Guarracinismi tra antico e odierno

“MALEDETTA SIA LA GUERRA!” – Ecuba a Polidoro – “Cammino le onde rotte a riva: / scarnificato dal sale / privo della corazza d’argento / ti riconosco in petto, ultimo nato, / il girello dei capelli sulla fronte  / l’incavo della spalla / il sopracciglio arcuato. / Hai lanciato un sorriso / sei volato in aiuto dei fratelli e della città / sei sparito indistinto nella mischia. / Giovane. Al più giovane alzeranno / una statua con epitaffio. // Fossi ancora ciò che sei stato / ieri quando eri. // Maledetta sia la guerra. / Non cesserò di maledirla.” (Maria Lenti, Elena e le altre, prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca Edizioni 2019)

 

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“STANCHI DI FARE GUERRA!” (in lingua cilentana)- PALINURO -“Iano vocolanno ‘ncoppa mari / senza manco sape’ / addove vuliano arrivari / dda banda r’eroi / stanchi re fa uerra / uliùsi r’ata gente, / r’ate terre r’amare. // Affaorèro ‘nna matina / roppo misi re fatìa re mari / montagnuni, selve, iumi, / virdi funnali e scuogli r’oro, / lo viento re ‘nna serata r’abbrili / inta ddo paraviso / se ‘nselecava / caccianno canti r’amuri. // A li marenari / ‘ntuppolarono l’aorecchie / crerenno a ‘nna chiancola / re sirene. / Palinuro fui curiuso /sfirào ddo paraviso re culuri / re suoni re canti / no resistette se tuffào / e re rette lo nome / a ddo capo affattato. / Cco le billizzi toie Ciliento / cuncierto re incanti / la sirena ieri tu!” (GIUSEPPE DE VITA, inedito)

 

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SENZA COMMENTO :  26 luglio – Un bambino di 11 anni affetto da autismo è stato affidato al Tribunale dei minori: la famiglia non intende più occuparsi di lui.

Una situazione da liquidare in un banale schieramento “buoni contro cattivi”? Come spesso accade, la realtà sociale è veramente complessa e delicata.

 

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“Un libro in cambio di una bottiglia di plastica”: il libraio che lotta per salvare il pianeta”

L’originale idea è di Michele Gentile, il libraio di Polla (Salerno) che promuove lettura e riciclo

Ricevere un libro in cambio di una lattina e una bottiglia di plastica. E’ questo l’obiettivo di “Non rifiutiamoci”, iniziativa nata da Michele Gentile, libraio appassionato di Polla, in provincia di Salerno, titolare della Ex Libris Cafè. Un modo per smaltire correttamente i rifiuti, ed allo stesso tempo diffondere il valore della lettura.

Ridare ossigeno al settore

“L’iniziativa vuole sostenere le librerie attraverso una pratica che potrebbe ridare ossigeno al settore, visto l’entusiasmo che suscita nei bambini – racconta Michele Gentile – La proposta è semplice e simbolica: bastano una lattina di alluminio più una bottiglia di plastica ed in cambio è possibile ritirare un libro “sospeso” dallo scaffale. L’obiettivo è di coinvolgere i Sindaci, i Dirigenti scolastici e le associazioni di categorie, affinché si possa costruire un vero scambio tra rifiuti e libri.”

I risultati

Un’iniziativa che ha già portato i suoi frutti: nel 2018 il libraio di Polla ha raccolto più di 3 quintali di alluminio, soprattutto grazie agli alunni della scuola di un paese vicino. L’alluminio raccolto, così come la plastica, viene portato alle locali piattaforme di raccolta, dove i rifiuti vengono pesati e il corrispettivo riconosciuto viene reinvestito in libri.

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Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

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Guarracinismi tra antico e odierno

PENSANDO A NAPOLI (PER RICORDARE LUCIANO DE CRESCENZO) – “Napoli mi manca sempre tanto e mi manca anche quando sono a Napoli. Napoli è più forte dei suoi abitanti, può cadere ma si rialza sempre. In questo mondo in cui il progresso sembra prendere il sopravvento su tutto, in cui le città sono sempre più simili le une alle altre, Napoli è l’unico luogo che riesce a mantenere intatta la propria identità.
Una copia di Napoli non potrà mai esistere, per questo è l’ultima speranza che abbiamo”.

