Guarracinismi tra antico e odierno

SQUALO – [dal lat. squalus, per indicare “il nome di vari pesci cartilaginei a corpo tipicamente fusiforme, con fenditure branchiali ai lati, di solito predatori, con bocca arcuata, generalmente ventrale e munita per lo più di numerosi denti aguzzi”]  –

Protagonisti  del gran movimento nell’universo acqueo d’oggidì, assieme alle Sardine (o sardelle, che dir si voglia: una celebre “villanella” napoletana del ‘500, riportata in auge negli anni ‘70 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, ne chiama in causa una, vezzosa e corteggiata da un pesce dal nome suggestivo…), gli Squali, il cui nome lascia indovinare fattezze e attitudini, sociali e  morali, tutt’altro che gradevoli e rassicuranti: più ancora che del Dizionario Treccani, per capirne la qualità occorre fidarsi soprattutto dell’etimologia. Squalo, infatti, deriva dall’accad. Sahu, “essere vorace e immondo, porco”, in senso letterale e figurato (cfr. G.Semeraro, Le origini della cultura europea, vol.II), e da esso discendono il verbo latino squaleo, “essere ricoperto di placche, di scrofulae” e l’aggettivo squalidus, “rozzo, sporco, squallido” (così , in Plauto, Truculentus, 923, e in Terenzio, Eunuchus, 236): da qui ad indicare anche “una fauna di politici rabbiosi, gretti e urticanti”, come efficacemente il mio amico Stefano Santisi, il passo è veramente breve.

 

LEONARDO E IL MONDO DEI PESCI –“Sendo l’ostriga insieme colli al[tri] pesci in casa del pescatore scaricata vicino al mare, priega il ratto che al mare la conduca. Il ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire e mordendola, questa li serra la testa e sì lo ferma. Viene la gatta e l’uccide”.

“La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci” (dalle Favole)

 

MERRY CHRISTMAS – L’ingegnere britannico Neil Papworth il 3 dicembre 1992 inviò il primo SMS della storia da un computer a un cellulare sulla rete GSM Vodafone: il testo del messaggio era “MERRY CHRISTMAS”. Il primo SMS da cellulare a cellulare invece venne inviato all’inizio del 1993 da uno stagista della Nokia.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

SARDINA – [lat. sardĭna, diminutivo di sarda] – specie marina gregaria, dall’indole combattiva, che vive sempre in banchi, dal corpo compresso e dal colore azzurro-argenteo, adusa a trovarsi nei pressi delle coste – per comprenderne la natura, più che all’etimologia del termine specifico, che lo farebbe derivare da Sardegna, isola sinonimo in antico di aria malsana (cfr. M.Cortelazzo-P.Zoli, Diz.Etimologico della Lingua Italiana), occorre rifarsi più in generale allo stretto simbolismo spirituale del genere PESCE, che lo vede nave mistica della vita (M.Schneider) e simbolo di vitalità, di rigenerazione e fecondità.

INFINITO (alla spagnola)Tra le tante, troppe carte che si accumulano e soffocano tavoli e scaffali di uno studio, ecco a volte qualche sorpresa, insperata meravigliosa sorpresa: pepite d’oro da brughiere di polvere e tempo. Un foglietto di dimensioni assolutamente normali, formato quadrotta, su carta intestata e recante assieme a un testo il rapido schizzo di un paesaggio, un profilo puntuto di case e torri. “L’Infinito. Recanati 1819. Primo autografo dell’Infinito (Dagli autografi napoletani)”, avverte la scritta in alto sul margine destro, e in fondo una firma, Rafael Alberti, con una data a circoscrivere e dettagliare contenuto ed autore del testo, che altro non è se non una traduzione, quella del più celebre degli idilli leopardiani, “L’infinito”, appunto, composto nel 1819 e noto per almeno cinque versioni, prima della definitiva napoletana del ‘35. Me ne ero dimenticato, di questo prezioso cimelio, ma il rivederlo mi ha fatto ritornare in mente, come una proustiana madeleine, l’occasione in cui l’ho ricevuto e gli antichi rapporti che una trentina d’anni addietro avevo fugacemente intrattenuto con il grande poeta spagnolo, scomparso nel 1999.

