François Nédel Atèrre, Limite del vero, La vita felice, 2019

C’è molta descrizione di attimi, talvolta pare di assistere a un ragionamento anagogico: Littera gesta docet, quid credas allegoria. Moralis quid agas, quo tendas anagogia. Un senso morale straniante e quasi di accompagnamento, un indicare senza premere sulla ferita che le cose mostrano. Non credo di esagerare se dico che ci sono momenti di scrittura sinestetica.

(dalla postfazione di Giulio Maffii)   

 

 

Poi si va avanti, il tempo di ciascuno

è frammentario – a volte non sussiste.

Chi allegramente scompare, sparpaglia

cocci di sale nel piato degli altri

e fa del bene avaro. Per discese

chi crede di aver cuore pianta i piedi

e regge stanghe di carri pesanti

– ignora i loro gomiti, l’azzurro.

Non ha risposte il sole di novembre:

raccolti i vòlti, ripresi per caso

fili smagliati, intenzioni e parole

rinnega tutto, si consegna al freddo.

 

Invita a fare da soli, in silenzio.

 

*

 

Le strane formule stanno migrando

dal nudo vero. Silenziose, stanche

si poggiano sui cavi della luce

– ma è il cielo a darne, ed è arguto regalo.

Fanno brevissimi cenni col capo.

 

Stentano a riconoscerle figure

di uomini e donne strette nei cappotti,

dal passo svelto. La neve cancella

le vie che portano al lavoro o a casa.

 

La meraviglia si fa innanzi a pochi.

 

*

 

Era quel tempo – non si conta in anni

quando stavamo con loro. I giardini,

le case nuove, i viali nella luce.

 

Ciascuno il suo prodigio, a ogni sentiero

un salto d’acqua, una baracca vuota.

Era quanto bastava, non di meno.

 

Si è sciolto sui mattoni quell’autunno

o sulle pagine aperte dei libri:

poco di bianco, estraneo, sale in grani

le tue sembianze qui, il mio corpo vano

seduto sulle scale, com’è adesso.

 

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terraccia­no) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. È laureato in Economia e Commercio. La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione. Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti. Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.  Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni. Le sue poesie sono state tradotte in romeno e inglese.

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Mattia TARANTINO, Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

L’urgenza del verso risponde ad un’altra urgenza: la perpetua ricerca di assoluzione, il grido scomposto e liberatorio che non può darsi nella preghiera intesa come atto pretenzioso che prevede risposta, bensì nella confessione, affinché «avvenga / la resa del cielo al nostro ultimo altare». L’indagine tentata dal verbo attraverso la costruzione di un codice esclusivo e archetipico non risolve l’infinita nostalgia di un aldilà senza nome, il tragico dissidio della memoria, poiché non c’è «nulla che non sia un vago e memorabile martirio».

(dalla postfazione di Giorgia Esposito)

 

Dal sale

 

Poiché venimmo

dal sale nero avvinghiato

alle stelle, e le stelle

sudano una luce malata;

poiché fummo

battezzati con le feci

degli angeli, e gli angeli

non ci davano nome;

poiché tradimmo

e usurammo ogni verso, ora

ci strappiamo le ossa e ridiamo.

 

 

I poeti

 

Siamo allegri se spezziamo le stelle,

se scaviamo nel pane tornando

al frumento, perché ogni

verso è sporco di terra.

 

I poeti esistono nel vino,

nel sangue e nelle sillabe: hanno ossa

di uva, e i bambini le pestano.

 

Quando venni al mondo ordinai

ai tuoni di scheggiarsi al mio urlo;

ora imploro

che almeno un chicco si salvi.

 

 

Autunno

 

È da un po’ che le foglie sono incerte,

che il cielo non sprofonda

nelle loro vene scure, dove il sangue

aggrovigliato gira e cade.

 

Stamattina un passero di ronda

annunciava la catastrofe cantando.

 

 

Vigilia d’inverno

 

Ho offerto i miei voti all’inverno,

alla rosa sbaragliata da una neve

che non cade, non vacilla, ma soltanto

che attendiamo e ci rinnega.

 

Da domani i bambini torneranno

a inventare nuove storie e nuovi fiori.

 

 

Distico

 

Cerco un distico che chiuda

i miei versi o li sbaragli.

 

 

Vorrei guardare il cielo

 

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

 

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; ; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

 

 

Mattia TARANTINO – Un inedito

Vorrei guardare il cielo

 

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

© Inedito

© Mattia Tarantino

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Cura la sezione di poesia per la piattaforma artistica Nefele; fa parte della redazione di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale; co-dirige Inverso – Giornale di poesia. È presente in diverse riviste e antologie. Sue poesie sono state tradotte in russo, inglese, greco e siciliano. Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi edizioni, 2017) è la sua raccolta d’esordio. Presso lo stesso editore uscirà a breve il suo nuovo libro di poesie dal titolo “Fiori estinti”.

