Guarracinismi tra antico e odierno

ALFABETO LEOPARDIANO – AMORE – È una battaglia, l’Amore: una battaglia da cui si esce, se non sempre sconfitti, almeno provati in maniera lacerante (“Tornami a mente il dì che la battaglia / d’amor sentii la prima volta, e dissi: / oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”, Il primo amore). Leopardi, fin dal principio, di questo è assolutamente convinto e anzi pone questa prova alla base stessa della propria maturazione così come di quella di ogni individuo. “Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l’opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita” (Pensieri, LXXXII): ecco dunque svelata a chiare lettere la visione che il poeta ne ha maturata: una visione drammatica che, dacché ne ha sentito impresso nel suo fianco lo “strale”, gli ha insegnato a considerare questo dio un “Dominatore” terribile ancorché “dolcissimo”, al quale poter opporre nient’altro che un eroismo velleitario e disperato (“Me certo troverai, qual si sia l’ora / che tu le penne al mio pregar dispieghi, / erta la fronte, armato, / e renitente al fato…”, Amore e Morte). In un mondo, dunque, di gente “codarda” e adusa solo a meschine occupazioni e soddisfazioni, il poeta elegge a propria musa un sentimento incolmabile dell’esistenza, un desiderio dell’infinito, pronunciando, all’indirizzo di un’Entità gelida e distante, irraggiungibile (Silvia, Nerina, Aspasia che sia), allocuzioni che ai più appaiono insensate e deliranti: un desiderio che gli fa porre domande destinate a restare senza risposta, sperimentando ad ogni passo, ad ogni parola, l’amaro piacere di una condizione che è insieme di condanna e di elezione. Lo aveva già molto chiaro tutto questo, fin dall’inizio, Leopardi: lo aveva chiaro almeno fin da quando aveva annotato nel Diario del primo amore che solo con la scrittura, poetica o filosofica che fosse, avrebbe potuto soddisfare questa sua sete inestinguibile (“Non potendo dirlo altrimenti che con lo scrivere, l’ho scritto…”). È un destino, dunque, quello che così si disegna attraverso la parola davvero straordinario: il destino di un’esperienza, per il suo autore, apparentemente in perdita e durissima, ma per noi tale da segnarsi, entro l’”amorosa idea”, come un acquisto capitale che può insegnarci a sopravvivere al mortale “incanto” di Medusa.

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POESIA – “La luce del mattino. / Il silenzio della sera. / Sta la mia attesa / stesa sull’inganno del giorno / come la tenda di un nomade / che vive di miraggi” (Fabia Baldi, Come un’ala di rondine, Il Convivio Editore 2020)

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“MEDITERRANEA” –PROPOSTA PER UN’ARTE NUOVA –  La definiamo “Mediterranea” perché è un’arte intrisa di odori, sapori e profumi di una natura generosa esposta ad un mare antico senza tempo e attraversata da uno sfrascare felice di venti e da un sotterraneo, incessante lavorio di radici e insetti, ma anche ferita dal tuonare sordo delle armi e della violenza: un’arte insomma che sta tra terra e cielo, tra acque e pietre e radicata nella vita e nelle sue disarmonie e da questa protesa nel sogno, nell’utopia.

È da questa sua collocazione che deriva i suoi caratteri: realistica e al tempo stesso favolosa, a tratti perfino onirica e fanciullesca, misteriosa e serena, ma che non si volta mai indietro e per questo mai nostalgica, specchiandosi nel mito pur senza innamorarsene come Narciso.

A parlare di mito, due figure, Orfeo ed Euridice, ne sono, nel bene e nel male, il paradigma essenziale: il primo con la sua capacità di dire e di commuovere, oltre i limiti e il visibile; la seconda con la naturale dolcezza dei suoi incantamenti; entrambi con la determinazione ad affrontare, uniti dall’amore, il difficile viaggio della vita, dalle tenebre alla luce, a costo anche della perdita.