A farmene omaggio era stato nel ’94 il professor Ermanno Carini, bibliotecario del Centro Studi Leopardiani di Recanati. All’epoca stavo compilando un’impresa ciclopica, quella di rintracciare tra poeti, critici e filosofi di un secolo e mezzo di storie letterarie le tracce dell’idillio leopardiano, impresa approdata poi in due libri, Il verso all’infinito (Marsilio, 1999) e Interminati spazi sovrumani silenzi (Stamperia dell’Arancio, 2001), e la testimonianza di un amore per Leopardi in un poeta così distante da lui per temperamento e intenzioni mi era sembrata oltremodo significativa, un elemento almeno che in qualche modo dava una giustificazione a un mio giovanile invaghimento per la poesia spagnola, per Garcìa Lorca in particolare e per Alberti, di cui conoscevo alcuni testi attraverso traduzioni celebri (Bo, Luraghi, Macrì, Puccini e soprattutto Bodini). Un invaghimento che mi aveva persino portato a tentare un approccio, negli anni ‘70, con Alberti, all’epoca residente a Roma, di cui era noto l’impegno civile che lo aveva reso un mito agli occhi di una generazione come la mia sensibile a certi valori. Gli avevo dunque scritto e Lui mi aveva risposto, inviandomi una sua “liricografia”, un testo poetico dipinto, inneggiante visivamente alla pace e alla poesia, sotto le ali di una molto picassiana colomba. Ultimo rappresentante della mitica “Generazione del ‘27”, quella per intenderci che comprende tra gli altri, assieme a Garcìa Lorca, Guillén, Salinas, Cernuda e Aleixandre, Alberti incarnava una visione della poesia equamente divisa tra amore terreno e carnale e senso dell’infinito, inscritto quest’ultimo in straordinarie visioni marine (Marinero en tierra, marinaio a terra, è il titolo della sua prima raccolta, 1924), con la pittura a far da essenziale collante espressivo (“Pintar la Poesia / con el pincel de la Pintura”, era uno dei suoi motti). Forse era logico, proprio per questa tensione a dimensioni sconfinate, che si incontrasse con Leopardi, così come è avvenuto nella traduzione a fianco riportata e cui la didascalia (“1° borrador”, il primo abbozzo) sembra dare il valore di una promessa di altre e successive frequentazioni, ancora più significativa per il fatto di essere all’epoca della data (“Recanati, 24 enero 1963”) il primo approccio fisico con l’Italia delle sue radici (entrambi i nonni erano toscani), in una vita di esilio e inquiete peregrinazioni, a partire dagli anni della guerra civile e dalla vittoria del franchismo. Non mi risulta che la promessa abbia avuto un seguito ma certo è che il reperto appare, oltre che una sorta di evocazione del genius loci della lirica italiana moderna, il luminoso tributo a una terra, dove il poeta vivrà per molti anni circondato da amici ed estimatori (tra i tanti, Ungaretti, Pasolini, Gatto, Carlo Levi e buon ultimo Sebastiano Grasso, traduttore delle Canzoni per Aldair, ES, Milano 2002).

