Armando SAVERIANO – Tre inediti

Affar vostro se non lo sapete

noi donne seguiamo da casa

il volo dei vostri sogni

e credito vi diamo

ci solleviamo in punta di piedi

per vedere meglio

se la vostra stoltezza arriva

fino ai pioppi

fa una sosta

s’innalza

diventa un palloncino appena un puntino

nel cielo sfatto

che sia sera o mattino

Abbiamo da fare

passare la bocca sopra le grinze

dei miseri affanni

stampare il vostro volto su ogni posata

sulle federe dei cuscini

perché s’è fatto troppo opaco

nei cuori formidabili che stanno a guardia

al cancello per contenere per respingere

la voglia di mollare tutto quanto

e di andare a rimbeccare in giro

che fatta la donna Dio poteva

passare lo straccio su Adamo

si sarebbe risparmiato parecchie grane

e le nostre querule bestemmie

come colori accesi rovesciati

sulle povere pietre immote e incoscienti

Ma sono belli gli uomini

e bello donarsi nell’estate

della rinuncia allegra

Affar vostro se la ritenete debolezza

e non istinto di natura

di cui prima o poi ci si pente

Sono lunghe le nostre storie

Sono lunghe le storie delle donne

più di quelle precipitose o sonnolente

dei figli dei fratelli dei padri degli amati

e quello che le frega sono le promesse

afferrate come nastri sciolti sulla via dei mulini

Lì agisce il vento forte

che pronto dà e tutto strappa tutto trascina

Ma siamo belle noi donne

come pezze di lino profumato

come pettirossi che scacciano temporali

come forma di bocche sulle ferite

come ultime braccia che vi stringono

pregando la morte di attendere

ancora qualche istante

 

***

 

Piantate i vulnerabili ardori

fitomorfici

le antiche piazze

sono aperte ai vostri e loro bisogni

magari sarà la volta buona

per fruttificare

portare gemme gelsi alberi novelli

Questa ragazza per esempio

ha bella chiave figurativa

circondata da foglie rossoviola

con labbra che mordono un peccatuccio

vecchio come il mondo

e riesce ancora a far di sé

un’opera d’arte a spiccare il volo

come un beccaccino

che si è scottato le zampe

appollaiandosi su un’anima gregaria

O malaccorto

Qui come si può bene intuire

si moltiplicano inaspettate reincarnazioni

in primo manierismo cinquecentesco

come del Bronzino del Pontorno

Qui c’è nello specchio dell’andare e venire

un lago profano

dove reverende madri traghettano preghiere

frante lacere commosse di sé

aggiuntive ai miracoli invocati

che si dice avvengano

sempre altrove

Chiunque può sussurrare al vicino

al compagno all’amante ritrovato

Ici

après la fin du monde

donne une lecture de mes yeux

sur une disparition

devenue la propriétaire

d’une liberté indépassable

L’aliénation

 

***

 

