Interrogare la Notte

C’è un’immagine, in limine al De rerum Natura lucreziano (I, 136-145), che colpisce per la sua carica di disarmante e autobiografico titanismo, la prima e l’ultima volta di tutto il poema, ed è la dove il poeta, dopo aver confessato l’ardire del suo proposito di trasferire “in versi latini” obscura reperta, “le oscure scoperte” del genio greco, si rappresenta a noctes vigilare serenas, “a vegliare nelle notti serene”, a interrogare il gran libro della Natura per carpire al suo silenzio il segreto delle cose e clara…praepandere lumina menti, “trasmettere alle menti una luce scintillante” di verità.

È su questa immagine che mi preme soffermarmi, per gettare un minimo di luce da una diversa prospettiva sui complessi rapporti tra Lucrezio e Leopardi, tra due poeti cioè accomunati della più tragica oltranza interrogativa sul limite di un disagio storico e di un’essenziale disarmonia: un’immagine che si pone come l’emblema stesso della loro ricerca, per la sua urgenza allegorica e per l’orizzonte etico e gnoseologico che delinea.

Interrogare la notte, come dire interpellare e sentirsi interpellati dal mistero delle cose sul teatro dell’essenziale solitudine, che racchiude il corpo del soggetto poetico: Lucrezio (“tu mihi supremae praescripta ad candida calcis / correnti spatium praemonstra, callida musa, “e tu, nel momento in cui mi slancio verso la bianca linea che segna il termine della mia corsa, / mostrami la via, o musa ingegnosa”, VI, 92-93) e ancor più esplicitamente Leopardi (“Chi teme, canta”, Zib.3527) hanno coscienza che è in questo spazio che la parola poetica, sovraccaricata di una chiara intenzione di rassicurazione e seduzione, si incontra col ritmo di un pensiero dalle domande inesauribili per trasformarsi in un movimento che trova nell’infinito (o meglio, nell’indefinito) la sua figura essenziale, chiamando in evidenza e trasparenza le intime fibre dell’ombra, simulacra modis pallentia miris, “i pallidi simulacri di un pallore alieno” (123) non meno dei “mille vaghi aspetti / e ingannevoli obbietti” (Il tramonto della luna, 4-5), i fantasmi cioè della propria inquietudine, senza riuscire a vincerli ma anche senza restarne annichilito, in virtù di una eroica volontà di conoscenza.

Si tratta di un faticoso processo che per entrambi, pur per diverse vie, verte ad un unico risultato, quello di dare all’uomo la consapevolezza della sua umana fragilità.

In Lucrezio, si innesta e corrobora fin dall’inizio in un’ansia conoscitiva senza ipoteche e protezioni metafisiche, per approdare ad una visione dell’uomo difeso dalla corazza di una ratio capace di offrire finem…cuppidinis atque timoris, “un limite al desiderio e al timore” (VI, 25), una volta indagate e penetrate res occultas penitus, “i segreti più profondi della natura” (I, v.145), e di procurare un sollievo ai mali che affliggono la coscienza nella visione del triumphus Mortis del libro VI.

In Leopardi, matura per gradi, attraverso il progressivo rigetto di ogni mistificazione spiritualistica, fino a trovare sullo scenario lucreziano per antonomasia, le pendici del Vesuvio della Ginestra, il luogo dell’approdo e dell’emblematica conferma e consacrazione (“Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive”, 49-51) in toni di vibrante polemica nei confronti del “secol  superbo e sciocco”(v.53).

 

Nam cum suspicimus magni caelestia mundi / templa super stellisque micantibus aethera fixum, / et venit in mentem solis lunaeque viarum, / tunc aliis oppressa malis in pecora cura / illa quoque expergefactum caput erigere infit (“Quando, alzato il capo, contempliamo gli spazi celesti / di questo vasto mondo, e le stelle scintillanti fissate nelle altezze dell’etere, / e il nostro pensiero si porta lungo i corsi del sole e della luna, / allora ci sorprende un’angoscia, soffocata sino a quel momento sotto altri / mali, e comincia a farsi sentire…”, V, 1204-1208).

Come resistere o reagire a questa cura, all’angoscia mista a stupore di un qualcosa di incomprensibile, se non disponendosi al miraculum delle cose, all’invenzione di un pharmakon di saggezza affiorante all’improvviso dalle cose più neglette, dal tempo fatto cenere e dall’oro dei roghi immensi e distruttori dei boschi primigenii, di cui non a caso Lucrezio parla subito appresso al brano citato (1241-1280)?  È “dall’ombra e dal disprezzo” (e contemptibus, 1278), che può sbocciare, fecondato dall’ambrosia di una ratio tutta umana, il fiore della poesia, la parola capace di dar voce alle domande più profonde, esorcizzando ogni paura nel canto (requies hominum divumque voluptas, “riposo degli uomini e piacere degli dei”, VI, 94).

