Giacomo PICCHI – Due inediti

La grandezza non conta

nell’algebra delle dimensioni.

 

Un granello accanto a un atomo

rallenta nell’introspezione

pendula vertigine scrosciante

traghetta colline di possesso

sconfinando tra lunghissimi passi

di fine sepoltura rotta

nei fossi segnati dal maggio

disteso nel suo eccesso.

 

Ticchettare è la passione

una goccia di sudore

una borsa ritagliata

a dipingere vetrine.

 

*

 

Sopra tavole di legno scartato

le tue orbite nel grembo

sono dolore modesto

nel vorticoso scorrere

di fardelli d’attenzione.

 

Gli angeli ti guardano arrembati

alla maiolica laccata – è uno specchio

che gronda gli interrogativi

una gocciola per volta.

 

Così è leggera questa spremitura

di creta sugli scudi

che un granello di polvere la crepa

se non lo devia

un caldo soffio di fiducia.

 

Ogni dubbio è un bruscolo

che volteggia nella luce

la vita è respirarne una manciata

mentre non ti accorgi

che anche la polvere

è solo aria macinata.

© Inediti

Giacomo Picchi è nato nel 1987 a Figline Valdarno (Firenze) e vive a Pavia.

Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

I suoi versi sono già stati pubblicati su riviste online e cartacee.

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Enrico MARIÀ, I figli dei cani, Puntoacapo, 2019

“La sua purezza è anche un osceno dire oltre i limiti, ma in questo dire impudico rifulge l’estremo pudore di una confessione privata, rivolta solo a chi legge, come in un dialogo intimo autorelettore. Marià non sopporta osservatori neutri o distratti. Lui sa che scrivere è questione di vita o di morte. E, se la poesia non salva la vita la traghetta verso altri lidi, dove si annida la fine oscura o la nascita di un nuovo sole. Il basso diventa l’alto. L’alto si impregna del basso: «tu il cielo scavata trincea, / eroina che altro non ti chiedo / iniziami alla pietà, / allo sguardo dei bambini / fratelli dei cani». Questa poesia frequenta solo forme minimali e frammenti brevi, come se fosse letteralmente impossibile al respiro poetico durare più di un angolo di pagina.”

(dalla prefazione di Marco Ercolani)

 

Sarà per sempre

l’amarti di un addio

chiudere le palpebre

ai confini del magma.

*

Sanguino dentro

dal labirinto che cerco custode

piangere il morire, mamma

il seno del tuo cuore.

*

Fammi profonda

cruda confessione

la sacra saliva

del bacio più violento.

*

Io e te

ombre sconosciute

che si scopano

in una dittatura di luce.

*

Che non è mai domani

che non ho diritto io figlio

di immaginarmi meglio o altro

da mio padre manovale,

la sua gentile sporcizia

lui che mi torturava con gentilezza

lui la minaccia continua di uccidermi

se avessi parlato a qualcuno;

è guardare la vita

ad altezza di cane:

io del nulla incarnazione

prima morte

ultima lezione.

*

Quel mio convincermi

fosse più di un abbraccio

di un ti voglio bene

che me lo sfilava

dicendo che era un sogno

il regalo di Natale

il pigiama dell’uomo ragno:

è il niente che mi serve per esistere

il nulla che più uccide il silenzio

l’odore premuroso

la morte di una rosa.

*

Oggi è stato bello

mia sorella a prendermi

uscito dall’ospedale

commuoverci in un ricordo padre,

che con lei ero l’io che vorrei essere:

il verde franante

sui fili della luce

l’amare tutto quello

che ho così tanto odiato

  © Enrico Marià

Enrico Marià è nato il 15 luglio del 1977 a Novi Ligure (AL) dove risiede. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (puntoacapo Editrice 2010 con prefazione di Luca Ariano) e Cosa resta (puntoacapo Editrice 2015 con prefazione di Mauro Ferrari). Ha preso parte a diverse antologie. Suoi testi compaiono su riviste e web alla stregua delle recensioni delle sue opere. E’ tradotto in lingua inglese e spagnola e ha ottenuto ottimi risultati in prestigiosi premi e concorsi. Nel 2016, inoltre, è stato selezionato per Il Fiore della Poesia Italiana opera in due tomi che scansiona la poesia italiana dalle origini a oggi.