Racconto e sogno, figurazione dell’invisibile mondo dell’anima o grido lacerante di dolore e disperazione per i disastri della storia, senza sottrarsi all’espressione anche dello sdegno, ove necessario: è questo che vuole comunicare, costruendo sul filo dell’allegoria universi arbitrari e paralleli, in sé conclusi, spazi dove tutto è possibile, nelle cui scenografie entrano ed escono storie, frammenti e personaggi conosciuti della vita quotidiana, governate dall’abile regia della fantasia che le fa emergere di volta in volta come narrazione, come danza o teatro di un’idea, sempre, nella loro totalità, come pittura.

Perché è sempre la pittura che vince: l’opera non è uno specchio del mondo, ma il mondo che attraverso il suo linguaggio si rivela e che dà ad ognuno il senso del suo essere in un infinito appressamento, rincorrendo e ripercorrendo la grande avventura dell’invenzione senza mai essere uguale a se stessa.

Ammantati da un alone di mistero, da un fascino di volta in volta festoso, ambiguo e barocco, da sogno, i fantasmi che ne nascono comunicano ciascuno una propria e peculiare visione del mondo dai multipli valori espressivi e concettuali, ma con un comune denominatore che è la volontà di dire e affascinare, attraverso un uso sapiente del colore e del segno, in uno spazio dove il tempo si scrive come misura dell’essere e insieme come dimensione in cui pensiero intuitivo e realtà, coscienza e fenomeno, s’incontrano e fioriscono nella calligrafia di un destino di miracoloso equilibrio e armonia.

È dentro questi parametri che si inscrive il mondo degli artisti disposti mettersi in gioco, ognuno con il suo immaginario unico e al tempo stesso plurale, come soggetto di un’infinita citazione di se stesso, inassimilabile ad altro ordine che non sia quello di un’identica esigenza fantastica ed espressiva, prima ancora che conoscitiva.

È a questi che si lancia qui una proposta e una sfida: che vengano e saranno accolti!

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

LEOPARDI E LA SCOMMESSA DELLA MODERNITA’ – RILEGGENDO IL DISCORSO “SOPRA I COSTUMI DEGL’ITALIANI

 

Gli Italiani, qualunque sia la classe di appartenenza, alle “classi superiori” non meno che al “popolaccio”, sono oggi i più cinici del mondo: “ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione”.

Privi di amor proprio e di orgoglio nazionale, “passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue”, presi a combattersi l’un l’altro, in una sorta di bellum omnium contra omnes: questo perché ognuno, trincerato nel suo individualismo, per non essere travolto e oppresso, deve imparare a difendersi e combattere.

Cinismo, disprezzo, indifferenza, superficialità, inettitudine, dissimulazione: qualità, queste ed altre, da “paese senza”, non di un popolo che voglia essere “nazione” o “patria”, conseguenze della mancanza di una “società stretta”, di “un commercio più intimo degl’individui fra loro” e della carenza di ogni spinta ideale e di un’etica civile capace di legare l’individuo alla collettività, sottraendolo al rischio della “misantropia” e alla coltivazione del suo “pestifero” particulare di guicciardiniana memoria.

 

È Leopardi a dire questo ed è bene non sottovalutarlo: tanto più sapendo che proprio nel ‘24, l’anno del Discorso sopra i costumi degl’Italiani (“acutissimo, tumultuoso e spesso paradossale”, l’ha definito Walter Binni), da cui il giudizio è estrapolato, è immerso, da “Eremita degli Appennini”, tra Operette morali e Zibaldone, nel perseguimento di una sua essenziale battaglia di verità, condotta per via fantastica e insieme riflessiva; e che il deserto e la “ruina immensa” del mondo circostante, la vita come desolante “serraglio di disperati” (come lo definirà nel Frammento sul suicidio, 1832), si applica eroicamente ad esplorarli ed esorcizzarli attraverso una scrittura, di volta in volta analitica ed appassionata, gelida e tagliente ma anche calda ed effusiva, incurante di abbellimenti e “cerimonie”, per corrispondere solo ai moti del “sentimento”.

 

Una battaglia di “verità”, un impegno di “civiltà”, per un “risorgimento” dalla “barbarie”, per contrastare “ragione geometrica”, “cinismo”, “strage delle illusioni”, con le armi di una corrosiva lucidità: davvero un “angelo” dalla spada sguainata, il Leopardi del Discorso, “chiuso nella sua corazza” di intelligenza, come lo vedrà Walter Benjamin in una celebre pagina sui Pensieri.

