Guarracinismi tra antico e odierno – SPUNTI DI RIFLESSIONE DALLE PAROLE DI FRANCESCO

                                                             Ipse mihi magna quaestio

                                                                                 “Ero divenuto io stesso per me un enigma”

                                                                                  (Agostino, Confessioni 4, 4, 9)

 

CAVALLI E ASINI

 

Ascolto con compunta devozione ogni giorno alle 7, come tanti, la predica mattutina di Francesco e tra le tante perle di saggezza spirituale che questo Pontefice sa distribuire, come una vera e propria Eucarestia, mi ha colpito, sabato 2 maggio, il detto popolare della sua terra “lontana”, da “fine del mondo”, secondo il quale “non bisogna cambiare cavallo in mezzo al guado di un fiume”, concludendo la sua allocuzione con l’invito a “non vendere la verità”.

Al di là dello specifico contesto, cui Francesco vuole alludere, all’esigenza cioè di rispettare le regole senza forzarle a proprio uso e in arbitrarie e personali interpretazioni, mi sono interrogato più in generale su che basi culturali possa poggiare questo monito di spicciola saggezza che evoca una figura come quella del cavallo, a simbolo di affidabile (e anzi indispensabile) veicolo in un difficile attraversamento (l’acqua di fiumi o torrenti che siano e più in generale della vita).

Papa Francesco, nell’interpretazione di Michelangelo Salvatore, figlio del pittore Nicola Salvatore, autore dei ritratti dei Pontefici dell’ultimo secolo e mezzo, raffigurati nei pennacchi della cupola della Chiesa parrocchiale di Ceraso, in provincia di Salerno

 

Mi sono ricordato che nel mio profondo Cilento, più ancora del cavallo, tipico della Pampa argentina, un altro tipo di cavalcatura, l’asino, quasi ormai scomparso del tutto dal territorio, era una volta addirittura l’unico mezzo di spostamento, tanto da essere chiamato nel dialetto dei vecchi “vettura”, veicolo per antonomasia, quando le macchine (automobili e autocarri) erano pressoché sconosciute.

Chi ne possedeva uno, come mio nonno materno, Angelomaria, era considerato un contadino ricco ed era additato come un privilegiato, un gradino al di sopra degli altri.

 

A pensarci bene, mi son detto che forse questo dipende dalla considerazione di questo animale nella cultura antica, tra storia e poesia.

Qualche esempio: presso gli antichi, egiziani, greci o anche ebrei, l’asino era considerato sacro o a contatto col sacro. Nella Bibbia, nel libro dei Numeri, viene riportato addirittura, favola o miracolo che sia, l’episodio dell’asina del profeta Balaam, che non solo vede l’Invisibile, come dice il testo, ma riesce addirittura a parlare. Il poeta greco Pindaro lo canta nelle sue poesie, e il commediografo Aristofane ne fa un portatore di misteri, così come farà anche lo scrittore latino Apuleio nel suo Asino d’oro. Per altri è un simbolo regale, come presso certe antiche popolazioni, come gli Hyksos e gli Ittiti, dove due orecchie d’asino, poste in cima di uno scettro regale, erano l’insegna degli dei dinastici. Nell’antico Egitto, addirittura, tutti gli anni si faceva una processione sul Nilo, con l’ immagine di un asino, simbolo del dio Set e perfino a Roma, sulla Colonna Traiana, troviamo raffigurato il culto dell’asino, in onore delle trionfali campagne dell’imperatore Traiano in Dacia.

 

È per questo, per il suo carattere di mitezza e al tempo stesso di regalità, che l’asino è associato nell’iconografia tradizione alla Nascita e Gesù lo aveva scelto come veicolo per il suo regale ingresso in Gerusalemme la Domenica delle Palme?

Ma quel che più colpisce (e non solo me) è il fatto che questo animale sia stato eletto addirittura a simbolo di Gesù dai primi Cristiani.

 

 

Su una lastra di travertino scoperta a Roma nella Casa degli Araldi e conservata nell’Antiquarium del Palatino è incisa la figura di un uomo crocifisso su un patibolo a forma di T. L’ uomo è raffigurato di spalle, con la testa d’ asino. In basso, a sinistra, un devoto gli invia un bacio rituale di adorazione. Sotto il crocifisso un’ iscrizione greca a grandi lettere dice: ALEXAMENOS SEBETE THEON (“Alexamenos adora Dio”): una vera e propria dichiarazione di fede di un credente del III terzo secolo, di uno ben cosciente di non voler “vendere la sua verità”, in piena età delle persecuzioni.

Grazie, dunque, a Francesco che ci richiama con  amabile semplicità, davvero francescana, a queste “verità”.

 

 

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

                    

 

IL VERO PADRONE; Micio Macio e Federico, di Vincenzo Guarracino

“Micio Macio è un gatto italiano dal pelo nero, con una macchia a forma di stella sul petto. Nato a Como, l’indomani dell’ultima luna d’agosto del 1993, è stato trovato, quando aveva poco più di un mese, nel cortile di via Carloni 4, dove girava, tutto solo, per motivi suoi. Nelle intenzioni dell’umano che, sfidando la sua netta opposizione, lo ha raccolto, doveva soltanto essere rifocillato e poi lasciato libero di andarsene. Si è invece insediato nel cuore e nella casa del fortunato umano e ne è subito diventato il padrone…”

Comincia così la schedina bio-bibliografica del singolare personaggio, il gatto Micio Macio, vero e proprio oggetto d’amore con fattezze solo casualmente gattesche, cui Federico Roncoroni amorevolmente è andato nel tempo conferendo statuti di autentico protagonista, prima come destinatario (Ode a Micio Macio, 1997, e più recentemente in Amici mici, 2004 ) e poi addirittura come autore (I pensieri di Micio Macio, 1998).

Studioso e docente di chiara fama, consulente editoriale e autore di testi scolastici di durevole fortuna e soprattutto curatore di preziose edizioni critiche di testi letterari (del suo amato D’Annunzio, innanzi tutto, e più recentemente di Gadda, oltre che di Piero Chiara), Roncoroni ha con geniale duttilità coltivato assieme alla serietà e professionalità dei suoi studi anche una musa amabile e domestica, in versi scherzosi e al tempo stesso pensosi, nel linguaggio apparentemente facile della filastrocca, capace di piacere ai bambini di ogni età, prima di approdare alla poesia “seria”, con una raccolta di grande impegno, Nella deriva del tempo, 2007, uscita anche in traduzione in Spagna nel 2012).

