Lucrezia Algozzino – Tre inediti

colmiamo il vuoto

nell’anima con parole

come salti nel nulla

il passato mastica tutto

odora fin qui sento

il graffio di spine sanguina

un sogno infranto nello

specchio del lago

la casa danza mentre

il mattino profuma di caffè

i baci salgono nel fumo

di una tua sigaretta

stelle scie sciamano

vedo con i tuoi occhi

la donna stanca

che non smette di amare

 

 

**

 

Mela di ghiaccio

in primavera sospiri

di vento dai rami

lacrimano foglie

l’urlo gelato spegne

un desiderio intrappolato

nel vuoto della stanza

– amore anima –

distante l’incanto

insegue il tempo

l’inverno smarrito

ci guarda dal suo paradiso

 

**

 

rosa d’intatta purezza

respiri serrata dal tuo petalo

sospiri in una carezza

la tua stessa fine

inattesa.

 

terra che cresci il seme

nel fiato di luce

aspettami

io salgo e scendo ancora

nel gioco dell’ultima

ora

di vita non so

di bellezza qualcosa

il mistero rimane con me

 

C’è un’idea della vita come un corpo a corpo, prima ancora che con le “parole”, con le cose(la “casa”, il “caffé”, la “sigaretta”) come feticcio necessario: occasione di una messa a punto di sé, sono lo specchio che danno la misura di quanto l’Altro sia capace di agirti e influenzarti, oltre ogni “vuoto” e “incanto”. È per questo che, nonostante tutto, su tale scena la “donna”, il soggetto, “non smette di amare” e resta con ammirevole fedeltà a guardia della sua “rosa”, del suo “mistero”. (Vincenzo Guarracino)

 

Questa poesia si radica in un movimento che genera stati d’animo, sentimenti delicati, solitudini e tensioni. Sono i versi di tale tenore che ci rivelano come la poesia appartenga ad un linguaggio insostituibile, ad un’esperienza di scrittura che “insegue il tempo” e “ci guarda dal suo paradiso”. Uno strumento di conoscenza: il canto nel territorio dell’umano, volubile e resistente. (Alessandro Moscè)

 

Lucrezia Algozzino (Antonella Spina) – nata a Palermo nel 1970, vive da molti anni tra Palermo e Bucarest. Viaggia, è impegnata sul fronte del volontariato, dipinge, legge e scrive. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Paolo Fabrizio Iacuzzi, Consegnati al silenzio, Bompiani 2020 – Recensione di Vincenzo Guarracino

Un enigma che fa paura: il MALE SENZA NOME, in un libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi

 

Un libro nutrito di vita, laddove la vita balla pericolosamente su un crinale di malattia e di morte: Consegnati al silenzio. Ballata del bizzarro unico male è questo, sesto capitolo in sette quadri di una saga, piena di vita e insieme di dolore e di morte, che Paolo Fabrizio Iacuzzi con determinazione va costruendo da anni, tra biografia e invenzione, a partire da Magnificat (1996), a Jacquerie (2000), a Patricidio (2005), a Rosso degli affetti (2008), a Pietra della pazzia (2016), fino a Folla delle vene (2018), inscrivendoli in un ambizioso organismo poematico tenuto ossessivamente insieme, oltre che dalla passione per le arti, plastiche e figurative, dal filo di un colore, rispettivamente il bianco, il blu, il giallo, il rosso, il rosa, fino al verde che intride e contraddistingue quest’ultimo tassello. Il tutto vissuto con un atteggiamento tra leggerezza e attesa, giocato com’è tra toni contrastanti, tra popolaresco e sublime, come suggerisce il genere.

La vita c’è perché c’è una galleria di persone, luoghi e situazioni reali, concrete, che coralmente si accampano sulla scena nell’hic et nunc di una evocazione senza tempo, ciascuno fissato con le stimmate del suo dramma, in un gioco di specchi e rifrazioni tra ieri e oggi: un “coro di misericordia” (“Le luci che si accorciano. Inesorabile potenza dell’istante. / Qui riuniti babbo nonno figlio nipote. Mozzi nomi / d’organi virus batteri. Tutti consegnati al silenzio. /…/ un coro di misericordia. Un punto di carità condivisa…”). È una folla che si trasforma in una genealogia, quella che appare nei versi di Iacuzzi, costituendosi come una sorta di “cronaca familiare”, se non di vero e proprio romanzo freudiano (“museo che di me affiora”, come veniva chiamato in un testo della raccolta precedente): una “vita a quadri”, insomma, lineare eppure spezzettata, a livello sia di fabula che di forma, dove individuale e collettivo, io e moltitudine, coincidono eppure sono intercambiabili, nel segno ciascuno di una propria “bizzarra” unicità che emerge dal tempo e si attesta nel teatro di una città, Pistoia, sintetizzata nello Spedale del Ceppo, luogo fondativo e terminale al tempo stesso, incidendovi la propria cifra, onomastica o biografica, in una sigla, come uno sfregio (quello che compare in Pietra della pazzia, nel nome di un antenato, Gio Batta, e in una data, 1816, su una colonna del portico dello Spedale), quasi a decretare e accampare su ogni cosa diritti e signoria, ma con un misto di “crudeltà” e “leggerezza”.

Ma c’è anche, al tempo stesso, incombente, non dissimulato, fin dal sintagma del sottotitolo, il segno subdolo del suo sfacimento, un Male che “bizzarro” s’incista nelle pieghe e nel silenzio del corpo o negli oscuri ambulacri tra mente e cuore, come “virus annidati fra un organo / e l’altro”, affermando il diritto di farsi luce e riconoscersi attraverso gli indizi della fisiologia, dal “rumore del sangue” non meno che  da “una traccia” (“di profumo” o ”di seme”): un silenzio da ascoltare come un “mistero”, un enigma che fa paura (“Hiv”) e reclama di essere riconosciuto e alla cui decifrazione l’autore si presta quasi a voler ricostruire per suo tramite quella che lui chiama la propria stessa “autobiopsia”.