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Sulla “Società del pieno” – “Confine spostato calcolato confuso / Limite /despoti  inesperti / poeti incapaci / beati in fretta e furia conclamati / neppure loro sanno: / bontà impolverata sperduta / tra strade case di città inospitali / fruga ignorata derisa / tra scarti di cucina / piange.//Si sfamerebbero tutti. / Bello sarebbe assumere la colpa./ Carità malaticcia dissoda / terra  troppo secca / sentire / sviato dalla mente / tratto di matita sottolinea l’errore / fa di conto./ Esempio di pochi / quasi zero nella ingorda / civiltà del pieno.” (Fausta Squatriti, Olio santo, 2010-2016, con prefazione di Mariella De Santis, NewPress 2017)

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IL PIETROSO FINITO – “Sul destino da riservare ai celesti / oltre il pietroso finito della terra / non c’è intesa tra gli umani / nell’atto di sottrarsi all’apparenza / né si placa tra i divini la contesa / per bandire il vuoto del giardino” (FLAVIO ERMINI, Edeniche, Moretti&Vitali 2019)

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DOMENICHE PERICOLOSE – Molto ha scritto e fatto scrivere, Giovanni Lischio, prima di approdare presso un editore come Macchione di Varese a questo giallo bipartito, Le domeniche pericolose. Le coppie, specialmente, che conclude una trilogia iniziata qualche anno addietro, nel ’13, con Il lato maggiore e proseguita nel ’15 Finché morte…(mentre nel cassetto un altro ancora aspetta, forse il più interessante, La ragazza col cane in spalla). Senza contare acrostici, aforismi, i “giochi” di parole (penso a una serie godibilissima di “ritratti” di animali in versi, anche questa ancora inedita e intitolata “Dalla a alla zebra”). Dicevo fatto scrivere, perché Giovanni è uno che, per una vita intera spesa nella scuola, pubblica e privata (per molti anni, ha insegnato anche al Gallio), lo stipendio se l’è guadagnato “divertendosi” con le legioni di studenti affidati alle sue cure, insegnando loro a scrivere, a creare, a essere insomma se stessi.

Ma come c’è di così singolare nel libro, Le domeniche pericolose. Le coppie, specialmente, da prestarsi per parlare dell’autore? Ci sono due problemi di stringente attualità, qui sul lago, da noi, ma anche altrove: c’è il mondo delle badanti, provenienti dall’est, con la loro difficile integrazione, nel primo, e le infiltrazioni mafiose nel Comasco, nel secondo, il tutto su uno scenario apparentemente placido e incantato, un piccolo mondo di ordinaria quotidianità, quale è il lago nel versante che dal Triangolo Lariano guarda Lecco e propriamente i paesi di Onno-Limonta-Oliveto.

È proprio qui che Lischio va ambientando ormai da tempo le sue storie, indagando e scovando, attraverso l’acume di un giornalista-detective particolare, Lorenzo Melori, i lati più oscuri della vita (e della psiche) dei suoi abitanti: storie ambigue e inquietanti, vicende di personaggi apparentemente comuni, vittime di azioni a volte inspiegabili se non con raptus di follia.

Scrittore in versi e in prosa, dunque, uno che ha attraversato e sperimentato molti linguaggi, restando sostanzialmente candido, “fanciullino”, con la capacità di giocare con le parole, di investirsi nel sapere degli altri, Giovanni Lischio: uno che, in virtù anche di una vita spesa nel grande arengo della scuola, l’avrebbero definito polytropon (nel latino di Andronico, versutum, dalle molteplici applicazioni e competenze). Versatile, insomma: narratore, comunicatore e soprattutto poeta, nel suo senso più ampio di creatore di linguaggio e capace di dialogare con semplicità e candore con giovani e meno giovani.

Uno che letteralmente “molto ha conosciuto”, attraversando e praticando innumerevoli territori, con la mente e col cuore, sfidando con la scrittura luoghi comuni e pregiudizi, sempre fedele a una propria riconoscibile cifra esistenziale e intellettuale, che si può pressappoco riassumere e condensare così, una visione della vita generosa e aperta a una intelligenza delle cose senza illusioni, per sé e per gli altri.