Eliza MACADAN – Tre inediti

mi metto a nudo

davanti alla Parola

così come lei mi ha fatta

mischiata tra maschere

veneziane che cercano

di liberarsi nell’orgia fissa

dell’anno

nuda aspetto la luce

nel buio per tornare

nel primo giardino

controllo bene

le serrature chiudo

e appendo la chiave

alla frequenza che guarisce

la catena di questo corpo

mi metto nuda e la Parola

basta a se stessa

 

***

 

la neve su in cima

alla montagna sparge tanfo

di sacro il ciliegio fiorito

bianco e timido per questa

ennesima nascita

una faccina sotto la foto

mi parla della tua

tristezza felice

e io annoto ogni battito

di ali nella stanza stanca

del cuore segreti non ci sono

più siamo nudi come siamo

arrivati eppure togliamo

uno a uno peccati passati

una mano tesa apre

le porte dell’Impero

mentre mangiamo pesci moltiplicati

da cinesi senza memoria

so che non solo di pane si vive

sai che prego lo spirito

che ci mandi la nuvola

sulle mani e l’ombra scende

di notte dal labirinto stellato

la finestra guarda un cielo

aperto dove nessuno

vuole entrare

mi metto in moto e vado

con sessanta minuti all’ora

verso la solitudine di domani

 

***

 

aprile è feroce

questa volta

non si trovano

mughetti a parigi

anche se mi capita

di passare di notte

vicino al ponte des invalides

per girovagare

in viuzze addormentate

che sobbalzano

a ogni paio di tacchi a spillo

giro la testa come una donna

biblica

ma nessuno punisce

la città non ancora

ci sono tanti sogni mischiati

a ideali che bastano da soli

per ridurre in cenere

un pianeta oh gente

malvagia che prendi aerei

per andare a vedere piangere

un’icona lascia cadere una lacrima

nel santuario vicino casa tua

ci sono mughetti a parigi

ma piangono di nascosto

© Inediti

Eliza Macadan (n. 1967) vive a Bucarest e scrive in romeno, francese e soprattutto in italiano. Le sue raccolte di poesia hanno ricevuto vari riconoscimenti in Romania, Francia e Italia (Premio Léon Gabriel Gros 2014 per “Au Nord de la Parole” e “Anestesia delle nevi” finalista dei premi Camaiore e Fabriano 2015 sono i più recenti). Le raccolte italiane sono: “Frammenti di spazio austero” (2001, 2018), “Paradiso riassunto” (2012), “Il cane borghese” (2013), “Anestesia delle nevi” (2015), “Passi passati” (2016), “Pioggia lontano” (2017), “Zamalek, solo andata” (2018).

Valerio SUCCI – Un inedito

LimesLettere, gennaio 2019

 

Caro Valerio,

 

sarai sorpreso; mi sa proprio che non ti aspettavi una mia lettera, ma, come altri del passato, se l’hai ricevuta, vuol dire che dobbiamo parlare. Del nostro rapporto: morboso. Capisco che grazie a me hai trovato un modo per sfogarti, posto sicuro rifugiarti, podio su cui premiarti, tranquilli io e te, noi due soli, forse però, a noi due, in questo momento, conviene prendere una pausa: più che riflessione, di crescita, parlo di vita e poetica, dato che ormai ti si è svelato il trucco del tuo costrutto, ahimè, che brutto!

Non rendi conto? Basta controllare i tuoi ultimi file, dove, formichina negligente per la paura, non stai costruendo poesie mattoncino su mattoncino una struttura; ti limiti infatti a trascrivere pensieri, immagini, senza più retorica, sviluppo – insomma eviti la strofa, per timore della stessa solfa.

Se caschi continuamente nei tuoi cliché, allora ognuno per sé.                       (Per un po’…)

Quindi come andare avanti? Esperienzia, Valerio, esperienza!