 

“Sovente in queste rive, / che, desolate, a bruno / veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / seggo la notte; e su la mesta landa / in purissimo azzurro / veggo dall’alto fiammeggiar le stelle…”: sono versi centrali della Ginestra (158-163), in cui l’esperienza indefinibile dell’io, consegnata all’emblema di una fragilità resa onnipotente dal sentimento dell’umano e dalla consapevolezza della propria mortalità, acquista conforto e consistenza in virtù della perentorietà dell’interrogazione, dell’acutezza dello sguardo, portando sulla scena della lingua un’effervescenza energetica di sapere, a dispetto del silenzio e dell’avvolgente tenebra circostante, a dispetto della Notte e della terra ridotta a “flutto indurato” dalla cieca indifferenza della Natura.

In questi termini, a prospettarsi è così un orizzonte davvero nuovo e straordinario di lucidità e saggezza, in cui il dialogo del pensiero con il “solido nulla” (Zib. 85) di cui è allegorica figura l’indistinto notturno, connota l’intrepida energia di chi la sua battaglia esistenziale e morale sa di doverla combattere giorno per giorno attraverso la scrittura, con dialettica determinazione, fissando fieramente in faccia il proprio destino, “erta la fronte, armato / e renitente al fato” (Amore e Morte, 110-111) e disposto per essa “a sostenere ogni fatica” (quemvis efferre laborem, I, 141), nonostante il destino di sparizione di ogni vivente.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Advertisements

Guarracinismi tra antico e odierno

“Scrivere significa dare testimonianza”

A proposito dell’ultimo libro di Francesco Belluomini, Nonostante tutto, contenente 10 poemetti dedicati ad Amici Poeti scomparsi, curato da Marco Ciaurro (I delfini Book, 2019)

“Scrivere significa dare testimonianza. La memoria ha un ruolo fondamentale nella vita ed io non mi sono improvvisato poeta e scrittore; piuttosto, sono stato chiamato, come dire, obbligato ad offrire la mia testimonianza, diretta o indiretta. Ad ogni edizione del “Premio di Camaiore” arrivano numerosissime opere da esaminare e spesso e con rammarico mi accorgo della mancanza di idee, dettata purtroppo dalla poca fantasia. Le persone sono invecchiate prima del tempo; al contrario, a me personalmente servirebbe una seconda vita per pubblicare tutto ciò che penso. Oggi mancano le idee! Proprio nel rispetto della memoria, nella mia vita ho realizzato libri dedicati a tanti grandissimi scrittori, per farli rivivere attraverso i ricordi. Riesco a dialogare con loro, come se fossero vivi e questo è straordinario.” (dall’intervista  di Daniela Cecchini, su “Il Corriere del Sud”, febbraio 2016)

 

*****

 

Pulcinoelefante, la casa editrice più piccola del mondo

 

All’interno delle anonime mura di una casa situate ad Osnago, nel lecchese, disposte su due livelli con tanto di pollaio retrostante, si nasconde un tesoro di pace intellettuale e di genuina accoglienza, di cui artisti di ogni sorta da poeti a pittori beneficiano, eleggendolo a luogo di vera e propria devozione: è qui, in questo luogo, diventato ben presto mitico, che è nata e prospera il Pulcinoelefante, la casa editrice più piccola del mondo.

Un’esperienza antropologica, più che editoriale”, si schermisce Alberto Casiraghi, classe 1952, un moderno Gutenberg, che da tipografo s’è trasformato in editore e ha dato vita qui nella sua casa a qualcosa di unico, a un’impresa etica (editoria, è parola troppo grossa), fatta di cose antiche (l’inchiostro, i caratteri mobili, un vecchio macchinario anni ’40, la carta, pazienza e tanto, tanto amore per ciò che fa e in cui crede): per creare oggetti di intenso godimento estetico, un’arte alla portata di tutti,  nel segno di una stimolazione della creatività, propria e altrui, attraverso gli incontri con gli autori più diversi, da Allen Ginsberg a Maurizio Cattelan, da Sebastiano Vassalli a Fernanda Pivano, per non dire della grande Alda Merini, l’autentica icona della Casa Editrice.