E veniamo al testo in questione, ossia la traduzione della lirica leopardiana del 1819 (incidentalmente val la pena ricordare che anche un altro poeta spagnolo, il già citato Jorge Guillén si era rivolto allo stesso testo con una sua singolare interpretazione, in La ciudad comovedora, 1964). Vergato in grafia rapida ed elegante, lo scritto rivela una necessità espressiva, quasi un’aderenza e identificazione col modello, resa evidente, oltre che da una quasi totale interlinearità della traduzione, dagli scarsi ripensamenti testuali, ove si eccettui un’unica variante tra i versi 13 e 14. Non c’è infatti traccia significativa di “interpretazione”, se non la scelta di qualche termine particolare e il movimento stesso della scrittura rispetta, anche negli accapo, l’onda del pensiero del Recanatese e il testo nuovo rinnova, in altra lingua, la voce dell’antico, rispettandone ritmo e scansione melodica, facilitato evidentemente anche da un’attitudine musicale della lingua del traduttore e della sua peculiare espressività. Pure, almeno due passaggi, il verso 2 e il già citato tra i versi 13 e 14, e l’uso al verso 9 di un verbo (“crujir”) e di un sostantivo (“espesura”), meritano di essere per un attimo segnalati e discussi: il primo perché, modificando l’indeterminatezza del v.2 in un’azione concreta (“mirar”, “guardare”) e eliminando l’enjambement tra i vv.13-14 (“tra questa / immensità s’annega…”), impoverisce il testo leopardiano sottraendogli l’abissale radicalità della sua visione; il secondo, perché rende lo “stormir” del vento in un più fastidioso crujir, per giunta attraverso una cortina, espesura, che riduce la quinta d’alberi e verde del paesaggio a una ben più modesta e opprimente barriera.

VENEZIA – “I poeti sono come Venezia / che non trova il modo / una legge o una giustificazione / per non affondare / Ma tutti / tutti la vogliono salvare” (Carlo Marcello Conti, Telemaco-Bintar, 2018)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

SCORTA – Accompagnamento di un personaggio di riguardo, azione di protezione o sorveglianza contro una minaccia o un pericolo: utile, necessario (vedi il caso della senatrice a vita Liliana Segre) ma preoccupante, se è vero che uno Stato è costretto a studiare ed attuare provvedimenti a tutela dell’incolumità di Gente Onesta, che ha già abbondantemente pagato il proprio scotto alla vita

 

LIVELLAMENTO Noi e gli Altri – “Io sono convinto, come qualcuno ha affermato, che gli italiani non siano antisemiti; semplicemente non interessa loro degli ebrei e della Shoah più di altre religioni, storie e stermini, perché semplicemente non interessa neppure della loro; il sottile ed egualitario processo di livellamento educativo ha funzionato”: oggi come ieri, un’affermazione, questa di Gianfranco Lauretano (in Il Sussidiario.net, 11.11.2019), degna del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1824)

 

CULTURA DI MASSA? – “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli” (Umberto Eco)

 

SENTENZA CON ARCAISMO – “Nelle faccende d’amore, ove /si perde quel che non si prende, / quando secco è l’ardore e solo / il desiderio è verde, poca è / la fiamma e tanto invece il fummo” (Federico Roncoroni, da Nella deriva del tempo)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

ODIUM – Odio, “principio distruggente e mortale” (Leopardi, Zibaldone 59) – dal verbo latino Odi, odisse, perfetto, mai presente (forse dall’ebraico oz, “collera, risentimento, malevolenza”):  come dire nutrire e manifestare un’avversione antica, mai elaborata e superata, giusto come definiva questo sentimento Brunetto Latini, il Maestro di Dante (“Odio non è se no ira inveterata”, av.1294): un’intolleranza che ha radici che affondano in meandri della coscienza oscuri, incontrollabili, di cui è difficile se non impossibile riconoscere le cause, se non in un’assurda ignoranza.

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GUERINO GALZERANO –  Un genio creativo e ribelle che non sapeva di esserlo, Guerino Galzerano. Contadino, bracciante, operaio dalla vita tormentate, ha riempito il suo paese d’origine, Castelnuovo Cilento (Salerno), di mosaici, strutture di ciottoli e pietre che rendono gli spazi dei luoghi unici e incantati, da fiaba.

Nato nel 1922 e morto a 80 anni nel 2002, l’artista cilentano, incompreso dai più, ha impresso alle sue opere uno stile unico, ricoprendo ogni cosa con migliaia di pietre e ciottoli che ogni giorno portava dal mare o raccoglieva nel fiume.

Tra le sue opere, forse la più particolare, è la sua tomba realizzata nel cimitero del paese come un monumento storico, una cappella in cui ha costruito croci di ciottoli e attrezzi del suo lavoro, con tre lapidi.