Ed è doloroso, so, a me e per te, e ti toccherà pure ridurre le letture di poesia… Sai l’effetto: illuminante, scovi novità, illuminato, di scrivere persuaso, ma da oggi maggior narrativa, già, quel giusto intrattenimento senza più gusto.

 

Valerio caro,

non ti disperare, non timidare, non ti limitare

io sono sempre qui, potrai venirmi a trovare quando preferisci

ma prima impara a cavartela fra le vie del mio mondo, viaggialo,

ti perdi ancora solo dopo soli pochi passi, ammira i monumenti, i palazzi,

continua a studiare la mia architettura, per dar vitare un figlio che dura.

Freneticamente ossessionato, a tua insaputa, dalla velocità,

meglio fretta, della società, stai perdendo di vista l’obiettivo:

scalare il monte Ventoso, mica impresa da due/tre mesi scoprire chi sono

se pensi che prima di te una degna Corona, priva di terra, ha quasi abdicato;

lasciati quindi doppiare da questa massa, se andrà bene ritorneranno in massa.

 

Già fatico a starti dietro: ora è sì e ora è no

prima mi dai ragione, poi dici che ho torto… No!

zitto! basta! ascolta! Ragiona:

decidere sul tempo non ti è permesso, mica puoi vivere tutte ‘ste vite adesso!

basta! basta! Spegni quel pc, posa la bic qui: prenditi una pausa,

chiede tregua il cuore, smetti di spomparlo,

a secco ormai il succo di questo frutto,

e lascia in pace il cervello, la sintomologia si fa simbologia,

spinto al limite nell’ultimo periodo, mai possibile,

avido, non l’hai ancora ringraziato?

Valerio,

torneremo ancora felici di arrivare ultimi per primi

Ora però rischi l’arresto per sfruttamento di te stesso.

Ti aspetto, a presto.

Sempre tua,

Poesia

© Inedito

©Valerio Succi

Valerio Succi nasce nel 1998 a Lugo, in provincia di Ravenna. Ha vissuto a Bagnacavallo, fino a quando non ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive. Precedentemente ha pubblicato in due antologie: «Novecento non più – verso il Realismo terminale», La Vita felice, 2016 e «Nessun dannato orologio», SensoInverso Edizioni, 2015. Suoi scritti sono inoltre comparsi sulla rivista online «Atelier».

La sua opera in versi d’esordio si intitola «Primo», Terra D’ulivi edizioni, 2018.

Vernalda DI TANNA – Un inedito

La nostra generazione è una di quelle

che ha dimenticato l’urlo e la speranza

in fondo alla gola, il pianto e i rimorsi

nella cornea come schegge e i figli

sotto il sole. Abbiamo imparato

l’arte, il mestiere delle mani che fanno

il pane, grinze nella carne, lo spavento

di non concedersi. Abbiamo imparato

a mettere da parte il romanticismo.

L’assenza ha i tuoi lineamenti

sosia della mia tristezza. E così dalla tua

luce ho appreso che le cose più semplici

sono le più difficili. E viceversa:

la storia è un cerchio: puoi starci dentro

e ballarci come se fosse un hula hoop, mentre

sono miracoli,

pietra o dado, la mano e la memoria

con cui abbiamo giocato.

©Inedito

© Vernalda Di Tanna

 

Vernalda Di Tanna (Vasto, 1997) studia Lettere Moderne all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti. Ha partecipato con i suoi versi a premi e concorsi letterari dove ha ricevuto segnalazioni di merito e menzioni d’onore, è stata finalista di alcuni premi letterari, le sue poesie sono state pubblicate su clanDestino. La sua opera prima è “Poesia: le nostre vite in versi…” (Linea Grafica editrice, 2013). Scrive racconti brevi e recensioni di poesia (di recente sul blog di poesia della RAI ha recensito Lawrence Ferlinghetti.