I padri indugiano sulla soglia

e al contrarsi della fronte

ogni parola d’addio recede

come sbaglio soppresso

e il respiro mozzo dei figli

che moltiplicano i passi

senza silenzio e senza stridore

trapiantano in essi una balbuzie di cuore

Le figure dei giovani rimpiccioliscono

enormi e leggeri

sembrano gli zaini

Hanno i segni spettrali

dell’età che macchia

i padri

pelle sempre più spessa

e tosse che assottiglia

frasi disposte a cerchio franto

e vento

vento di montagna tra le dita

nelle tasche del tempo

che forse non avanza

e un abbraccio infesta la memoria

di baci dati stretti stretti

in un nido di fierezza calda

e d’un orgoglio sgargiante

per l’ultimo nato

Hanno teste calve i padri

o zizzania di salgemma

e a Telemaco indicarono

con un tuffo di timore

il timone la stella guida il sestante

l’orizzonte in subitanea pacificazione

con una fiducia che ruttava

nella parentesi delle guance

Resteranno in una metropolitana

abbandonata

o a guardia di una stazione di servizio

ai confini del deserto quieto

i padri

Saranno visitati dalla nebbia

da una cicala sul felcione

dalla carie di un magone

che passa e che promette ritorno

E avranno inciampo di piede

uggiolìo di nostalgiche note

penseranno ai regali per Natale

alla cabina di una spiaggia

e a quella stella marina

semineranno i campi di pazienza

senza badare agli spurghi

che tappezzano l’eremo

di quel che s’approssima e distanzia

Ma eccoli là

ancora a fiorire

come cardi

© Inediti

             © Armando Saveriano

Armando Saveriano, da trent’anni protagonista sulla scena intellettuale irpina, persegue e propone una complessa connotazione metamorfica della parola poetica, affidandosi alternativamente e/o contemporaneamente alle rifrazioni empatiche, alle provocazioni semantiche, asservendo (e dichiarandosi “asservito a”) un lessico “alchemico”, che non pretende né si attende decodificazioni, scioglimenti; né peraltro si incantina in un metalinguaggio del tutto scevro di significato o di possibile messaggio. Sicché il verso, se a tratti afferra l’anima e la coinvolge, dall’altro visita con intenzione il laboratorio e vi fa pratica, per poi metterlo in discussione, in un gioco di rimandi, di contraddizioni, di escoriazioni della comunicazione stessa, tentata e negata senza soluzione di continuità. Poesia, dunque, che mentre addiziona e neo-baroccheggia, inaspettatamente stonda, sguarnisce, riduce. Poesia magmatica e meta-pluri-linguistica, dai frequenti slittamenti ambigui, “versipelle”, come il titolo del foglio letterario lanciato negli anni novanta dall’associazione che l’autore presiede, “Logopea” (un neologismo coniato da Ezra Pound per sintetizzare l’opera sfolgorante e ardita del francese Tristan Corbière). Simpatizzante del “Manifesto del Pensiero Emotivo” di Giuliano Manacorda e firmatario del “Manifesto della Poesia Mediterranea” di Aristide La Rocca, responsabile di laboratori di scrittura creativa e di drammatizzazione, Saveriano si occupa di critica letteraria, dirige la collana editoriale “Scrimia” (Mephite) e collabora – in qualità di esperto esterno – con Istituti scolastici di ogni ordine e grado, per i quali ha condotto a buon esito numerosi P.O.N. di cinema, teatro, letteratura.

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Lorenzo PATARO – Tre inediti

Caro diario,

oggi nella stanza stramazzavo

come corpo vivo cade senza motivo

gettato in semi ad attendere la fioritura

direttamente proporzionale

alle lacrime in procinto di versare

sparpagliato riversavo sulla battigia

bianca lievi pezzi di carne che poi

volavano via, rivestivano i pullover

al posto mio, creavo un altro

mondo dov’ero l’unico Dio.

 

Piano nella stanza oggi stramazzavo

senza motivo, al mio corpo

vivo ho fatto la quotidiana autopsia:

ho trovato negli organi

una strana forma di nostalgia.

 

*

 

In principio fu la condanna beata

del letto-grembo a tenerci lontani

dai cuori pulsanti senza corpi

sui marciapiedi, loro che attendevano

collegamenti terminali con le nostre vene.

Aveva l’odore buono del pane appena

sfornato il tepore amniotico delle coperte,

una goccia di saliva univa le ali disabituate

a gettarsi sui semi, il grano cresceva pari

passo ai tuoi capelli unti dall’asma.

 

In principio fu la condanna beata

dell’insonnia a tenerci vigili all’arrivo

della felicità, fu un ago nel cuscino

la scoperta che non eravamo noi

i dormienti scelti.

 

*

 

Scivola voluttuoso come burro

bagnato nelle orecchie

il morso ringhiante dell’attesa,

il cane prepara piano l’attacco alla notte

che non sa della sua morte nella pazienza,

un’ombra opaca lo guarda dal buco

d’un muro, non ha occhi né bocca:

è plasma di bava furiosa, racchiude il DNA

d’una felicità perduta.