Ma non è di quest’ultima che qui si vuole parlare, ancorché legata a una tematica di urgente interesse per chiunque, come l’amore, attraverso lo specchio prismatico della malattia e della morte: già altrove e da altri se ne è parlato. Qui, invece, è sulla singolare personalità di Micio Macio che ci si intende soffermare: sulla sua qualità di felino sapiente e senziente, quasi più che umano, quale appare soprattutto dai citati Pensieri, da cui si ricava una singolare prospettiva “dalla parte del gatto”, disegnata in massime di “graffiante” (è il caso di dirlo) essenzialità, che prendono e ribaltano moralità altrimenti applicate al mondo umano. Distribuite, sì, senza ordine preciso ma con qualche perla, tra le tante, da citare: “E’ triste per un gatto dover educare il proprio umano”, “Chi insegue due farfalle finisce per non prenderne nessuna”, “Meglio vivere cent’anni da gatti che un giorno da cani”, “Quando arriva l’estate, l’umano che vive con te può diventare pericoloso. Stai attento nell’organizzare le tue vacanze” o, infine, una che mi ha particolarmente messo in crisi “Non si possono servire due padroni. Ricordalo sempre al tuo umano: o si tiene un gatto o si tiene un cane”, appartenendo io alla razza di quelli che non sono (stati) capaci di scegliere.

Frutto di un’osservazione disincantata e divertita della vita, danno così quello che promettono, ossia un modo di osservare e giudicare persone e comportamenti della quotidianità attraverso lenti convenientemente stranianti, secondo una formula non nuova (è il linguaggio da sempre delle favole con protagonisti animali, di quelle di Esopo e Fedro in testa, per intenderci), ma qui applicata con l’efficacia conferita dalla forma breve dell’aforisma, di cui Roncoroni è studioso e antologista.

Altro discorso, certo, meritano le liriche “gattesche”: quello che appariva già nell’Ode a Micio Macio, ossia l’evoluzione del soggetto, da spunto per un virtuosistico attraversamento degli autori più amati della grande tradizione lirica alla ricerca di suggestioni e movenze capaci di innescare giocosi cortocircuiti poetici (“Calmo e pensoso / le quiete stanze / vai misurando / col tuo passo lento / e gli occhi muovi intorno / attento / al minimo rumore / anche distante”), in direzione di una situazione sempre più vibrante di affetti e di domestica luminosità, si rivela una prassi che si è andata progressivamente delineando come occasione per una sua vera e propria umanizzazione, circonfondendone la “gattità” di un’aura di tale lirica simpatia da trasformare in divinità, in oggetto cioè di ammirazione e devozione, tutti i suoi fortunati possessori, quali che siano i loro nomi e le loro identità (Melissa, MicioMacio, Ludmilla, Divo), dinanzi ai quali l’umano si arrende e dai quali confessa in tutto la sua emotiva dipendenza (“Un gatto tu credi di avere / e lui per farti piacere / ti dà volentieri a bere / che gli piace lasciarsi possedere. // In realtà / altra è la verità. // Un gatto tu non hai, / ma : / di un gatto tu sei. // Ora che lo sai, / non scordarlo mai: / il gatto tu sei / del gatto che hai”, Il vero padrone).

SPUNTI DI RIFLESSIONE DAI PADRI GRECI E LATINI, di Vincenzo Guarracino

PAROLE CHE SALVINO…

SPUNTI DI RIFLESSIONE DAI PADRI GRECI E LATINI

 

                                      Ipse mihi magna quaestio

                                                  “Ero divenuto io stesso per me un enigma”

                                                                     (Agostino, Confessioni 4, 4, 9)

 

 

Subter umbras

“Protetti dall’ombra”

 

 

Perdidi Musam tacendo nec me Phoebus respicit, “Ho perso tacendo la mia Musa e non mi guarda più Febo”. Si può cominciare da qui, dalla conclusione di un inno del III-IV secolo, di controversa attribuzione e collocazione cronologica (Floro, III sec., o Tiberiano, IV sec.), il Pervigilium Veneris (“Canto per la Veglia della festa di Venere”), per iniziare un discorso sulla poesia cristiana latina? Che cosa ci comunica che potrebbe essere utile per capire ciò che agisce più o meno esplicitamente nelle coscienze più avvertite dell’epoca di fronte al mutare dei tempi?

Ci lascia intravedere, oltre che una religiosità anche delicata, tipica dell’ambiente popolare (e pagano) di cui è espressione, anche una sensazione di abbandono e smarrimento di fronte al rischio dello snaturamento e della morte, il timore che il canto possa perdere la sua efficacia e necessità, persistendo nella celebrazione di miti e sentimenti, come quello dell’amore terreno, bisognoso forse di altre e superiori connotazioni, al di là dell’effimero e del contingente, implicito nell’invito dell’insistito refrain (Cras amet qui numquam amavit; / quique amavit cras amet, “Domani ami chi mai amò; / ami domani chi ha amato già!”).

 

È un’apprensione, questa, che, pur in forme e toni di genuina spontaneità e freschezza, trova espressione per bocca di un poeta di notevole cultura e capacità stilistica, quale che sia il suo nome e la sua identità: è questo quello a cui ci troviamo di fronte, in un vero e proprio snodo epocale di decadenze e rinnovamenti, con il Cristianesimo che va progressivamente affermandosi e imponendosi nelle coscienze come messaggio capace di andare al di là di ogni misticismo, non meno che del razionalismo naturalista di certe dottrine tradizionali in voga, come epicureismo e stoicismo, e verso il quale anche le classi intellettuali elevate nutrono un evidente sentimento di rispetto. Questo lo si desume dai personaggi cui l’inno del Pervigilium è attribuito, Floro o Tiberiano: il primo, storico, retore poeta, di origine africana, indubitabilmente pagano, vissuto tra I e II secolo e amico dell’imperatore Adriano; il secondo, vissuto nel IV secolo e prefetto del pretorio in Gallia nel 335, ritenuto autore di quattro componimenti di un certo interesse, tra cui un inno De Omnipotenti, intriso di venature diverse (orfico-pitagoriche e cristiane).

 

Si può iniziare dunque da qui, da questo disorientamento e dalla coscienza della inadeguatezza delle cultura religiosa ufficiale, da cui nasce l’esigenza di dare un senso e un nome ai propri bisogni profondi inespressi, investendo il canto del compito di esprimere il nuovo sentimento del sacro, che sta maturando nella società e cultura romana a partire dal III-IV secolo evidentemente anche all’ombra di una sensibilità etica e religiosa che ha radici ben più vere e profonde che non quelle legate a principi naturali, fissati metaforicamente in un nome e divinizzati, per essere celebrati con liturgie spesso goffe e fragorose, collocandosi, questo sì è importante, all’insegna dell’Amore, in cui tutti debbono riconoscersi e in cui vogliono credere.