Lucido e impietoso, disincantato, il ritratto che ne emerge degli Italiani, nel progressivo crepuscolo di ogni illusione e grandezza, con sullo sfondo le “altre nazioni” europee con “più vita” e con “più società” rispetto all’Italia, istituendo con esse una sorta di confronto-scontro antropologico.

Lucidamente polemico, ma non da non lasciare intravedere dietro la diagnosi dura e spassionata, assieme a una nostalgia di verginità, un lievito diverso, una sollecitudine drammaticamente moderna per la “patria infelice”, proprio mentre si sofferma sgomento di fronte alla “strage delle illusioni”, destinata a riecheggiare lividamente nel “silenzio nudo” del coevo Cantico del gallo silvestre, metafora assoluta dell’”arcano mirabile e spaventoso” dell’esistenza ma anche emblema del deserto morale e culturale dell’Italia.

 

Di contro a un deserto senza consolazione, un “secol morto”, un “secol di fango” oppresso da una greve “nebbia di tedio”, da inguaribile “mediocrità”, di un’Italia di cui forse davvero è meglio “ridersi” come fanno gli stessi Italiani, sta il paradosso di un fantasma di “modernità”, che da qui aleggia e si protende sulla storia, disegnando una sorta di diagramma dell’ineluttabile marcia della civiltà dal Meridione ai paesi del nord dell’Europa, come in una sorta di materialismo dialettico, in nome della “superiorità della loro immaginazione”, con l’Italia confinata in condizioni di oggettiva inferiorità civile non meno che culturale.

 

Al di là della discutibile conclusione, resta la novità, la parte teoricamente più originale del Discorso e l’attualità di questo Leopardi: nella scommessa sulla “modernità”, un fatto che ha i tratti della necessità di una nuova eticità, di una nuova “scienza dell’uomo”, intesa come nuovo modo di porsi di fronte alla vita con la consapevolezza della piccolezza e finitudine umana e insieme l’esigenza di un modo diverso di stare insieme con gli altri esseri, che sembra essere prerogativa dei popoli giovani del Nord che posseggono quanto è necessario per inaugurare una “rigenerazione” civile e morale (“le virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura”, Zib. 115).

 

Oltre “la strage delle illusioni”, oltre il riso illividito di Bruto (un “ridere” per esorcizzare rovine e l’”infinita vanità del tutto”), Leopardi si protende, già “erta la fronte” e “renitente al fato”, nel presagio di nuove consapevolezze ed urgenze sentimentali ed etiche.

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POESIA A RAPALLO –  E’ stata recentemente fondata a Rapallo la Casa della Poesia e ha una degna ubicazione presso l’Excelsior Palace Hotel. Si è realizzato in questo modo il sogno coltivato da lungo tempo dalla poetessa Vivetta Valacca, che ha voluto intitolarla alla memoria dello scrittore Dieter Schlesak ((Sighișoara, 7 agosto 1934 – Camaiore, 29 marzo 2019), già protagonista assieme a Lei di una sorta di laico Cantico dei Cantici (in Luce/Licht, 2018) ed ora eletto a suo Spirito guida in Parafrasi d’amore, pubblicato da Book Editore.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

ASPETTANDO IL NATALE

… CON LEOPARDI –  “Degli orientali Regi a umil cappanna /La venuta deh canta, o sacra Musa, /Che con celeste, armoniosa cetra /Estro divino inspiri, a cui non cinge /Passibil serto di caduchi allori /Nel favoloso Pindo il nobil capo; /Canta tu ancor de’ miseri Bambini / L’orribile, e crudel barbaro eccidio…” Chi potrebbe immaginare che questi siano versi di Giacomo Leopardi, di un Leopardi undicenne, di “un Leopardi prima di Leopardi”, come l’aveva definito Iris Origo? Ebbene sì, sono l’attacco del I dei 3 canti di cui si compone un poemetto in versi sciolti, intitolato I Re Magi, intriso di insospettabile fervore devozionale, notevole per il suo singolare valore documentario e autobiografico.