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

UN OMAGGIO AD ANDREA CAMILLERI  – “Ha compiuto il prodigio di essere nel contempo uno scrittore autenticamente popolare, un artista vero e l’ultimo intellettuale, capace di parlare non solo di letteratura, ma del mondo, l’unico sopravvissuto dopo la morte di Sciascia e di Pasolini. E una cosa purtroppo è certa: con lui muore una possibilità di essere scrittori e intellettuali insieme, con lui il Novecento è davvero finito” (ROMANO LUPERINI, Per Camilleri, intellettuale militante, su Laletteraturaenoi)

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Ancora un omaggio ad Andrea Camilleri – “La cecità mi risparmia di vedere la mia faccia”, diceva Camilleri in “Tiresia”. Negli occhi di un cieco, che sia di Chio o di Porto Empedocle, è scolpito il futuro. Parola di Alberto Granese, storico ordinario dell’Università di Salerno

 

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Il prof cilentano di latino e greco di Andrea Camilleri – Il professore di latino e greco di Andrea Camilleri, al liceo classico Empedocle di Agrigento, era un cilentano. Si chiamava Antonio De Marino: io l’ho conosciuto e frequentato. Era nato a Castelnuovo Cilento il 26 marzo 1915. Primogenito di una famiglia benestante, grazie ai sacrifici del padre – emigrato negli Stati Uniti e dal quale riceve un’educazione moderna e democratica, attenta ai problemi sociali e politici – studia al liceo di Vallo della Lucania e poi all’Università di Napoli, laureandosi il 24 novembre del 1939. Fa domanda di insegnamento e viene destinato al Liceo classico Empedocle di Agrigento per insegnare latino e greco. Tra gli allievi di allora c’è anche un giovane promettente che viene dalla provincia, Porto Empedocle, dove è nato nel 1925. Andrea Camilleri, dopo una breve esperienza in collegio, si iscrive al Liceo Empedocle e grazie all’insegnamento, tra gli altri, del professore De Marino, nel 1943 consegue la maturità classica. In seguito il professor De Marino scopre con gioia quasi paterna che quel suo alunno è diventato uno scrittore, che, con i suoi libri, parla non solo all’Italia, ma al mondo. Con Camilleri e con altri alunni negli anni successivi De Marino intrattiene una lunga corrispondenza – come assicura la figlia, Elvira, direttrice del Reparto di Oncologia dell’ospedale di Vercelli e nota conferenziera. Comunista, Antonio De Marino collabora con diverse testate e scrive articoli di denunzia sociale e politica, schierandosi dalla parte degli ultimi, contro i sindaci democristiani e i padroni. Memorabile un suo articolo del 1946 sulla testata comunista «Il Gallo» intitolato Castelnuovo Cilento: feudalità e miseria. Muore a Napoli il 16 luglio 2006 ed è sepolto nel cimitero di Castelnuovo Cilento.

(ringrazio l’autore dell’articolo, lo scrittore e giornalista GIUSEPPE GALZERANO, che mi ha concesso di poter utilizzare il suo articolo, comparso sul quotidiano di Salerno La città)

 

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Su questo mare schiacciato da bonacce / galleggiano ingavonate sulla dritta / le snelle navi che sfidavano i venti / con braccia e mani salde sul timone. / Barche a tòrzo lasciate alla deriva / senza più vele, senz’alberi maestri, / vuoti scafi protetti dal fasciame / per scarrocciare a lungo in naufragio” (FRANCESCO BELLUOMINI, Ultima vela, Samuele Editore 2018).

 

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Ancora su LIMESLimes è, certo, etimologicamente, nell’osco, un “limite”, un “confine”, ma è anche un luogo, un segno, un “bordo”, da cui ci sporge, avanti o indietro: una possibilità da cui porsi domande e muovere passi. Una situazione dunque quanto mai delicata e importante: si può restare indifferenti a ciò, a meno di non voler resta in limo, nel fango dell’indifferenza e dell’ignavia?