 

Di contro dunque alle sempre più stanche, ancorché spettacolari, liturgie della religione tradizionale, quella di Stato, grondante ancora degli afrori fauneschi delle Origini, il silenzio (tacendo) è sì una risorsa ma è anche al tempo stesso un rischio: è così che l’avverte il poeta e per un attimo, anziché gioire, può perfino temere di smarrirsi, di perderla la Musa, quale sua “guida” ed etimologicamente “sorgente” del potere di emozionarsi ed esprimersi, cui ancora viene dato il nome di Febo-Apollo, ma che già forse s’avvia, illo insciente, a diventare il dantesco “buon Apollo” dell’inizio della terza cantica della Divina Commedia.

UN LUNEDÌ SPECIALE, di Vincenzo Guarracino

 “La sera del Lunedì di Pasqua recitai al Casino nell’accademia dei Felsinei, in presenza del Legato e del fiore della nobiltà bolognese, maschi e femmine; invitato giacché non sono accademico, dal Segretario in persona, a nome dell’Accademia, cosa non solita. Mi dicono che i miei versi facessero molto effetto, e che tutti, donne e uomini, li vogliono leggere ….”

A parlare con tanta enfasi di un Evento culturale, una pubblica lettura di versi addirittura, lui che le letture pubbliche non nascondeva di detestarle, è Giacomo Leopardi in una lettera al fratello Carlo, da Bologna, in data 4 aprile 1826.

Prima però di parlare del suo contenuto del testo poetico cui si riferisce (l’”Epistola al conte Carlo Pepoli”), val la pena di soffermarsi sulla circostanza: “La sera del Lunedì di Pasqua”. Come dire, una riflessione sul senso della vita a ridosso di un Evento di speciale impatto, emozionale e sociale, la Pasqua, che forse anche per Giacomo, conserva un significato particolare, a dispetto della sua non dissimulata presa di distanze da ogni manifestazione di fede o di culto. Tanto più che qui viene messa in risalto la data, “Lunedì di Pasqua”, la nostra Pasquetta, una “mezza-Pasqua”, una laicissima festa, con ciò che di pagano il suo abbassamento comporta e significa: per gli Antichi era una festa del disfrenarsi della voglia di vivere nel buio che precede l’Annuncio. Ricordate? Cras amet qui numquam amavit. / Quique amavit cras amet, “Domani ami chi mai ha amato / Chi ha già amato di nuovo ami domani”, proclamava l’anonimo del Pervigilium Veneris, II-IV sec. d.C., prima di concludere nell’invito a smettere finalmente il Silenzio dell’introversione e della depressione:  Quando ver venit meum? / Quando fiam uti chelidon, ut tacere desinam? / Perdidi Musam tacendo (“Verrà mai per me primavera? / Farò mai come la rondine per por fine al mio silenzio? / Perso ho tacendo il mio canto”).

È in questo orizzonte che va inquadrata la nostra Pasquetta, “giocosa anamorfosi” della nostra Pasqua, come la chiama il mio amico Rino Mele in un suo illuminante corsivo, in un senso che del valore cristiano ha ben poco: giorno di un Annuncio, laicissimo, pagano addirittura, dell’avvento della Luce, dell’auspicio della ripresa della Parola.

Che cosa vorrà dire la sottolineatura da parte di Leopardi della circostanza? Se non la certezza nel “mistero di salvezza”, in conseguenza della Pasqua, in cui crede il Cristiano, certamente un messaggio importante, salvifico, che anche lo gnostico Leopardi, gnostico in senso platonico non ereticale, vuole annunciare, come un angelo chiuso nella lucida corazza della sua intelligenza, come l’ha visto un interprete novecentesco d’eccezione, Walter Benjamin: che i futili rimedi (piaceri, divertimenti, conquiste, viaggi), che l’uomo si inventa e persegue come antidoti all’”affannoso e travagliato sonno” della vita, non sono capaci di dare la felicità, il cui impossibile conseguimento può essere compensato solo dal culto della poesia e dalla dedizione di “altri studi men dolci”, dall’indagine dell’”acerbo vero” e dell’ostilità della natura.

Come sorprendersi se il suo messaggio, al di là della sua ingenua fiducia (“Mi dicono che i miei versi facessero molto effetto, e che tutti, donne e uomini, li vogliono leggere”), possa essere stato tutt’altro che gradito, non tanto per le pessime doti di lettore dell’Autore, quanto soprattutto per il suo contenuto nient’affatto lirico e poco adatto ad un pubblico distratto e superficiale, quale era quello dei Soci della bolognese Accademia dei Felsinei?

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE –MONATTO: [dal lomb. monàtt, “affossatore, becchino” (con cui è attestata dagli ultimi decennî del sec. XVI)] – Un monatto era un addetto pubblico che nei periodi di epidemia pestilenziale era incaricato di trasportare nei lazzaretti i malati o i cadaveri; di solito, a questo compito erano destinati condannati a morte, carcerati, o persone guarite dal morbo e così immuni da esso. Il nome è stato reso famoso dal Manzoni nella descrizione della peste del 1630 (Promessi Sposi, cap. XXXII).

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ALFABETO LEOPARDIANO –NOME (continua): Come non restare sorpresi, nella vita di Leopardi, da certe ricorrenti “casualità”, dalla presenza, tanto per intenderci del nome Paolina, rispettivamente sorella del poeta (l’amata Pilla) e sorella del sodale Ranieri (la “suora della carità”)? Non meno che dall’apparizione, entro la cornice di tante onomastiche casualità illuminanti, di un’altra non meno celebre ed infelice sorella, “Pauline”, questa volta nella vita di Stendhal, lo scrittore di Armance(1827) e de Le rouge et le noir (1830)così tanto amato dalla Paolina recanatese?

Ma quel che più di tutti colpisce è naturalmente Silvia, la giovane figlia del cocchiere di casa Leopardi “di sedici o diciotto anni”, che con la sua lacrimevole vicenda lascia su di lui “un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile” da persistere nel tempo, ben oltre i suoi stessi confini biografici e onomastici, fino a prestarsi come immagine di giovinezza e selvatica vitalità per intitolare alla sua maschera maschile, Silvio, un progetto di rielaborazione autobiografica della vita stessa dell’autore (Vita di Silvio Sarno). Questo, per far giustizia anche dei misteri anagrammatici, pur tanto suggestivi, intravisti da Guido Almansi, che vi ha letto con salivi una conferma della tensione vitalistica già prima identificata.

Due notazioni, infine, a denotare la bizzarria della vita che si inscrive talvolta anche nei nomi. La prima riguarda il cognome Leopardi; la seconda chiama in causa il cognome Ranieri.

Quando nel 1907 il carteggio Leopardi-Ranieri vede la luce, artefice della pubblicazione è Antonio Carafa, il quale dichiara di averle ricevute in eredità da suo zio, Amerigo De Gennaro Ferrigni, la cui storia quanto meno singolare e patetica merita di essere ricordata.