Luca Raul MARTINI, Tra due stazioni, Terra d’ulivi Edizioni, 2018

Vecchi specchi

 

Questa sia la mia linea                      

prima dello stacco

definitivo che è già

avvenuto

e deve essere solo

ratificato dai dubbiosi

contraenti

È la libertà infatti

come tutti i patti

questa morte

il confine la riva

burocratica

che si apre tra le statue

di angeli d’asfalto

Questa è la mia Maginot

io ti dicevo

soffiando sopra

i vecchi specchi

e poi sparivo piano

nel panico di un metro

di distanza

Me lo hai insegnato tu stesso

indicandomi i disegni

di un libro di scuola

in che buche vivevano una volta

i soldati

e un po’ più avanti

mi avevi elencato

tutti gli eroi i morti

la mitologia

inutile e astrusa del Valhalla

Io ora ti ascolto

stanco in una domenica

assolata in un vecchio

ristorante

io stesso un vecchio

io come per beffa trasformato

in anziano notaio

e aspetto ancora che gli dei

o perlomeno i santi

tornino dalla toilette

del fondo sala

e che il tempo dia uno strappo

perché io possa slegarmi da te

più forte e amorevole

di quando mi tendevi la mano

Balbettìo prima dello stupore muto

Balbettìo prima dello stupore muto                                                        

 

una rilucenza è l’aria

fuga di nuvole    seccume d’erba

a implorare le coppe del cielo

una grotta carsica

capovolta in campanile-sfida

a squarciare l’azzurro

 

inciampo di piccole case bianche

con le nostre piccole vite

fiori di droga triste

sui fianchi di monti-sentinella

come visi oscurati    senza sguardo

 

un presagio di    lampi è l’aria

suoni secchi di grandine

già vicino l’autunno    il cuore stanco

il lago assetato

 

correnti pellegrine

soffiano piano sui rami

lanciano in alto note d’arpa

perché prendano consistenza

i fili che tengono fisse le stelle

 

noi siamo a valle

sedimenti del tempo    soffi di voce

i tetti vibrano appena

all’ombra di chiome rosse

(ma noi abbiamo il potere

di riscaldare l’aria con l’amore

fino a calor bianco)

e questa luce

che sommerge d’ipercromia

e il nitore di neve sulle cime

fremito d’angeli nascosti

mentre gli alberi tengono il conto dei giorni

ecco un oggi-frutto    un domani-gemma

i tanti ieri-foglie cadute

(le nervature replicheranno in terra

il loro stampo invisibile)

 

mentre arrossa la montagna

batte il cuore del mondo

l’aria schiumeggia nel torrente

sembra dipinta

  (da Tre valli, uno sguardo, di Elio Scarciglia, Terra d’ulivi Edizioni, 2016)

Giovanni IBELLO, Turbative siderali, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

Elio Scarciglia: Tre valli, uno sguardo, Terra d’ulivi Edizioni, 2016

copertina-elio“(…) Ho voluto accanto alcuni amici, presenti con i loro testi, nella prefazione, all’inizio delle sezioni e alla fine di quest’opera; l’interno del libro rimane appositamente senza parole poiché il silenzio della montagna e dei suoi boschi è un tacere composto dai suoni e dai rumori della natura stessa.”

Elio Scarciglia

 

“(…) Saremmo quasi indotti a credere di essere stanchi della complessità del nostro tempo, dei ghirigori sconfinati degli hinterland, delle province di calcestruzzi e plastiche e laminati. E proprio nessuno potrebbe darci torto. Ma non è ciò che Elio Scarciglia ci ha detto. in questi cortilli come nelle pietre squadrate dei muri, nelle rare grottesche, nell’intervallo tra radure e boschi, tra sorgenti e alvei, c’è il segno di saperi tanto ribaditi quanto quelli apparentemente lievi e lirici degli elementi. Tra aria e acqua, tra pietra e luce, senza possibilità di equivoci, ci sono erudizione, eredità e tecnica. Esattamente come nella camera oscura che le ha fatte rivivere”.

dalla prefazione di Marco Conti

 

Eredità

(…) noi siamo a valle

sedimenti del tempo  soffi di voce

i tetti vibrano appena

all’ombra di chiome rosse

(ma noi abbiamo il potere

di riscaldare l’aria con l’amore

fino a calor bianco)

e questa luce

che sommerge d’ipercromia

e il nitore di neve sulle cime

fremito d’angeli nascosti

mentre gli alberi tengono il conto dei giorni

ecco un oggi-frutto  un domani-gemma

i tanti ieri-foglie cadute

 

(le nervature replicheranno in terra

Il loro stampo invisibile)

 

mentre arrossa la montagna

batte il cuore del mondo

l’aria schiumeggia  nel torrente

sembra dipinta

Annamaria Ferramosca