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

La Luna

Il gigante

restava nell’ombra.

La sonda spaziale

non l’aveva sfiorato.

Vestiva elegante

con charme naturale

e antiquato.

Pregava,

il gigante pregava.

A un tratto

una stella vicina

lo morse:

Cristallo di genio

gli disse

tu mediti forse

se a fare fortuna

sarà suficiente

la luna?

Si volse,

il gigante si volse.

Cristallo di donna

rispose

non medito niente.

Per fare fortuna

è già

sufficiente

la luna.

La stella

guardava per terra.

Il gigante

guardava la luna.

 

(da “Le allegre carte”, Fabrizio Dall’Aglio, Valigie Rosse, 2017)

Nina NASILLI – Tre inediti

vólti lacerti

 

e siamo vólti lacerti

insicuri

anche dell’ombra

nel caso di notte

 

ma le valve ignare

del verso dell’onda

non temono

di farsi anche duna

coi rami franti e i sassi

e i sassi ai rami inserti

 

una distesa di sabbia: una duna

lì, sulla spiaggia incolta

– duna di valve, rami franti

sassi e sassi ai rami inserti

 

non teme Natura

un peso di giudizio

e siamo noi, gli incerti

del cosmo

fatti col sale del pavore

a gravare la sua nobile indifferenza

della nostra grandiosa inutilità

 

e intanto io non so

(e non lo so dire)

come trascorrano gli anni

 

 

de la terra

 

(a caschémo, in tèra

cofà e fòje, e su chéa tèra ea pianta

ea resta, in tèra: vèrta)

e de-cidiamo come le foglie

sulla terra, e la pianta resta

e si staglia

 

un brano di sole

altrove che splende

senza abbagliare, e scalda

tra le zolle bruno-soffice di questa terra

arata, La Calpestata:

è lì che vi germoglia infine un rinnovato eterno

– un virgulto d’eterno –

che è l’ala agile di un passero sorpreso

(pare minore, eppure è perfetto)

 

e tutto il verde che non appare

celebra

in silenzio

la festa del proprio compimento

 

nasceva dall’ombra
dolce
anche la nostra bellezza interiore
al buio
questo im-perfetto – era anfratto – di un bosco
dove le foglie quasi s’involavano
a cielo
– ma fermo, tutto

un campo d’autunno sottraeva all’azzurro
la chiarità della luce e vi poneva sul dorso

un incanto

d’ambra olivastra e scintille brevi d’oro brunito:

il cielo dissolto
non vi opponeva la sua divina resistenza

lì grado a grado si ergeva
nel volo sorpreso d’attesa
un canto
nero, una sommessa preghiera
protetta dalla delizia del suo prezioso manto

bisbigliavano tra loro le frasche
pudiche
soltanto, tenue
un cenno di cinguettio alludeva alla gioia tenera

del sole che non era a giorno
e neppure sera

la nebbia, coltre di silenzio e pace
imbeveva dal muschio l’antro molle
e caldo che ci custodiva
mentre il tuo respiro alato
concepiva fondando
il nostro glorioso mistero

 

 

ché tra gli altri talenti

non la lingua o l’arte taumaturga

ma il dono della profezia

sposa la terra

desiderata

al suo Nome perpetuo

 

congedo

 

(lontano, un balzo di balena al largo

nessuno lo sa, resta morto

anche il mare

ma, se lo dici, anche piano, io lo vedo

o lo posso sognare)

 

dell’imbarcazione che solca le onde

intuire la forma

per la luce che la riluce e la splende

e un baluginio qua e là ne tocca

qualche dettaglio

un rostro, un paranco, una cromatura

che assapora il moderno

o del legno di miele o rosso

una lucida levigatura

una modanatura

ma senza esperienza alcuna

della barca, che non esiste

eppure è viva sul mare che sta arando

con la sua schiuma l’onda che incontra

e il ritorno dell’onda se non deborda

 

e ha premura di porto, perché lo sa

come Ulisse lo sa

che senza approdo non si riparte

e riposa il navigante

sfama la sua parte sociale

in un illuso istante amicale

che si aggruma attorno al brodo

col pane

 

ma è solitario ogni viandante

(lo è il poeta in scrittura

che non si ferma: o si perde

tra i rumori rumorosi degli altri

i baccani

i pettegolezzi

i rovi dell’inutilità quotidiana

questa agitata vanità, con le spine)

 

tra le mani la penna, il timone

l’impronta accaldata della pelle

di chi ieri ti dormiva accanto

© Nina Nasilli

 

           © Renzo Carnio

Nina Nasilli vive e lavora a Padova, dove si è laureata in Lettere classiche e ha avviato il laboratorio-studio “Atelier Interno 7”.