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ALDA MERINI AL GRECHETTO – Alda Merini è tra le poetesse italiane del ‘900 forse la più amata, perché ha saputo sublimare la sua dolorosa esperienza biografica in poesia pura, incantando critici e lettori.
Una vita, la sua, appassionante e appassionata, drammatica ed eccezionale: il precoce talento e la frequentazione fin da giovanissima dei maggiori intellettuali, la malattia mentale e i ricoveri in manicomio, i due matrimoni e i grandi amori, la celebrità arrivata tardi, il quartiere-mondo dei Navigli a Milano.
Ora, a 10 anni dalla sua scomparsa, una biografia la ricorda e ne è autrice una scrittrice d’eccezione sua figlia Emanuela, che in Alda Merini mia madre edito da Piero Manni, Emanuela, ne ricostruisce la storia, e la racconta nella quotidianità e nella dimensione domestica, con la sua generosità e le sue eccentricità; e nelle vicende letterarie ed editoriali, fatte di anni di silenzio e altri di successo.
Viene fuori un ritratto franco e intenso di una donna, una mamma, un’artista che, pur tra mille momenti bui, non si è mai data per vinta

Giovedì, 7 novembre, Sala del Grechetto – Biblioteca Sormani (Intervengono Ambrogio Borsani e Alberto Casiraghy)

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

“QUEST’ATOMO OPACO DEL MALE” – Sono le parole conclusive di uno dei più celebri testi poetici della nostra storia letteraria. Mi riferisco a X Agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), il poeta del “fanciullino” e del “nido” profanato dal Male e dalla violenza della Storia, dal Destino ostile e incomprensibile. Chi non se ne ricorda? “San Lorenzo, Io lo so perché tanto /
di stelle per l’aria tranquilla /arde e cade, perché sì gran pianto /nel concavo cielo sfavilla. //
Ritornava una rondine al tetto: /l’uccisero: cadde tra spini: /ella aveva nel becco un insetto: /la cena dei suoi rondinini. //Ora è là come in croce, che tende / quel verme a quel cielo lontano; /e il suo nido è nell’ombra, che attende,/ che pigola sempre più piano. //Anche un uomo tornava al suo nido:/l’uccisero: disse: Perdono; /e restò negli aperti occhi un grido /portava due bambole in dono…//Ora là, nella casa romita, /lo aspettano, aspettano in vano:/egli immobile, attonito, addita/
le bambole al cielo lontano.//E tu, Cielo, dall’alto dei mondi/ sereni, infinito, immortale,/ oh! d’un pianto di stelle lo inondi/quest’atomo opaco del Male!”.
Ebbene, una ricerca recente sembra voler sfatare la leggenda della tragica morte dell’”uomo” che, innocente, avrebbe pagato per colpe non sue, come la Scuola ci ha insegnato a pensare. Secondo Maurizio Garuti, in quel fatale 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli, padre del Poeta, sarebbe stato assassinato non per invidie e gelosie di paese, ma piuttosto per precise e documentate colpe di natura sessuale. La tesi, ancorché in forma romanzesca, è sostenuta dal Garuti nel suo libro Il segreto della cavallina storna (Minerva, Bologna 2019).

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ANDY WARHOL A NAPOLI

Dal 17 ottobre al 23 febbraio 2020, Andy Warhol (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987) sbarca a Napoli, con una mostra intitolata “La vera essenza di Warhol”, nella Basilica della Pietrasanta, in via dei Tribunali. Le opere esposte sono 150, un vero e proprio excursus attraverso l’arte di Warhol.

Warhol non ha certo bisogno di presentazioni e le sue quotazioni dopo la morte sono salite alle stelle, rendendolo il secondo artista più comprato e venduto al mondo dopo Pablo Picasso.

L’arte di Warhol era una provocazione ostentata. Lo stesso Warhol sosteneva che l’arte dovesse essere consumata come un qualsiasi altro prodotto commerciale. I prodotti di massa sono esempi di democrazia sociale. Io e te beviamo la stessa Coca-Cola che beve il presidente degli Stati Uniti, Johnny Depp o chiunque altro ti venga in mente.