Per il Natale del 1809, Leopardi lo compose, assieme alla “Canzonetta Per il Santo Natale”, quattro quartine doppie di settenari sciolti, un breve brano di prosa: “I Pastori, che scambievolmente s’invitano per adorare il nato bambino”, facendone dono ai genitori.

Nessuna meraviglia per i motivi ispiratori di quest’opera; si tratta di argomenti sacri ma ammantati di atmosfere quasi fiabesche in cui il bambino Giacomo, come scrive Maria Corti “s’immerge, con cerimoniosa effervescenza, talora con grazia ingenua e infantile, come se il ragazzo fosse di fronte a una bella e illustre favola, che lo attrae e invita a scrivere”.

Un componimento che, se non raffigura a pieno la grandezza della sua futura poesia, attesta, però, un’eccezionale capacità all’ acquisizione dei modelli della tradizione culturale con una padronanza sorprendente per quell’età e una facilità di mezzi espressivi frutto di un meditato esercizio di personale trasfigurazione letteraria di accadimenti e situazioni fantastici e reali. “Segnali della predestinazione alla poesia”, come li giudica Maria Corti, e come tali con estrema discrezione vanno indagati, evitando il condizionamento del continuo giudizio comparativo nei riguardi della grande sua poesia, operazione che sarebbe antistorica e impietosa.

Una riflessione, almeno, quest’attacco la merita e ci porta alla nostra realtà più drammatica, alle soglie del nostro Natale: la visione dei “crudele barbaro eccidio” di Bambini cui anche noi spesso, troppo spesso assistiamo…

 

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 … CON CHARLES DICKENS – Canto di Natale, romanzo breve di Charles Dickens (Portsmouth, 1812 – Higham, 1870), pubblicato per la prima volta nel 1843, è probabilmente la storia natalizia più bella di sempre. Con al centro il personaggio Ebenezer Scrooge, che impersona l’avidità e l’indifferenza delle classi più abbienti nei confronti dei meno fortunati, il racconto mostra con durezza gli effetti devastanti della povertà e l’enorme divario tra ricchi e poveri, piaghe diffusissime nell’Inghilterra vittoriana. E con un implicito giudizio di devastante tragicità: che i poveri hanno la colpa di non essersi impegnati abbastanza per affrancarsi dal proprio stato e che per questo non meritano sostegno e sono anzi guardati con malcelato disprezzo.

 

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… CON PRUDENZIO – OCCIDUNTUR INFANTES IN BETHLEM – “Inpius innumeris infantum caedibus hostis / perfurit Herodes, dum Christum quaerit in illis. / Fumant lacteolo parvorum sanguine cunae / vulneribusque madent calidis pia pectora matrum” (“Empio…con stragi infinite d’infanti  empio, il nemico / Erode ovunque infuria, tra lor Cristo  cercando; / fumano le culle del loro sangue  dolcebianco di teneri lattanti / e delle calde ferite son madidi / i seni delle madri piene d’amore”, I BAMBINI VENGONO UCCISI A BETLEMME, dal DITTOCHAEON, XXIX, trad. di Nina Nasilli, Book Editore 2018)

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

SQUALO – [dal lat. squalus, per indicare “il nome di vari pesci cartilaginei a corpo tipicamente fusiforme, con fenditure branchiali ai lati, di solito predatori, con bocca arcuata, generalmente ventrale e munita per lo più di numerosi denti aguzzi”]  –

Protagonisti  del gran movimento nell’universo acqueo d’oggidì, assieme alle Sardine (o sardelle, che dir si voglia: una celebre “villanella” napoletana del ‘500, riportata in auge negli anni ‘70 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, ne chiama in causa una, vezzosa e corteggiata da un pesce dal nome suggestivo…), gli Squali, il cui nome lascia indovinare fattezze e attitudini, sociali e  morali, tutt’altro che gradevoli e rassicuranti: più ancora che del Dizionario Treccani, per capirne la qualità occorre fidarsi soprattutto dell’etimologia. Squalo, infatti, deriva dall’accad. Sahu, “essere vorace e immondo, porco”, in senso letterale e figurato (cfr. G.Semeraro, Le origini della cultura europea, vol.II), e da esso discendono il verbo latino squaleo, “essere ricoperto di placche, di scrofulae” e l’aggettivo squalidus, “rozzo, sporco, squallido” (così , in Plauto, Truculentus, 923, e in Terenzio, Eunuchus, 236): da qui ad indicare anche “una fauna di politici rabbiosi, gretti e urticanti”, come efficacemente il mio amico Stefano Santisi, il passo è veramente breve.