È così che nel segno livido del Male, tra “il tempo della peste” e “la peste in tempo”, lo Spedale da luogo concreto e reale diventa il luogo-simbolo, universo concentrazionario, tramutandosi per virtù di poesia in occasione per leggere, attraverso i tasselli di cui il testo si compone, incubi e fantasmi che agitano vita e sentimenti di un individuo, di “Iac che da sempre malato” si è sentito “escluso dal mondo”,  dando modo alla scrittura di saldare un debito col suo passato accendendo, come si dice in conclusione del testo introduttivo, “speranze nel cuore”.

(di Vincenzo Guarracino)

 

Paolo Fabrizio Iacuzzi

CONSEGNATI AL SILENZIO.

BALLATA DEL BIZZARRO UNICO MALE

Bompiani, Milano 2020

Guarracinismi tra antico e odierno – SPUNTI DI RIFLESSIONE DALLE PAROLE DI FRANCESCO

                                                             Ipse mihi magna quaestio

                                                                                 “Ero divenuto io stesso per me un enigma”

                                                                                  (Agostino, Confessioni 4, 4, 9)

 

CAVALLI E ASINI

 

Ascolto con compunta devozione ogni giorno alle 7, come tanti, la predica mattutina di Francesco e tra le tante perle di saggezza spirituale che questo Pontefice sa distribuire, come una vera e propria Eucarestia, mi ha colpito, sabato 2 maggio, il detto popolare della sua terra “lontana”, da “fine del mondo”, secondo il quale “non bisogna cambiare cavallo in mezzo al guado di un fiume”, concludendo la sua allocuzione con l’invito a “non vendere la verità”.

Al di là dello specifico contesto, cui Francesco vuole alludere, all’esigenza cioè di rispettare le regole senza forzarle a proprio uso e in arbitrarie e personali interpretazioni, mi sono interrogato più in generale su che basi culturali possa poggiare questo monito di spicciola saggezza che evoca una figura come quella del cavallo, a simbolo di affidabile (e anzi indispensabile) veicolo in un difficile attraversamento (l’acqua di fiumi o torrenti che siano e più in generale della vita).

Papa Francesco, nell’interpretazione di Michelangelo Salvatore, figlio del pittore Nicola Salvatore, autore dei ritratti dei Pontefici dell’ultimo secolo e mezzo, raffigurati nei pennacchi della cupola della Chiesa parrocchiale di Ceraso, in provincia di Salerno

 

Mi sono ricordato che nel mio profondo Cilento, più ancora del cavallo, tipico della Pampa argentina, un altro tipo di cavalcatura, l’asino, quasi ormai scomparso del tutto dal territorio, era una volta addirittura l’unico mezzo di spostamento, tanto da essere chiamato nel dialetto dei vecchi “vettura”, veicolo per antonomasia, quando le macchine (automobili e autocarri) erano pressoché sconosciute.

Chi ne possedeva uno, come mio nonno materno, Angelomaria, era considerato un contadino ricco ed era additato come un privilegiato, un gradino al di sopra degli altri.

 

A pensarci bene, mi son detto che forse questo dipende dalla considerazione di questo animale nella cultura antica, tra storia e poesia.

Qualche esempio: presso gli antichi, egiziani, greci o anche ebrei, l’asino era considerato sacro o a contatto col sacro. Nella Bibbia, nel libro dei Numeri, viene riportato addirittura, favola o miracolo che sia, l’episodio dell’asina del profeta Balaam, che non solo vede l’Invisibile, come dice il testo, ma riesce addirittura a parlare. Il poeta greco Pindaro lo canta nelle sue poesie, e il commediografo Aristofane ne fa un portatore di misteri, così come farà anche lo scrittore latino Apuleio nel suo Asino d’oro. Per altri è un simbolo regale, come presso certe antiche popolazioni, come gli Hyksos e gli Ittiti, dove due orecchie d’asino, poste in cima di uno scettro regale, erano l’insegna degli dei dinastici. Nell’antico Egitto, addirittura, tutti gli anni si faceva una processione sul Nilo, con l’ immagine di un asino, simbolo del dio Set e perfino a Roma, sulla Colonna Traiana, troviamo raffigurato il culto dell’asino, in onore delle trionfali campagne dell’imperatore Traiano in Dacia.

 

È per questo, per il suo carattere di mitezza e al tempo stesso di regalità, che l’asino è associato nell’iconografia tradizione alla Nascita e Gesù lo aveva scelto come veicolo per il suo regale ingresso in Gerusalemme la Domenica delle Palme?

Ma quel che più colpisce (e non solo me) è il fatto che questo animale sia stato eletto addirittura a simbolo di Gesù dai primi Cristiani.

 

 

Su una lastra di travertino scoperta a Roma nella Casa degli Araldi e conservata nell’Antiquarium del Palatino è incisa la figura di un uomo crocifisso su un patibolo a forma di T. L’ uomo è raffigurato di spalle, con la testa d’ asino. In basso, a sinistra, un devoto gli invia un bacio rituale di adorazione. Sotto il crocifisso un’ iscrizione greca a grandi lettere dice: ALEXAMENOS SEBETE THEON (“Alexamenos adora Dio”): una vera e propria dichiarazione di fede di un credente del III terzo secolo, di uno ben cosciente di non voler “vendere la sua verità”, in piena età delle persecuzioni.

Grazie, dunque, a Francesco che ci richiama con  amabile semplicità, davvero francescana, a queste “verità”.

 

 

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

                    

 

FESTIVAL “ANGELI NEL CIELO DEL CILENTO” – FORZA DELLA POESIA

Spazia libero nell’anima / l’universo di ogni poesia / creando emozioni immense / e immenso amore, nell’immaginario / della fantasia” (Gaetano TOZZO)

ANGELI NEL CIELO DEL CILENTO

Poesie per un Festival campestre

Era nato da un’idea semplice ma esaltante: portare la Poesia in un ambiente che più campestre, “georgico”, di così non si sarebbe potuto immaginare: a Ceraso, in un Comune del Cilento, a ridosso di Elea, tra genti abituate da sempre, da millenni, a fare i conti con la dura vita dei campi, a seguire i ritmi di una natura non sempre generosa piuttosto che con le alate parole della Cultura libresca.