 

*****

 

La vacanza per ricaricarsi, tra monasteri e eremi

 

Telefonini spenti, niente computer, niente Facebook solo silenzio. Le vacanze spirituali sono una vera e propria soluzione per riacquistare energie fisiche e mentali.

Si tratta di itinerari sempre più richiesti da single, coppie, gruppi religiosi e laici. Eremi e monasteri ce ne sono tanti in Campania, negli incantevoli paesaggi dagli Appennini alla costiera sorrentina, dove poter andare a scoprire ‘che l’essenzialità è  la chiave  di lettura della vita per acquistare la serenità’’, afferma  frate ‘guardiano’  Gennaro uno dei tanti padri spirituali  di questi luoghi magici.

Tra i posti più ‘gettonati’ in Campania sono da segnalare: a  Piedimonte Matese (Caserta) sul monte Muto, il monastero Santa Maria Occorrevole che dal 1981 è sede di Noviziato a carattere interprovinciale. L’austerità del luogo, lo stile semplice, proprio della regola francescana, rendono l’ambiente particolarmente suggestivo ed invitano alla preghiera e alla riflessione. E’ il luogo ideale per gruppi parrocchiali che intendono trascorrere nel silenzio e senza distrazione turistica.

“Peccato che attendiamo che si facciano dei lavori alla nostra struttura colpita dal terremoto e la Soprintendenza di Caserta ha bocciato il progetto e non possiamo per ora più accogliere la notte i nostri ospiti”, aggiunge padre Gennaro a telefono.

Sempre nel casertano c’è il convento – santuario Maria SS dei Lattani ‘Regina Mundi’ a Roccamonfina altro luogo spirituale molto accogliente come il convento di Teano o l’eremo di San Vitaliano a Casolla (Caserta). Ad Avellino un’altra meta  magica è il Santuario di Santa Maria Montevergine ad oltre mille metri di altezza.
Ci sono poche camere  bisogna mettersi in lista di attesa per prenotarsi soprattutto in questo periodo.

I pasti si consumano in un apposito refettorio riservato agli ospiti. Il Centro La Pace di Benevento, invece, presso la contrada monte della Guardia è ideale per l’accoglienza di: campi scuola, esercizi spirituali, convegni, incontri di formazione e orientamento. Situato a due chilometri da Benevento e a pochi chilometri da Pietrelcina, il Centro La Pace dispone di parcheggio per

Il convento san Francesco in Polvica – casa religiosa di Tramonti, (Salerno)  è una struttura luminosa, semplice ma accogliente, è circondata dal profumo dei giardini che sono abbelliti da fiori spontanei. La casa dispone di un ampio refettorio con cucina di tipo professionale, di un chiostro, di un piccolo teatro, di sale per riunioni ed incontri, e una cappellina. Il chiostro, costruito nel 1700, è stato ultimamente restituito alla originaria linea architettonica.

La foresteria del monastero sulla collina a San Paolo di Sant’Agata sui Due Golfi (Napoli) a pochi passi da Sorrento e da Positano è ideale per fare esercizi spirituali, esperienze di vita monastica, incontri di preghiera, ricerca vocazionale. Il complesso dispone di alcune stanze per accogliere gruppi di preghiera che singole persone. Dispone inoltre di una piccola biblioteca e sala di lettura, piccola cucina e si consiglia di provare le marmellate artigianali locali.

(By Leonardo Pietro Moliterni – 28 Luglio 2019)

 

*****

 

LA CULTURA TI FA MANGIARE!

 

Sabato 10 agosto, presso il Rifugio Cervati, in località Chianolle del Comune di Piaggine (Salerno), si svolgerà il terzo appuntamento di “Rifugi di cultura ” organizzato dal CAI Club Alpino Italiano e dagli infaticabili Andrea Scagano e Enzo Di Gironimo.
Insieme al Rifugio Cervati si inaugurerà la biblioteca più alta della Campania e sarà offerto un sano piatto di pasta e patate a chi donerà un libro per allestirvi la Biblioteca CAI più alta della Campania.