 

LEONARDO E IL MONDO DEI PESCI –“Sendo l’ostriga insieme colli al[tri] pesci in casa del pescatore scaricata vicino al mare, priega il ratto che al mare la conduca. Il ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire e mordendola, questa li serra la testa e sì lo ferma. Viene la gatta e l’uccide”.

“La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci” (dalle Favole)

 

MERRY CHRISTMAS – L’ingegnere britannico Neil Papworth il 3 dicembre 1992 inviò il primo SMS della storia da un computer a un cellulare sulla rete GSM Vodafone: il testo del messaggio era “MERRY CHRISTMAS”. Il primo SMS da cellulare a cellulare invece venne inviato all’inizio del 1993 da uno stagista della Nokia.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

SARDINA – [lat. sardĭna, diminutivo di sarda] – specie marina gregaria, dall’indole combattiva, che vive sempre in banchi, dal corpo compresso e dal colore azzurro-argenteo, adusa a trovarsi nei pressi delle coste – per comprenderne la natura, più che all’etimologia del termine specifico, che lo farebbe derivare da Sardegna, isola sinonimo in antico di aria malsana (cfr. M.Cortelazzo-P.Zoli, Diz.Etimologico della Lingua Italiana), occorre rifarsi più in generale allo stretto simbolismo spirituale del genere PESCE, che lo vede nave mistica della vita (M.Schneider) e simbolo di vitalità, di rigenerazione e fecondità.

INFINITO (alla spagnola)Tra le tante, troppe carte che si accumulano e soffocano tavoli e scaffali di uno studio, ecco a volte qualche sorpresa, insperata meravigliosa sorpresa: pepite d’oro da brughiere di polvere e tempo. Un foglietto di dimensioni assolutamente normali, formato quadrotta, su carta intestata e recante assieme a un testo il rapido schizzo di un paesaggio, un profilo puntuto di case e torri. “L’Infinito. Recanati 1819. Primo autografo dell’Infinito (Dagli autografi napoletani)”, avverte la scritta in alto sul margine destro, e in fondo una firma, Rafael Alberti, con una data a circoscrivere e dettagliare contenuto ed autore del testo, che altro non è se non una traduzione, quella del più celebre degli idilli leopardiani, “L’infinito”, appunto, composto nel 1819 e noto per almeno cinque versioni, prima della definitiva napoletana del ‘35. Me ne ero dimenticato, di questo prezioso cimelio, ma il rivederlo mi ha fatto ritornare in mente, come una proustiana madeleine, l’occasione in cui l’ho ricevuto e gli antichi rapporti che una trentina d’anni addietro avevo fugacemente intrattenuto con il grande poeta spagnolo, scomparso nel 1999.