©Inediti

© Lorenzo Pataro

Lorenzo Pataro è nato e vive in Calabria, in provincia di Cosenza, nel 1998. Studia Lettere Moderne a Salerno. Lo scorso giugno è stata pubblicata la sua prima silloge poetica per Controluna-edizioni di poesia, “Bruciare la sete”, con la prefazione di Eleonora Rimolo. Diversi testi sono usciti per riviste e Lit-blog come Atelier Poesia (uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro), Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero, Un posto di vacanza, La rosa in più.

Lo sguardo del poeta

Se non rispondo di me, chi è che risponderà di me? Ma se rispondo solo di me, sono ancora io?

Talmud di Babilonia – Trattato di Abòt 6 a.

E sentii risalire dalla schiena/

l’ammasso della storia sussidiata,/

mancandoti di scegliere l’opzione/

di mantenere l’alterna leggerezza,

negato che sia morta la pietà.

Francesco Belluomini da Oscillazioni del pendolo (pag. 25)

 

L’opera di Francesco Belluomini di cui presentiamo qui un libro postumo “Ultima vela” occupa un posto singolare nella letteratura italiana e nella cultura del Novecento. Anche considerando questo scorcio di nuovo secolo e millennio, il lavoro poetico di Belluomini conferma ulteriormente la sua specificità. L’opera si compone di molti libri di cui vale la pena ricordare almeno alcuni tra i lavori più importanti e decisivi come il significativo libro d’esordio del 1976 dal titolo “L’altro io”, “Il pungolo verde”, Campobasso; “Tartine e/o quartine” 1990, “Oscillazione del pendolo” del 2003, entrambi editi da Campanotto, Udine; “Senza distanze” del 2004, “Viareggio 29 giugno 2009. Nell’arso delle sponde.”, “Intimi riflessi”, del 2015 Bonaccorso, Verona; ”Occhi di gubìa”, LietoColle 2008 Como.

Ogni poeta, ogni scrittore lavora su un crinale del linguaggio e della parola che è la sua specifica inquietudine. Per questa ragione motivi, soggetti e oggetti della poesia si ripetono come una variazione su tema in molte opere nella composizione dei poeti, come nei filosofi succede per gli argomenti, gli assunti, i ragionamenti. La poesia di Belluomini ha il tema del mare, della gabbia linguistica, dell’amicizia come forma di elezione che ritornano a presentarsi nell’accoglienza del verso. La poesia di Francesco Belluomini si manifesta come è: puro oggetto del verso che tenta di collocarsi al crocevia di scrittura ed esistenza. É in questo senso, profondamente, filosofica perché la poesia è anche: “La frase formulata nel pensiero/ che mi tradusse docile seguace/ di quelli del parlato messo in fila”, dice in “Intimi riflessi” (pag. 53). Pensiero e linguaggio trovano senso nella traduzione l’uno dell’altro, sono vasi comunicanti se la docilità umana accoglie come senso anziché subirne l’impotenza che produce la trasformazione opposta, cioè la violenza.

La filosofia e la poesia si confrontano col pensiero ma sono forme di pensiero diverse benché analoghe allo stesso tempo. Queste forme di pensiero sono anche modi diversi di pensare, di meditare sul significato della vita, dell’essere e dell’essere del linguaggio con una portata ontologica diversa della forma-pensiero. Ed è attraverso questa forma-pensiero alternativa che mantengono intatta la loro differenza che risponde anche ad un’efficacia di senso della parola che apre un orizzonte alternativo e complementare dell’una verso l’altra. Cosi in “Ultima vela” ci troviamo subito davanti non il senso o il significato del Dire, ma la critica della modalità del discorso, del dire perentorio.

 

“So bene quale rischio sto correndo

nel presentarmi tanto discorsivo,

ma spero di pagare poca pena

con reggere la metrica stringente”

 