Questo era avvenuto per la tenacia di un gruppo di ardimentosi, all’insegna dell’Associazione culturale IL GIARDINO DEI CILIEGI, che annoverava Clara Schiavone (presidente), Emilio Buonomo, Francesco Esposito, Giuseppe Maiese, Aniello Aloia (segretario)

Come le api di Aristeo

Non c’è un filo conduttore, naturalmente: non l’abbiamo voluto in partenza, per una questione di libertà e di rispetto. Un Concorso di poesia, benché inscritto all’interno di un Festival come il nostro, che pure un titolo e un argomento ce l’ha, eccome!, non può e non vuole porre degli argini tematici impegnativi.

Di materia per riflettere ce n’è comunque abbastanza e a ben vedere ci si accorge che alcune tematiche forti accomunano i testi dei tanti partecipanti (molti, sorprendentemente, quasi un centinaio, provenienti da tutta l’Italia e una addirittura dell’estero), a conferma del fatto che la poesia ha sue leggi proprie e misteriose che fanno ritrovare i suoi praticanti, i suoi “adepti”, quasi per naturale e istintiva elezione: come dire che le parole della forza del sentimento e della Bellezza “volano” (e continueranno a farlo, è questo il nostro auspicio, almeno) a incontrarsi istintivamente tra loro, come Angeli, come “messaggeri”, nel cielo del Cilento o come le api di Aristeo, quello del libro IV delle Georgiche virgiliane, a formare il corpo misterioso della poesia, a dispetto di un mortificante panorama circostante di inefficienze e disvalori.

Adepti e “messaggeri che hanno accettato di “esporsi” e offrirsi a un Pubblico a volte perfino ingenuo quale può essere quello di paesi e frazioni (come Santa Barbara, San Biase, Massascusa, Petrosa, Metoio e buon ultimo Ceraso, il capoluogo) dove mai un siffatto Messaggio era stato prima proposto.

Si va dunque dall’effusione dei bisogni più profondi dello spirito, nel segno del Sacro o dell’Arte (Nel mistero ti cerco, di Emilia Fragomeni, Arie per un sogno di Lucetta Frisa, Cappella sulla vetta di Antonio Puglia, Sei…Arte di Caterina Sarti), all’estatica contemplazione paesaggistica (La luna del giorno di Giuliana Guzzon, Allegria primaverile di Rosanna Milano Migliarini), dall’abbandono elegiaco (Lo zio di campagna di Giovanni Capponi, Mio padre e Elegia di Anna Laurenzana Del Giudice, Sfogliando i ricordi e Pasqua di Leda Panzone Natale, Nostalgia di Carmine Pecoraro), all’interrogazione inquieta della propria identità e specificità attraverso l’anamnesi delle stagioni interiori del vivere e del vissuto (File solitarie di Marosia Castaldi, Fu solo un’esperienza di Curzia Ferrari, Le mie verità di Lena Maltempi, Mitologie private di Daniela Raimondi, Tutto il tempo che non è venuto di Margherita Rimi, Sere di Emilio Russo, Donna di Antonietta Tafuri), dalla densità epigrammatica (Piccole vicende di Enrica Paola Musio, Secondi passi di Salvatore Polito, Ecografia di Carlo Stasi), all’acre punta dell’indignatio nutrita di fiera passione civile (Ingenuo di Carmelina Altamura, Artiglio quest’amara di Tiberio Crivellaro, Cimiteri alleati di Renzo Vassalluzzo), e alla calda sollecitudine sociale (Vitaliy Yuzkov, nativo dell’Ucraina di Salvatore Carbone, E’ in arrivo sul secondo binario di Emilio Di Stefano, Cilindàna di Giuseppe Magliano), fino all’evocazione fantastica e visionaria, all’incubo o al sogno ad occhi aperti (Uomini a testa in giù di Marosia Castaldi, Fantasia di Mario Testa).

Ce n’è d’avanzo per poter dire che si tratta di un campionario, non soltanto tematico, molto ben rappresentativo del caleidoscopico mondo della poesia contemporanea. Non soltanto tematico, dicevo. Anche a livello stilistico, infatti, risultano ben rappresentate le tendenze più valide dell’odierno poetare: accanto a una scrittura rigorosamente tradizionale, memore dei “padri” nobili del Novecento, c’è anche (benché non ostentata ed esasperata) la ricerca di nuove armoniche, più moderne, metonimicamente debitrici della lezione dell’Avanguardia o comunque corrispondenti alle esigenze espressive del sentimento di ciascun poeta.

Ceraso, settembre 2007 – maggio 2020

di Vincenzo GUARRACINO

Curzia Ferrari, I giorni di Jacques (2019) – Lettura di Vincenzo Guarracino

Un percorso esemplare, inimmaginabile, dalla ghigliottina agli altari, come solo in certe storie antiche, medioevali, alla fra’ Salimbene può capitare: è questo il percorso di Jacques Fesch, uno degli ultimi condannati a morte francesi, ghigliottinato il 1° ottobre 1957, a ventisette anni, per l’omicidio di un poliziotto, in un’epoca in cui ancora in Francia vigeva la pena di morte abolita solo il 9 ottobre 1981, dopo che, il 25 maggio dello stesso anno, il presidente Mitterand aveva graziato Philippe Maurice l’ultimo condannato in attesa dell’esecuzione.

Ma chi era Jacques Fesch? A ripercorrerne la breve e tempestosa vita, nel volume dato alle stampe dalle Edizioni Ares, I giorni di Jacques (2019), è Curzia Ferrari, giornalista e scrittrice, con alle spalle molti volumi di narrativa, saggistica e poesia e che qui ne rievoca in un racconto-saggio la vicenda umana e spirituale di enfant gâté  destinato, in apparenza, a una vita lunga, facile e senza intoppi ma poi finito in una storia torbida e drammatica.

Nato il 6 aprile 1930 da Georges Fesch, banchiere – forse discendente da Joseph Fesch, arcivescovo imparentato con Napoleone -, ateo dichiarato, uomo brillante in pubblico, ma tetro e anaffettivo in famiglia, e da Marthe Hallez, ragazza di buona famiglia, ma già ultratrentenne (età allora veneranda per una nubile), Jacques è dunque un personaggio tutt’altro che di fantasia.