A farmene omaggio era stato nel ’94 il professor Ermanno Carini, bibliotecario del Centro Studi Leopardiani di Recanati. All’epoca stavo compilando un’impresa ciclopica, quella di rintracciare tra poeti, critici e filosofi di un secolo e mezzo di storie letterarie le tracce dell’idillio leopardiano, impresa approdata poi in due libri, Il verso all’infinito (Marsilio, 1999) e Interminati spazi sovrumani silenzi (Stamperia dell’Arancio, 2001), e la testimonianza di un amore per Leopardi in un poeta così distante da lui per temperamento e intenzioni mi era sembrata oltremodo significativa, un elemento almeno che in qualche modo dava una giustificazione a un mio giovanile invaghimento per la poesia spagnola, per Garcìa Lorca in particolare e per Alberti, di cui conoscevo alcuni testi attraverso traduzioni celebri (Bo, Luraghi, Macrì, Puccini e soprattutto Bodini). Un invaghimento che mi aveva persino portato a tentare un approccio, negli anni ‘70, con Alberti, all’epoca residente a Roma, di cui era noto l’impegno civile che lo aveva reso un mito agli occhi di una generazione come la mia sensibile a certi valori. Gli avevo dunque scritto e Lui mi aveva risposto, inviandomi una sua “liricografia”, un testo poetico dipinto, inneggiante visivamente alla pace e alla poesia, sotto le ali di una molto picassiana colomba. Ultimo rappresentante della mitica “Generazione del ‘27”, quella per intenderci che comprende tra gli altri, assieme a Garcìa Lorca, Guillén, Salinas, Cernuda e Aleixandre, Alberti incarnava una visione della poesia equamente divisa tra amore terreno e carnale e senso dell’infinito, inscritto quest’ultimo in straordinarie visioni marine (Marinero en tierra, marinaio a terra, è il titolo della sua prima raccolta, 1924), con la pittura a far da essenziale collante espressivo (“Pintar la Poesia / con el pincel de la Pintura”, era uno dei suoi motti). Forse era logico, proprio per questa tensione a dimensioni sconfinate, che si incontrasse con Leopardi, così come è avvenuto nella traduzione a fianco riportata e cui la didascalia (“1° borrador”, il primo abbozzo) sembra dare il valore di una promessa di altre e successive frequentazioni, ancora più significativa per il fatto di essere all’epoca della data (“Recanati, 24 enero 1963”) il primo approccio fisico con l’Italia delle sue radici (entrambi i nonni erano toscani), in una vita di esilio e inquiete peregrinazioni, a partire dagli anni della guerra civile e dalla vittoria del franchismo. Non mi risulta che la promessa abbia avuto un seguito ma certo è che il reperto appare, oltre che una sorta di evocazione del genius loci della lirica italiana moderna, il luminoso tributo a una terra, dove il poeta vivrà per molti anni circondato da amici ed estimatori (tra i tanti, Ungaretti, Pasolini, Gatto, Carlo Levi e buon ultimo Sebastiano Grasso, traduttore delle Canzoni per Aldair, ES, Milano 2002).

E veniamo al testo in questione, ossia la traduzione della lirica leopardiana del 1819 (incidentalmente val la pena ricordare che anche un altro poeta spagnolo, il già citato Jorge Guillén si era rivolto allo stesso testo con una sua singolare interpretazione, in La ciudad comovedora, 1964). Vergato in grafia rapida ed elegante, lo scritto rivela una necessità espressiva, quasi un’aderenza e identificazione col modello, resa evidente, oltre che da una quasi totale interlinearità della traduzione, dagli scarsi ripensamenti testuali, ove si eccettui un’unica variante tra i versi 13 e 14. Non c’è infatti traccia significativa di “interpretazione”, se non la scelta di qualche termine particolare e il movimento stesso della scrittura rispetta, anche negli accapo, l’onda del pensiero del Recanatese e il testo nuovo rinnova, in altra lingua, la voce dell’antico, rispettandone ritmo e scansione melodica, facilitato evidentemente anche da un’attitudine musicale della lingua del traduttore e della sua peculiare espressività. Pure, almeno due passaggi, il verso 2 e il già citato tra i versi 13 e 14, e l’uso al verso 9 di un verbo (“crujir”) e di un sostantivo (“espesura”), meritano di essere per un attimo segnalati e discussi: il primo perché, modificando l’indeterminatezza del v.2 in un’azione concreta (“mirar”, “guardare”) e eliminando l’enjambement tra i vv.13-14 (“tra questa / immensità s’annega…”), impoverisce il testo leopardiano sottraendogli l’abissale radicalità della sua visione; il secondo, perché rende lo “stormir” del vento in un più fastidioso crujir, per giunta attraverso una cortina, espesura, che riduce la quinta d’alberi e verde del paesaggio a una ben più modesta e opprimente barriera.