 

*****

 

INFINITI, INFINITO…  Gli infiniti – “L’aveva davvero visto, oltre la siepe, / un balenio dietro alle ciglia/o forse una lepre tra i cespugli,/qualcosa in fuga verso l’orizzonte?/O aveva soltanto intuito, /seduto al tavolo o affacciato al balcone, /la fuga incessante delle prospettive, /le ombre che scivolano alle nostre spalle/armate di chiodi e uncini /e le memorie che sfumano nel vago –/o che una mano inesorabile /non vista preda?”Mauro Ferrari, inedita

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

FARSI MONDO

“Le mitologie nazionalistiche non possono produrre, in Europa, che egoistiche chiusure identitarie, vuote retoriche, se non miserabili razzismi. Testimonianza di null’altro che dell’impotenza ad affrontare le trasformazioni del proprio ambiente. I miti europei sono soltanto quelli del viaggio, della scoperta, della curiosità per l’altro spinta magari fino al naufragio. Ma non sono miti , ecco il punto. Sono grandi opere dello spirito, della critica, della ragione. Sono creazioni, artifici . Non definiscono né radici, né confini, né dimore dove poter essere “in pace”. La loro Europa è una Patria che fugge . Non si sa dove inizi, né dove finisca. È suo destino il farsi mondo. Come una strada che si compia propria nell’andare, nulla di predeterminato o precisamente predeterminabile. Pericle si rivolgeva ai suoi concittadini ateniesi incitandoli a ritenere Patria le loro navi.”

Massimo CACCIARI

 

 

 

*****

 

IN VIAGGIO

Non era un viaggiatore “ariostesco”, Piero Chiara (Luino, 1913-Varese 1986). Viaggiava davvero per professione, da giornalista, non su atlanti e mappamondi in compagna di Tolomeo. Ne è una conferma questa raccolta di scritti, In viaggio, da poco usciti presso l’Editore Aragno, in cui si condensano anni e anni di collaborazione a quotidiani e riviste, dal 1948 all’’86, con resoconti “a caldo” ma ricchi sempre di luminibus ingenii, da molte parti del mondo, principalmente dall’amata Spagna. Nell’introduzione, Federico Roncoroni, che di Chiara era stato in vita collaboratore e amico e che ora continua, “fedele alle amicizie”, a trasmettere agli altri ciò che del Maestro di Luino resta ancora vitale, ossia gli scritti, parla di una pulsione a viaggiare, sulla spinta dei motivi più diversi, ma soprattutto di una nobile e inesausta curiositas, per scoprire che “la realtà ai suoi occhi era superiore ai sogni”.

 

PER PREMI – La giuria del VII Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” San Mauro Castelverde composta da Gabriella Sica (presidente), Roberto Deideir e Maria Attanasio, ha decretato Vincitori ex aequo Tiziano Broggiato (con “Novilunio”, Edizioni LietoColle) e Giuseppe Grattacaso (con “Il mondo che farà”, Edizioni Elliot); la stessa giuria ha poi assegnato due Menzioni Speciali: ad Antonio Lanza per il libro “Suite Etnapolis”, edito da Interlinea, e a Maria Pia Quintavalla per “Quinta Vez”, edizioni Stampa 2009.
Organizzato dal Comune di San Mauro Castelverde (PA), il Premio sarà consegnato in Piazza Municipio, sabato 3 agosto.

 

*****

 

DA LEGGERE

Su Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi

“Amo, quindi sogno” (Sonia Caporossi). Il sogno esprime un possibile percorso dell’essere per attraversare la pulsione erotica come ricerca d’amore. L’incontro con la propria proiezione narcisistica può essere espresso per mezzo di un altro. Che magari “vive” attraverso un corpo-sesso diverso dal proprio, in quanto ciò risulta funzionale con il desiderio proiettivo. Questo altro può incarnare il personaggio che  “trasfigura”, nella narrazione di un testo, la propria pulsione erotica. Il corpo-testo tende ad essere una imprevedibile creazione: vuole essere scritto dal desiderio del suo autore attraverso le parole stesse. Come scrive Roland Barthes: “Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita sulla punta delle mie parole”.

Nel Manifesto della Pulsione, mio testo pubblicato su ‘Critica Impura’ (20 febbraio 2019), scrivevo che una narrazione pulsionale vuole “vivere” in un testo aperto agli sconfinamenti. In questo i generi della scrittura convivono naturalmente, colloquiando fra di loro per costituire un unico testo. Che può divenire voce e corporeità della scrittura stessa, narrandone le interne pulsioni del desiderio e della psiche. I molteplici frammenti di narrazione diventano una “storia” dell’autore alla ricerca dei propri archetipi erotici.

