaroli, nel 2007, presso Signum Edizioni d’Arte. Nel 2011, Senza perdere la tenerezza, con la prefazione di Sergio Zavoli e una nota di Vincenzo Guarracino, Manni Editore. Nel 2018, Luceafarul, prefazione di Giancarlo Ricci, New Press Edizioni, Como. Nel 2019, L’albero teoretico, CLEUP Edizioni, Padova. E’ presente in numerose antologie in Italia e all’estero e ha tenuto diverse conferenze e partecipato a numerosi convegni e congressi internazionali. Nel 2002 ha tenuto lezioni e letture presso la Mc Gill University di Montreal. Sempre a Montreal, nel 2003, è stata messa in scena la sua opera teatrale Blu di Prussia (un dialogo tra Thèo e Vincent Van Gogh). Collabora al quotidiano La Sicilia, al settimanale L’Altro Giornale Marche e alle riviste internazionali, Borromeo (dell’Università Kennedy di Buenos Aires) e alle argentine Cita en las diagonales, De Inconscientes. E’ anche autore di arte visiva.

Armando SAVERIANO – Tre inediti

Ci si spegne il cervello
al pensiero di una piattaforma
di investimento emotivo
Più rassicurante
restare nomadi del caso o del capriccio
ignorando indicazioni di rischio
usando cosmetici per l’improntitudine
dei malesseri oscuri
Viaggiamo col limitato bagaglio
di percezioni distorte
di conclusioni psichedeliche
avvezzi a tradare * complici sentimenti
da poco e niente
estetizzando animi viscidi intrecciati
al gusto di una menzogna ormai digitale
Così i poeti contrabbandano
versi cianotici che assorbono ripetitività
riempiono i polmoni d’inchiostro inetto
si fanno multipli di scaramanzie
indisciplinate che hanno il fascino dell’assurdo
e l’effetto di una letale pozione nel cavo della mano
come soluzione alla viltà di non disperarsi
Accovacciati su un tappeto di pretesti
ci liberiamo dello spirito di lealtà
Le ali sono membranose
e lacere
all’aria cattiva che alimentiamo
e ci uccide

***

Da un ritaglio di carta
ricavò un gabbiano
o l’dea che di un gabbiano
potesse avere
L’uccello si divincolò
con un garrito
tra le sue mani
Il ragazzo lo lasciò andare
Va’ da lei
portale il mio messaggio
Il buio avanzava
come una vernice
implacabile
che cancellasse il quartiere
smozzicando lampioni
sbocconcellando
gli angoli delle case
arrampicandosi lungo i palazzi
somigliante a muffa mischia a nebbia
Se potessi imprestare i miei occhi alla notte
si disse in un sussurro solo mentale
la notte vedrebbe a giorno
e non avrebbe bisogno di morire
Accese una candela profumata
davanti a uno specchio insulso
e il lucore gli restituì
una stanza gerbida come la brughiera
I genitori barricati dentro il bagno
qualcosa che si dibatteva
contro il battiscopa di marmo
forse un grosso scarafaggio
una mano guantata
un ricordo dei terrori dell’infanzia
Aprì il libro di preghiere
e le scritte gli piovvero addosso
morbidamente
sui calzoni sopra le pantofole
Allora accostò alle labbra incollate
il bicchiere di vino
aveva un sapore di ruggine antica
una guasta dulcedine
Qualcuno piagnucolava
Tirò la serranda
Sapeva che qualcosa
scalava lentamente
la facciata
Sta’ calma bisbigliò il padre alla moglie
sta’ calma perdìo
ma quella versava lamenti
neanche se dallo squarcio di un coltello
Il ragazzo cercò a tentoni
una sedia
e se ne stette ad aspettare
L’orologio tremò
tazza piattino tintinnarono
Un’unghiata di consapevolezza
lo ferì alla nuca
Smettetela
gridò
Smettetela

***

Quella bizzarra estate
frustata dalle piogge
con le scarpe bucate
un impermeabile rubato
a una bancarella
e quel tuo scialle dalle tinte morenti
Quella indimenticabile estate
a Odessa
senza sapere una parola di russo
regolarmente ci si perdeva
La gente ci derideva
apertamente o sotto i baffi
Cercavamo il quartiere
della Moldajanka
con una Nikon
nostra unica ricchezza
oltre a una manciata di spiccioli
e ai racconti di Babel’ *
Avvicinammo impiegati stazzonati
allevatori meretrici risolute
ambigui affittuari
tutti marchiati dal sangue del massacro
Madonna 115.000 ebrei macellati
per primi vecchi e bambini
le donne stuprate giovani o malandate
che fossero
Occhi strappati e raccolti nei secchi
e grida di cui s’impossessava la tragedia
Di questo la città
perennemente sporca e dannata
l’incancellabile passato
ghigna e stride ad ogni angolo di via
Quando fummo fermati
a nulla valsero proteste documenti
suppliche
Siamo cittadini italiani
turisti
Montammo
no
ci fecero montare
ci spinsero su un camion
con altri derelitti
Erano armati
Quando scendemmo
ci fu concesso
di fotografare
la nostra morte
Io ti accarezzai i capelli
col pensiero

           © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Federico RONCORONI – Poesie

Vita

 

Vita porca e maledetta,

appena poco che mi dai

e mi innalzi, ecco

che d’un colpo solo

subito ben più mi togli

e giù mi abbatti, vita

carognosa e infame, puttana

che tutto mi fai pagare

e non ti accontenti mai, vita

traditora e ingrata, cancro vorace

che mi consumi nel momento

stesso in cui mi ti dai, io,

Federico, figlio di Geo e di Giannina,

qui ancora sto, e ti amo

come tutti quelli che sono stati sul punto

di perderti e per trattenerti hanno

combattuto fiere battaglie,

ti amo smodatamente

come ti ho sempre amata,

ma non ti voglio più, vita.

 

To Gei Dabliu

 

Andandomene via

porterò con me

le tue parole.

Non i ricordi,

che non ci trovano d’accordo.

Non altro,

che peserebbe troppo.

Le tue parole

e basta. Non

so quali, ma

mi verranno

in mente e mi terranno

compagnia, quando che sia.

 

Sentenza con arcaismo

Nelle faccende d’amore, ove

si perde quel che non si prende,

quando secco è l’ardore e solo

il desiderio è verde, poca è

la fiamma e tanto invece il fummo

 

 

Similitudine

 

Per come

l’ho capita io,

cuore mio,

l’amore

è come

l’orizzonte:

non si raggiunge mai

ma serve

per andare avanti.