La poesia è rischio, molti critici francesi dicono addirittura che è azzardo. Nel libro “Senza distanze”, invece, la poesia è un grimaldello, di fine ed elegante riflessione e versificazione che cerca il perché del poetare – poetando, per questo non è solo poesia ma è pensiero poetante. Il pensiero poetante – libera o rimarca – le aporie e le contraddizioni insite, teoricamente e morfologicamente, nel linguaggio. Inoltre in questo libro sin dal titolo “Senza distanze” c’è, quantomeno, il tentativo di un approssimarsi a quella cosa chiamata poesia, ma che sempre sfugge perché sempre viene cercata come àncora per la possibilità del dire profondo, del dire l’altrimenti che essere. Il libro tratta di una serie di poemetti dedicati vari autori come Dario Bellezza (1944-1996), Pier Paolo Pasolini (1922-1975), Enrico Pea (1881-1958), Isaac B. Singer (1904-1991) e al bravo artista viareggino Lorenzo Viani (1882-1936). Per sottolineare l’autenticità, che è spietatezza sofisticata di dire il senso, nella sua forma-pensiero essenziale. Proprio in quest’ottica filosofica, in cui il dire è portato alla parola superando il dominio del detto, il poeta affonda i colpi sul sé, sull’io intimo dell’uomo senza riguardi. Senza false giustificazioni. Così in una poesia intitolata “Fatiscenti facciate” che funziona anche da premessa ai poemetti, Belluomini dice:

 

M’è sfuggito talvolta dalla bocca            

Qualche no, a domande, ai perché

Degli interlocutori di passaggio

Nella mia vita. Sempre ne soffriva

l’orgoglio, l’anarchia che non scorreva

fluida nelle mie vene. Troppo pochi

per farmene ragione, per lasciarmi

indifferente ancora a questa età.

Ho vissuto la storia senza viverla

Accettando censure censurabili

A sua volta. La facile finzione,

l’accondiscente si, mi sono stati

d’aiuto miserabile e meschino

per marciare in alterne direzioni,

in luoghi di presente compromesso.

 

A questo punto può venire in mente, anche se appartiene ad un altro registro di ricerca, l’idea del linguaggio crudele di Antonin Artaud. C’è la ricerca di una voce della scrittura, una ricerca che scopra il taglio del segno, dell’incisione, lo sgraffio che autodetermina il valore della parola scritta, nell’operare umano col linguaggio. Questa autenticità è la circostanza in cui l’opera, per un certo verso, si dà valore da sola. Ciò permette di aderire all’apertura che necessita il dire per andare oltre il detto, oltre la retorica del già noto e organizza, argomenta e struttura il bisogno antropologico dell’uomo di dire. Il gioco linguistico del si e del no, dell’affermazione e della negazione, sono elementi base su cui poggia l’impalcatura strutturale – o per meglio dire, l’impalcatura portante della lingua di Belluomini. Sebbene in altro contesto – ma con analoga intenzione al testo di Belluomini, nel suo celebre trattato sul linguaggio, di logica dialettica applicata alla teologia, Pietro Abelardo nel “Sic et non” del 1121 dice: “Dubitando, infatti, siamo spinti a ricercare; e indagando a fondo giungiamo a cogliere la verità.” La potenza della poesia è questa ricerca della verità messa alla prova nel porre la vera domanda, la domanda che insegna ad interrogare, scavando nel significato esistentivo, interrogativo che ciascuno di noi porta dentro di sé in modo originale e personale.

In brevi e intensi versi nel poema dedicato a Dario Bellezza così ancora scrive Belluomini:

 

“Non prometto di pormi in ricerca

per un fiore, per farti compagnia

accarezzando il gelo della lapide:

non piango dei poeti la presunta

morte […]”.

 