Questa premessa serve per introdurre un mio attraversamento del “romanzo onirico” di Sonia Caporossi Hypnerotomachia Ulixis (Carteggi Letterari, 2019). Definire questo libro un romanzo risulta una “maschera” della scrittura, in quanto lo scorrere di lettura ne evidenzia la complessità, leggibile nei suoi frammenti testuali: ben strutturati e rielaborati nella loro specifica significanza. Questi volutamente “si perdono” nel magmatico dettato dell’autrice, che indica, attraverso un “viaggio di Ulisse”, l’esistenza di un proprio esplicito itinerario-progetto tematico. Che si snoda in un monologo di sette capitoli, percorrendo aree letterarie differenti. L’autrice esprime, infatti, questo suo percorso anche attraverso la conoscenza filosofica, che dialoga con la narrazione per “svelarsi” talvolta frammento di poesia.”

Vitaldo CONTE

 

*****

 

MEDITERRANEO, IL GIARDINO DEGLI ABBRACCI – “Tutte dovremmo scoprirle le strade /che portano all’ incontro con le porte /e ad ogni bivio schiudono alla luce //Qualcuno ostenta proprie differenze,/raccolte nella polvere dei luoghi /dell’abbandono delle intelligenze. //E ci vorranno scope e strofinacci /per una pulitura a fondo e canti /a rendere le stanze più accoglienti //con vista sul giardino degli abbracci /verso un mare rotondo che confonda /albe e tramonti, spazi e le frontiere.” Gianfranco ISETTA, 26 giugno 2019

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

 

Guarracinismi tra antico e odierno

“MALEDETTA SIA LA GUERRA!” – Ecuba a Polidoro – “Cammino le onde rotte a riva: / scarnificato dal sale / privo della corazza d’argento / ti riconosco in petto, ultimo nato, / il girello dei capelli sulla fronte  / l’incavo della spalla / il sopracciglio arcuato. / Hai lanciato un sorriso / sei volato in aiuto dei fratelli e della città / sei sparito indistinto nella mischia. / Giovane. Al più giovane alzeranno / una statua con epitaffio. // Fossi ancora ciò che sei stato / ieri quando eri. // Maledetta sia la guerra. / Non cesserò di maledirla.” (Maria Lenti, Elena e le altre, prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca Edizioni 2019)

 

*****

 

“STANCHI DI FARE GUERRA!” (in lingua cilentana)- PALINURO -“Iano vocolanno ‘ncoppa mari / senza manco sape’ / addove vuliano arrivari / dda banda r’eroi / stanchi re fa uerra / uliùsi r’ata gente, / r’ate terre r’amare. // Affaorèro ‘nna matina / roppo misi re fatìa re mari / montagnuni, selve, iumi, / virdi funnali e scuogli r’oro, / lo viento re ‘nna serata r’abbrili / inta ddo paraviso / se ‘nselecava / caccianno canti r’amuri. // A li marenari / ‘ntuppolarono l’aorecchie / crerenno a ‘nna chiancola / re sirene. / Palinuro fui curiuso /sfirào ddo paraviso re culuri / re suoni re canti / no resistette se tuffào / e re rette lo nome / a ddo capo affattato. / Cco le billizzi toie Ciliento / cuncierto re incanti / la sirena ieri tu!” (GIUSEPPE DE VITA, inedito)

 

*****

 

SENZA COMMENTO :  26 luglio – Un bambino di 11 anni affetto da autismo è stato affidato al Tribunale dei minori: la famiglia non intende più occuparsi di lui.

Una situazione da liquidare in un banale schieramento “buoni contro cattivi”? Come spesso accade, la realtà sociale è veramente complessa e delicata.

 

*****

“Un libro in cambio di una bottiglia di plastica”: il libraio che lotta per salvare il pianeta”

L’originale idea è di Michele Gentile, il libraio di Polla (Salerno) che promuove lettura e riciclo

Ricevere un libro in cambio di una lattina e una bottiglia di plastica. E’ questo l’obiettivo di “Non rifiutiamoci”, iniziativa nata da Michele Gentile, libraio appassionato di Polla, in provincia di Salerno, titolare della Ex Libris Cafè. Un modo per smaltire correttamente i rifiuti, ed allo stesso tempo diffondere il valore della lettura.

Ridare ossigeno al settore

“L’iniziativa vuole sostenere le librerie attraverso una pratica che potrebbe ridare ossigeno al settore, visto l’entusiasmo che suscita nei bambini – racconta Michele Gentile – La proposta è semplice e simbolica: bastano una lattina di alluminio più una bottiglia di plastica ed in cambio è possibile ritirare un libro “sospeso” dallo scaffale. L’obiettivo è di coinvolgere i Sindaci, i Dirigenti scolastici e le associazioni di categorie, affinché si possa costruire un vero scambio tra rifiuti e libri.”