 

(da Nella deriva del tempo)

 

In Vita Federico Roncoroni mette in scena, nello stile di un’alta allocuzione, il sentimento complesso e contraddittorio dell’esistenza, che contraddistingue tutta quanta la sua poesia, segnata dalla malattia ma anche da una stoica, fiera volontà di resistenza e rivincita nei confronti del suo carico gravoso di dolore (quella del Leopardi, per intenderci, del canto Amore e Morte). Vibrante di verità, di una verità che lascia comunque filtrare tra la rabbia disperante una ricca messe di antidoti letterari, la sua voce lascia trasparire, assieme alla fierezza dei propri mezzi e delle proprie risorse, la consapevolezza dei limiti, con un linguaggio in cui si mescola l’alto e il basso di una espressione immediata ed essenziale, potente.

Vincenzo GUARRACINO

 

 

Federico Roncoroni, linguista e saggista, oltre che poeta, è nato a Como nel 1944, dove vive. Come saggista, si è occupato di poeti e narratori dell’Ottocento e del Novecento, principalmente di D’Annunzio, Chiara e Gadda. Esperto di didattica dell’italiano, è autore di numerosi testi per la scuola, tra antologie e grammatiche di larghissimo uso. Come poeta, ha pubblicato diverse raccolte poetiche, culminate e condensate nella raccolta antologica Nella deriva del tempo (2007), tradotto anche in spagnolo (2012). Numerose anche le opere narrative, dai racconti del Sillabario della memoria (2010), al romanzo Un giorno, altrove (2013).

Mauro MACARIO, Le trame del disincanto, Puntoacapo, 2016

Mare di Ostia

a Pier Paolo Pasolini

 

Ostia di carne sangue di mare

mare di sputi livida risacca

un padre della patria boccheggia

con la terra nei polmoni

sepoltura di un popolo

nel silenzio dei chiostri

nella memoria partigiana

nel mondo contadino

questa morte nazionale e multinazionale

chiude un’era e passa alla preistoria

si porta via tutto

i musei le biblioteche i testamenti morali

il lievito madre di una coscienza secolare

noi eredi di una compassione gelida

noi figli di questa morte

pasticciata vilipesa derisa

che ci ha trasformato da miti arcaici

in barbari civili

vaghiamo ciechi in una necropoli

senza reperti

le pergamene sono sparite

rimane un ossario senza gloria

e i mandanti si susseguono

di generazione in generazione

mentre i padri della patria

quelli che hanno formato

il tuo sentire più profondo

non muoiono nel loro letto

ma nell’inconscio collettivo

ed è lì il funerale della nostra storia

 

Sarzana, 31 ottobre 2014

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Macario

 

Armando SAVERIANO – Inediti

Vigilavo il tuo pallido riposo
nelle tenere edere del buio
intimidita da una felicità
più grande di quanto possa accogliere
un cuore o un mondo sperduto
nel cosmo o le valve di un mitilo
o lo splendore di ali cangianti
delicate indistruttibili
Accostavi il viso al mio seno
e più volte ho temuto di poter morire
infinitesimale nell’immensità del bene
Desideravo fermare gli attimi
ripercorrerli daccapo e ancora accapo
e sparire nella cruna di quest’ago d’oro
nella meravigliosa trappola del bacio
Ma ridestati piano
c’è luce chiara intrecciata
alle labili dita della notte
che ormai sbadiglia
Voglio che ascolti il mare
lo sperone delle onde i suoi tanti sospiri
la griglia amniotica dei sussurri
l’attrazione della luna
la rara gemma d’un luccichio
E’ per me è per te
per noi due sole
sulla Terra verde e bigia
che non interferisce
Non c’è scampo per i nostri occhi
che s’abbeverano della pelle
regina dei destini delle fortune e gioie
e le bocche glorificano l’ombelico
della fiamma che ci scotta e ci rigenera
Abbiamo lasciato le vesti la palla
e un libro stinto sulla rena
e l’orma persistente della poesia
che va recuperata
cerasa da scambiarci bocca a bocca
nell’unico roseo polmone
di una flessibile sequenza ininterrotta
dica quel che dica Ulisse
voglia quel che voglia il cielo
a portata di tutto il desiderio
e oltre

 

*

 

Non vi meravigliate
quando mi vedrete
nudo
col più lieve dei sorrisi
direi impercettibile
libero
del malessere dell’essere
oh non vi meravigliate
Avrà senso solo per voi
fingere di piangermi
o piangermi per davvero
ostentare dignitosa indifferenza
odiarmi 
serbarmi anche per l’estremo atto
rancore
provare maligna soddisfazione
chiedervi perché
fregarvi i palmi delle mani
slacciare dalla gola
una imprevista tristezza
Io non sarò 
semplicemente non sarò
e assai presto
sarà per tutti
come se non fossi mai stato
Già cancellato a me stesso
nell’attimo supremo
senza cognizione di buio
di nulla
di eterno
Le passioni accese
le guerre personali
i turbamenti
le invidie
le infezioni dell’animo
non mi riguarderanno più
La Terra andrà alla sua deriva
e così il sole
La finitudine lo vuole
la finitudine
che solo una regola
stabilisce
e non impone
Non ne ha bisogno
Basta
sé stessa

 

*

 

E’ per ordine doloroso
dell’inclamato
che mi è stato posto
questo cilicio
corda grezza chiodi ricurvi
a mordere le fibre dell’essere
Non so liberarmene
è dura accettare simile castigo
So delle mie colpe
eccessivo mi pare il contrappasso
Non ci sono ore piccole
che diano requie
il sonno latra di sogni infettivi
ed al risveglio è peggio
d’esser stata sbattuta contro
gli scogli da altezze incalcolabili
Accenderò pia candela
a me stessa
chissà che non mi trasformi
in caritatevole morte
ovunque abbia posato il calcagno
qualunque pensiero abbia impastato
o clemenza urlato nel buco nero
che incombe e vortica
attirandomi
troppo lento per quel che bramo
finire
Finire finire
finire
Non mi riesce di stroncare
il fiato con un laccio
trangugiare tossine
fare il passo decisivo incontro
alla metro nella sotterranea
Voglio ancora vivere felice
di un’occasione di felicità
benché non sappia immaginare
cosa sia
ma dovrà pur essere
in qualcosa
ed è questo il peccato
che non si perdona lì nelle celesti dimore
a noi creature di fango e di delitto
Tutte pedine che un crudele gioco
schiaccia
per divertire chi mantiene
in equilibrio l’universo
La mia ricchezza è la mia malattia
che mi smembra e m’impaura
prigioniera d’un tristo despota
che per me decide
Chissà chi per me e a CHI
presentò il conto da pagare
a quanto pare perimetro
dell’intero muro del pianto
Non ho memoria delle mie cortecce
di perfidia e di quante anime dovrò
per forza avere dilaniato
per ottenere in cambio
simile incistato flagello
Perché l’umiliazione è tanta
ed io alimento la discarica
dove giaccio ed ho dimora
mentre intanto
forse
solo il vento ride
tetro
e mi sbeffeggia dileggiando
la mia vergogna e l’odio
per il martirio
che marchia e piglia
inconcepibile distanza
da refolo di pace