Tutto è incerto in questi versi, anche la morte. C’è la certezza di una “fredda lapide” ma il suo significato di morte è incerto. Perché il poeta è nella ricerca viva e vivificante della parola che radica il senso della sua finitudine il quale costituisce la sua libertà, appunto, di dire. In questo il fiore, che nomina Belluomini, è l’essenza della moderna poesia che si libera dall’oppressione dell’egoità per aprire alla possibilità dell’altro, dell’altrui io. E questa riflessione sulla vita e sulla morte, si potrebbe dire in termini strettamente filosofici, questa meditatio mortis di Belluomini – attraverso questi amici e autori, è un estremo tentativo che il poeta compie per cogliere a fondo il significato – e non il senso – della vita per mezzo dell’amicizia nella scrittura. La forza linguistica del poeta e della poesia si manifesta ogniqualvolta si distacca dalla realtà per meditare il senso di cui fa esperienza nel poema, nel verso. Per scendere nel profondo c’è bisogno di questo allontanamento, di questa separazione dal mondo reale in cui “la memoria scorre come fiume” così dice in “Intimi riflessi” il grande poeta viareggino “nel mezzo di confusi sentimenti”. (Bisogna ricordare che “Intimi riflessi” è un libro particolare che ricorda i genitori dell’autore con lo sguardo dell’uomo adulto). Ecco che qui la scrittura del poema rende l’uomo libero dal giogo della morte e non come mero simbolo ma come atto esistentivo perché lo libera dall’azione del giorno mettendolo in contatto con l’oscurità e le divinità della notte. Questo costituisce, da un altro punto di vista, l’atto morale della scrittura in cui il dire va oltre la misura espressiva bensì diventa cosa, diventa misura di esistenza a sé stante. E ciò che fa grande, la grande poesia, è la misura del senso, non la metrica o la capacità di rappresentare il mondo nel verso, come diceva Benedetto Croce.

 

C’è inoltre da dire che un libro come “Senza distanze”, trattandosi di poesia sulla poesia non è un ‘giochetto letterario’, un divertissement ma è la vetta più alta del sentir poetante, per dirla con Heidegger, perché ha la capacità implicita di andare all’essenza di dire il non-detto contenuto nella parola, consentendo in tal modo all’indicibile di essere linguaggio, di trasformarsi e di liberarsi in quell’istanza rigenerante del sentimento linguistico che annuncia il come se, poiché il regno della letteratura, della poesia è questo territorio del come se che diventa realtà linguistica.

 

Il celebre quadro Las Meninas di Velasquez in cui il pittore raffigura se stesso, che dipinge le damigelle d’onore, è un esempio originario di questo sguardo del poeta che l’arte moderna esercita su se stessa sia nel tempo che è, a cui appartiene, che scorre sia il tempo che rappresenta, istante che viene fissato sulla tela nel caso del pittore, momento che viene fissato nel foglio vergato di parole, nel caso del poeta, dello scrittore.

La grandezza della poesia moderna – almeno da Foscolo e Leopardi in poi, è quello che Belluomini dice la “mia voce conosce l’incertezza/ di quell’assente presa sulla gente” perché la poesia parla a vuoto, e parla del vuoto perché nel tempo moderno essa non ritma più l’azione ma guarda in avanti, non avendo più la storia dei fatti da narrare come nei poeti antichi ma ha un’esistenza umana da riscattare e da raccontare nella sua vulnerabilità vitale della parola.

Ora ritornando ad “Ultima vela” ciò che va messo in risalto, a mio giudizio, è la circostanza che Belluomini con questo ultimo libro offre una testimonianza spirituale della letteratura. Come diceva uno dei massimi poeti del ‘900 italiano ed europeo Giovanni Giudici, amico di Francesco Belluomini, la poesia moderna ha bisogna di mettere “la vita in versi”. “Inoltre – scrive Giovanni Giudici – metti in versi che morire/ è possibile a tutti più che nascere/ e in ogni caso l’essere è più del dire”. E Belluomini, analogamente, con il suo peculiare linguaggio dice […]ci tenevo/ a tale smarrimento di mia storia/ ripagato con quello che potevo. L’ignoto che sconvolse la mia vita/ mi spinge [..] (pag. 207). A scrivere nel vero dire il linguaggio può avere come patria la filosofia, ma il suo pianeta è la poesia.

Scrivere consiste nel portare alla luce le crepe del linguaggio. E attraverso di esse non fluisce alcuna verità eterna. Esse sono verità di un mondo preverbale, di fessure, buchi, squarci; la scrittura conferisce senso contribuendo a guardare in faccia la Gorgone, il mondo subcosciente in cui siamo immersi. Sopportare il reale con la sua maschera è liberarci dalle catene per uscire dalla cecità e dall’oscurità della caverna. Tutto nel linguaggio di Belluomini è reale. Non si dà illusione. Anche per questo, voglio concludere con alcune parole iniziali di “Ultima vela” che danno corpo a quest’ultima considerazione:“Un percorso da stato d’emergenza/ da vero giramondo dei mestieri,/ non mancato scontare mio peccato/ doppiando pure quattro continenti”.