I risultati

Un’iniziativa che ha già portato i suoi frutti: nel 2018 il libraio di Polla ha raccolto più di 3 quintali di alluminio, soprattutto grazie agli alunni della scuola di un paese vicino. L’alluminio raccolto, così come la plastica, viene portato alle locali piattaforme di raccolta, dove i rifiuti vengono pesati e il corrispettivo riconosciuto viene reinvestito in libri.

Continua a leggere su inabottle.it

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

PENSANDO A NAPOLI (PER RICORDARE LUCIANO DE CRESCENZO) – “Napoli mi manca sempre tanto e mi manca anche quando sono a Napoli. Napoli è più forte dei suoi abitanti, può cadere ma si rialza sempre. In questo mondo in cui il progresso sembra prendere il sopravvento su tutto, in cui le città sono sempre più simili le une alle altre, Napoli è l’unico luogo che riesce a mantenere intatta la propria identità.
Una copia di Napoli non potrà mai esistere, per questo è l’ultima speranza che abbiamo”.

*****

Sulla “Società del pieno” – “Confine spostato calcolato confuso / Limite /despoti  inesperti / poeti incapaci / beati in fretta e furia conclamati / neppure loro sanno: / bontà impolverata sperduta / tra strade case di città inospitali / fruga ignorata derisa / tra scarti di cucina / piange.//Si sfamerebbero tutti. / Bello sarebbe assumere la colpa./ Carità malaticcia dissoda / terra  troppo secca / sentire / sviato dalla mente / tratto di matita sottolinea l’errore / fa di conto./ Esempio di pochi / quasi zero nella ingorda / civiltà del pieno.” (Fausta Squatriti, Olio santo, 2010-2016, con prefazione di Mariella De Santis, NewPress 2017)

*****

IL PIETROSO FINITO – “Sul destino da riservare ai celesti / oltre il pietroso finito della terra / non c’è intesa tra gli umani / nell’atto di sottrarsi all’apparenza / né si placa tra i divini la contesa / per bandire il vuoto del giardino” (FLAVIO ERMINI, Edeniche, Moretti&Vitali 2019)

*****

DOMENICHE PERICOLOSE – Molto ha scritto e fatto scrivere, Giovanni Lischio, prima di approdare presso un editore come Macchione di Varese a questo giallo bipartito, Le domeniche pericolose. Le coppie, specialmente, che conclude una trilogia iniziata qualche anno addietro, nel ’13, con Il lato maggiore e proseguita nel ’15 Finché morte…(mentre nel cassetto un altro ancora aspetta, forse il più interessante, La ragazza col cane in spalla). Senza contare acrostici, aforismi, i “giochi” di parole (penso a una serie godibilissima di “ritratti” di animali in versi, anche questa ancora inedita e intitolata “Dalla a alla zebra”). Dicevo fatto scrivere, perché Giovanni è uno che, per una vita intera spesa nella scuola, pubblica e privata (per molti anni, ha insegnato anche al Gallio), lo stipendio se l’è guadagnato “divertendosi” con le legioni di studenti affidati alle sue cure, insegnando loro a scrivere, a creare, a essere insomma se stessi.

Ma come c’è di così singolare nel libro, Le domeniche pericolose. Le coppie, specialmente, da prestarsi per parlare dell’autore? Ci sono due problemi di stringente attualità, qui sul lago, da noi, ma anche altrove: c’è il mondo delle badanti, provenienti dall’est, con la loro difficile integrazione, nel primo, e le infiltrazioni mafiose nel Comasco, nel secondo, il tutto su uno scenario apparentemente placido e incantato, un piccolo mondo di ordinaria quotidianità, quale è il lago nel versante che dal Triangolo Lariano guarda Lecco e propriamente i paesi di Onno-Limonta-Oliveto.

È proprio qui che Lischio va ambientando ormai da tempo le sue storie, indagando e scovando, attraverso l’acume di un giornalista-detective particolare, Lorenzo Melori, i lati più oscuri della vita (e della psiche) dei suoi abitanti: storie ambigue e inquietanti, vicende di personaggi apparentemente comuni, vittime di azioni a volte inspiegabili se non con raptus di follia.

Scrittore in versi e in prosa, dunque, uno che ha attraversato e sperimentato molti linguaggi, restando sostanzialmente candido, “fanciullino”, con la capacità di giocare con le parole, di investirsi nel sapere degli altri, Giovanni Lischio: uno che, in virtù anche di una vita spesa nel grande arengo della scuola, l’avrebbero definito polytropon (nel latino di Andronico, versutum, dalle molteplici applicazioni e competenze). Versatile, insomma: narratore, comunicatore e soprattutto poeta, nel suo senso più ampio di creatore di linguaggio e capace di dialogare con semplicità e candore con giovani e meno giovani.