Figlio di Luigi De Gennaro e di Argia Ferrigni, figlia di Giuseppe e di Enrichetta Ranieri, Amerigo è un distinto bibliofilo e professore di latino, che durante una visita a Recanati si innamora di una giovane Leopardi, l’appena ventiduenne Adelaide, figlia del conte Giacomo iunior, e nel 1897 la sposa, offrendole in dono come pegno del suo amore un mazzetto di lettere autografe del poeta, che appartengono ai più gelosi ricordi di famiglia.

Le nozze, celebrate di nascosto a causa dell’opposizione di entrambe le famiglie, hanno però un tragico epilogo: dopo appena quattro mesi, la contessina muore di tifo, a Torre del Greco, nella stessa casa ai piedi del Vesuvio abitata già dal prozio e luogo della composizione della Ginestra. Distrutto da questo atroce destino, Amerigo, quasi a voler tagliare i ponti con ogni cosa che possa ricordargli Leopardi, lascia erede di ogni cosa, casa vesuviana e manoscritti, il nipote Antonio Carafa, nipote della famosa “Calliopina” Ferrigni, ricordata da Leopardi nella lettera del 24 gennaio 1833.

Per quanto riguarda la seconda, chi avrebbe potuto immaginare che uno dei possibili pretendenti alla mano di Paolina recasse il cognome Ranieri? La realtà a volte supera l’immaginazione, ma le cose stanno davvero così.

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POESIA – IL SENSO VERO DELLA NEVE – “Il tempo è dove sei stretto/da ritmi impassibili del dare/ e dell’avere. Insolidale / corrispondenza. Dono/ dell’irrisolto poco/che ostinatamente/ si detta vita”. È la nota dominante, fin dal testo d’apertura, il tempo, nel libro di Antonio Donadio (Il senso vero della neve, Morcelliana 2019): il tempo come “dono”, in un gioco di “dare” e “avere”. Un gioco (tema che compare fin nell’ultimo testo, “giochi di mani”), inteso anche come scambio e viaggio, sulle tracce della “voce” e del “canto”, di un qualcosa che vale la “vita”, nell’ansito delle tappe della duplice scansione tematica del libro (Paesaggio con figura e Aritmie d’orme) che sono le tappe di una metafisica “raminga vita” in cerca di Poesia. Donadio, questo lo persegue in una parola pausata di luce: abbagliante come la “neve”, incolmabile e “irrisolta” come le leggi dell’enigmache regge, necessario ed essenziale, le azioni degli umani.L’esito è un progressivo appressamento, non senza un “doloroso ansimare”, al senso, all’”ombra” in cui per indizi dar volto e riconoscere, come Dante al culmine del suo viaggio, le proprie stesse fattezze nell’”immortale riso”.

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POESIA – MAGAZZINO DEI MONATTI – “Che “il nervo della guerra è il denaro” lo afferma solennemente / Almorò Pisani, ambasciatore della Serenissima a Parigi, in una / delle sue comunicazioni puntigliose § non di rado esterrefatte / (dispaccio 144, 12 febbraio 1793: due giorni dopo / l’esecuzione di Luigi XVI) /…/ Tormentato dai suoi incubi, il buon Pisani /…/ non avrebbe mai più potuto immaginare / che due secoli dopo il nervo delle guerra, da solido § abbagliante, / sarebbe diventato liquido § torbido: / non più Denaro ma Petrolio, iuxta / una delle più luride metamorfosi esercitate sulla natura / da quell’alchinista avido § paranoico / che ancora si chiama uomo” (Il nervo della guerra): è una lunga sequenza, sommossa da un intimo sdegno, da leopardiano “malpensante”, quale è davvero raro incontrare nella poesia contemporanea, da quella indignatio che secondo Giovenale è la vera Musa di ogni poesia. “Monatto” di un mondo spietato di profitti e violenze, Mario Lunetta(Magazzino dei monatti, Campanotto2004) intinge la sua penna nel veleno della denuncia e dell’invettiva facendo della parola poetica lo spazio della libertà e dell’utopia ma con la consapevolezza del risibile ruolo da essa giocato, della sua necessaria inutilità in un mondo di “macerie” e di orrore fisico e morale. Luogo dell’intelligenza e dell’inventività linguistica, la scrittura diventa così, nelle “macerie d’eternità” dei nostri anni sempre più “lividi”, l’avamposto di una strenua resistenza morale e stilistica, il segno di un “progetto” in cui pensare e fare, nella prospettiva di un mondo finalmente nuovo, in cui ognuno, non meno del poeta “uomo di molta ragione / § di poca fede, passioni devastate, polvere di nessuna / stella” (Con un corredo limitato), possa ancora leopardianamente levare “erta la fronte, armato, / e renitente al fato”.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE – UNTORE: [da unctor, “persona addetta a ungere la lana tosata”, dal lat. ungere, “spalmare una superficie con una sostanza grassa o viscosa”, donde unguentum, ossia “mistura velenosa per diffondere infezioni e peste”] – in senso figurato, persona ritenuta responsabile o colpevole di qualcosa (cfr. A. Manzoni, Fermo e Lucia, “La cagione d’un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agli untori”, IV,4).

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ALFABETO LEOPARDIANO – NOME:  Quid nomen est tibi (“Ma lo sai quale è il tuo nome ?”), si chiede Plauto in una delle sue commedie più famose, nei Menaechmi (atto III, scena II, v.48), a sottolineare quanto sia importante per ognuno la coscienza del proprio nome, del nome con cui umanamente e socialmente identificarsi e riconoscersi. Di ciò Leopardi è ben cosciente e se ne porta addosso il peso, di volta in volta suggestivo e ingombrante.

“Iacobus Taldegardus Franciscus Sales Xaverius Petrus”: un bel corredo, non c’è che dire, quello con cui venerdì 30 giugno 1798, alle ore 19, Giacomo nasce, e con cui orgogliosamente da Monaldo è annunciato ad amici e parenti, ad attestarne la presenza sulla scena della vita ma ancor più, secondo i consueti canoni delle convenzioni d’epoca, su quella della società.

“Gli diedi i nomi di Giacomo Taldegardo, rinnovando col primo il nome di mio Padre, con l’altro quello di un antichissimo di famiglia”, spiegherà infatti più tardi al Ranieri, nel luglio del ’37, in una straziante Lettera-Memoriale, all’indomani della morte del figlio.