Mattia TARANTINO – Un inedito

Vorrei guardare il cielo

 

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

© Inedito

© Mattia Tarantino

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Cura la sezione di poesia per la piattaforma artistica Nefele; fa parte della redazione di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale; co-dirige Inverso – Giornale di poesia. È presente in diverse riviste e antologie. Sue poesie sono state tradotte in russo, inglese, greco e siciliano. Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi edizioni, 2017) è la sua raccolta d’esordio. Presso lo stesso editore uscirà a breve il suo nuovo libro di poesie dal titolo “Fiori estinti”.

Stefano COLLI – Tre poesie

La Follia si presenta

 

Magma che sale dagli abissi

inesauribile linfa della terra

che pulsa sulla soglia dell’illecito

e attenta alla sovranità dell’indicibile

forze acquattate nell’ignoto

in attesa di una nuova epifania

ascoltate. Io sono vostra musa e sorella

vestale dell’impassibile notte

che veglia sulla crosta vilipesa

di quanto resta muto, di quanto

non è stato. Io invoco il silenzio e la modestia

dell’eterna solitudine,

l’unica clessidra che riesca

a scandire brandelli di senso

nel bazar dei nostri fallimenti.

Io non sono né amica né maestra

ma ammiro chi dimora nel tramonto

perché sa che la vita è transizione

un ponte tra la meta e un nuovo inizio.

Io mi presento: sono la Follia e vi induco

alla pazienza, alla lima costante che cesella

i confini di quanto cova nel profondo

per sgorgare dalla fonte inesplorata

che ci avvolge di un fascino atterrito.

Sopravviviamo solo nell’angoscia

dell’oscura imperfezione dell’origine.

Nella mia fine è il mio principio

e traccio la via per chi risorge

dall’inferno di luoghi inaccessibili.

 

Prima lettera di Ester

 

“Cara Gioia,

scusami se sono fuggita. Non cercarmi

non mi troveresti. Ho deciso

di fare un viaggio, un lungo viaggio.

So che mi vuoi bene e anche io te ne voglio

ma la libertà è il bene più prezioso

e dopo anni vissuti nella tua casa

avevo bisogno di vedere il mondo

anche a costo di cadere e farmi male

perché di quotidianità si può anche morire

quando sarai grande lo capirai.

Come può penserai, una bambola dire

e sapere certe cose?

Perché noi bambole abbiamo viaggiato

tra le fiabe e conosciuto i loro personaggi

siamo come messaggere della luna

che cresce al termine delle tristi

giornate d’inverno. Sappiamo che alle volte

fuggire vuol dire sopravvivere. E ognuno

lo fa a modo suo, perché l’alba

non sorge mai sempre uguale

finché un occhio la contempla.

Ti scriverò presto. Non essere triste.

Tua Ester”

 

Nel buio dell’attesa

 

Siamo vicini, è prossimo l’evento.

Fra poco l’uomo saprà. Senza sofferenza

non esiste consapevolezza. La verità

(ma poi cosa vuol dire la parola?)

cova nel profondo, riposa

nell’oscurità della notte. La luce sorge

solo per squarciare le tenebre. Eppure

la verità può ferire e non essere creduta

fino a rendere pazzi. Saprà egli resistere?

Per questo sono la prescelta

a traghettarlo al confine del non detto.

Io sono la Follia e dimoro

nel buio dell’attesa, nella fiamma

che prorompe verso l’alto

e veglio su chi gravita nel vuoto.

 

Stefano Colli nasce a Grosseto nel 1970. Si laurea in filosofia all’Università di Siena nel 1998 con 110/110 e lode con una tesi sulla fase mediana della Dottrina della Scienza di Fichte. È docente di ruolo di filosofia e storia al liceo scientifico di Grosseto. Scrive poesia dal 2005 e i suoi testi sono pubblicati in rete, su vari siti web di letteratura. Ha pubblicato due romanzi L’estate di Emma (Europa Edizioni, 2013) e Qualcosa di insolito (I Libri di Emil, Bologna 2014).

 

Lettere da una bambola è il suo primo libro di poesia, pubblicato con Giuliano Ladolfi Editore nel 2018. La prefazione è firmata da Giulio Greco.