Uno che letteralmente “molto ha conosciuto”, attraversando e praticando innumerevoli territori, con la mente e col cuore, sfidando con la scrittura luoghi comuni e pregiudizi, sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale e intellettuale, che si può pressappoco riassumere e condensare così, una visione della vita generosa e aperta a una intelligenza delle cose senza illusioni, per sé e per gli altri.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

UN OMAGGIO AD ANDREA CAMILLERI  – “Ha compiuto il prodigio di essere nel contempo uno scrittore autenticamente popolare, un artista vero e l’ultimo intellettuale, capace di parlare non solo di letteratura, ma del mondo, l’unico sopravvissuto dopo la morte di Sciascia e di Pasolini. E una cosa purtroppo è certa: con lui muore una possibilità di essere scrittori e intellettuali insieme, con lui il Novecento è davvero finito” (ROMANO LUPERINI, Per Camilleri, intellettuale militante, su Laletteraturaenoi)

*****

 

Ancora un omaggio ad Andrea Camilleri – “La cecità mi risparmia di vedere la mia faccia”, diceva Camilleri in “Tiresia”. Negli occhi di un cieco, che sia di Chio o di Porto Empedocle, è scolpito il futuro. Parola di Alberto Granese, storico ordinario dell’Università di Salerno

 

*****

 

Il prof cilentano di latino e greco di Andrea Camilleri – Il professore di latino e greco di Andrea Camilleri, al liceo classico Empedocle di Agrigento, era un cilentano. Si chiamava Antonio De Marino: io l’ho conosciuto e frequentato. Era nato a Castelnuovo Cilento il 26 marzo 1915. Primogenito di una famiglia benestante, grazie ai sacrifici del padre – emigrato negli Stati Uniti e dal quale riceve un’educazione moderna e democratica, attenta ai problemi sociali e politici – studia al liceo di Vallo della Lucania e poi all’Università di Napoli, laureandosi il 24 novembre del 1939. Fa domanda di insegnamento e viene destinato al Liceo classico Empedocle di Agrigento per insegnare latino e greco. Tra gli allievi di allora c’è anche un giovane promettente che viene dalla provincia, Porto Empedocle, dove è nato nel 1925. Andrea Camilleri, dopo una breve esperienza in collegio, si iscrive al Liceo Empedocle e grazie all’insegnamento, tra gli altri, del professore De Marino, nel 1943 consegue la maturità classica. In seguito il professor De Marino scopre con gioia quasi paterna che quel suo alunno è diventato uno scrittore, che, con i suoi libri, parla non solo all’Italia, ma al mondo. Con Camilleri e con altri alunni negli anni successivi De Marino intrattiene una lunga corrispondenza – come assicura la figlia, Elvira, direttrice del Reparto di Oncologia dell’ospedale di Vercelli e nota conferenziera. Comunista, Antonio De Marino collabora con diverse testate e scrive articoli di denunzia sociale e politica, schierandosi dalla parte degli ultimi, contro i sindaci democristiani e i padroni. Memorabile un suo articolo del 1946 sulla testata comunista «Il Gallo» intitolato Castelnuovo Cilento: feudalità e miseria. Muore a Napoli il 16 luglio 2006 ed è sepolto nel cimitero di Castelnuovo Cilento.

(ringrazio l’autore dell’articolo, lo scrittore e giornalista GIUSEPPE GALZERANO, che mi ha concesso di poter utilizzare il suo articolo, comparso sul quotidiano di Salerno La città)

 

*****

Su questo mare schiacciato da bonacce / galleggiano ingavonate sulla dritta / le snelle navi che sfidavano i venti / con braccia e mani salde sul timone. / Barche a tòrzo lasciate alla deriva / senza più vele, senz’alberi maestri, / vuoti scafi protetti dal fasciame / per scarrocciare a lungo in naufragio” (FRANCESCO BELLUOMINI, Ultima vela, Samuele Editore 2018).

 

*****

Ancora su LIMESLimes è, certo, etimologicamente, nell’osco, un “limite”, un “confine”, ma è anche un luogo, un segno, un “bordo”, da cui ci sporge, avanti o indietro: una possibilità da cui porsi domande e muovere passi. Una situazione dunque quanto mai delicata e importante: si può restare indifferenti a ciò, a meno di non voler resta in limo, nel fango dell’indifferenza e dell’ignavia?