Giacomo, Taldegardo, Francesco-Salesio, Saverio, Pietro: c’è tradizione e devozione, c’è la famiglia, attraverso i cui antecessori si designano ruoli e destino del neonato primogenito. Come se davvero ogni nome comportasse una traccia diversa, un progetto impareggiabile di orgoglio gentilizio entro cui inscrivere e predeterminare in un certo modo la vita. Una storia che si ripete attraverso il tempo, riflettendosi tra passato e futuro su tutti quanti gli appartenenti alla famiglia: non è certamente un caso se anche Carlo e Paolina si troveranno accollati anche loro i nomi di Francesco e Salesio, a mo’ di protettiva garanzia onomastica. Uno stemma di osservanza, dunque, una cappa di rispettabilità, cui non poter sfuggire, pena un’inarrestabile deriva morale ed esistenziale, tale da far desiderare al fanciullo Giacomo, già nel 1809, un impossibile sogno di evasione e libertà sotto lo stemma araldico dell’Uccello, protagonista di una patetica “favola” in quartine di versi settenari, Entro dipinta gabbia.

È un’urgenza dei nomi, insomma, che condiziona e opprime e non va sottovalutata, soprattutto se poi si scopre che il versante della libertà e trasgressione viene coperto e dissimulato da un gioco cosciente di traslitterazioni in alfabeto greco o ebraico di oggetti amorosi, maschere di spunti di pulsioni affettive, o addirittura eteronimi, dietro cui nascondere il fantasma dell’amico, per celarlo a curiosità e maldicenze. Cos’altro altrimenti può voler significare i vari Filippo, Francesco Pane, “Impiegato nel Gran Libro”, o l’incredibile Madama Clodovea, sotto il cui nome indirizzare a Napoli la corrispondenza epistolare con Ranieri, nel ‘32? Un’urgenza che porta ad ancorarsi inconsapevolmente alla loro forza, per il fatto che, come rileverà nello Zibaldone (2487), “gli uomini per lo più si lasciano governare dai nomi”, tanto da identificarsi con la qualità da essi socialmente comportata. (continua)

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POESIA – IL GUSCIO DELLE COSE: “Ognuno passa come può / oppure passa come altro decide / ma un albero resta un albero / e un ricordo un ricordo / come poi sia possibile / incontrare le cose mentre accadono / è mistero dei misteri / del fato se si preferisce / o del dio se si crede”. Un instancabile dialogo con il tempo al cospetto e nello specchio dell’oltre, questo libro di Daniele Cavicchia Il guscio delle cose (Passigli, 2019): un discorso che interroga e incontra le cose “mentre accadono” ma non si rassegna alla loro presenza. Vuole andare oltre il loro “guscio” e nel frattempo lascia che ci siano attraverso le parole come entità da cui ricavare risposte, storie (nel loro senso più etimologico) che possano continuare a vivere e dar luce a chi resta: come testimonianza di una fede nella vita che vuole sconfiggere “il mistero dei misteri”, il dolore. Cavicchia questo lo fa in una lingua sospesa tra razionalità e stupore e l’effetto sul lettore è che ti fa credere in “un mondo nuovo di stelle”: oltre lo strazio e il silenzio.

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PROSA – LE PAROLE DEGLI ALBERI E DEGLI UOMINI: È il titolo di un libro di un autore che non proviene dal mondo della letteratura, anche se verso la letteratura si sente profondamente debitore, dacché sua madre, cui il libro è dedicato, gli ha inculcato fin da ragazzo l’amore per la poesia e l’arte. Gioacchino Leandro è un clinico e accademico di fama, gastroenterologo, presso l’Ospedale di Castellana Grotte (Bari). Si capisce ma non sorprende allora come uno con una preparazione scientifica siffatta possa indirizzare anche la sua sensibilità all’indagine dell’uomo nelle sue relazioni con la natura e la vita per scoprirne le più intime correlazioni. È questo che Leandro fa in questo libro, edito dall’Editore Manni di Lecce (2019), in cui attraverso trenta brevi capitoletti racconta una favola (quasi un poema in prosa) profondamente legata alla vita e alla terra, ponendosi in ascolto con suggestiva dedizione delle mille voci, degli alberi e degli uomini, da cui è animato l’eterno scenario di sapienza della vita. Con una consapevolezza, addirittura leopardiana, del Male e del Dolore da cui tutto il creato, esseri umani e vegetali, sono uniti e afflitti in un’unica, universale catena (si legga il capitolo intitolato L’albero che sembra riecheggiare un passo dello Zibaldone), a meno che non intervenga l’Amore e l’Accettazione a salvarli (“L’amore ha tante forme e tanti volti, vivilo con gioia e intensità, apprezza le differenze e le diversità”).

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE – QUARANTENA[forma veneta per quarantina,“quaranta giorni”]- il termine indica la durata dell’isolamento forzato cui venivano sottoposte le navi provenienti da zone colpite dalla peste nel XIV secolo per limitare la diffusione del pericolo.L’origine di un periodo di detenzione forzata di quaranta giorni si baserebbe, secondo alcuni, sulla dottrina di Ippocrate che distingue le malattie acute e tipicamente contagiose (che durano meno di quarantacinque giorni) dalle malattie croniche. Secondo altri, tale intervallo di tempo sarebbe stato utilizzato dagli osservatori rinascimentali, che notarono che, dopo quaranta giorni, le persone colpite da un morbo o morivano o guarivano, senza ulteriore possibilità di contagio.

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ALFABETO LEOPARDIANO – GINEVRA (continua): Non conta qui analizzare debiti e meriti del romanzo ranieriano, rispetto alle sue possibili fonti romanzesche (Defoe, Prévost, Richardson, Fielding e soprattutto Dickens). Ma una fonte almeno, ideologica e letteraria, si deve pure segnalarla, ossia Leopardi, se non altro perché la sua opera fa capolino nel romanzo, talvolta esplicitamente, talaltra in maniera allusiva, come avviene a partire addirittura dal titolo.

E’ più di un’eco casuale, infatti, quella che si avverte tra Ginevra o l’orfana della Nunziata e La ginestra o il fiore del deserto, di cui peraltro nel romanzo viene fatta esplicita citazione, ancorché in maniera abbreviata, come del canto letto al capezzale della morente Eugenia (“Io leggeva il Fiore del deserto del Leopardi…”, LX), nel rapporto con la quale sembra addirittura adombrato lo stesso “sodalizio” tra i due amici: sia a livello lessicale (l’omofonia Ginevra-ginestra), che strutturale (l’uso in entrambi di un sottotitolo, introdotto da una disgiuntiva), c’è un’evidente somiglianza resa ancora più significativa dalla presenza in entrambi i testi di un’epigrafe biblica, dal Vangelo di Giovanni nel testo leopardiano e dall’Ecclesiaste nel romanzo. La presenza leopardiana e in particolare dell’ultimo canto, motivati anche dal fatto che il Ranieri lavorava alla sua opera a stretto contatto col suo amico, restano legati al romanzo in maniera sostanziale, depositandosi in una molteplicità di riferimenti, a livello addirittura testuale, che danno l’esatta misura di quanto la quotidiana consuetudine tra i due sodali sia stata essenziale e feconda. Si leggano ad esempio i capitoli LI-LIV, là dove l’iniziazione di Ginevra alla cultura da parte di suor Geltrude provoca nella giovane una tale febbrile sete di sapere da portarla, di fronte all’”infinito” e alla scoperta di spazi e mondi impensabili, a riconoscere e proclamare la piccolezza e marginalità delle creature e da qui il disgusto per le rovine seminate dagli uomini in nome della loro ambizione e sete di potere, con una determinazione che molto da vicino ricorda Leopardi a livello, se non stilistico, almeno filosofico, e con in più rispetto a lui un’apertura al sociale, un forte “mordente rivoluzionario” di derivazione sansimoniana (come ha precisato Carlo Dionisotti), ignoto all’autore della Ginestra.

