Guarracinismi tra antico e odierno

ALFABETO LEOPARDIANO – AMORE – È una battaglia, l’Amore: una battaglia da cui si esce, se non sempre sconfitti, almeno provati in maniera lacerante (“Tornami a mente il dì che la battaglia / d’amor sentii la prima volta, e dissi: / oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”, Il primo amore). Leopardi, fin dal principio, di questo è assolutamente convinto e anzi pone questa prova alla base stessa della propria maturazione così come di quella di ogni individuo. “Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l’opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita” (Pensieri, LXXXII): ecco dunque svelata a chiare lettere la visione che il poeta ne ha maturata: una visione drammatica che, dacché ne ha sentito impresso nel suo fianco lo “strale”, gli ha insegnato a considerare questo dio un “Dominatore” terribile ancorché “dolcissimo”, al quale poter opporre nient’altro che un eroismo velleitario e disperato (“Me certo troverai, qual si sia l’ora / che tu le penne al mio pregar dispieghi, / erta la fronte, armato, / e renitente al fato…”, Amore e Morte). In un mondo, dunque, di gente “codarda” e adusa solo a meschine occupazioni e soddisfazioni, il poeta elegge a propria musa un sentimento incolmabile dell’esistenza, un desiderio dell’infinito, pronunciando, all’indirizzo di un’Entità gelida e distante, irraggiungibile (Silvia, Nerina, Aspasia che sia), allocuzioni che ai più appaiono insensate e deliranti: un desiderio che gli fa porre domande destinate a restare senza risposta, sperimentando ad ogni passo, ad ogni parola, l’amaro piacere di una condizione che è insieme di condanna e di elezione. Lo aveva già molto chiaro tutto questo, fin dall’inizio, Leopardi: lo aveva chiaro almeno fin da quando aveva annotato nel Diario del primo amore che solo con la scrittura, poetica o filosofica che fosse, avrebbe potuto soddisfare questa sua sete inestinguibile (“Non potendo dirlo altrimenti che con lo scrivere, l’ho scritto…”). È un destino, dunque, quello che così si disegna attraverso la parola davvero straordinario: il destino di un’esperienza, per il suo autore, apparentemente in perdita e durissima, ma per noi tale da segnarsi, entro l’”amorosa idea”, come un acquisto capitale che può insegnarci a sopravvivere al mortale “incanto” di Medusa.

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POESIA – “La luce del mattino. / Il silenzio della sera. / Sta la mia attesa / stesa sull’inganno del giorno / come la tenda di un nomade / che vive di miraggi” (Fabia Baldi, Come un’ala di rondine, Il Convivio Editore 2020)

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“MEDITERRANEA” –PROPOSTA PER UN’ARTE NUOVA –  La definiamo “Mediterranea” perché è un’arte intrisa di odori, sapori e profumi di una natura generosa esposta ad un mare antico senza tempo e attraversata da uno sfrascare felice di venti e da un sotterraneo, incessante lavorio di radici e insetti, ma anche ferita dal tuonare sordo delle armi e della violenza: un’arte insomma che sta tra terra e cielo, tra acque e pietre e radicata nella vita e nelle sue disarmonie e da questa protesa nel sogno, nell’utopia.

È da questa sua collocazione che deriva i suoi caratteri: realistica e al tempo stesso favolosa, a tratti perfino onirica e fanciullesca, misteriosa e serena, ma che non si volta mai indietro e per questo mai nostalgica, specchiandosi nel mito pur senza innamorarsene come Narciso.

A parlare di mito, due figure, Orfeo ed Euridice, ne sono, nel bene e nel male, il paradigma essenziale: il primo con la sua capacità di dire e di commuovere, oltre i limiti e il visibile; la seconda con la naturale dolcezza dei suoi incantamenti; entrambi con la determinazione ad affrontare, uniti dall’amore, il difficile viaggio della vita, dalle tenebre alla luce, a costo anche della perdita.

Racconto e sogno, figurazione dell’invisibile mondo dell’anima o grido lacerante di dolore e disperazione per i disastri della storia, senza sottrarsi all’espressione anche dello sdegno, ove necessario: è questo che vuole comunicare, costruendo sul filo dell’allegoria universi arbitrari e paralleli, in sé conclusi, spazi dove tutto è possibile, nelle cui scenografie entrano ed escono storie, frammenti e personaggi conosciuti della vita quotidiana, governate dall’abile regia della fantasia che le fa emergere di volta in volta come narrazione, come danza o teatro di un’idea, sempre, nella loro totalità, come pittura.

