Luca Raul MARTINI, Tra due stazioni, Terra d’ulivi Edizioni, 2018

Vecchi specchi

 

Questa sia la mia linea                      

prima dello stacco

definitivo che è già

avvenuto

e deve essere solo

ratificato dai dubbiosi

contraenti

È la libertà infatti

come tutti i patti

questa morte

il confine la riva

burocratica

che si apre tra le statue

di angeli d’asfalto

Questa è la mia Maginot

io ti dicevo

soffiando sopra

i vecchi specchi

e poi sparivo piano

nel panico di un metro

di distanza

Me lo hai insegnato tu stesso

indicandomi i disegni

di un libro di scuola

in che buche vivevano una volta

i soldati

e un po’ più avanti

mi avevi elencato

tutti gli eroi i morti

la mitologia

inutile e astrusa del Valhalla

Io ora ti ascolto

stanco in una domenica

assolata in un vecchio

ristorante

io stesso un vecchio

io come per beffa trasformato

in anziano notaio

e aspetto ancora che gli dei

o perlomeno i santi

tornino dalla toilette

del fondo sala

e che il tempo dia uno strappo

perché io possa slegarmi da te

più forte e amorevole

di quando mi tendevi la mano

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Balbettìo prima dello stupore muto

Balbettìo prima dello stupore muto                                                        

 

una rilucenza è l’aria

fuga di nuvole    seccume d’erba

a implorare le coppe del cielo

una grotta carsica

capovolta in campanile-sfida

a squarciare l’azzurro

 

inciampo di piccole case bianche

con le nostre piccole vite

fiori di droga triste

sui fianchi di monti-sentinella

come visi oscurati    senza sguardo

 

un presagio di    lampi è l’aria

suoni secchi di grandine

già vicino l’autunno    il cuore stanco

il lago assetato

 

correnti pellegrine

soffiano piano sui rami

lanciano in alto note d’arpa

perché prendano consistenza

i fili che tengono fisse le stelle

 

noi siamo a valle

sedimenti del tempo    soffi di voce

i tetti vibrano appena

all’ombra di chiome rosse

(ma noi abbiamo il potere

di riscaldare l’aria con l’amore

fino a calor bianco)

e questa luce

che sommerge d’ipercromia

e il nitore di neve sulle cime

fremito d’angeli nascosti

mentre gli alberi tengono il conto dei giorni

ecco un oggi-frutto    un domani-gemma

i tanti ieri-foglie cadute

(le nervature replicheranno in terra

il loro stampo invisibile)

 

mentre arrossa la montagna

batte il cuore del mondo

l’aria schiumeggia nel torrente

sembra dipinta

  (da Tre valli, uno sguardo, di Elio Scarciglia, Terra d’ulivi Edizioni, 2016)

Eleonora RIMOLO, LA TERRA ORIGINALE, LietoColle, 2018

“Una tensione lucida e stringente pervade l’intera raccolta, che si dà come un canzoniere di alta concentrazione emotiva. Pensieri e immagini hanno una loro forza scontrosa e selvatica, a volte brutale (…) affondata nella materia delle cose del mondo, nella loro ctonia sostanza, ma con strappi improvvisi che sempre rilanciano verso l’alto, e hanno l’irruenza gratuita di uno slancio, di una scoperta improvvisa (…)

Eleonora Rimolo ha qualcosa di fatale e di indocile, di buio e di mortale, e insieme di intimamente luminoso, in cui è come racchiuso il senso profondo della vita, del suo ardore enigmatico e sovrano.”

(dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia)

 

I maestri insegnano in silenzio

quando la sera viola svuotata

rincorre tra le nuvole lo spazio

sporco delle rotaie e dietro siede

il nemico, ed io prego che resti

per riscrivere le lezioni perdute,

per il lupo che divora in tutte

le direzioni raggiunto dalla fame,

perseguitato dalla pulce, sconfitto

da un timido sonno straniero.

 

***

 

Sul delta della tua mano dove il sole

è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi ti chiedo come perdutamente aggiungi

amore alla sottrazione, perché non inchiodi

la penna alla cornice mentre inghiottiti

dai dubbi pensiamo alla fatica come

condanna e la sfinge pretende una soluzione,

uno sforzo che mai si cheta

e ci divide, strappando dal tuo occhio

con morsi insaziati il vizio di brillare.

 

***

 

Perché i giorni dobbiamo viverli tutti

anche quelli in cui ci si chiede

cosa ci faccio qui, adesso?

e poi una sera finalmente la senti

anche tu questa sete

che ha martoriato i campi:

ora puoi berne, puoi bere

stanotte ogni nostro

imperativo senza temere

l’aceto, davvero ogni cosa

secondo natura, tesa

alla vertigine carezzata

dalla benedetta salvezza.

 

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno.

Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi) e Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva).

Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio Ossi di seppia (Taggia, 2017).

È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.