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

Di poche e minime cose ha bisogno per far poesia, Ernesto Ciorra: ha bisogno di incontri e presenze, anche occasionali, di familiari, amici e conoscenti, di sogni e bisogni, di ricordi e speranze. Una poesia esistenziale, dunque, fatta di attimi e dettagli: la vita come alimento e fonte di ispirazione primaria, nel cui teatro figure familiari essenziali stagliano e armonizzano la loro “domestica meraviglia” con molti altri (donne, uomini e perfino animali), componendo un universo via via più vasto in una rappresentazione con al suo centro la figura del poeta “mendicante d’amore” proteso ad incarnare un modello del tutto atipico, quello di “puer ingenuus” e insieme di manager illuminato, che all’interno del mondo del lavoro porta un’etica assolutamente diversa fatta di efficientismo e al tempo stesso di disposizione filantropica e altruistica. Il tutto su scenari paesaggistici quanto mai vasti e dai confini dilatati, luoghi dell’anima e della mente (Roma, Milano coi navigli, i laghi lombardi) ma anche luoghi dell’impegno e del lavoro (il fiordo norvegese di Hardanger, New York, San Francisco, Los Angeles, la Russia).

 

È così che Ciorra si riscatta dal grigiore e dalla ripetitività delle sue mansioni di imprenditore: attraverso la scrittura, condensata in un libro dal titolo emblematico, Il pane dei sogni ( NewPress, Como 2017), come esperienza di un atteggiamento etico, incurante di oscillare tra parlato e aulicità nell’elaborare un proprio peculiare modo di intendere i rapporti con gli altri.

Senza cioè rinunciare all’immediatezza e sincerità emozionale, nella messa in gioco di sé, di fronte al miracolo dell’esistenza, bella o amara che sia, allo stupore “per i colori  del tramonto, dell’alba e della vita”, e nello stesso tempo costruirsi intorno una comunità di spiriti fraterni, una sorta di “social catena”, da coinvolgere nell’”incendio” valoriale della propria vita al servizio della collettività (dal ruolo di Direttore Innovazione e Sostenibilità del Gruppo Enel).

Allineando una galleria di figure, tra le quali trovano spazio poeti (Sandro Penna, Alda Merini, Lorenzo Mullon), ma anche attori, dirigenti d’azienda, marginali e disperati, e soprattutto loro, la Madre, il Padre, la moglie Barbara, i Figli, tutti i perni insomma della sua vita: non manca, nemmeno Dio. Tutto all’insegna di un sentimento dichiarato con il candore di chi mira alla sostanza più che al galateo espressivo.

Accomiatandosi, in un ultima menzione di tutti i volti incontrati e delle grazie ricevute nel cammino, Ciorra ci congeda con un viatico e un’esortazione: “lascia che il pane dei sogni cada / per terra e che possa sfamare / la solitudine”. Una grande lezione, davvero.

 

 

*****

Canto senegalese a Lampedusa – “Mare mare /fammi passare //Il mare è aperto /come il deserto /quando è piatto /ci puoi camminare //Il mare cambia /come cambia il vento /ma è il terzo giorno /e non si vuole calmare // Mare mare mare /fammi passare //C’è un’isola – hanno detto – /in mezzo al mare /la luna ci vuole accompagnare //Luna luna /portami fortuna /terra terra /non m’ingannare //Mamma, oh mamma! /Il mare è grande /- tu me lo dicevi -/ma indietro non posso tornare //Mamma mamma /il mare è fondo /ma ora piglia sonno /c’è un’isola – hanno detto – in mezzo al mare /la luna è grande /e ci vuole accompagnare /piglia sonno e non mi pensare. //Mare mare fammi passare /indietro non posso tornare. //Indietro non posso tornare!” (Corrado Calabrò, Quinta dimensione, Mondadori 2018)

 

*****

Dal mare ai laghi – “DI LEGNO E DI CARTA” si intitola la mostra che si inaugura sabato 20 luglio al Museo della tornitura del legno, in via Vittorio Veneto, a Pettenasco (No), un paesino situato sulle rive del Lago d’Orta, un paradiso di azzurro e verde, dove si possono ammirare le opere delle artiste Sissi Sardone e Donatella Strada fino al 14 settembre. Nello spazio poi del Brunitoio, a Panizza di Ghiffa, una straordinaria mostra, curata da Vera Agosti, di Franco Rognoni, di cui mi piace ricordare una puntasecca dall’atmosfera viennese, dedicata a una figura misteriosa e maligna, una femme fatale, che ritroviamo in una poesia di Roberto Sanesi, Interacte.

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).