Perché è sempre la pittura che vince: l’opera non è uno specchio del mondo, ma il mondo che attraverso il suo linguaggio si rivela e che dà ad ognuno il senso del suo essere in un infinito appressamento, rincorrendo e ripercorrendo la grande avventura dell’invenzione senza mai essere uguale a se stessa.

Ammantati da un alone di mistero, da un fascino di volta in volta festoso, ambiguo e barocco, da sogno, i fantasmi che ne nascono comunicano ciascuno una propria e peculiare visione del mondo dai multipli valori espressivi e concettuali, ma con un comune denominatore che è la volontà di dire e affascinare, attraverso un uso sapiente del colore e del segno, in uno spazio dove il tempo si scrive come misura dell’essere e insieme come dimensione in cui pensiero intuitivo e realtà, coscienza e fenomeno, s’incontrano e fioriscono nella calligrafia di un destino di miracoloso equilibrio e armonia.

È dentro questi parametri che si inscrive il mondo degli artisti disposti mettersi in gioco, ognuno con il suo immaginario unico e al tempo stesso plurale, come soggetto di un’infinita citazione di se stesso, inassimilabile ad altro ordine che non sia quello di un’identica esigenza fantastica ed espressiva, prima ancora che conoscitiva.

È a questi che si lancia qui una proposta e una sfida: che vengano e saranno accolti!

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Raffaele Urraro, Affacciato sull’abisso della notte – Lettura di Vincenzo Guarracino

È un testo molto intenso, questa lirica, Affacciato sull’abisso della notte, estratta da una raccolta di suggestiva intensità (Il lato oscuro delle cose, RP libri, San Giorgio del Sannio 2019), in cui Raffaele Urraro, noto, oltre che come poeta, come biografo e studioso di Leopardi, sembra confrontarsi, riassumendovi in un certo senso tutta quanta la sua avventura di scrittore, con archetipi di una sapienzialità essenziale, necessaria. Con Leopardi, innanzi tutto, e più in profondità con Lucrezio, figure entrambi fondanti della sua struttura di studioso e di poeta.

Con Leopardi, alla cui “presenza” vien fatto qui di pensare, di fronte a un testo che mette in scena una sorta di rilettura dell’io del poeta al cospetto di una scena che evoca insieme l’“infinito” (un “infinito” notturno, evocatore delle notturne atmosfere della Ginestra): un fantasma, questo “infinito”, che ricompare spesso fino all’ultimo testo, proponendosi nella sua indicibile qualità di essenziale interpretante di una tensione verso un oltre irraggiungibile e indicibile, della stessa sostanza dei sogni.

Con Lucrezio, poi, e il suo universo poetico e morale, in particolare quello dell’inizio del secondo libro del De rerum natura (cui non casualmente il titolo della raccolta urrariana sembra alludere), con un’attitudine che sembra solo apparentemente ricalcare le conclusioni del saggio, che, esposto al paesaggio di un mare indecifrabile e tempestoso, si compiace della sua dottrina, salvo capovolgerle in interrogazioni sul fine ultimo delle cose e sulle stesse ragioni dell’essere e della sua creazione.

Affacciato sull’abisso della notte / non riesco a vederne il fondo // pensavo che la notte nera / fosse la culla del mistero che distorce // la nostra sete di vita / di tutto  di niente / ma è solo lo specchio / delle nostre paure // allungare lo sguardo tra le ombre / della notte invadente e scura / è come scoprire il senso del vuoto / horror vacui / dirompente assenza / o vana presenza che stordisce.

 Ecco, nella congiunzione Leopardi-Lucrezio, il poeta Urraro, come mai forse prima nella sua lunga storia poetica, dallo stesso teatro di aridità vesuviane da cui guardavano i due Spiriti poetici fraterni, osserva e si osserva con un’inesausta “sete di vita” e si scopre solo nello specchio delle proprie paure, senza l’illuminazione del primo e senza nemmeno la consolante, atarassica, consapevolezza, del secondo, esposto all’horror vacui di un “abisso”, questo sì “orrido, immenso”, quello del “mistero” che è la vita, in cui ogni creatura fatalmente precipita e da cui non saprebbe scampare se non intuisce o è sorretto da un’amica presenza, da una stella.