 

*

 

Non pretenderai
spero
di conoscermi
di improvvisarti speleologo
del mistero
che i miei occhi proteggono
e fanno trasparire
Ti affascinano infebbrano
gli echi interni
da Sibilla
mentre mi lusinghi
almeno credi tu
paragonandomi
a Venere anadiomene
di spuma e marmo
Non è che una tua tache poètique
Fossi un Delacroix
tireresti fuori il misticismo
della parola
terresti dietro ai tuoi 
vaneggiamenti onirici
ed io ti preferisco
a vagabondare per le strade
di Napoli Berlino Anversa
con gli appetiti insoddisfatti
e intatti
con la tua inconsapevole
joie de descendre
di degradarti
ogni volta che ti possiedo
e tu penetri mi impèni
ti consumi
vuoi fare di me fissa dimora
in nome del devozionale amore
che inebria confonde sconcerta
Invece io sono il transitorio
le fugitif non l’immuable
Ignori che altre mi abitano
Je est une autre
parlano al posto mio
ti toccano 
amabilmente deridono 
l’arroganza ingenua e perduta dell’Avere
Mi sento Erodiade
e tu cerchi Salomè
tra la folla disumana bruyante
di Constantin Guys
la gente convenzionale
anonima indisponente
che in me fa esplodere
l’intolleranza di fauci rosse
e artigli neri
Je travaille à me rendre Voyante
rammento Rimbaud
e anelo all’istante
privilegiato
fino allo spasimo
e forse sono sì
davvero Arte
se arte è incompletezza
inconnu
sempre più spesso
intransitività

© Armando Saveriano

© Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

Luca GILIOLI – Un inedito

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate

partoriscono buio – che c’è nella culla?

furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:

destino di chi non s’avvede delle fate.

 

© Luca Gilioli

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Le sue raccolte poetiche: Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Luca Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Lucianna ARGENTINO, In canto a te, Samuele Editore, 2019

“A pochi è data una simile esperienza straordinaria, e qui la poetessa sa tradurre nella poesia tutta una gamma significativa di immagini e parole evocatrici, registri colti e comuni, luoghi di spiazzamento, punti di vista insoliti, riferimenti letterari, colloqui con altre molteplici scritture, come abbiamo già indicato. Quanto c’è di dato autobiografico viene posto in relazione e si dipana con leggerezza dentro una tradizione letteraria magari non così diffusa e universalmente conosciuta, ma tuttavia presente e forte nella letteratura e nella scrittura del passato, e dialoga con essa.”

(dalla prefazione di Gabriella Musetti)

 

Perdonami

per non aver compreso allora

quanto profondo fosse l’amore

questo che ha attraversato

primavere renitenti e inverni caparbi

e approda ora alla nostra estate piena

con lo stesso volto

gli occhi arrossati dal rimpianto

le mani giunte in preghiera

per la grazia del qui e ora

noi liberi dal per sempre

ché eterno sarà l’essere stati.

 

*

 

Tra gli occhi di lui e i miei

l’attesa intorpidita e dolorante,

il coraggio del respiro,

il formicolio dello sguardo

a lungo immobile davanti alla pagina

nel cui nome separo

le acque di sopra dalle acque di sotto.

Creo terra con frutti in abbondanza,

d’obbedienza sazio gli angeli

in lode di lui che mi rammenda gli strappi,

fa l’orlo ai miei abiti.

 

*

 

Riconsegno la costola a Dio,

offro la metà del mio cuore

per il nuovo innesto

così che i due siano davvero

una carne sola, un coro il battito,

consanguinei i passi del sangue,

congiunto il respiro.

Come con lui io

– noi corpo dell’Eden.

Il problema del linguaggio e l’atlante della poesia filosofica di Maurizio Soldini

La letteratura acquista un linguaggio nuovo ogni qual volta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto.

Ingeborg Bachmann

 

Il problema del linguaggio e l’atlante della poesia filosofica di Maurizio Soldini. Saggio su “Lo spolverio delle meccaniche terrestri”.[1]

 

I. Il paesaggio della ricerca. Senso, significato e referente

 

La recente pubblicazione di Maurizio Soldini “Lo spolverio delle meccaniche terrestri” presso l’editore catanese “Il Convivio”, suscita più di una riflessione sul senso del Dire. Il Dire che, in un libro di poesia e di poesie – è essenziale, l’essenziale parmenideo. Intendendo per parmenideo la riflessione originaria, sull’essere e sul linguaggio, che nasce con gli Eleati alle origini dell’antica filosofia greca.[2] Questa meditazione originaria – o parmenidea, è l’asse portante “delle meccaniche terrestri”. La centralità della riflessione è frammentaria, dislocata per accentuare il movimento organizzato del pensiero in tutta la versificazione, nel frammento ogniqualvolta siamo in presenza di una visione unitaria del Dire nel percorso spirituale e materiale della parola, il dire per sua natura pone il linguaggio come oggetto e va ad istituirsi oltre l’ego o la soggettività.

C’è sempre, in effetti, bellezza portata alle estreme conseguenze del processo verbale, fino allo svuotarsi in segno del senso. Questo giungere alla parola significante del pensiero scopre il lato intransitivo della lingua, esso corrisponde alla non-corrispondenza, alla liberazione dal e dell’ambiguo. Questa liberazione della poesia passa per la parola di scrittura che è un cambio di orizzonte: la metanoia. La conversione volge in una strettoia che si rivela “in quei sentieri là dove si cela il cielo” dove la sfida umana è discernere “la difficoltà che sia metanoia o stupore”.