VENEZIA – “I poeti sono come Venezia / che non trova il modo / una legge o una giustificazione / per non affondare / Ma tutti / tutti la vogliono salvare” (Carlo Marcello Conti, Telemaco-Bintar, 2018)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

SCORTA – Accompagnamento di un personaggio di riguardo, azione di protezione o sorveglianza contro una minaccia o un pericolo: utile, necessario (vedi il caso della senatrice a vita Liliana Segre) ma preoccupante, se è vero che uno Stato è costretto a studiare ed attuare provvedimenti a tutela dell’incolumità di Gente Onesta, che ha già abbondantemente pagato il proprio scotto alla vita

 

LIVELLAMENTO Noi e gli Altri – “Io sono convinto, come qualcuno ha affermato, che gli italiani non siano antisemiti; semplicemente non interessa loro degli ebrei e della Shoah più di altre religioni, storie e stermini, perché semplicemente non interessa neppure della loro; il sottile ed egualitario processo di livellamento educativo ha funzionato”: oggi come ieri, un’affermazione, questa di Gianfranco Lauretano (in Il Sussidiario.net, 11.11.2019), degna del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1824)

 

CULTURA DI MASSA? – “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli” (Umberto Eco)

 

SENTENZA CON ARCAISMO – “Nelle faccende d’amore, ove /si perde quel che non si prende, / quando secco è l’ardore e solo / il desiderio è verde, poca è / la fiamma e tanto invece il fummo” (Federico Roncoroni, da Nella deriva del tempo)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

ODIUM – Odio, “principio distruggente e mortale” (Leopardi, Zibaldone 59) – dal verbo latino Odi, odisse, perfetto, mai presente (forse dall’ebraico oz, “collera, risentimento, malevolenza”):  come dire nutrire e manifestare un’avversione antica, mai elaborata e superata, giusto come definiva questo sentimento Brunetto Latini, il Maestro di Dante (“Odio non è se no ira inveterata”, av.1294): un’intolleranza che ha radici che affondano in meandri della coscienza oscuri, incontrollabili, di cui è difficile se non impossibile riconoscere le cause, se non in un’assurda ignoranza.

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GUERINO GALZERANO –  Un genio creativo e ribelle che non sapeva di esserlo, Guerino Galzerano. Contadino, bracciante, operaio dalla vita tormentate, ha riempito il suo paese d’origine, Castelnuovo Cilento (Salerno), di mosaici, strutture di ciottoli e pietre che rendono gli spazi dei luoghi unici e incantati, da fiaba.

Nato nel 1922 e morto a 80 anni nel 2002, l’artista cilentano, incompreso dai più, ha impresso alle sue opere uno stile unico, ricoprendo ogni cosa con migliaia di pietre e ciottoli che ogni giorno portava dal mare o raccoglieva nel fiume.

Tra le sue opere, forse la più particolare, è la sua tomba realizzata nel cimitero del paese come un monumento storico, una cappella in cui ha costruito croci di ciottoli e attrezzi del suo lavoro, con tre lapidi.

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ALDA MERINI AL GRECHETTO – Alda Merini è tra le poetesse italiane del ‘900 forse la più amata, perché ha saputo sublimare la sua dolorosa esperienza biografica in poesia pura, incantando critici e lettori.
Una vita, la sua, appassionante e appassionata, drammatica ed eccezionale: il precoce talento e la frequentazione fin da giovanissima dei maggiori intellettuali, la malattia mentale e i ricoveri in manicomio, i due matrimoni e i grandi amori, la celebrità arrivata tardi, il quartiere-mondo dei Navigli a Milano.
Ora, a 10 anni dalla sua scomparsa, una biografia la ricorda e ne è autrice una scrittrice d’eccezione sua figlia Emanuela, che in Alda Merini mia madre edito da Piero Manni, Emanuela, ne ricostruisce la storia, e la racconta nella quotidianità e nella dimensione domestica, con la sua generosità e le sue eccentricità; e nelle vicende letterarie ed editoriali, fatte di anni di silenzio e altri di successo.
Viene fuori un ritratto franco e intenso di una donna, una mamma, un’artista che, pur tra mille momenti bui, non si è mai data per vinta

Giovedì, 7 novembre, Sala del Grechetto – Biblioteca Sormani (Intervengono Ambrogio Borsani e Alberto Casiraghy)

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.