Certo, la raccolta non è solo questo. Anzi è molto di più: forse la più limpida e motivata di tutta l’opera di Urraro, quella di uno che osi avventurarsi nella “casa dell’essere”, nelle “oscure profondità” di una materia indicibile e interminabile, “inesplorabile”, per estrarre verità, con la inquieta consapevolezza di un “destino” cui corrispondere. È questo che il poeta mette in scena e lo fa “per forza di scrittura”, come diceva un celebre poeta duecentesco. E il risultato è la registrazione di un’esperienza capace di comunicarci sottili brividi di pensieri, segnali di luce che trasmettono e diffondono a chi legge epifanie sacre di senso.

Vincenzo Guarracino

Veronica Chiossi, Candeggina – Recensione di Vincenzo Guarracino

 La grammatica del dolore o un oceano per lavare la memoria

 L’amore si dis(perde) nel buio del corpo in una Los Angeles come una nuova Babele dove la pace, quella interiore, ti può arrivare dalle statuette dei Budda o dagli insegnamenti di ex-milionari a pagamento.

Dio stesso si è convertito, ha adoperato il linguaggio di un consulente.

Su luoghi e abitazioni: il luogo è un nome per qualcosa di ben più complicato – man mano si avanza nella vita, quando il tempo e il luogo non ci servono come sembravano farlo prima…

Ma qui l’interrogazione arriva nell’età giovane: cosa sono e a cosa servono I luoghi?

La lingua ha un ruolo impossibile da rimpiazzare nel processo di definizione e riconoscimento di sé. La lingua fornisce il quadro dell’immagine del mondo. Ma non è un quadro astratto. Tutt’altro, anzi: vivo e in continuo movimento, magmatico.

Già l’antico Ennio, il pater della poesia latina, diceva “se tria corda habere”, di avere tre cuori, quante erano le sue lingue, ossia la greca, la latina e la sua propria, materna, “osca”: come dire che si vive su una scena dove molte cose si intrecciano senza sostituirsi, ma anzi plasmandosi reciprocamente prestandosi una linfa necessaria, essenziale.

In tempi più a noi vicini, Hannah Arendt ha detto nel suo libro The Life of the Mind-Thinking che l’individuo è intrappolato fra gli estremi dell’universo e del sé, tra l’infinita esteriorità dell’universo spaziale e l’infinitesimale interiorità del cogito cartesiano. L’uomo moderno scappa/ fugge due volte, dalla terra nel cosmo e dal mondo nel proprio sé.

Il luogo natio non è una distesa, una landa senza nome e confini, bensì una materia viva e palpitante, fondante: è granito, un vento o una siccità, un’acqua o una luce. Noi materializziamo le nostre rêveries in questo luogo e grazie a ciò il nostro sogno acquista una sua determinata sostanza, una visibilità (Gaston Bachelard, Essai sur l’imagination de la matièreL’eau et les Rêves)

Jean Starobinski prediceva che la nostalgia sparirà nell’Europa Occidentale, che lo sguardo verso I luoghi d’origine non avrà più amarezza e quindi nemmeno un effetto terapeutico. Perché in questi tempi la nostalgia ha un leggero connotato peggiorativo sul rimpianto inutile di un mondo sociale o un modo di vita passato che è inutile compiangere.

È questo che avvertiamo nella poesia di Veronica Chiossi alla sua prima prova poetica che si consegna alla raccolta Candeggina (Ensemble, Roma  2019), bilingue,  come si conviene a una che vive “traducendo(si)” tra due mondi che sono poi uno e indivisibile, tra Italia e Usa, tra Venezia e Los Angeles: mondi apparentemente complementari, ma anche reciprocamente “sconosciuti simmetrici” e inconciliabili, dove una “straniera” si guarda “riflessa nello specchio” e forse trova lenimento alle proprie ferite con “l’olio della memoria”.

Una poesia, quella giovane Chiossi, dalle molte facce, dunque: una poesia che “non può nascondersi”, una poesia che “profuma di libri e di timo”, di vita e di cultura vera, concreta, anche se sembra invocare una cancellazione, la “candeggina” destinata a sbiancare ogni macchia. A volte è collage, a volte descrizione, ma che rispecchia sempre un universo in trasformazione, in movimento, e ne crea altri, obbligata a gestire questi universi per trovare un luogo propizio per personalizzarsi, una breccia per essere, per esistere.