Ha pubblicato i libri di poesia: Imperfezioni moleste. E oltre (Il Prato, 2008), TRA.DIS.CO trame di disprezzo coerente e licantropo (Book Editore, 2010), Oasi criptate (con M. Gadenz e P. Garofalo, Il Foglio Letterario, 2012), Parabola d’amore (racconto in versi per il teatro, Book Editore, 2012), al buio dei nodi anfratti (Book Editore, 2016, Premio Internazionale di Poesia “Città di Marineo 2016”) e Tàşighe!, in dialetto veneto (Book Editore, 2017, 2a ed. 2018, Premio speciale del pubblico “Premio Pontedilegno” 2018, vincitore del “Premio San Vito al Tagliamento” 2018-19). Per i tipi di Book Editore è in corso di pubblicazione il volume di poesia Prossimità, la cui uscita è prevista per l’autunno 2019. Ha curato, tradotto dal latino e illustrato con 50 disegni originali il volume Dittochaeon (Doppio Nutrimento) di Aurelio Clemente Prudenzio (Biblioteca della Fondazione “Pina Giuffrè”, Book Editore 2018).

è pittrice e ha tenuto importanti mostre in Italia e all’estero.

Per la sua attività artistica e poetica ha ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali, tra cui, nel 2013, il Premio ciceroniano “Città di Arpino”.

Ha al suo attivo diverse pubblicazioni d’arte: dalle raffinate edizioni del “Pulcinoelefante” e delle “Edizioni del Nido” ai libri artistici So che sei bella, anima mia! (Il Prato, 2008) e Uovo nudo (Book Editore, 2013), alla cartella d’arte Il cielo oggi non sta in piedi (Book Editore & Stamperia Barbato, Venezia, 2014).

Dirige per Book Editore la Collana d’arte “parolatracciaparola” e la Biblioteca del Vernacolo “foglie e radici”.

Guarracinismi tra antico e odierno

Di poche e minime cose ha bisogno per far poesia, Ernesto Ciorra: ha bisogno di incontri e presenze, anche occasionali, di familiari, amici e conoscenti, di sogni e bisogni, di ricordi e speranze. Una poesia esistenziale, dunque, fatta di attimi e dettagli: la vita come alimento e fonte di ispirazione primaria, nel cui teatro figure familiari essenziali stagliano e armonizzano la loro “domestica meraviglia” con molti altri (donne, uomini e perfino animali), componendo un universo via via più vasto in una rappresentazione con al suo centro la figura del poeta “mendicante d’amore” proteso ad incarnare un modello del tutto atipico, quello di “puer ingenuus” e insieme di manager illuminato, che all’interno del mondo del lavoro porta un’etica assolutamente diversa fatta di efficientismo e al tempo stesso di disposizione filantropica e altruistica. Il tutto su scenari paesaggistici quanto mai vasti e dai confini dilatati, luoghi dell’anima e della mente (Roma, Milano coi navigli, i laghi lombardi) ma anche luoghi dell’impegno e del lavoro (il fiordo norvegese di Hardanger, New York, San Francisco, Los Angeles, la Russia).

 

È così che Ciorra si riscatta dal grigiore e dalla ripetitività delle sue mansioni di imprenditore: attraverso la scrittura, condensata in un libro dal titolo emblematico, Il pane dei sogni ( NewPress, Como 2017), come esperienza di un atteggiamento etico, incurante di oscillare tra parlato e aulicità nell’elaborare un proprio peculiare modo di intendere i rapporti con gli altri.