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IMMAGINI –PANTALEO CRETI’ – A principio, praticava essenzialmente la scultura più ancora che la pittura. E nascevano nella terracotta, nel bronzo o nella pietra, donne grasse, imponenti figure di archetipica pregnanza, dai nomi da prontuari di mitologia classica: Naiadi, Andromeda, Pegaso. Poi ci sono stati animali, emblemi di vitalità e di forza: galli, polli, e soprattutto cavalli. Successivamente, sono arrivati i vescovi, talvolta in un’apparente ieratica compostezza. E ancora, dopo, c’è stata un’invasione di volti, figure, situazioni, le più irridenti e irriverenti, fino all’oggi, dove fa irruzione una realtà spesso grottesca e deformata.

Pantaleo Cretì è così: gli piace mescolare sacro e profano, manipolandoli e immettendoli in ibridi di ludiche e irridenti invenzioni formali al lite del bizzarro e dello stravagante. Santi e diavoli, animali e umani, femmine e prelati, dai connotati contraffatti e stravolti in ghigni innaturali e in bestiali sberleffi, si incontrano e scontrano, fantasmi di un tempo senza pietà e senza favola, come in una sorta di Leggenda aurea nello specchio di una disincantata modernità, componendo una gotica galleria di figure bizzarre e senza luce.

Già quando l’ho conosciuto 45 anni fa, ricordo che operava in questa stessa maniera. Fu in occasione di una mostra in uno di quei luoghi un po’ marginali, in cui in quegli anni anche a Como si celebravano riti e sorti dell’avventura sperimentale, dove presentava strane, modernissime Veneri Callipigie, MatresMatutae di arcaica, carnalissima mediterraneità, mescolandole ad una folla di altre icone ed emblemi del suo legame con gli archetipi figurativi della sua terra pugliese, animali e forme dall’abnorme materialità, immobilizzati in gesti strani, al limite del deforme, cui il materiale povero, la terracotta, nuda o invetriata, conferiva assieme a un forte sapore arcaico un’evidente connotazione ironica, nel palese contrasto tra la povertà del materiale e certi ambiziosi stilemi formali, come il modellato di particolari spesso inessenziali (vuoi il panneggio delle Madri, vuoi il piumaggio o le criniere dei cavalli).

Un modus operandi, che nel tempo si è conservato: ecco, è in questo operare che mi sembra che Cretì abbia toccato uno dei nodi essenziali del fare arte oggi, che risiede nella decisione ed esemplarità del gesto, nell’atto del suo farsi piuttosto che nel prodotto concluso e conclusivo.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

 

 

 

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE – CONTAGIO – [lat. contagium, “trasmissione di malattia infettiva”, “epidemia”, composto da cum-tangere, “toccare”] – in senso proprio, corrompere, infettare attraverso il contatto, diretto o indiretto, attraverso materiali inquinati o animali portatori di microrganismi infettivi (cfr. Isidoro di Siviglia, Orig. VI, 18 “contagium a contingendo, quia quemquam tetigerit, polluit”, “contagio (deriva) da toccare, ossia che infetta chiunque esso tocchi”); in senso figurato, influsso esercitato da costumi, esempi, dottrine, oltre che dalla presenza e compagnia di una persona su un’altra. – Che inquietante prospettiva (a pensarci), quella del “Noli me tangere!

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ALFABETO LEOPARDIANO – GINEVRA: “Io leggeva il Fiore del deserto del Leopardi…”: chi confessa ciò è, al capezzale della sua infelice amica morente Eugenia, l’ancor più infelice Ginevra, protagonista del romanzo (Ginevra o l’orfana della Nunziata) scritto da Antonio Ranieri negli anni del “sodalizio” con Giacomo. Un romanzo, questo, Ginevra, costato all’autore non pochi guai con la censura borbonica, non ultimo addirittura un breve periodo di prigione, nel ’39, prima di vedere finalmente la luce, in altra epoca e sotto più fausti cieli, nel 1864.

Protagonista della vicenda è Ginevra, un’esposta, ossia un’orfanella dell’Ospizio della Nunziata, la quale racconta in prima persona tutta quanta la “verità d’una vita breve e tribolata” (XL), la “breve tragedia” insomma di una vita come tante (LXXVIII), a partire dall’età di quattro anni e fino alla morte precoce all’età di venticinque. Scorre così attraverso le sue parole un elenco impressionante di violenze e maltrattamenti, che, dentro e fuori dall’orfanotrofio, la vedono sempre assoggettata ad ogni sorta di fatiche e sfruttamenti e sballottata da un luogo all’altro, alla mercé della bestialità di balie, monache, “feroci”, preti, nobili, padroni e lazzaroni, che non si curano affatto dei suoi sentimenti e della sue più elementari esigenze.

Dopo un’infanzia tristissima all’ospizio, a undici anni, vi si ritrova di nuovo, ricacciatavi a forza dal suo padrone, don Gennaro, il cuoco del principe di San Marcello, il quale per farla scivolare meglio attraverso lo stretto pertugio del “ buco della ruota” la spoglia e le versa addosso un fiasco d’olio, prima di appiopparle “un fiero calcio”. Qui, in mezzo ad incredibili sevizie, trova un’àncora di salvezza in una monaca francese, suor Geltrude, che prende a benvolerla, facendola trasferire dalle orride “grotte” del convento nell’infermeria e poi nell’alunnato dell’ospizio, dove assieme a uno scelto gruppo di trovatelle le viene impartita una conveniente educazione. Quando però suor Geltrude muore, a Ginevra toccano nuove e più amare angherie.