Esempi di come Warhol abbia trasferito questo concetto arguto nelle proprie opere sono Campbell’s Soup Cans, realizzata nel 1962, e 3 Coke Bottles.

Warhol rivisitò anche opere del passato, come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci ed opere di Piero della Francesca e Paolo Uccello. Ritrasse inoltre molti VIP dell’epoca, che si misero in fila per avere il proprio ritratto.

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L’ARTE COME CURA (NON SOLO) DELL’ANIMA – A Firenze l’arte diventa cura per i bambini -L’arte abbinata alle cure mediche pediatriche. E’ quello che si propone di fare il progetto “Special Guest – Kids”, realizzato grazie a un accordo siglato dal direttore generale dell’ospedale pediatrico Meyer e dal direttore degli Uffizi Eike Shmidt. Il progetto, che prevede la possibilità di consentire visite gratis e guidate al Museo, vuole coinvolgere tutti i bambini che soffrono di patologie particolari, che li costringono a passare molto tempo in ospedale e a sottoporsi periodicamente a cure e terapie di vario tipo. Questi bambini vivono una situazione di angoscia e di timore e questo progetto è stato pensato per aiutarli da un punto di vista psicologico, facendo conoscere loro la bellezza e le proprietà curative dell’arte.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Guarracinismi tra antico e odierno

UBI SOLITUDINEM FACIUNT PACEM APPELLANT“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”, sono le parole di un “barbaro”, di Calcago, il fiero capo de Caledoni, nel De Agricola di Tacito: potrebbe essere più energica la condanna dell’imperialismo romano, la condanna di ogni imperialismo di ieri come di oggi. In nome della legge del più forte, quella stessa dichiarata con disarmante cinismo dal governatore Avito a un capo barbaro, Patienda meliorum imperia (“Bisogna sottomettersi alla volontà dei più forti”, Annales, XIII, 56).

 

UN TEATRO DI DEVASTAZIONE E DI ORRORE – “E dove ci troveremmo mai se le bestie fossero dotate di ragione? La terra tutta diverrebbe un Teatro di devastazione e di orrore”. È la conclusione drammatica e inquietante del Dialogo filosofico sopra un moderno libro del 1812, dove il giovane Leopardi paventa e ipotizza, nella forma dialogica che è propria alla sua ricerca e interrogazione non soltanto di quegli anni, i guasti di un mondo capovolto, il sopravvento del selvaggio sul civile, la messa in crisi e l’annullamento delle differenze nella scala biologica.

Tra il letterato “sapiente” e il giovane signore, “dotato di spirito ma guasto nel cuore”, non c’è contesa: la vittoria è scontata, “debolissima” essendo la causa e la posizione del “giovane gentiluomo” in cui non è difficile scorgere Giacomo con la sua giovanile presunzione di filosofo in erba, tentato da idee deiste e libertine ma pronto anche a una franca ricusazione.

Così, sotto il segno delle “bestie”, paventate come detentrici di ragione, il giovanissimo scrittore appena quattordicenne disegna uno scenario di angosce e paure, sostanziate di profondi pregiudizi che non sanno pensare l’animale se non in termini di differenza e soggezione, di assenza e di sfida, senza alcun elemento di positività.

Utile e funzionale, purché resti confinato in un ruolo di comodo deposito di metafore (c’è tutta la fanciullesca ornitologia leopardiana a dimostrarlo, a partire dalla favola poetica Entro dipinta gabbia, 1810), il mondo animale si tramuta nell’immaginario infantile e adolescenziale in un sistema alternativo carico di pericoli ed enigmi per la stabilità di un patto sociale intimamente insicuro e precario, tanto da rivelarsi nient’affatto immune da vizi e crudeltà e anzi allegoricamente parallelo e intercambiabile all’avventura sociale degli uomini, come dimostra a sufficienza l’insistita attenzione riservata dal giovane traduttore verso lo pseudomerico poemetto giocoso Batracomiomachia (“La guerra dei topi contro le rane”). Centauri e lamie, strigi e cinocefali e poi fenici e linci e “mille altri mostri semiumani” popolano con la loro inquietante e aggressiva presenza il Saggio sopra gli errori polari degli antichi, a riprova di una paura incontrollabile nonostante ogni assunto illuministico e parenetico.