Questa metanoia si mette alla prova, la poesia è prova del fuoco, lo stupore della misura, la fatica della ricerca e la messa a punto del piglio, la meditazione del gesto di scrittura non ha soluzioni di continuità perché scrivere è sedimentare il tempo-spazio nella presa ontologica d’atto, intransitiva e anapodittica. Nella mano che scrive è l’esperienza stessa oltre ogni testimonianza perché bisogna “indietreggiare nel sospetto” per scommettere autenticamente sull’essere del testo. Questa scommessa passa per la paroletta amicizia come se fosse intrinseca alla lingua, essa è la scommessa sottotraccia d’ogni azione scrivente – perché “se si elude la scommessa” allora dall’amicizia “si scivola melmosi a valle prossimi all’abisso”, ci si condanna all’oblio, al Lethe, all’oscurità, alla notte perpetua, alla non-verità. Ma l’aletheia (l’uscita dal Lethe) e la luce erano promesse sin dall’incipit di Soldini, nella doppia veste dell’esergo. Infatti già all’inizio del libro spicca un frammento heideggeriano-giovanneo. Il senso è già nella germinazione, nella problematicità d’inizio del testo. Iniziare, comporre, meditare!

Andiamo oltre.

Ascoltiamo Soldini con questi versi di luce e ombra. Versi sulla conoscenza del mondo bicefalo, poesia che non ci rassicura nella grammatica del senso prefissato e irrigidito di poetico. Non è nella terzina o nell’endecasillabo, per quanto necessari, non è nell’immagine di qualche figura retorica, neanche fossero la metafora o l’ossimoro. Sono essi, i versi stessi – metafora del proprio sé; stilistica del fantasma che li abita; scrivendo, leggendo…

 

SE SI SAPESSE L’AMBIGUO

 

un passo dietro e destreggiarsi

nella strettoia – se si sapesse l’ambiguo –

in quei sentieri là dove si cela il cielo

 

e la difficoltà che sia metanoia o stupore

si sbreccia nella forza di slittare al centro

quando non è previsto il salto nel dirupo

 

ma non è meglio indietreggiare nel sospetto

se si resta al palo si elude la scommessa

si scivola melmosi a valle prossimi all’abisso.

 

C’è una poesia autentica che pensa l’essenza della poesia. La pensa, come già detto più volte, nel linguaggio del dire, come se fosse poesia. Essa è lì, ma non è ancora, non è libro a venire ma vi tende, vuole esserlo.

Il come se (fosse) vale la letteratura, perché l’autenticità (che è l’essenza della letteratura) – nella composizione della poesia, parte da una domanda che è l’essenza del pensiero, non un passeggero ‘stato d’animo’ poetico del poeta. Il poeta non opera una sua descrizione del noema, cioè una noesi, ossia una disposizione del pensato nel discorso. Il poeta dice, è portavoce del significato stesso dell’esistenza della noesi, il suo orizzonte di senso, per quanto impossibile, è nel linguaggio stesso. E anche la meditazione della forma è un linguaggio, più linguaggi s’intersecano, confluiscono, coabitano. Siamo in presenza di un’azione semantica, costantemente stratificata, sul referente. Tutto, per esempio, nel libro è scritto alla voce minuscola; come non ci fosse un inizio ma una continuità del dire nel detto, del discorso nel dire. Arcipelago di bellezza e verità è l’immensa poesia di Soldini. Ogni tanto non ci sono titoli e altre volte sono scritti con totali caratteri maiuscoli. La poesia – al di là delle scuole o delle estetiche dice, annuncia, profetizza e guarda l’utopia del linguaggio che sfugge mentre la prosa descrive, dialoga, organizza l’ordine del discorso, discute con le perversioni delle Gorgoni – la poesia afferma, annuncia l’identità come patria di uomo e linguaggio.

 

 

 

  1. II. Il segno politico del vero. Poesia e politica

 

La poesia, come ci rivela Pasolini, è il polemos della verità, essa è l’essenziale o non è niente. Qui entra in causa il vigore del raccoglimento. Raccogliersi per elevarsi o distaccarsi dall’esperienza del giorno passa. Poiché per il ragionare critico è necessaria indipendenza dal mondo, oltre i condizionamenti dell’umwelt (nel senso di mondo intorno, ambiente), della geografia, della lingua quotidiana o naturale, dello spazio storico. Questo processo di affrancamento, come dice Gabriel Marcel ne “Il mistero della filosofia”, conduce al raccoglimento, percorso interiore che libera la parola dal quotidiano. La scrittura della poesia di-mostra la possibilità di perseguire una strada, una via, niccianamente al di là del coro proprio perché radicato nell’io scrivente il significato è ontologico e condiviso nella communitas senza comunità.

C’è, in questo senso stretto, nel “Lo spolverio delle meccaniche terrestri”, per un certo verso, una contiguità con Pasolini del “Le ceneri di Gramsci” – tenendo conto delle evidenti differenze – sia formali che storiche, siamo tuttavia in presenza di una parola in cui c’è una continuità che si rinnova dall’interno l’una sull’altra in un costante movimento di dialogo intestino, al contempo, all’intera storia della poesia.[3] Così come in tutt’altro contesto e modalità di ricerca si avverte il pensiero della poesia di Eugenio Montale portato alle estreme conseguenze nella meditatio di “Xenia” e di “Altri versi”.[4] Nel Novecento è cominciata a nascere questa scrittura della ricerca della parola della poesia, non la sua poetica. La poesia come via, come cammino di possibilità. La caratteristica peculiare della sua parola è che è importante se parla e se parla agli uomini del suo tempo, financo rimanesse inascoltata, ignorata. Così se la filosofia di Parmenide ci risuona di significato tutt’oggi è perché essa aveva significato, generando senso, per gli uomini suoi contemporanei.

 

 

 

III. La poesia dell’esserci. Scrivere presente intransitivo.

 

Parlare di “quotidiano”, dell’irruzione dell’”ordinario” nella poesia di Soldini è, significa entrare nel regno dell’asimbolia, dell’insignificante.

Il gesto scrittorio di Soldini (uno dei molti) consiste nel plasmare il linguaggio quale materia vivente che fa del quotidiano un presente scritto, intransitivo. Egli (di)mostra il lavorio stratificato della parola nel linguaggio con la profondità del noema pone la questione del pensiero mostrando che meditare “diluisce l’attesa” (pag. 27) e, a sua volta, dispone il senso al grado zero della scrittura, nella nudità semantica, di segno e di suono, per favorire il compito del referente: il senso e il significato.

Perché questo lavoro sul senso?