Veronica Chiossi, CANDEGGINA, Edizioni Ensemble, 2019

Luca Raul Martini, Tra due stazioni – Lettura di Vincenzo Guarracino

Tra due stazioni

Ghiaccio e morte sono le parole chiave e il ruit hora il leitmotiv, di questa raccolta di Luca Raul Martini Tra due stazioni, edito da Terra d’ulivi Edizioni di Lecce (2018): motivo conduttore, il ruit hora, teso e drammatico, con tutto il suo portato di vano inseguimento, di dolore e di perdita, in una geografia di scenari culturali vastissimi. Tempo che fugge e inganna, sintetizzato già nei versi esponenziali del testo inaugurale e che si scrive nella forma stessa del testo tra precipizi e anafore, frammentarie inquietudini lessicali e prosodiche, che inseguono una qualche pacificazione, un ubi consistam “dopo il diluvio”, come sintetizza da par suo l’Anelli della “nota” conclusiva. Ecco, nel segno di una lacerante sfuggenza di senso e di forma, di una precarietà di senso e di sentimenti, inscritta in “spasmi / di tempo” senza pacificazione: l’io, abbagliato dall’”accecante nero” di un tempo di perdute illusioni e utopie,  insegue, in uno “sciame senza volto di credenti”, “ignavi” danteschi sulla scena di un moderno di eliotiana densità, un mondo di inattingibile qualità, senza “altro estro” se non la coscienza dolente di un “claustrofobico presente” da cui sperare di sfuggire in virtù di un verso esatto, grondante sangue, ancorché disatteso e inascoltato sull’orlo dell’”abisso”.

Vincenzo Guarracino

Daniela Pericone, Distratte le mani – Recensione di Vincenzo Guarracino

Accudire la solitudine nelle parole

Scrittura equilibrata, rigorosa, che esclude ogni tipo di smarrimento, quella di Daniela Pericone in questa nuova tappa della sua ricerca creativa, Distratte le mani, all’insegna di un lavoro matematico sulla sintassi, sulla struttura di un pensiero, la cui cifra definisce un mondo altamente problematico, sempre sul punto di “inciampare”, di franare verso un abisso di non-senso, come suggeriva fin dal titolo un testo suggestivo della raccolta precedente, del 2015, L’inciampo, senza però mai consentire al “vuoto”, a un vacuo “lamento di prefica”, conservando insomma una sua propria peculiare “dirittura / di viaggio”, che non teme “incoerenze”.

Nella sua poesia, la Pericone è, infatti, sempre estremamente severa e attenta alla sua privacy: la solitudine viene accudita, non messa in mostra, così come ben nascosti, con aristocratica dignità, sono tenuti a bada e messi a loro posto i sentimenti, umori e amori, paure, lontananze e allontanamenti, la verità insomma dell’io e i percorsi, tra “distanza” e “durata” (due termini, questi, essenziali in questa raccolta), di un’interiorità giudiziosamente educata alla discrezione, solo lasciando trapelare a tratti “bagliori di lama”, l’esperienza dolente della vita, in parole dure e impietose. “Nulla dei nostri deliri / che non sia da salvare”, dice in un testo, il 6, della sezione Lucori: come a dire che la pagina diventa il regesto informe di una coscienza attraversata da inquietudini e fantasmi (“fantasmi in assetto / di pace”), da “furori” che diventano “lucori”, a testimonianza del fatto che l’esistenza la si vive nella sua fragilità in un’illusoria attesa o nel presagio di una luce, a partire da un punto di rottura forse senza ritorno, da “uno sproposito”, da “un quando / ch’è subito tardi”.

A dispetto di ciò, Daniela ha però una sua innata generosità, condiscendente-sentimentale, di sorellanza verso/con gli altri: una discrezione che la porta a vivere e occultare nella forma del testo (che è il marchio della sua scrittura poetica) ogni disarmonia con il mondo, rifiutandosi di “estetizzare il dolore”, come rileva nella postfazione Antonio Devicienti, convinta com’è che gli dèi non “amano / alterchi e clamore”.

Tutto viene “detto” insomma dall’altezza della sua intelligenza e di una sua particolare saggezza, senza piangersi addosso, “in tenacia e silenzio”.

Attraverso un’architettura di metafore astratte, attraverso parole spesso contratte nella loro lucentezza, si vede/sente uscire la vita, che arriva in superficie sfuggendo al velo del non-senso come i contorni del Cristo velato del Piermarini. È in questo modo che la Pericone riesce a preservare la propria verità, nell’equilibrio teso e inquieto delle sue parole, tra le tristezze dell’io  e del mondo, tra vita e morte.

Ben oltre l’aria di rassegnazione che il titolo sembra promettere, il libro vive dunque nell’ansia della scrittura di ri-segnalazione delle cose, nel desiderio di archiviarle e salvarle definitivamente in una forma, in un “dire” che diventa scelta etica.