Trasferita per punizione all’Albergo dei Poveri, rivede dalle finestre dell’edificio un giovane, Paolo, che già anni prima le aveva fatto palpitare il cuore, e se ne innamora ma un ignobile figuro, il prete calabrese don Serafino, col pretesto di aiutarla a incontrare l’amato, l’attira di notte fuori dell’Albergo e approfitta di lei con l’aiuto di due sgherri e di una vecchia megera. Rinchiusa nel carcere delle “mal vissute”, viene spedita tra le “pericolate”, quando si scopre che è incinta dello stesso prete. Appena nato, il bambino le viene crudelmente strappato e gettato nella ruota dei trovatelli.

Quando all’Ospizio arriva un giovane pittore, Cammillo, e inizia a prodigarle ogni sorta di amorosa attenzione, Ginevra si attacca a lui di un amore disperato fino al punto di accettare di fuggire con lui, allettata dalla sue promesse di matrimonio. A Roma, però, dove ha seguito il suo amato, viene da questi sospinta con un calcio nel Tevere, mentre è incinta di un altro figlio. Scampata alla morte per miracolo, è aiutata da una santa donna, Teodelinda, presso la quale trascorre tre anni in penitenza e in preghiera, finché un giorno capitano nella grotta dove si è rifugiata dei soldati a caccia di un feroce bandito. Arrestata come vagabonda, viene rimandata a Napoli e rinchiusa nel Convento di S.Gennaro, detto dei Poveri, dove poco dopo muore di consunzione in desolante solitudine. – (CONTINUA)

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POESIA – DI PADRE IN PADRE: “Voglio un nome / per l’anima mia”, dice subito Laura Maria Gabrielleschi in apertura del suo libro-poema Di padre in padre mettendo in scena una questione, quella del Nome, come elemento fondante di una Storia: una questione intorno a cui ruota una ricerca di identità, come apprendistato della vita nel ricordo di Lui, del Padre, in cui riconoscere come in uno “specchio” la propria capacità di essere se stessa. È un vuoto che si fa pieno (di emozioni, vibrazioni, parole), in cui “tra rimpianto e desiderio” si stagliano ed evidenziano, armonizzandosi “senza paura” come note all’interno di una vasta partitura musicale, oggetti e figure essenziali di un’esistenza, scandite e trasfigurate attraverso la memoria in situazioni ben concrete, fino a dar corpo a quello che freudianamente si definirebbe un vero e proprio “romanzo familiare”.

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IMMAGINI DIVERGENZE CELESTI –  Una cartella di serigrafie, dal titolo suggestivo, Le divergenze celesti, vagamente pitagorico, quella che il pittore e scultore Gianfranco de Palos, artista di origine romane ma residente a Sesto San Giovanni fin dall’inizio degli anni ’70 e che vanta anche formazione musicale e interessi nel campo della poesia, ha realizzato per le Edizioni “Laboratorio delle Arti” – Milano, in tiratura di cento copie, comprendente assieme a sue opere testi poetici di importanti poeti italiani (Attilio Bertolucci, Domenico Cara, Maurizio Cucchi, Giuliano Gramigna e Edoardo Sanguineti).

Molto peculiare l’accostamento tra parole e immagini: l’artista, fedele a una prassi consolidata nel tempo (penso a Le luci del Bauhaus. Linee e voci, 2001), vi dimostra un fine senso del ritmo attraverso un segno di incisivo impatto, capace di comunicare, negli interstizi tra  geometria e rarefazioni cromatiche, lo “spazio improvviso e vivificante” di “una rivelazione”, come dice nel suo testo critico Marika Mitta Lindo.

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE – VOLPE – [dal lat. vulpes, di origine indoeuropea, ma di incerta etimologia, a non considerare quella, curiosa, di Varronesecondo cui vulpesquodvolatpedibus, “poiché vola con i piedi”] mammifero carnivoro, della famiglia dei Canidi; in rappresentazioni antropomorfizzate, simbolo di frode, di voracità, persona astuta, smaliziata, inaffidabilee abile nell’imbroglio e capace di rovinare vigne e raccolti (nel Medioevo cristiano è perciò simbolo del Diavolo ingannatore, insidiatore e distruttore della Vigna del Signore), cfr. Dante, Inf. XVII, 75 (“l’opre mie / non furon leonine , ma di volpe”), ma anche Purg. XXXII, 119 (“una volpe / che d’ogni pasto buon parea digiuna”).

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ALFABETO LEOPARDIANO SCRI/VI/VERE  –  “Imitatore” soltanto di se stesso (Zib., 4373, 10 settembre 1828), il poeta gioca attraverso il “comporre” una partita capitale con la vita, mettendo letteralmente insieme, attimo per attimo, verso dopo verso, attraverso tutte le sue scritture, non fatti ed avventure, ma soltanto echi e attese, presagi e domande, e soprattutto le sensazioni di una continua, drammatica sproporzione tra ideale e reale, tra ciò che si vuole e ciò che si sa realizzare.

A questo si dà corpo, dice Leopardi, attraverso la scrittura, attraverso la forza di un gesto, che continuamente “aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita” (e “e ci rinfresca, per così dire, e ci accresce la vitalità”, Zib., 4450, 10 febbraio 1829): un autentico scri/vi/vere, insomma, per dirla in calembour, gratificante e al tempo stesso doloroso, quanto può esserlo la vita stessa, in cui il “sentire” dell’insensatezza del proprio essere e del proprio agire si emblematizza nella metafora di una scrittura che pensa e di un pensiero che scrive, dando vita a un processo in cui all’”immaginazione” si sostituisce l’”invenzione” intesa come passione costruttiva fondata sul ripensamento di tecnica, retorica e modelli, calati nel “sentimento” di una storia, di un’esperienza.

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POESIA – UNA STAGIONE NASCOSTA Le cose avvengono nella parola, nell’antro primordiale dove l’ombra delle idee cerca una via verso la luce, come suggerivano già Platone e Giordano Bruno: è su questa linea che si mette Vincenzo Di Maro nel percorso descritto nella sua raccolta Una stagione nascosta (NEM, Varese 2019), la storia di un mistero, quello della Vita, che s’avventura e fiorisce nel tempo per dare un senso all’attimo del suo concepimento. E lo fa attraverso una serie di emblemi, di riferimenti culturali forti, poetici e figurativi. Mi pare che questo sia detto in maniera abbastanza esplicita in un testo della prima delle tre parti del libro, G. la Tempesta, laddove testualmente si dice che “Quando nasce il bambino, in cui chi osserva è in se stesso osservato, lui – chiunque lui sia – è custode del tempo”: come dire che l’apparire, l’essere in presenza, la nascita, diventa momento unico ed essenziale della Storia, tassello da cui non si può prescindere, punto da cui con responsabilità “occorre vivere”, quale che sia il suo destino (“l’antichissimo / futuro che verrà”).