“La terra tutta diverrebbe un teatro di devastazione e di orrore”: come non pensare, di fronte a una tale plumbea e angosciante irredimibilità, al groppo che serra la gola dello scrittore, tanti anni più tardi nel Frammento sul suicidio, laddove, constatata l’impossibilità che immaginazione e illusioni riprendano “vigore, corpo e sostanza, in una vita energica e mobile”, si prospetta la certezza di una fine miserevole, un destino di desolazione e morte (“questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto”)?

Teatro di devastazione e di orrore, da un lato, serraglio di disperati e forse anche un deserto: tra i due scenari, inscritti entrambi sotto il segno dell’animale – nella sua prevalenza, nel primo caso; nella sua essenza, nel secondo – leggiamo un lungo itinerario che dice di una sotterranea tormentata elaborazione, capace di ripensarsi integralmente, di capovolgere addirittura le proprie convinzioni.

La paura si è tramutata in desiderio: la diffidenza si è stemperata in auspicio di una necessaria, ancorché impossibile, restaurazione.

Restaurazione, di che? Ma di ciò che l’animale significa in termini di vitalità, di forza di “distrazione, illusione e dimenticanza”, su cui si fonda lo stesso “piano della natura intorno alla vita umana”, disatteso il quale “il mondo va in perdizione”.

È singolare – e meriterebbe un’analisi ben più approfondita – come tutta la prospettiva si sia ormai capovolta nel segno di un ricupero dell’animale a una dimensione pienamente positiva, utopisticamente vagheggiata quanto più concretamente negata e impossibile.

Non meno di quanto risulta capovolto un altro concetto, anche questo delineato e intravisto nel citato Dialogo filosofico sopra un moderno libro del 1812, relativo all’assurda e deprecata eventualità di un progressivo incivilimento dei “bruti” e del loro coalizzarsi e consorziarsi “in società”, ossia l’idea che la società (con tutti necessari distinguo da farsi, così come fa nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, del 1824, sul concetto di “società”) rappresenti il potenziamento e la valorizzazione di ogni sapere e capacità, contro cui Leopardi nel Pensieri indirizzerà i suoi strali più velenosi constatandone l’intrinseca malvagità e concludendo che “il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi” (I).

Ridurre l’animale a uomo, assoggettarne analogicamente le proprietà per celebrare e condannare l’uomo, sfruttandone indebitamente le rassomiglianze, è ormai l’offesa più feroce e ingiusta per l’animale, quella per cui autorizzarne ogni vendetta e punizione contro gli umani, come difatti avviene nella chiusa del Dialogo della Natura e di un Islandese col sopraggiungere dei due leoni “rifiniti e maceri dall’inedia”, ma soprattutto con il trionfo della religione dell’orrore e dello squilibrio, dell’assenza cioè dell’armonia inscritta nel cosmo come legge e ormai definitivamente “corrotta”.

Attraverso l’animale, insomma, si realizza un progetto di morte, non di vita, nel momento in cui vengono messe in crisi e distrutte le giuste prospettive delle cose per mezzo di una sistematica strategia del sospetto condotta fino alla demonizzazione e maledizione (di quale ordine, di quale “felicità”?).

Divinità impenetrabile ed ostile, la Natura si rivolge alla stirpe che condanna come maledetta: pronta a massacrare a massacrare i suoi figli, è l’unica che non teme il sangue. In questo caso, non uccide l’uomo attraverso i leoni, ma piuttosto uccide uomo e leoni contemporaneamente: uccide per loro tramite l’infamia stessa della loro creazione. È la lucreziana vitai invidia, l’”odio della vita”, intendendo quel vitai come genitivo soggettivo e oggettivo insieme, aperto scontro tra tutto contro tutti, bellum omnium contra omnes, che non risparmia nessuno e niente e lascia dietro soltanto “un superbissimo mausoleo di sabbia”.