C’è poesia se questa inizia a maturarsi nel dettato poetico, ma poi la ricerca e l’esercizio deve scomparire per lasciare al dire la possibilità di venire alla luce. Il dire allora annuncia la sua nuova verità…

Quasi come una foglia che cade, dovrebbero cadere i pensieri – dice Wittgenstein in un frammento – e così succede nell’esperienza di lettura “delle meccaniche terrestri”.

 

 

 

 

 

Si scrive nel fluire lento

del maltempo…

 

  1. La coscienza del segno, scrivere…

 

Perché senso e significato si configurano al pensiero della ratio e alla ragione del pensato in seguito alla presa di una coscienza del segno. Perché il pensiero è un “altrove” dal corpo benché in esso la persona spicchi come scrivente o scrutatore. Nella poesia Nebbia (titolo che peraltro rievoca un celebre romanzo filosofico di Miguel de Unamuno) “un pensiero altrove”, dice Soldini, è “un essere solo corpo” che trasforma la vita in scommessa “un essere solo corpo/ la scommessa bruta”. Il centrarsi di sé sull’io scrivente che assegna al gesto scrittorio il senso perché esso si trova nella “scommessa bruta/che scruta il segno”. Così facendo porta alla luce il farsi di cosa materica della parola, la materia poietica è senza segreti, la parola demistificata, è mostrata, è rivelata o svelata come giocare sul serio, un gioco di senso.[5]

Allora il respiro della lingua di Soldini è tale perché risemantizza l’altra lingua nella lingua consegnando la scrittura della poesia ad una scansione, ad una prova ontologica dal riscontro ermeneutico che va a costituire un uso allotrio del senso, per mostrare il significato del vuoto nel brusio della lingua.[6] Brusio della lingua che la parola intransitiva illumina nel corpus del testo. Soldini scopre l’altro lato, il lato delicato dell’esistere, l’inenarrabile tentativo di declinare le sfumature della “frontiera”, stacca il senso dal nesso e lo rimonta in modo imprevisto al fine di mostrare che, nel linguaggio, il passaggio dal silenzio e dal suono produce il segno. Il vuoto di senso diventa allora significato dell’attesa, coscienza dell’esserci. Il vuoto come senso della presenza che completa il tempo all’indicativo presente e questo vuoto è la “purezza della luce” che apre alla verità del “quotidiano”, del “qui ed ora”, al di là di ogni appartenenza ideologica o scientifica. La meta è di svelare l’uomo come fine, partendo dall’identità linguistica.

 

 

 

SI SCRIVE NEL FLUIRE LENTO

DEL MALTEMPO

 

per la purezza della luce che non gli appartiene

scegliendo le parole al volo per la loro bellezza

si scrive nel fluire del maltempo attonito

 

quando memoria e presenza sono una chimera

raccolta nello scintillio del fango e dell’oscurità

dove le mani e gli occhi frugano per essere di pari

 

a una stagione che assomiglia al buio della notte.

 

La cosa scritta, materializzata nel segno, meditata, restituita nell’esistente della scrittura perché sviscerata, sottratta all’impensato, alla volatilità del pensiero, per dirla con Paul Valery dei “Quaderni”.[7]

 

NON CREDERE

 

come la trama che disegna il ragno

sopra la tela è la geometrica

tensione a tessere il cammino in vita

 

i passi soffrono nel calpestio

del quotidiano allungo che incede

con i piedi scalzi sulla pietra

 

non credere e celare la stanchezza

senza concedere alibi all’impasse

È il soprassalto a vincere l’inedia.

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. La voce, il timbro, lo stile.

 

La sovranità dell’uomo che parla. Che ha trovato la parola come fosse una cosa. La parola allora è vita attiva, la vita è la parola-cosa. La parola ancora colta nell’istante misterioso della presenza, l’indicibile viene proferito ma anche sfugge ad ogni fonema e ad ogni segno. Ma è una possibilità che esiste. Parlare, scrivere… Si dice che è il tono ciò che identifica i grandi scrittori. Esso è vario, mitico, apodittico, riflessivo, musicale, canzonatorio, ironico, sardonico, comico, tragico. Penso alla varietà generale e ad alcuni titoli più specifici di poemi che formano proprio il poema generale che prende il nome de e da “Lo spolverio delle meccaniche terrestri”. Questi titoli vari che compongono il poema sono: “Frontiera”, da cui è tratto questo testo “NON CREDERE”. Ma di seguito ci sono titoli ancora più esplicativi come “Parola e voce”, “Tra nuvole e trottole”, “Dalla notte al giorno”, “Dentro l’età e le stagioni”, “L’azzurrità”. Sono sette i poemi che compongo il libro di Soldini. Il settimo dà il titolo alla raccolta.

Il ché significa che siamo nel cuore della creazione.

La circostanza che il testo sia composto da sette poemi rivela un’origine di riflessione religiosa nascosta ma forte e intrinseca. Il settimo giorno Dio riposò, il numero 7 è il sigillo della creazione stessa. Nei mistici medievali, com’è noto, il 7 rappresentava il numero perfetto perché composto di 4 e 3; dove il 4 rappresentava la Terra, imperfetto perché numero pari, e il 3 perfetto perché impari, così rappresentava il Cielo; già nell’antichità classica i Pitagorici leggevano nel 4 il simbolo del maschile (imperfetto) e nel 3 il femminile (perfetto).

Inoltre è legato al compiersi del ciclo lunare, gli antichi riconobbero nel 7 perfino il valore identico della monade in quanto increato. Increato in quanto non prodotto di alcun numero contenuto tra 1 e 10. Nei babilonesi erano ritenuti festivi e, consacrati al culto, i giorni di ogni mese multipli di 7, per dire un’altra tradizione e scorgere come è radicato nell’immaginario umano, occidentale e non solo occidentale.

I Greci lo chiamarono venerabile, associavano il 7 all’adorazione di Selene e di Apollo; 7 erano le corde della sua lira. 7 erano le vacche sacre del dio cantate da Omero “All’isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingui greggi del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore” (Odissea, XII, 127-133). Nella cultura ellenica l’armonia tra pensiero ed azione veniva indicata nei 7 sapienti.