In un simile contesto, Jacques, frutto com’è di un matrimonio molto infelice, specialmente per quanto riguarda la questione dell’educazione religiosa dei figli, cresce preda di lunghe inquietudini, e presto diventa (siamo a fine anni Quaranta) un giovane dalla vita inquieta e dissipata, appassionato di jazz, assiduo di locali notturni e delle notti parigine.

Anche per questo, quello dell’argent, del denaro, diventa ben presto un problema pressante, un’ossessione addirittura, almeno dacché nella banca in cui il padre lo ha sistemato si registra un ammanco, e lui, anche se non formalmente accusato, viene allontanato, inducendolo per mesi in caccia dell’affare che potrebbe ricco, per potersi trasferire in Polinesia.

Da qui al delitto, per il demone dell’oro, il passo è breve. Quando un amico, Criquet, gli propone un furto, “un colpo di mano”, facile e indolore, ai danni di un cambiavalute, amico del padre di Jacques, il ragazzo perde la testa e dà al vecchio Silberstein una botta in testa con il calcio di una rivoltella sottratta al padre: il colpo ferisce il derubato e nella fuga, Jacques si trova davanti un agente, Georges Vergnes, e lo uccide.

Il processo è breve, dura tre giorni, dal 3 al 6 aprile 1957, con un esito scontato e forse già scritto e Jacques viene condannato a morte.

Inizia a questo punto un percorso spirituale, di ravvedimento e conversione, che durerà tre anni: un percorso accidentato, non lineare e pieno di smarrimenti, in cui la presenza di Dio si fa progressivamente sempre più urgente sotto la guida di due maestre, due sante, entrambe di nome Teresa, santa Teresa d’Avila e santa Teresa di Lisieux, il cui libro Storia di un’anima accompagnerà Jacques nei mesi prima dell’esecuzione guidandolo a tradurre la sua ricerca di luce in un puntuale Diario, in cui con commovente candore acquistano parola, accanto all’ansia per la fine, immagini di un mondo mai completamente rimosso, quello della purezza dell’infanzia e la nostalgia dell’Altezza, di una Felicità agognata e mai conseguita prima.

All’indomani dell’esecuzione, la suocera, Marinette Polack, otterrà dal presidente della Repubblica la salma, per un grande funerale celebrato sei mesi più tardi, finché, nel 1987, l’arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, ne avvierà il percorso della beatificazione.

Questi gli antefatti e le conseguenze. Ma il libro è molto altro: è il percorso faticoso di ripensamento, di ricerca di sé e di Dio, che Jacques con tormento e candore mette in atto e racconta in un appassionante e drammatico Giornale intimo, e che Curzia Ferrari ricostruisce, conducendo il lettore alla scoperta dei misteri di un’Anima, con la passione e l’intuizione che contraddistingue il suo approccio ai personaggi che sono diventati nel tempo gli oggetti (e gli specchi) della sua esplorazione.

 

Vincenzo GUARRACINO

 

Curzia Ferrari

I GIORNI DI JACQUES

Edizioni Ares, Milano 2019

pp.208, 15,00 euro

Matera e una donna, Dante Maffia – Lettura di Vincenzo Guarracino

Su Matera, Dante Maffia, poeta di passioni e amori, secondo una pregnante definizione di Renato Fiorito, già si era soffermato in passato, e ora ci ritorna con questo nuovo libro, Matera e una donna, facendone una “metafora ossessiva”, come la chiamerebbe Charles Mauron, del suo essere uomo e poeta (“prima parola” e “principio di ogni cosa”, addirittura).

Già eletta in Elegie materane (2016), ad archetipo e oggetto di una quête, di una ricerca interminabile ed essenziale, attraverso quattordici stazioni, che costituiscono il racconto di un’autentica “discesa al regno delle Madri”, la Città si ripropone qui, sulla scia di un innamoramento, come “madre e amante”, luogo necessario, costitutivo della verità dell’io oltre ogni realtà sensibile, dove smettere le immagini consuete e da cui risalire diversi e finalmente purificati e perfetti, “rinati”, con le forze spirituali sopite nella sua anima finalmente risvegliate.

Capace com’è di trasformare in pepite di poesia le proprie ossessioni, conferendo dignità alle minime occasioni del reale e del ricordo, Dante Maffia delinea qui, attraverso un libro che sembra ricalcare un titolo di Umberto Saba (Trieste e una donna), un’ulteriore tappa del suo modo di abitare e custodire poeticamente il proprio destino, la “casa” del ricordo e dei sogni, con la forza di una parola orgogliosamente determinata a restituire dignità al “superfluo”, a ciò che si credeva irrimediabilmente perduto, a sentimenti ed emozioni, ossia l’essenza stessa dell’esistenza, salvandola e preservandola dall’insidia del “diluvio annunciato” e del “labirinto”, dall’agguato dell’impensabile e del nonsenso nel quotidiano percorso sulla “terra desolata e stanca” dell’oggi, come diceva in un testo de La strada sconnessa (2011).

Si diceva dell’eco sabiana, assonanze e poco più, consegnate come sono soltanto al titolo, tanto distante sono situazioni e intenzioni dei due poeti: con il Nostro coscientemente attestato nell’ardita esplorazione della luce e del mistero della sua Città (un “mistero che mi ha reso unico”), perseguita come una “voce” (quasi di una Circe di irresistibile malia), attraverso una parola di fiammeggiante, erotica urgenza e sostanza (“Vorrei scrivere una poesia coi tuoi seni / che hanno il singhiozzo della luna piena, / una poesia senza parole, / umanamente disumana”).

Si diceva di un corteggiamento e innamoramento, per una Città-Donna o per una Donna-Città, dagli “occhi di pietra”, sì, ma anche e soprattutto “Donna di poesia” (ma anche “di carne”), con immagini equamente divise tra ricordi danteschi, nel primo caso, e cavalcantiani nel secondo: come un “camminatore” e un inquieto Polifilo alla ricerca della sua Polia, o il bruniano Atteone degli Eroici furori,  il poeta si pone sulle sue tracce e, da cacciatore, si ritrova “caccia” innamorata della sua stessa preda.