Nell’ordine creaturale, Animale e Uomo diventano così due categorie, in cui al primo si addice e compete tutto ciò che al secondo manca: giusto come proclama Amelio, lo “spensierato”,  che nell’operetta Elogio degli uccelli alle alate “creature vocali e musiche” invidia la loro “leggerezza” e “letizia”, oltre che la “vista dall’alto” e l’”immaginativa”, che all’umano ormai sono negate a riprova della sua preclusione all’infinito, della sua impossibilità cioè di attingere ciò che ha perduto o che desidera, ciò che gli manca o ciò cui aspira, per liberarsi dalla “filosofia”, dall’attitudine cioè a tutto soppesare, a riflettere (e a riflettersi), piuttosto che librarsi liberi nel volo, nel canto.

“Forse s’avess’io l’ale…”: dal Canto notturno in poi è nel segno di uno spazio impossibile, lo spazio degli astri infiniti e degli elementi essenziali, che può avvenire per Leopardi il riscatto della distanza della natura, il superamento della povertà dell’”immaginativa” dell’uomo.

Campo di una pura ipoteticità e ottatività, sogno illimitato e inesauribile, liberarsi dalla terra come liberarsi dall’umano, troppo umano, liberarsi dall’infelicità dei pensieri che camminano sui piedi degli uomini.

Solo lo sguardo animale, lo sguardo della selvatichezza e della vigilanza dei sensi così come lo sguardo dall’alto (come quello delle pliniane gru che volant ad prospiciendum alte, “volano alto per guardare lontano”), librato sulle ali dell’assenza di illusioni, oltre l’abisso delle domande senza risposte, solo questo potrà dire il non più e il non ancora del desiderio: potrà dire la poesia e il sogno della felicità nel linguaggio.

 

“LA LETTERATURA NON BASTA” – E’ questa la verità cui perviene lo scrittore antimilitarista Carlo Cassola (Roma, 1917 – Montecarlo, 1987), come è documentato nelle appassionate missive scambiate con l’intellettuale Angelo Gaccione (Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984, a cura di A. Gaccione e F. Migliorati. Introduzione a cura di V. Pardini; con una conversazione con A. Gaccione, Lucca, Tralerighe editore 2017): una lezione di vita cui oggi più che mai, alla luce anche dei recenti avvenimenti di guerra, conviene attingere.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

Guarracinismi tra antico e odierno

NON DOMANDARCI LA FORMULA CHE MONDI POSSA APRIRTI” (EUGENIO MONTALE, Non domandarci la formula, da Ossi di seppia)

 

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AVETE RUBATO I MIEI SOGNI –  “È tutto sbagliato. Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a scuola dall’altra parte dell’oceano. Eppure venite tutti da me per avere speranza? Come osate! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote. Ciò nonostante, io sono una delle più fortunate. C’è gente che soffre. C’è gente che sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E voi non siete capaci di parlare d’altro che di soldi e di favoleggiare un’eterna crescita economica. Come osate!”

(dal discorso pronunciato da Greta Thunberg il 23 settembre 2019, al vertice sull’azione per il clima delle Nazioni Unite, traduzione di Luis E. Moriones, ©RIPRODUZIONE da LA REPUBBLICA)

 

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IN CHE MILLENNIO SIAMO? – “Appoggio l’auto sul marciapiede. Ti vedo che acquisti chissà cosa, con lentezza e con grazia, come sempre. Poi esci dal negozio e sei sempre come allarmata, non mi vedi. Ti mando un cenno, un sorriso. Ecco, ti sei accorta che ci sono, vieni verso di me, con le mani da scoiattolo. Come un rito. Solo la morte lo interromperà.
Quando ti conobbi ti dissi come avresti dovuto scrivere le tue future poesie. Io, con quella faccia da talebano trentenne, il maglione stretto al collo, tappato nel mio autismo di artista, volevo dire a te come rischiare, per cercare una poesia ulteriore, originale, totalmente tua. Con la mia infantile superbia di allora, volevo modellare, con te, una anomala Bellezza, un nostro sogno a quattro mani. Ora lo so (allora non potevo) quel sogno ha generato libri, carezze, chiacchiericci notturni. Tu, dopo aver letto Pasternàk, una volta sorridesti scivolando nel letto. La faccia verso di me, bisbigliavi (ricordo): «In che millennio siamo?» (MARCO ERCOLANI, da “Le mura intorno”, inedito).