La poesia, allora, è testimonianza? E per testimoniare che cosa, quale fatto, evento? L’evento è un pensiero dell’urgenza di dire. La necessità impellente della poesia è di annunciare il già detto in modo originario. La poesia è anche il bisogno innato dell’uomo di portare la parola al senso, la semplice necessità di proferire, fosse financo il nonsenso o l’immaginario puro, come nel caso di Brecce di Henry Michaux. Il senso non è – il mondo sensato della luce che splende, ma la composizione di un immaginario del linguaggio, la ricerca di una scena madre che è la parola-cosa dello scrittore assennato. La poesia allora è altra cosa, da questo punto di vista, dei grandi sistemi religiosi. Essa è qualcosa di più, può tutto; ma è anche qualcosa di meno, proprio perché è niente «può tutto!».

La letteratura allora può scoprire questo grado zero, auspicato da Roland Barthes, nel colloquio umano. Più il colloquio è portato all’essenza, più l’altrimenti che essere si costituisce nell’esserci umano della e nella parola, appunto nell’ipseità del significato ontologico e, nel medesimo tempo, ontologia sfuggente. L’essenza del dire può diventare una meccanica terrestre anziché celeste? Si, perché è così che la poesia apre il suo materiale semantico, parla, annuncia, dice questa meccanica della Terra e accennare al Cielo ricordando le ansie, i bisogni del Giorno e le nevrosi, le incertezze, i timori della Notte.

 

 

 

 

  1. Grafia, risemantizzazione e significato

 

Nel corpus logico-grammaticale della poesia filosofica di Maurizio Soldini si mappa un territorio della lingua che si può denominare l’oltre del segno, poiché questo permette di dire il senso interno-esterno della parola. Più semplicemente il senso dell’insieme è nel dato che il referente è scoperto, snudato. La poesia è strutturata nel grado zero dell’utopia, dove il linguaggio parla poiché lo dischiude a sé. Il canto delle Sirene conduceva il navigante nello spazio dello smarrimento, dove il canto può cominciare, dove davvero il canto comincia. Prendendo il testo invece da un’altra prospettiva ritorniamo a considerare la trama del confine tra parola e silenzio come indecidibile.

 

Lo spolverio delle meccaniche terrestri

Si sente dal vagabondare nelle strade

Per queste allucinate algebre dei corpi

 

 

Qualche bagliore da scontare si scorge

Dentro il logorio nelle viandanze

Riflesse nella sera alle vetrine dei negozi

 

 

Pare che lo “spolverio delle meccaniche terrestri” si coniughi con l’azione del pensiero che c’è. Le “viandanze” è la parola-segno, parola che non possiamo capire fino fondo ma che al tempo stesso ci mette in chiaro cosa s’intenda per svelare o denudare il linguaggio. Scoprendone l’appartenenza spirituale dell’uomo e il suo lavoro nel segno come compito. Così scrive Soldini a pagina 39:

 

quando il silenzio incalza lento

le palpebre per dire gemono

come un sottile inganno a tradimento

scendendo col torpore nella gola

 

s’acquieta allora in sillabate lettere

l’udienza data in sonno alle parole.

 

La poesia, dunque, ci parla se ci mettiamo in ascolto. Il soggetto del discorso non è il silenzio ma il dire, paragonato al sonno, come se Soldini descrivesse un altro stato, per dirla con l’interpretazione di Musil. Il testo è lo spartito di quest’altro stato dell’io scrivente.

L’attenzione del pensiero viene ingannata a tradimento, la veglia si perde nel sonno, perché “s’acquieta allora in sillabate lettere” anche cedendo al sonno il significato del linguaggio si conferma, la parola come identità psichica e morale, “l’udienza data in sonno alle parole”. Il linguaggio, il corpo a corpo del testo – reso materia di linguaggio, appare un lavoro sul linguaggio minuzioso, ampio, generoso. L‘attenzione capillare sulle parole spuntate da riaffilare nel significato, per consegnarle alla lingua rigenerata a nuova vita. L’officina del linguaggio di Soldini è il tentativo poderoso di risemantizzazione della parola.

La poesia è apologia della parola, anche questo dice la potente creazione di Soldini. Una poesia che parla e che parla al tempo presente, non tanto del quotidiano, anche se del quotidiano si parla, ma nell’istante in cui il motore del pensiero si accende essa appare, c’è ma non ne conosciamo il suo “logicare” perché è “vellutata di spine la scrittura”. L’istanza veritativa della scrittura è ciò che differenzia un sapere pensante, il valore del pensiero che crea senso, da una conoscenza tecnica di un sapere generico o specialistico.

Anche per questo genere di complicazioni non c’è niente di più difficile che leggere e provare a capire un’alta poesia non storicizzata come quella di Soldini. La poesia accade e può essere interpretata, è un dato ontologico e antropologico.

 

 

 

 

 

[…] l’ombra deve pur essere l’ombra di qualcosa

Nicola Chiaromonte

VII. Critica e poesia. La verità plurale del commento.

 

Ciò che colpisce nella poesia in generale è quello scarto al teorico, quel lasciare inalterato, senza rimasticarlo, il vuoto della meditazione. Intendendo per vuoto, il vuoto pascaliano della meditazione che scardina l’ordine logico e grammaticale del pensare. Ricomponendo il senso che, per taluni, è nascosto mentre, per altri è dichiarato nell’esistenza. Tuttavia pare che il senso sia materialmente nelle sinuosità ermetiche e nelle turrite babilonesi della lingua…

L’utopia della letteratura si rivela allora intrinseca al linguaggio, la necessità di grado zero della scrittura, discutere gli strumenti dello scrittore, come amava dire Pasolini, rende l’utopia possibile, un valore condiviso. La poesia per questo è il linguaggio essenziale. Ma perché il linguaggio essenziale sarebbe un’utopia?

L’altro linguaggio, quello che Pasolini invoca perlopiù nei suoi scritti critici, ci ricorda continuamente che c’è, una wittgensteiniana, cassetta degli attrezzi; che c’è l’artigiano dello scrittore che rende la letteratura possibile, oltre lo status sociale.

Scrivere, allora, non è innocente. La scrittura è colpevole di portare la parola di verità, in quello spazio neutro che è il linguaggio, in cui è la scrittura stessa, nel dire che si fa evento, possibilità dischiude l’utopia a se stessa e ne rivela il carattere intrinsenco di atopia. In questo senso scrivere è, in sintesi, l’avvento dell’essere ancora non-linguistico che viene alla luce. Il luogo natale della parola è dunque nella percezione, nel fenomeno in corso d’opera.