È un’avventura, questa, cui Matera, labirintica e archetipica città di Vie, Pietre e Grotte (cui le immagini di Elio Scarciglia rendono efficacemente giustizia), si presta con assoluta disponibilità quant’altre mai, come il segno di un autentico destino, in un momento ineludibile della vita, e che Maffia accetta con empito visionario: “Matera diventa donna”, diceva già Milana Piletic, a proposito delle Elegie, “in principio forse soltanto madre da cui pretende d’essere riconosciuto e cullato, poi sorella, poi sposa… sposa tentacolare, terribilmente tesa a non inabissarsi nei luoghi comuni, sorda al compromesso, a qualsiasi proposta di avventura”.

Ecco, è questa la sostanza concettuale e morale di questa nuova tappa: la ricerca di un amore assoluto, alla cui luce rileggere tutto, cultura e storia, quella personale e quella sociale, nella fedeltà a “un’umanità in cammino”, a un omphalos essenziale, lì nelle Elegie allegorizzato in una umile pianta, il “nespolo”, simbolo di un amore per i valori fondanti di una civiltà senza tempo, per le “ragioni” della vita, fuori dal “mito”, qui in Matera e una donna esperienza di sé nell’incontro, sensuale e spirituale, con le figure fondanti dell’immaginario (di volta in volta, Nausicaa, Calipso, Circe, Chimera), nel punto dove “le domande / hanno senso e nonsenso” e i silenzi sono necessari più ancora delle parole.

Vincenzo Guarracino

Dante Maffia

MATERA E UNA DONNA

con un saggio di Carmine Chiodo

Terra d’Ulivi Edizioni, Lecce 2017

pp.381, 20,00 euro

 

UN LUNEDÌ SPECIALE, di Vincenzo Guarracino

 “La sera del Lunedì di Pasqua recitai al Casino nell’accademia dei Felsinei, in presenza del Legato e del fiore della nobiltà bolognese, maschi e femmine; invitato giacché non sono accademico, dal Segretario in persona, a nome dell’Accademia, cosa non solita. Mi dicono che i miei versi facessero molto effetto, e che tutti, donne e uomini, li vogliono leggere ….”

A parlare con tanta enfasi di un Evento culturale, una pubblica lettura di versi addirittura, lui che le letture pubbliche non nascondeva di detestarle, è Giacomo Leopardi in una lettera al fratello Carlo, da Bologna, in data 4 aprile 1826.

Prima però di parlare del suo contenuto del testo poetico cui si riferisce (l’”Epistola al conte Carlo Pepoli”), val la pena di soffermarsi sulla circostanza: “La sera del Lunedì di Pasqua”. Come dire, una riflessione sul senso della vita a ridosso di un Evento di speciale impatto, emozionale e sociale, la Pasqua, che forse anche per Giacomo, conserva un significato particolare, a dispetto della sua non dissimulata presa di distanze da ogni manifestazione di fede o di culto. Tanto più che qui viene messa in risalto la data, “Lunedì di Pasqua”, la nostra Pasquetta, una “mezza-Pasqua”, una laicissima festa, con ciò che di pagano il suo abbassamento comporta e significa: per gli Antichi era una festa del disfrenarsi della voglia di vivere nel buio che precede l’Annuncio. Ricordate? Cras amet qui numquam amavit. / Quique amavit cras amet, “Domani ami chi mai ha amato / Chi ha già amato di nuovo ami domani”, proclamava l’anonimo del Pervigilium Veneris, II-IV sec. d.C., prima di concludere nell’invito a smettere finalmente il Silenzio dell’introversione e della depressione:  Quando ver venit meum? / Quando fiam uti chelidon, ut tacere desinam? / Perdidi Musam tacendo (“Verrà mai per me primavera? / Farò mai come la rondine per por fine al mio silenzio? / Perso ho tacendo il mio canto”).

È in questo orizzonte che va inquadrata la nostra Pasquetta, “giocosa anamorfosi” della nostra Pasqua, come la chiama il mio amico Rino Mele in un suo illuminante corsivo, in un senso che del valore cristiano ha ben poco: giorno di un Annuncio, laicissimo, pagano addirittura, dell’avvento della Luce, dell’auspicio della ripresa della Parola.

Che cosa vorrà dire la sottolineatura da parte di Leopardi della circostanza? Se non la certezza nel “mistero di salvezza”, in conseguenza della Pasqua, in cui crede il Cristiano, certamente un messaggio importante, salvifico, che anche lo gnostico Leopardi, gnostico in senso platonico non ereticale, vuole annunciare, come un angelo chiuso nella lucida corazza della sua intelligenza, come l’ha visto un interprete novecentesco d’eccezione, Walter Benjamin: che i futili rimedi (piaceri, divertimenti, conquiste, viaggi), che l’uomo si inventa e persegue come antidoti all’”affannoso e travagliato sonno” della vita, non sono capaci di dare la felicità, il cui impossibile conseguimento può essere compensato solo dal culto della poesia e dalla dedizione di “altri studi men dolci”, dall’indagine dell’”acerbo vero” e dell’ostilità della natura.

Come sorprendersi se il suo messaggio, al di là della sua ingenua fiducia (“Mi dicono che i miei versi facessero molto effetto, e che tutti, donne e uomini, li vogliono leggere”), possa essere stato tutt’altro che gradito, non tanto per le pessime doti di lettore dell’Autore, quanto soprattutto per il suo contenuto nient’affatto lirico e poco adatto ad un pubblico distratto e superficiale, quale era quello dei Soci della bolognese Accademia dei Felsinei?

In ricordo di ANTONIO SPALLINO (IV)

LO STILE DELL’UOMO

II.

Ecco, è questo il punto: lo stile dell’uomo Spallino, il personaggio nel suo modo di essere e di rapportarsi con gli altri, in un perfetto equilibrio tra come si appare e come si è realmente, tra atteggiamento esteriore e indole profonda, inverando l’auspicio socratico contenuto nel dialogo platonico Fedro (“O caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo, datemi la bellezza interiore dell’anima e, quanto all’esterno, che esso s’accordi con ciò che è nel mio interno”).