 Daniela Pericone, DISTRATTE LE MANI, Coup d’Idée, 2017

Guarracinismi tra antico e odierno

LEOPARDI E LA SCOMMESSA DELLA MODERNITA’ – RILEGGENDO IL DISCORSO “SOPRA I COSTUMI DEGL’ITALIANI

 

Gli Italiani, qualunque sia la classe di appartenenza, alle “classi superiori” non meno che al “popolaccio”, sono oggi i più cinici del mondo: “ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione”.

Privi di amor proprio e di orgoglio nazionale, “passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue”, presi a combattersi l’un l’altro, in una sorta di bellum omnium contra omnes: questo perché ognuno, trincerato nel suo individualismo, per non essere travolto e oppresso, deve imparare a difendersi e combattere.

Cinismo, disprezzo, indifferenza, superficialità, inettitudine, dissimulazione: qualità, queste ed altre, da “paese senza”, non di un popolo che voglia essere “nazione” o “patria”, conseguenze della mancanza di una “società stretta”, di “un commercio più intimo degl’individui fra loro” e della carenza di ogni spinta ideale e di un’etica civile capace di legare l’individuo alla collettività, sottraendolo al rischio della “misantropia” e alla coltivazione del suo “pestifero” particulare di guicciardiniana memoria.

 

È Leopardi a dire questo ed è bene non sottovalutarlo: tanto più sapendo che proprio nel ‘24, l’anno del Discorso sopra i costumi degl’Italiani (“acutissimo, tumultuoso e spesso paradossale”, l’ha definito Walter Binni), da cui il giudizio è estrapolato, è immerso, da “Eremita degli Appennini”, tra Operette morali e Zibaldone, nel perseguimento di una sua essenziale battaglia di verità, condotta per via fantastica e insieme riflessiva; e che il deserto e la “ruina immensa” del mondo circostante, la vita come desolante “serraglio di disperati” (come lo definirà nel Frammento sul suicidio, 1832), si applica eroicamente ad esplorarli ed esorcizzarli attraverso una scrittura, di volta in volta analitica ed appassionata, gelida e tagliente ma anche calda ed effusiva, incurante di abbellimenti e “cerimonie”, per corrispondere solo ai moti del “sentimento”.

 

Una battaglia di “verità”, un impegno di “civiltà”, per un “risorgimento” dalla “barbarie”, per contrastare “ragione geometrica”, “cinismo”, “strage delle illusioni”, con le armi di una corrosiva lucidità: davvero un “angelo” dalla spada sguainata, il Leopardi del Discorso, “chiuso nella sua corazza” di intelligenza, come lo vedrà Walter Benjamin in una celebre pagina sui Pensieri.

Lucido e impietoso, disincantato, il ritratto che ne emerge degli Italiani, nel progressivo crepuscolo di ogni illusione e grandezza, con sullo sfondo le “altre nazioni” europee con “più vita” e con “più società” rispetto all’Italia, istituendo con esse una sorta di confronto-scontro antropologico.

Lucidamente polemico, ma non da non lasciare intravedere dietro la diagnosi dura e spassionata, assieme a una nostalgia di verginità, un lievito diverso, una sollecitudine drammaticamente moderna per la “patria infelice”, proprio mentre si sofferma sgomento di fronte alla “strage delle illusioni”, destinata a riecheggiare lividamente nel “silenzio nudo” del coevo Cantico del gallo silvestre, metafora assoluta dell’”arcano mirabile e spaventoso” dell’esistenza ma anche emblema del deserto morale e culturale dell’Italia.

 

Di contro a un deserto senza consolazione, un “secol morto”, un “secol di fango” oppresso da una greve “nebbia di tedio”, da inguaribile “mediocrità”, di un’Italia di cui forse davvero è meglio “ridersi” come fanno gli stessi Italiani, sta il paradosso di un fantasma di “modernità”, che da qui aleggia e si protende sulla storia, disegnando una sorta di diagramma dell’ineluttabile marcia della civiltà dal Meridione ai paesi del nord dell’Europa, come in una sorta di materialismo dialettico, in nome della “superiorità della loro immaginazione”, con l’Italia confinata in condizioni di oggettiva inferiorità civile non meno che culturale.