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MEMORIA – RAFFAELE AVALLONE, martire delle Foibe, uomo “giusto” – Dragonea di Vietri sul Mare ricorda un suo figlio, martedì 18 febbraio.

Raffaele Avalloneaveva prestato servizio presso la Questura di Fiume dove aveva collaborato con il commissario Giovanni Palatucci, riconosciuto come “Giusto fra le Nazioni”. «L’episodio che ha cambiato radicalmente la mia vita e le sorti della mia famiglia – descrive il figlio Raffaele – ebbe luogo nel 1943; Palatucci aveva già disposto che mio padre accompagnasse due famiglie di Ebrei da Fiume a Salerno. Forse, pensava di salvarlo, ma un collega chiese di sostituirlo in questa missione, in quanto aveva la famiglia a Salerno: episodio ovviamente privo di qualsiasi responsabilità singola, confermato in tempi successivi dai congiunti del collega medesimo. Mio padre rimase a Fiume con Palatucci e con noi, Vittima di una sorte iniqua, che si sarebbe compiuta nel maggio 1945, non appena la città venne invasa dai partigiani di Tito: sorte atroce oltre che imprevedibile, al pari di quella subita dal Commissario. Mio padre fu gettato in una foiba carsica, forse ancora vivo, quando aveva 45 anni e la guerra era già finita, mentre Palatucci sarebbe scomparso in età ancora più giovane, a soli 36 anni, nel campo di sterminio tedesco di Dachau, ucciso dal tifo dopo incredibili stenti, privazioni ed angherie».

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005. 

Guarracinismi tra antico e odierno

PAROLE – BALENA – [dal lat. ballena, mammifero cetaceo di enormi dimensioni, che si nutre di ogni sorta di pesci ed emette spruzzi altissimi di acqua, donde deriverebbe il suo nome, dal greco ballein, “scagliare”, secondo Isidoro di Siviglia]simbolo di morte e di rinascita, nel Cristianesimo, la balena raffigura il Diavolo e le sue mascelle sono i cancelli dell’inferno.

BALENE DI SALVATORE (a proposito del catalogo dell’artista, curato da M.Bignardi, 2019) – Un simbolo insistito, in un ordito ostinato, modulare, la Balena di Nicola Salvatore, che diventa mito. È così che un’idea, nell’impersonalità e nell’insensato gioco dell’offrirsi gratuito, allontana la concretezza del rapporto quotidiano, mercificato. Dunque, l’oggetto come categoria: la Balena come epica e drammatizzazione di certe zone dell’inconscio, di certe stratificazioni archetipiche, fetali, private e collettive, “tribali”…

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ALFABETO LEOPARDIANO UCCELLO: L’uccello, anzi per meglio dire L’Ucello, è il singolare protagonista di una delle tre “favole” in versi (Il Sole, e la Luna, L’Asino, e la Pecora, e L’Ucello, appunto), composte tra il 1809-10 e raccolte da Maria Corti in un’antologia dei testi “puerili” di Giacomo che prende il titolo proprio dal primo verso di questa composizione in settenari, “Entro dipinta gabbia” (1972).

Ispirata probabilmente a due testi del poeta settecentesco Giovanni Battista Roberti (1719-1786), la favola rappresenta l’audace impresa di un uccello, che “de l’abbondanza immemore” abbandona “l’usato albergo”, dispiegando lieto e giocondo le sue ali oltre “l’ozio e il diletto” della sua gabbia verso cieli di libertà, a testimonianza del fatto che “di libertà l’amore” giammai può essere conculcato “in un giovin cuore”.

Testo emblematico quant’altri mai, come si può facilmente arguire. La “favola” delinea infatti in termini convintamente antagonistici uno dei motivi, quello appunto dell’Uccello, che accompagneranno Leopardi per tutta quanta la vita, secondo solo alla Luna. Un motivo anche iconico, che è ripetuto, assieme all’albero in fiore, a siglare carte puerili zeppe di appunti e testi poetici, così da fissare già da subito, inquietudini e aspirazioni: nell’albero, una proiezione verso la natura come scenario di sogni; nei tratti araldici del volatile, soprattutto, l’insofferenza e repulsione, ora del fanciullo, nei confronti della “dipinta gabbia”, più avanti nei confronti del “loco natio”, da osservare da una conveniente distanza, possibilmente dall’alto, da un “colle”, da un “verde rialto” o “d’in su la vetta della torre antica”: un motivo che dice la sua eroica decisione di proiettarsi nelle avventure dell’intelligenza come unico mezzo, ancorché doloroso, alla conquista della propria compiuta identità.

È all’interno di questa immagine, quella dell’uccello, che si disegna già un’esperienza esistenziale drammaticamente e consapevolmente in perdita, anche se moralmente fecondissima, che pare trovare già lucida intuizione ed espressione nel momento stesso in cui si situa la nascita stessa dello scrittore, in quel Diario del primo amore (1817), dove il giovane contro le proprie oggettive e soggettive incapacità disegna chiaramente le proprie scelte: “non sapendo né volendo farlo altrimenti che collo scrivere…”

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POESIANERO EURIDICE – Un libro di atmosfere, questo di Lorenzo Morandotti (Nero Euridice, LietoColle, 2019), giocato tutto su colori e sensazioni, a partire dal titolo che evoca viaggi tra memorie e mitologie private e collettive, inscrivendoli in un “buio” tutto mentale, in cui “risaltano le cose”, come dice in Nero di vite:  “un buio” fatto di frantumi e di un sentire straniato e straniante.

Anche a stare solo al testo conclusivo (“La carie delle ortensie è cominciata / quando sono finite le pagliette” // “Fuori è tutto più ruggine di prima; / ha mai tagliato lumache con la forbice?”), ciò che appare è una scena di ordinaria, quotidiana violenza, un paesaggio abitato da intimi sommovimenti, in cui ciò che conta, oltre la strana musica che vi aleggia e un’immagine di grazia (le “ortensie”), è il modo il cui in cui le cose, le “storie” minime e private di una malata e sofferente quotidianità, cercano una loro luce balenante, un qualche pharmakon nel canto.

Lorenzo Morandotti, che è nato a Milano e vive a Como, sente la sua esperienza di poeta come un’appendice della sua professione di giornalista (lavora al “Corriere di Como”, abbinato al “Corriere della Sera”, dove cura anche l’inserto settimanale dedicato al tempo libero “Vivicomo”), guardando alla realtà da una specola privilegiata, quale è quella della letteratura  (tra poesia, Respirazione, Manni, e prosa, Crani e topi, nella collana “Ars Amandi” dell’editore ES di Milano), coniugandovi con piena maestria un complesso teatro sentimentale e fisiologico,  “con fatica / ma senza condizioni”, come dice in una scaglia luminosa (Arca di cedro).

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.