È questo che trova una sua precisa definizione attraverso le pagine di un libro curato da Carlo Ferrario, Le regole del gioco (1991), un’intervista che, grazie anche alla riconosciuta intelligenza provocatrice e corrosiva ma mai irriverente dell’intervistatore, si rivela un’esaustiva “anamnesi” delle ragioni più intime sottese a un’esperienza umana e intellettuale di raro spessore sulla scena non soltanto cittadina dell’ultimo mezzo secolo.

Come si dice nella sua breve premessa, “di Antonio Spallino c’era (e rimane tuttora) molto da sapere e da scoprire: bisogna(va) interrogare l’uomo di molte letture che non sbandiera i suoi non pochi interessi culturali, l’olimpionico che non ha mondanizzato i suoi trionfi, il sindaco di Como che non ha fatto della politica una professione a vita” ed è giusto a questo che tende il libro attraverso una serie di domande (trentuno per l’esattezza), per far emergere “il senso di una vita e lo spessore di una persona” nella loro dimensione più autentica ed esemplare.

Un uomo dai molteplici aspetti, armonizzati in una personalità di forte e serena tempra morale e intellettuale, consapevole di talenti, doveri e responsabilità: è questo che sostanzialmente emerge da questa e da tante altre testimonianze.

Una per tutte, il giudizio espresso da Renata Soliani, Past-president del Panathlon Club Como, la quale, in occasione della festa organizzata in suo onore dai soci del Club per i suoi 80 anni, dopo aver ricordato meriti e  benemerenze, in campo non soltanto sportivo, che ne hanno fatto un autentico “Maestro” non solo per i panathleti comaschi, ne fissa in questi termini i tratti umani e morali che vanno al di là del puro e semplice ambito sportivo: “Atleta e gentiluomo, nella Como sportiva degli anni ’50 e ’60, tutta all’insegna del rigore morale, della competizione onesta, del bel gesto e della stoccata esemplare, ha fatto scuola per aver trasmesso il concetto dello sport come pedagogia e cultura, come responsabilità, arte, ma soprattutto come esempio”.

Più recentemente, un altro panathleta, Sergio Sala Tesciat, ha sintetizzato in questi termini la personalità di Spallino: “Uomo di politica, ancora prima di essere stato un grande sportivo, Antonio Spallino è un’istituzione della Como di oggi, ma soprattutto di quella di ieri, quella città un tempo viva, un tempo vivace e intraprendente. Lui ne fece la storia, da Primo cittadino, da uomo colto, dall’intelligenza acuta ed estremamente raffinata. Uno di quei personaggi che la città lariana non ritroverà mai più”.

Ma che cosa propriamente si intende per stile? Mi sembra conveniente partire, per comprenderlo, da una definizione dello scrittore Erri De Luca, che mi pare si adatti bene al nostro Personaggio e ne metta efficacemente in evidenza il carattere: “Riuscire a portare bene il carico assegnato, reggere il peso risparmiando energia: ecco lo stile”. Come dire che lo stile consiste essenzialmente nell’obbligo morale che ciascuno si impone, di essere e trovarsi sempre, senza ostentazione, all’altezza di ogni situazione e attesa (propria e altrui): nel comprendere ed agire di conseguenza, senza scomporsi e senza eccedere, assegnando con sagace accortezza a ciò che si fa il suo giusto e conveniente peso, in base a una propria, personale gerarchia di valori.

È insomma l’applicazione di un vecchio ma sempre valido adagio, una regola di antica spiritualità, “Age quod agis” (“fa’ bene quello che stai facendo”), l’invito cioè a riconoscere che l’importante è fare una cosa bene in sé, con l’aggiunta se si vuole del rispetto di ciò che diceva il monito delfico Mηδὲν ἄγαν (in latino “Ne quid nimis”, “nulla di troppo, senza esagerare”), inteso come invito alla moderazione, al controllo e alla sobrietà, alla consapevolezza dei propri limiti con la conseguente indulgente accettazione e comprensione degli altri, fermo restando l’inderogabile ossequio nei confronti delle “regole”.

In Spallino, questa accortezza, frutto evidentemente di una rigorosa autodisciplina, oltre che dell’educazione ricevuta, trova espressione in un peculiare understatement, nel tatto di un’innata riservatezza, un “temperamento un poco introverso, che si riflette nei suoi comportamenti, in pedana come nell’arengo della sua vita professionale, civile e culturale, improntati sempre a un’elegante, esemplare misura, trasformando così esperienze e conquiste individuali in valori da tutti condivisibili dal forte spessore morale: una vita che diventa insomma esempio che “educa”, in un sistema in cui le “regole” sono un dato acquisito e non imposto. È il saper stare in questo sistema che riscontriamo il suo segreto, come ricaviamo da un’inedita testimonianza epistolare di un suo antico collega e amico, l’avv. Luigi Fagetti: “Al centro di questa  storia ci sei Tu, caro Nino: la tua capacità di aggregare e riannodare; la tua sensibilità e cultura; il tuo amore di figlio e di padre nel raccogliere e rilanciare una continuità di impegno e di tradizione”.

Undestatement, si diceva, distanza dalle cose, ma senza affettazione, difesa di un aplomb naturale, caratteriale. C’è un passo di una lettera, molto privata, ad Aldo Cerchiari, schermidore e pittore, risalente al 21 marzo del ’51, che qui conviene trascrivere perché dà la dimensione del personaggio: “Lei ha visto con quale spirito ho tirato a Torino; appena più teso fu a Roma; ma insomma questo è l’appunto che debbo per forza muovere al mio temperamento: di odiare la lotta, l’affanno, il rischio dell’equilibrio per qualsiasi motivo”. Già in precedenza in una pagina di Diario aveva sottolineato questa sorta di istintivo rifiuto della lotta, riconoscendo proprio allo stesso Cerchiari il merito di averlo aiutato a superarlo e questo in una circostanza molto speciale, il 7 aprile del ’49, quando Spallino si laurea Campione Italiano assoluto di spada: “Senza sferza io ricado nella passiva rinunzia all’attrito, rifiuto il combattimento e prima ancora di provarmi son già rassegnato alla sconfitta…”. Ci ritorneremo in seguito se sarà possibile su questi episodi per approfondirli, qui ne basti la semplice segnalazione per vedere come in essi trovi espressione e si rifletta precisamente un atteggiamento, una “natura edonistica”, uno spirito “fondamentalmente aristocratico o scettico” di fronte a cose e persone, come confessa sempre nella stessa lettera.