 

Al di là della discutibile conclusione, resta la novità, la parte teoricamente più originale del Discorso e l’attualità di questo Leopardi: nella scommessa sulla “modernità”, un fatto che ha i tratti della necessità di una nuova eticità, di una nuova “scienza dell’uomo”, intesa come nuovo modo di porsi di fronte alla vita con la consapevolezza della piccolezza e finitudine umana e insieme l’esigenza di un modo diverso di stare insieme con gli altri esseri, che sembra essere prerogativa dei popoli giovani del Nord che posseggono quanto è necessario per inaugurare una “rigenerazione” civile e morale (“le virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura”, Zib. 115).

 

Oltre “la strage delle illusioni”, oltre il riso illividito di Bruto (un “ridere” per esorcizzare rovine e l’”infinita vanità del tutto”), Leopardi si protende, già “erta la fronte” e “renitente al fato”, nel presagio di nuove consapevolezze ed urgenze sentimentali ed etiche.

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POESIA A RAPALLO –  E’ stata recentemente fondata a Rapallo la Casa della Poesia e ha una degna ubicazione presso l’Excelsior Palace Hotel. Si è realizzato in questo modo il sogno coltivato da lungo tempo dalla poetessa Vivetta Valacca, che ha voluto intitolarla alla memoria dello scrittore Dieter Schlesak ((Sighișoara, 7 agosto 1934 – Camaiore, 29 marzo 2019), già protagonista assieme a Lei di una sorta di laico Cantico dei Cantici (in Luce/Licht, 2018) ed ora eletto a suo Spirito guida in Parafrasi d’amore, pubblicato da Book Editore.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Lucianna Argentino, In canto a te – Recensione di Vincenzo Guarracino

La poesia d’amore fa ritorno alle origini?

La poesia di Lucianna Argentino, nella più recente raccolta In canto a te (Samuele Editore, 2019), delimita un territorio privilegiato, un palcoscenico/isola dove chi parla nel testo plasma una specie di danza iniziatica davanti a una finestra aperta verso un’altra realtà. E’ una retorica dell’amore, quella che qui viene messa in scena: una historia sui, una rappresentazione di sé attraverso il desiderio che parla senza timidezze della propria una liberazione, nel teatro del tempo eppure nell’attimo, senza le inibizioni dell’illusione della memoria, come a dire che l’io non si chiude in uno spazio claustrofobico, in una petrarchesca “cameretta”, ma si pone en plein aire, nel presente, fuori dell’imperfetto come tempo della fascinazione. Si tratta insomma del recupero e della riabilitazione della sensualità, della visceralità come se tutto accadesse senza inibizioni, al finire di un’epoca buia di secca razionalità e limitazioni piccolo borghesi.

È come se l’io scrivesse avendo coperto con la mano il dipinto di Courbet: senza falsi pudori, con la felicità di abbandonarsi a un istante di pura gioia, per esorcizzare nella “santità dell’abbraccio” il baratro del vuoto, il rischio della perdita, che si intravede in ogni storia.

È quello che si fossa nella relazione paradossale eros-thanatos di cui ha parlato Freud che l’ha letto come un evento strutturale di ogni relazione, gioco tra “pulsione di vita” e “pulsione di morte” cui è impossibile sottrarsi. Omnia vincit amor et nos cedamus amori (“L’amore vince tutto, arrendiamoci anche noi all’amore”), insomma, sembra dirci Lucianna col Virgilio della X Bucolica: con disarmante, brutale sincerità (“non mi pento e non mi dolgo / del puro peccato commesso / tra le sue gambe di maschio/ capace di farmi tenera e audace”), denotando una mancanza di complessi nello smascherare i complessi della femminilità riguardo al sesso che nella sua brutalità rivela una nota di candore, in un fatale coinvolgimento, biologico e mentale, dell’essere.

Alcune volte il testo delinea un paesaggio e poi aggiunge una sentenza. Altre volte invece traccia rapidamente un disegno e in qualche modo sibillinamente, dettaglio dopo dettaglio, fa emergere un quadro da cui potrebbe sfociare una verità, una certezza.

Si invoca la giovinezza, che qui è una divinità, si invoca la speranza, si finge l’ingenuità, in “un silenzio da abitare” in religiosa compunzione.

I fili della poesia sono tirati da una mente lucida, ironica, ammirata dal sua stessa danza sul filo di ciò che si dice e di ciò che si tace. Il risultato è un arazzo su cui fiorisce il “mistero” del gioco dei sensi, il sogno di una visione edenicamente “estiva”, una “felice azzurrità estiva e carnale”, spoglia di ogni condizionamento e ogni senso di colpa.

Lucianna Argentino, In canto a te, Samuele Editore, 2019