Quindi cercare il confine della parola, vuol dire provare a descrivere un territorio della lingua in cui, non è la mappatura che conferisce corpo all’utopia, ma è invece un’atopia del dettato, del labirinto poetico attraverso il quale lo scrivente mostra come si risale alla luce del dire. In questo senso Giuseppe Manitta, nella costola di copertina, presentando il libro ci aiuta con parole-guida ad inabissarci nella seducente e spiazzante lettura. Manitta lo fa proprio riprendendo una metafora chiave di “Lo spolverio delle meccaniche terrestri” allorché rimarca la circostanza in cui “ogni testo è come un sasso che, immergendosi, rilascia delle oscillazioni di forza più o meno ampie, le quali, a loro volta, coinvolgono sia il fondale sia la superficie”.

Il verso di Soldini è così, più che rima e metrica, è emozione scoprente il senso, ma ogni espansione, emozione, parola che non sa dirigersi è spirito sperperato, disperso. La poesia cerca, apre la via della critica dando ragione, per una parte, all’emozione creatrice, dall’altra alla severità della ratio nel dis-cursus.

Sviscerare il verso significa prima di tutto sbaragliare il campo dalla psicologia per lasciare posto alla creatività del segno, del gesto o, come dice Nicola Perullo, del tatto. In questo orizzonte il libro non è più metafisico perché è uno strumento. La scrittura diventa uno statuto d’essere dell’io, non un dato ontologico, ma statuto d’essere che in questo genere specifica la nota distinzione heideggeriana tra Dicthung e Poesie.

L’esperienza e il lavoro poetico di Soldini – sia coi media di comunicazione sociale, che è confluito almeno in parte nel lavoro del libro, hanno ampiamente specificato che la grande poesia – come testimoniava già Eugenio Montale con i versi di Xenia, nasce come e dove vuole. Questa ricerca di Soldini può essere considerata un’estensione, un approfondimento, una messa a punto del registro di spoliazione, un flusso del fuoco analitico di rievocazione di quella traccia montaliana.

La filosofia non può teorizzare la scrittura in un sistema rigoroso ma può prendere atto che essa esiste, c’è, è un dato esistentivo e vivo della e nella storia, prima che grammaticale. Così il c’è della filosofia si valorizza, può tracciare, al contempo, una norma etica e una estetica. Il milieu dell’abilità è nel cuore, nel senso precisato dai Pensieri di Pascal. La differenza dell’uomo è normativa. Il sapere è nel nome, il linguaggio autentico, infatti, è ciò che viene speso come ricerca di verità. E non è un vacuo accumulo o un mero tesaurizzare di sapere scolastico. Utile solo a metà. Una delle ambizioni più sfuggenti dell’uomo è quella di trattenere il karma della vita mentre la forza del poeta è scrivere, annunciare nella via tracciata l’evangelo, ciò che rimane del quotidiano – al di là del quotidiano. Questo stato di coscienza della coniugazione di pensiero e gesto, in cui la riflessione montaliana incalza la propia avversità alla psicologia, questo stesso rifiuto è manifesto nella poesia “LÀ” – che inizia così:

 

quando la canicola incalza sull’asfalto

s’ispessisce il respiro dietro gli angoli

e gli spazi sgomitano per poche ombre

[…]

nell’estate che concia per le feste illuminando

 

Questo vuol anche dire che l’ombra rivela l’autentico, ed è per questo che lo sforzo della critica deve essere quello di estendere l’autentico. Il commento autentico è ’infinità semantica’. Intendendo per infinità semantica la possibilità di aprire mondi, di esplorare e liberare creazioni, poiché il significato della ricerca è nella parola che dischiude nel libro il libro senza frapporsi al frammento. Il frammento è il valore cogente, è al di là dell’aggettivo, è oltre al positivo (+) e negativo (-). Esso è impositivo senza imporsi, afferma ma non giudica e dice “tu fai luce al giorno per esistere”. Anche per questo il libro di Soldini termina con un testo dedicato e dal titolo “L’ubi consistam” perché l’ubi consitam è il nome della rosa in un perlato bisbiglio che si leva dal cortile nella notte.

[1] Questo studio su “Lo spolverio delle meccaniche terrestri” di Maurizio Soldini è coevo ad una rilettura profonda del lavoro critico di Piero Bigongiari per il suo avvicinamento e soprattutto interesse alla filosofia esistenziale di Lévinas. La ricerca filosofica di Bigongiari consiste nel porre al centro il rapporto tra letteratura e umanesimo, rapporto che definisce l’identità basica dell’uomo. Considerando la fine della metafisica Bigongiari si domanda quale «umanesimo è possibile?» Domanda filosofica che risuona costantemente sottotraccia nei versi di Soldini, pur non essendo formulata esplicitamente né da l’uno né dall’altro. Bigongiari individua nel significato del dibattito novecentesco sulla questione della “maschera” e del “viso dell’altro uomo” il punto essenziale della responsabilità futura dell’intellettuale. E via via col venire del nuovo secolo e millennio abbiamo scoperto che il “volto dell’altro uomo” è la questione, teorica e sociale, sempre più incalzante nella storia al tempo presente, ai nostri giorni. E come argomenta finemente Bigongiari il problema nicciano della “maschera”, nell’arte del Novecento, viene spazzato via già nella prima metà dagli Arlecchini di Picasso e dai manichini metafisici di Pirandello. Più complesso è costruire riferimenti condivisi nell’orizzonte dell’umanesimo dell’altro uomo, tuttavia Soldini ne offre un percorso, una via, una pistis o un destino. Ancora meglio è un karma intendendo che, al contrario del destino che è gettamento, caso o fato, il karma è propriamente una forza arcana e misteriosa che decide e orienta le sorti della nostra esistenza attraverso un complesso di situazioni che l’uomo medesimo crea mediante il suo altro, il suo operato. “Il segno”, dice Piero Bigongiari, “emette il proprio significato nella direzione dello sguardo che ci guarda, dell’altrui che si incontra: vince, nella propria situazione, una continua, necessaria, rintracciante opposizione di senso. Per cui il non senso è il punto di equilibrio, […] della fascinazione reciproca”.

[2] In parte faccio riferimento agli appunti personali sulle lezioni di Walter Lezsl del corso all’Università di Pisa nel 1990-91 dal titolo ”Parmenide e l’Eleatismo” edito da SocietàEditriceUniversitaria. Inoltre credo che lo studio, nella pregiata edizione di Mario Untersteiner, presentata su sua richiesta, prima della sua morte, da Giovanni Reale “Eleati. Parmenide – Zenone – Melisso” edita da Bompiani-Giunti, Firenze-Milano 2017 – sia il più completo che esista sull’argomento.