Renata Soliani, nella circostanza già prima ricordata della festa per i suoi 80 anni, aveva dato un nome preciso a questi valori, sintetizzandoli così: “onestà nell’agonismo, lealtà nel confronto, rispetto dell’avversario nella sfida”. Non è certo un caso se una delle cariche più appropriatamente ricoperte, a partire dal 1989, sia stata quella di Vice Presidente del Comitato Internazionale del Fair Play e che abbia fatto sempre un titolo d’onore l’essersi battuto con impegno in nome del fair play, della correttezza di comportamento, un vero e proprio costume di vita, affinché “divenga l’abito mentale della gioventù sportiva” e “l’etica torni ad avere la meglio sulla teoria del successo a qualsiasi prezzo”, come viene esplicitamente affermato nel libro-intervista Le regole del gioco.

Valori, questi indicati dalla Soliani, quanto mai necessari non solo nel mondo dello sport cui vengono specificamente riferiti e ai quali Spallino si è mantenuto rigorosamente fedele, in una sfida con se stesso e col mondo circostante.

“Tutta la mia vita è stata improntata sulla sfida con me stesso, sulla scommessa”, ha dichiarato infatti in un’intervista del 25 gennaio 2002 ed è un’affermazione nella quale si può riconoscere e fissare lo “stile” di Spallino: la “sfida”, la messa in gioco e “scommessa” di sé nel confronto, come modo di investirsi e riconoscersi autenticamente nei problemi di volta in volta incontrati ma senza mai derogare da un principio, consistente nella necessità di un habitus di consapevolezza di sé e dei propri limiti, di intima disponibilità alla “sapienza”, all’acquisto di un sapere delle cose e degli eventi, uscendo da sé, da una visione puramente egoistica ed egocentrica, di fronte alle circostanze diverse della vita, per arricchirsi di esperienza e condividere con gli altri il frutto del proprio acquisto.

di Vincenzo Guarracino

In ricordo di ANTONIO SPALLINO (III)

LO STILE DELL’UOMO

I.

“Sorvolo sui ruoli di Spallino quale Assessore, Sindaco e commissario della Regione Lombardia: mi limito a far notare che egli ha retto un Comune importante come quello di Como per ben quindici anni”, aveva detto di lui Umberto Burla, Componente del Collegio di Garanzia statutaria del Panathlon International, nel discorso tenuto nella circostanza della sua designazione ad “Atleta nella Storia- 2003”. “Lascio ad altri elencare”, continuava Burla “le sue innumerevoli medaglie, la fruttuosa partecipazione a sei Mondiali e a due Giochi Olimpici: io preferisco porre in evidenza l’attività di Spallino nel mondo dello Sport, quello che io definisco Sport con la S maiuscola. Ovverosia il mondo della Cultura per lo Sport, dell’Etica per lo Sport: in una parola, di quel mondo dei valori che noi riconosciamo al (e nel) Panathlon International. Qui egli ha inciso nel profondo…”, per concludere “Non so quanti Uomini possano vantare una simile pienezza e completezza di vita” .

Una vita vitalis, insomma, una “vita meritevole e degna di essere vissuta”, per dirla con il poeta latino Ennio.

Ne era cosciente lui stesso, Spallino, quando ammetteva senza falsa modestia di essersi sentito sempre affascinato dall’”infinita bellezza della vita”, al punto da risultargli quanto mai arduo “ricostruire i crocevia capaci di spiegare l’affiancarsi” e talvolta anche il sovrapporsi di interessi apparentemente inconciliabili (politici, culturali, sportivi, umani, sociali), con risultati sempre significativi. “Ho svolto il mio compito, cercando di farlo il meglio possibile”, aveva concluso in un’intervista a Giuseppe Guin, raccolta nella “galleria” dei “Comaschi speciali”, in cui si avvertiva il sereno compiacimento per una vita generosamente esposta su molti fronti, disponibile a molteplici avventure, ma senza mai tradire il proprio omphalos essenziale, la Città, intesa come complesso sistema di valori da interpretare e difendere e a cui restar fedele a qualunque costo, ma anche come esistenziale spazio necessario (“Qui, in Como, mi sono sempre sentito e mi sento radicato”, confessa con orgoglio): una vita intesa a restar sempre bilanciata “tra il sentimento di appartenenza attiva allo spazio fisico, storico e culturale della città ed il fascino dei grandi spazi della cultura, dello sport, delle istituzioni amministrative”, come aveva ammesso in un libro-intervista a Carlo Ferrario.

Era un atteggiamento mentale, il suo, in cui si potrebbe forse riconoscere l’influsso del celebre motto di Terenzio Homo sum: humani nihil a me alienum puto, (“sono uomo e non ritengo a me estraneo nulla di quanto è umano”), posto in bocca al vecchio Cremete, un personaggio della commedia Heautontimorumenos (letteralmente, “Il punitore di se stesso”), che incarna l’ideale di vita di una classe nuova e illuminata dell’antica Roma degli Scipioni e che da allora nel tempo ha rappresentato l’esaltazione di un modello di apertura e disponibilità ad ogni esperienza positiva, la disposizione a vivere con magnanima e appassionata dedizione le sfide della vita, che a Spallino era ben familiare.

Ma forse, più ancora che alla paideia greca o all’etica della humanitas latina, è alla visione cristiana della società, che Spallino faceva riferimento: il suo modello era “un uomo che si chiede qual è il senso della vita; un uomo che, soprattutto tra i giovani, sembra disposto a dare più pregio alla qualità del modo di vivere che alla quantità dei beni posseduti; e che sente che i problemi locali gli appartengono, e però vuole anche conoscere e condividere i problemi del mondo”, vivendoli con la consapevolezza che la sua ansia di giustizia può trovare pienamente soddisfazione nella costruzione dell’agostiniana Città di Dio nelle sue storiche incarnazioni, come sono mirabilmente evidenziate dal filosofo francese Étienne Gilson. Una nuova “cultura dell’uomo”, insomma, un modo nuovo di intendersi, più che artefice, partecipe e sodale del destino di tutti, consapevole del proprio diritto-dovere di sentirsi parte di un tutto, ad ogni livello, nel fare e nel godere della vita: uno insomma che i valori assorbiti con l’educazione familiare non li esibisce soltanto come astratte patenti di credibilità professionale e sociale ma li pone concretamente come stella polare del proprio periplo malfido nella vita, accettando di sentirsi appieno “nel gioco”( “Anche tu sei nel gioco, / anche tu porti pietre / rubate alle rovine / verso i muri dell’edificio”), per grande e impegnativo che esso sia, come dice Mario Luzi, un poeta niente affatto estraneo alla sensibilità di Spallino.