 

 

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

           © Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

Nicola ROMANO – Un inedito

SUI LENTI PASSI

 

Siamo rimasti chiusi

dentro un giardino pensile

tra le piante cresciute

a clorofilla e smog

e fu lì che sporgenti sui bastioni

dispiegavamo storie mai svelate

piccoli segreti quotidiani

noti soltanto

a qualche astro lontano

Sui lenti passi

ambrati di tramonto

affioravano antiche solitudini

nonchè rimpianti

da tirare fuori

dalle tasche interne d’un passato

impossibile – lo sai – da rimediare

Ma eravamo quel che siamo stati

su strade di pulviscoli e di sole

ed in quell’ora pensile sapremo

le cifre d’un curioso rendiconto

anche se noi saremo

in contumacia

© Inedito

Nicola Romano risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite é risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia.

Alcuni suoi testi hanno trovato traduzione in esperanto e su riviste spagnole, irlandesi e romene. Nel 1997 ha partecipato, su invito, ad incontri di poesia in Irlanda, con lettura di testi a Dublino, Belfast, Letterkenny e Londonderry. Nel 1984 l’Unicef ha adottato un suo testo come poesia ufficiale per una manifestazione sull’infanzia nel mondo svoltasi a Limone Piemonte. Con il circuito itinerante de “La Bellezza e la Rovina” ha partecipato a letture insieme a noti poeti italiani.

Tra le sue ricerche, particolare attenzione ha prestato ai poeti Vittorio Bodini, Raffaele Carrieri, Leonardo Sinisgalli, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto.

Attualmente dirige la collana di poesia dell’editrice palermitana “Spazio cultura”.

Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, l’ultima delle quali porta il titolo “D’un continuo trambusto” (Passigli editori, 2018) con la prefazione di Roberto Deidier.

Valeria DI FELICE – Tre poesie

Questa vertigine

–  sonoro intreccio di battiti

nel taciturno vaso dei sospiri

quando è silenzio intorno a noi  –

è vedersi ombra appartenuta a luce,

lontana dalla cupa gola del rumore.

 

Questa vertigine è cuore

reso leggero con il peso

del coraggio.

 

*

 

Non contare gli anni,

che saranno o non saranno

 

ti ho regalato la mia treccia per ricordare

il rosso del primo fiore

 

la corolla sorgiva

del selciato imprecisato dei nostri mondi,

sotto la bianca lentiggine

di una luna di rugiada.

 

*

 

Non un’incertezza

tra questi passi di uomo

libero di amare.

 

Non una disattenzione

in questi occhi di amante

che sa colmare

i soli mancanti

sui freddi deserti della paura.

 

E così ti guardo dal letto:

sono antro che attende la fiamma

per rischiarare le ombre dell’incertezza,

per comprendere la fierezza della terra

il possente fusto che non teme,

non più – i bui tremori della selva.

 

La gravità della vita sul pilastro portante

di questi giochi di onde e maree,

di acque impastate di lasciti e scoperte,

 

non casa ma dimora dei grovigli più veri,

lingue snodate a creare astri e nuovi linguaggi.

(da Il battente della felicità, Di Felice Edizioni, 2018)

 

© Paolo Soriani

Valeria Di Felice (1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni.

Dal 2012 è membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Editori Abruzzesi.

Nel 2015, come editrice, firma un protocollo di partenariato con la Fondation Club Livre du Maroc a Fes (Marocco) e nel 2017 con l’Ambasciata palestinese a Roma.

Ha pubblicato le sillogi L’antiriva (2014), Attese (2016) e Il battente della felicità (2018). Le sue poesie sono state tradotte in arabo da Reddad Cherrati e in romeno da Geo Vasile e sono state pubblicate in Marocco (2012), negli Emirati Arabi (2015), in Romania (2016), in Palestina e Giordania (2017).

Nel 2016 ha curato l’antologia poetica La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre e nel 2017 la miscellanea di critica e poesia Alta sui gorghi.