 

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UNA FORMULA? – “Il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimo. – Questo è certamente il più naturale e il più ragionevole” (GIACOMO LEOPARDI, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, 1824)

 

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ORTICOLARIO Undicesima edizione di Orticolario, in programma da venerdì 4 a domenica 6 ottobre, intitolata “Fantasmagoria” ed è dedicata al “Viaggio”, alle bacche e ai piccoli frutti, a Villa Erba di Cernobbio (CO).

Parte l’undicesima edizione di Orticolario 2019 a Villa Erba a Cernobbio, dimora ottocentesca sul Lago di Como, già residenza del regista Luchino Visconti.

Una mostra, fiera, evento per un “giardinaggio evoluto”, che propone “un nuovo rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Una convivenza tra amore per la natura e passione per il bello come stile di vita”  come dice Moritz Mantero, fondatore e presidente di Orticolario.

Il tema

Ogni anno viene scelto un tema ispiratore che si snoda come un racconto intorno alla natura. Dopo il 2018, dedicato al “Gioco” con il titolo “Si salvia chi può”, il 2019 è dedicato al “Viaggio” e saranno protagonisti le bacche e i piccoli frutti.

Il viaggio

Il tema dell’undicesima edizione viene raccontato da cinque artisti che, con le loro installazioni, trasformeranno i luoghi di Villa Erba in mondi altri, reali e surreali.

Ma cosa unisce il “Viaggio” all’arte? Proprio la capacità di trasportarci, seppur in modi diversi, in luoghi e in momenti lontani dalla nostra quotidianità e di farci riflettere e andare oltre qualsiasi confine, interno ed esterno.

Tra le cinque installazioni che costituiscono questa sezione, ecco quella di un artista “polifacetico”, un “Ulisside dell’arte”, Nicola Salvatore, che riprende un suo tema antico, le “Balene” (“Le balene nel salone”), dai risvolti ancestrali, rivissuto con caratteristica ironia e insieme forza coloristica.
Il lavoro di Nicola Salvatore è una ricerca continua, “viaggia” solcando ed esplorando tutte le possibili esperienze e luoghi dell’arte. “Con ‘Le balene nel salone’ mi ritrovo in una casa, insieme a tante balene che discutono, parlano, gridano tra loro e navigano con me per il mondo”, spiega l’artista.

 

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SUCCEDE  A NAPOLI. Il cibo non consumato sulla nave viene donato alle mense per i più bisognosi

La solidarietà è una bellissima notizia. Dalla città partenopea arriva una novella che racconta l’empatia e l’amore per gli altri. Stiamo parlando di una collaborazione tra Costa e il Banco Alimentare Onlus. Il sodalizio tra i due enti ha stabilito che tutti i pasti non consumati in crociera vengono donati alle mense dei poveri di Napoli.

Ogni lunedì la nave Costa Fascinosa sosta nel porto di Napoli e lascia tutti i pasti preparati in eccedenza ai volontari del banco alimentare. Combattere lo spreco di cibo e aiutare i meno fortunati sono le prerogative poste dalla collaborazione tra i volontari e Costa. Gli operatori della nave, nella sera precedente alla fermata nel porto, sigillano tutti i pasti e etichettano con date di produzione e di consumo.

Stefania Lallai, direttore Sostenibilità e relazioni Esterne di Costa Crociere ha dichiarato: “Napoli diventa il decimo porto di un’esperienza che è arrivata anche oltre i confini italiani. Intercettiamo un valore, il cibo, che prima veniva sprecato. Consideriamo l’ospite a bordo un cittadino a cui chiediamo di mettere nel piatto solo quello che può mangiare. Quindi tutto il cibo preparato ma non servito dagli ospiti va al banco alimentare”.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.