È questo l’atteggiamento, di signorile controllo e misura, che da sempre aveva contraddistinto il personaggio, nella vita quotidiana non meno che “nel magma della competizione sportiva, della passione civile”, e in quello che era stato davvero il suo momento topico, ossia “la sfida di Seveso”: essere autenticamente se stesso, disponendosi nei confronti degli altri senza tradire la propria divisa di coerenza e sobrietà e accettando di confrontarsi lealmente, a costo di sembrare “dolcemente invalido ad affrontare il mondo”, come in anni molto lontani (10 ottobre 1949), si era definito in una giovanile pagina di diario, fissando in tal modo gli elementi di una essenziale e strutturale mitezza.

Sempre comunque con la capacità di “guardare lontano”, aiutando gli altri, la Città, a farlo, come aveva detto rispondendo a un’intervista rilasciata nel ’97 al giornalista della “Provincia” Bruno Profazio. “Guardare lontano”: come non sorprendersi a pensare a quanto diceva un altro grande Comasco, il più illustre dell’antichità, Plinio il Vecchio, il quale, parlando delle gru, aveva detto che volant ad prospiciendum alte (“volano alto per guardare lontano”), metafora quanto mai convincente ed efficace per definire, nella vita non meno che nella politica, anche l’atteggiamento sia di chi guida, che di chi segue? Tanto più se si riconosce, sempre con Plinio, al capobranco la capacità di guardare a testa alta gli orizzonti delle attese e delle responsabilità collettive (erecto collo providet ac praedicit, “col collo eretto scruta e avverte”).

(continua)

di Vincenzo Guarracino

In ricordo di ANTONIO SPALLINO (II)

LUGLIO 1976: Icmesa di Seveso

II.

La tragedia che stiamo vivendo in questi gironi ci riporta ai drammatici giorni del disastro ecologico dell’Icmesa di Seveso, in Brianza, uno dei più gravi incidenti ambientali della storia italiana, avvenuto il 10 luglio del 1976.

Un evento che Antonio Spallino era stato chiamato a gestire in qualità di Commissario Straordinario per la Regione Lombardia.

I fatti: il 10 luglio 1976, a Seveso, esplode un reattore dell’Icmesa (Industrie Chimiche Meridionali s.a.), azienda di proprietà della svizzera Givaudan-Hoffman La Roche produttrice di triclorofenolo (TCF), un composto necessario per la preparazione di cosmetici. L’esplosione provoca la fuoriuscita di una nebbia spessa, che, spinta dal vento, invade in breve tempo tutte le zone circostanti: è la diossina, un micidiale composto chimico fino ad allora sconosciuto ma dagli effetti devastanti e che poi in seguito farà tristemente la sua ricomparsa, nel 1984, in un episodio più o meno analogo, nella cittadina indiana di Bhopal con effetti di inaudita gravità.

Chiamato a gestire la tremenda emergenza, in un contesto di allarmismi incontrollabili da un lato e di colpevoli minimizzazioni e sottovalutazioni dall’altro, Spallino si accolla l’onere di una “sfida” impossibile, di fronte alla quale la politica e la scienza si trovano impreparate e non basta la sua esperienza umana, legale e istituzionale per calmare gli animi e riportare la situazione in un alveo di normalità.

Alla fine, per tutta ricompensa, paradossalmente ci guadagna addirittura un’incriminazione per omissione di atti d’ufficio, da cui comunque in seguito viene scagionato, “per non aver commesso il fatto”. Ma anche la certezza del carattere strumentale, “politico”, dell’intera vicenda: “A destra si negava che la diossina facesse male e uno scienziato si diceva pronto a bere il latte delle mucche di Seveso, a sinistra c’erano i vari Capanna che gridavano al catastrofismo e andavano di casa in casa a indottrinare la gente”.

Tutto questo col risultato di far perdere i reali contorni dell’evento e l’amarezza di non essere riuscito a far intendere alle persone direttamente interessate ciò che sarebbe stato veramente necessario comprendere e fare. Ancora diversi anni dopo, nel ’96, riandando con il ricordo a quei momenti, ammetterà con amarezza che l’impresa accollatasi era improba, soprattutto per il fatto di essersi ritrovato da solo, nell’assoluta incapacità della politica e della scienza di farsi carico delle proprie responsabilità. “Io questa esperienza l’ho vissuta a Seveso,” afferma “quando noi chiedevamo al C.N.R. se le donne di Seveso dovessero o no abortire, quelle che ci chiedevano la mattina che un certo giornale che non nomino uscì con otto colonne “A Seveso nascono i mostri”, il C.N.R. ci rispose correttamente che nessuno sapeva che risposta dare”.

Ammissione sconfortata ma dignitosa che ritroviamo già, in un romanzo di Raffaele Crovi (La parola ai figli, Rizzoli 1994), dove il personaggio Spallino, tirando le somme di tutta la sua esperienza di Amministratore e di politico, aveva dovuto ammettere non senza amarezza che qualcosa nella sua “impresa” non era andato nella direzione sperata: “Alla domanda di Angela, circa la morale ricavata da Spallino dalla sua lunga esperienza di operatore pubblico finita, al contrario di quella sua di olimpionico, senza trofei, l’avvocato ha affermato d’essere rimasto impressionato dallo scarto che si registra, nell’attività politica e amministrativa, tra intuizione-decisione-esecuzione: non sempre, in politica, si riesce a progettare quello che si è immaginato e spesso non si riesce a realizzare quello che si è progettato”.

(continua)

di Vincenzo Guarracino