Margherita RIMI – Due inediti

Per corrispondere:

alla vita
con la vita

alla morte
con la morte

 

Il corpo è un’ipotesi

nel mezzo

Un ciclo biologico

 

Una alternativa della lingua

 

l’eternità

 

la metafisica
del prima e dopo

 

*

 

Ci vuole un “nome”
per diventare un poeta

e anche un cognome

 

τον καί τον

(questo e quello)

 

Una lingua che non

basta

 

lo stretto delle pagine

un margine di idee

 

Lo scopo della musica

2015

© Inediti

                 © Dino Ignani

Margherita Rimi vive ad Agrigento. Neuropsichiatra infantile, svolge un’intensa attività di prima linea contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. È nella redazione di «Quaderni di Arenaria» e «FuoriAsse» e collabora ad altre riviste italiane. Tra le raccolte di versi, Per non inventarmi, pref. di Marilena Renda (Kepos, 2002); La cura degli assenti, pref. di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2007); Era farsi. Autoantologia 1974-2011, pref. di Daniela Marcheschi (Marsilio, 2012);  Nomi di cosa – Nomi di persona, risvolto di copertina di Amedeo Anelli (Marsilio, 2015). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, a cura di Daniela Marcheschi (Mursia, 2016); În corp de val, a cura di Eliza Macadan (Eikon, 2017); Mille anni di poesia religiosa italiana, a cura di Daniela Marcheschi (EDB, 2017). Sue poesie sono state inoltre  pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere tra queste «Poesia», «Il segnale», «Poezia. Revistă de cultură poetică», «Terres de femmes», «Exit»; Tra i premi ricevuti il Piersanti Mattarella (2017), e il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia. Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).

Lucianna ARGENTINO – Un inedito

(monologo di lui)

Ho imparato dalla pazienza dei cani a non avere lungimiranza, a stare nella forma della foglia – attimo dell’albero – dissipate le mie foglie in nidi, in pozze d’acqua o lungo i marciapiedi di strade percorse con la visione cieca di un mondo riflesso sulla retina nuda del mio cuore. Infinito il suo coefficiente di assorbimento quando il cuore di lei si stende sul mio e il tempo proclama la sua resa all’eternità dei nostri corpi – luce fatta materia.  Ho giocato a mosca cieca con la vita, ho cozzato come un insetto contro il vetro di giorni opachi e nelle mie cicatrici è fiorita una bellezza ferita che ho donato a lei quando è tornata ad abitare le mie stanze percosse dai venti, eccitate dall’odore della salsedine che spira dai miei polmoni. E lei ha cambiato il colore del mio sangue, di noi ha fatto il quotidiano da santificare, la festa nel tempo ordinario che separa e libera il nostro fare dalla compiutezza. Lo lascia a un suo felice incompiuto essere.

© Inedito

          © Lucianna Argentino

Lucianna Argentino è nata a Roma. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: “Gli argini del tempo” (ed. Totem, 1991), “Biografia a margine” (Fermenti Editrice, 1994) con la prefazione di Dario Bellezza e disegni di Francesco Paolo Delle Noci; “Mutamento” (Fermenti Editrice,1999) con la prefazione di Mariella Bettarini e postfazione di Plinio Perilli; “Verso Penuel “ (Edizioni dell’Oleandro, 2003), con la prefazione di Dante Maffia; “Diario inverso” (Manni editori, 2006), con la prefazione di Marco Guzzi;  “L’ospite indocile” (Passigli, 2012) con una nota di Anna Maria Farabbi; il poemetto “Abele” Ed. Progetto Cultura, Le gemme 2015) con la prefazione di Alessandro Zaccuri; “Le stanze inquiete” ( Edizioni La Vita Felice”, 2016); “L’ombra dell’attesa” (Macabor editore, 2018) con la prefazione di Elio Grasso, ristampa revisionata del libro “Verso Penuel”. Nel 2009 ha pubblicato la plaquette “Favola” (Lietocolle), con acquerelli di Marco Sebastiani. Dal 2014 collabora con Acquelibere Ensemble con lo spettacolo “Almanacco indocile”.