[3] Pier Paolo Pasolini, “Le ceneri di Gramsci”, Prefazione di Giuseppe Leonelli Garzanti, Milano 1957, 1976, 1999, 2003, 2009. Questa Prefazione di Leonelli è molto utile perché ricostruisce con molta attenzione l’atmosfera storico-politica del periodo e alcune delle circostanze intorno alla recezione del libro.

[4] Eugenio Montale, “Tutte le poesie” Mondadori, Milano 1984 con uno studio di Giorgio Zampa.

[5] C’è, in una delle opere filosofico-letterarie più importanti del Novecento italiano, un saggio di Nicola Chiaromonte, proprio intitolato così “Giocare sul serio”, in “Silenzio e parole” edito da Rizzoli nel 1978 pagg. 235-237 in cui dice: “L’arte è festa e gioco prima di essere qualunque altra cosa. Essendo festa e gioco, è anzitutto funzione necessaria e naturale della vita collettiva, necessità non di uno né di pochi, ma di tutti: non meno necessaria del lavoro, anzi necessaria nell’esatta misura in cui è necessario il lavoro”.

[6]Allotrio” lo uso nel senso di diverso, estraneo attribuitogli da Benedetto Croce. Mi avvalgo anche del significato più ampio di “retroterra”, di “background” che gli attribuisce Maurizio Soldini che dedica a questa parola una poesia particolare e intensa proprio dal titolo “In piacere allotrio” a pag. 173 “L’humus in piacere allotrio/ come le nuvole sfoltite dai raggiri/ dei voli sparsi alle meccaniche celesti” di kantiana memoria si potrebbe dire e si potrebbe anche azzardare che questi versi evochino una presa di distanza dalla pomposità dannunziana del romanzo “Il piacere”. La possibilità dell’interpretazione è tale quante letture un testo riesce a mantenere, ovviamente, in modo protocollare, epistemico e pertinente.

[7] Valerio Magrelli, “Vedersi, vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valery”, Einaudi, Torino 2002 pagg. 323

 

           © Marco G. Ciaurro

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

Valeria Di Felice, Il battente della felicità, 2019 – Nota di lettura di Maria Lenti

Cuore-Amore è rima ardua, la più difficile del mondo (Umberto Saba). La sequenza di gesti, l’anamnesi, l’agguato della fine, o la prossimità al… cielo, l’immersione nel piacere sensuale, l’abbraccio del no, il rifiuto dopo l’intesa, altro, sono già nel seminato poetico di secoli e secoli e in ogni lingua del mondo.

Come agire questi tratti, singolarmente o insieme, oggi, in poesia? Sarà l’ascolto del sé, momento per momento, la “presa” dentro i versi di sensazioni, di incontri dentro un incontro o viceversa per fermarlo e animarsi e dirsi-dirlo in altra sostanza?

Ecco, l’ultimo libro di Valeria Di Felice, Il battente della felicità, ha il passo e l’andamento or ora delineato. Io e tu, dove l’io si distende interloquendo con un tu che dimora di sicuro (nelle varie poesie) nell’io della persona che lo nomina ma anche nel proprio sé, di cui, la persona che lo nomina, ha cercato di conoscere (e cerca di farlo ancora) una interiorità aderente alla propria. Interiorità sì, ma anche il corpo che quella interiorità contiene.

L’amore torna da dove nasce e nasce dove è tornato, si fa radice e nutrimento, si nomina nelle sue tante sinuosità del sentire intimo: delle fibre del corpo di quelle del sentimento; dell’emozione erotica e dell’emozione del cuore.  Se c’è negli spazi il pensiero alla ricerca del respiro, non c’è lo spazio della perdita, il dispendio dell’amore: «In questa stanza di troppa luce / non so scrivere più parole buie / perché tu sei chiaramente qui / limpidamente immerso nel grembo / di muschi e intrecci – / rami abbracciati ai nostri tronchi / in questo bosco dove l’ombra / si fa ritorno e latte sgorgato / dai seni della terra.» (p. 47).

Nell’inizio della scoperta, mai finita, e dunque nel suo prosieguo, si tracciano le linee, le curve, le parole dell’unione delle due persone e, infine, la felicità.

Che viene esplicitata al presente indicativo: quello che è stato (nella reciproca conoscenza) è, ed è anche in funzione del futuro liberando il continuum di uno stato e di un essere nella separazione non nell’assimilazione, nella distinzione non nell’inglobamento dell’uno nell’altra fino a perdere identità. Verbo al presente, dunque. Quando il verso ha il verbo al passato (prossimo, imperfetto), questo segna l’antefatto (peraltro già in L’antiriva del 2014) che conferma lo stato presente. Il continuum stilistico darà affermazione e ricerca, espressione che fissa e, contemporaneamente, dilata il pensiero, fino alla chiara forma conclusiva (dell’amore e della poesia).

Libro d’amore, che fonda sull’amore la nascita di un giorno aperto, di un mondo leggero, di un vivere nuovo, Il battente della felicità si presenta, nelle sue tre sezioni, come un libro a tema. Ribadisce il sentire amoroso nei suoi risvolti e nelle possibilità vissute, in primis, e tenute care dentro di sé: «Ti porterò con me / in ogni goccia di verità / a dissetare nuove certezze, / in ogni bocca che non temerà / le gabbie incolte della non-vita, / in ogni ventre che non reciderà / ancora la bellezza del seme. // Dammi le tue mani, / dita affusolate di pioggia / a inanellare di ghirlande / la cappella / di un fiore selvatico.» (p. 26). Che la vita cominci, allora, e che sia «non casa, ma dimora dei grovigli più veri». (p. 49)

 

Valeria Di Felice, Il battente della felicità, Giuliano Ladolfi Editore, 2019, pp. 68, € 10 (con disegni di Gigino Falconi)

La Luna

Il gigante

restava nell’ombra.

La sonda spaziale

non l’aveva sfiorato.

Vestiva elegante

con charme naturale

e antiquato.

Pregava,

il gigante pregava.

A un tratto

una stella vicina

lo morse:

Cristallo di genio

gli disse

tu mediti forse

se a fare fortuna

sarà suficiente

la luna?

Si volse,

il gigante si volse.

Cristallo di donna

rispose

non medito niente.

Per fare fortuna

è già

sufficiente

la luna.

La stella

guardava per terra.

Il gigante

guardava la luna.

 

(da “Le allegre carte”, Fabrizio Dall’Aglio, Valigie Rosse, 2017)