Senza cioè rinunciare all’immediatezza e sincerità emozionale, nella messa in gioco di sé, di fronte al miracolo dell’esistenza, bella o amara che sia, allo stupore “per i colori  del tramonto, dell’alba e della vita”, e nello stesso tempo costruirsi intorno una comunità di spiriti fraterni, una sorta di “social catena”, da coinvolgere nell’”incendio” valoriale della propria vita al servizio della collettività (dal ruolo di Direttore Innovazione e Sostenibilità del Gruppo Enel).

Allineando una galleria di figure, tra le quali trovano spazio poeti (Sandro Penna, Alda Merini, Lorenzo Mullon), ma anche attori, dirigenti d’azienda, marginali e disperati, e soprattutto loro, la Madre, il Padre, la moglie Barbara, i Figli, tutti i perni insomma della sua vita: non manca, nemmeno Dio. Tutto all’insegna di un sentimento dichiarato con il candore di chi mira alla sostanza più che al galateo espressivo.

Accomiatandosi, in un ultima menzione di tutti i volti incontrati e delle grazie ricevute nel cammino, Ciorra ci congeda con un viatico e un’esortazione: “lascia che il pane dei sogni cada / per terra e che possa sfamare / la solitudine”. Una grande lezione, davvero.

 

 

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Canto senegalese a Lampedusa – “Mare mare /fammi passare //Il mare è aperto /come il deserto /quando è piatto /ci puoi camminare //Il mare cambia /come cambia il vento /ma è il terzo giorno /e non si vuole calmare // Mare mare mare /fammi passare //C’è un’isola – hanno detto – /in mezzo al mare /la luna ci vuole accompagnare //Luna luna /portami fortuna /terra terra /non m’ingannare //Mamma, oh mamma! /Il mare è grande /- tu me lo dicevi -/ma indietro non posso tornare //Mamma mamma /il mare è fondo /ma ora piglia sonno /c’è un’isola – hanno detto – in mezzo al mare /la luna è grande /e ci vuole accompagnare /piglia sonno e non mi pensare. //Mare mare fammi passare /indietro non posso tornare. //Indietro non posso tornare!” (Corrado Calabrò, Quinta dimensione, Mondadori 2018)

 

*****

Dal mare ai laghi – “DI LEGNO E DI CARTA” si intitola la mostra che si inaugura sabato 20 luglio al Museo della tornitura del legno, in via Vittorio Veneto, a Pettenasco (No), un paesino situato sulle rive del Lago d’Orta, un paradiso di azzurro e verde, dove si possono ammirare le opere delle artiste Sissi Sardone e Donatella Strada fino al 14 settembre. Nello spazio poi del Brunitoio, a Panizza di Ghiffa, una straordinaria mostra, curata da Vera Agosti, di Franco Rognoni, di cui mi piace ricordare una puntasecca dall’atmosfera viennese, dedicata a una figura misteriosa e maligna, una femme fatale, che ritroviamo in una poesia di Roberto Sanesi, Interacte.

 

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Guarracinismi tra antico e odierno

In un’epoca come la nostra, con le cronache e le prime pagine dei giornali occupate stabilmente da Muri e Ponti tragicamente crollati, ecco che un libro che esibisce nel titolo “Trincee” non può che catturare l’attenzione evocando immagini di guerre e di sangue: quasi a promettere, se non una sostanza epica, almeno occasioni di risentimento e civile resistenza.

Il libro è Da una trincea di vento (Moretti&Vitali), di Lorenzo Mullon, triestino “natione non moribus”, e la sua sostanza di denuncia, civile, ce l’ha senz’altro, ma non come uno se l’aspetterebbe.

Intanto, l’autore è un personaggio quanto mai singolare, almeno per il mondo della letteratura, che lui attraversa senza clamori da prima pagina, da Canto Generale, convinto com’è che “nulla di nostro / è nostro veramente / tranne / un filo di voce / e una radice / nel mare”. Lella Costa, che s’è prestata ad accompagnarlo in questo libro, dice di lui che “fa il poeta itinerante, gira per i parchi milanesi a dire i suoi versi” e che, se questi piacciono, ne “propone, sempre con garbo infinito, l’acquisto”, perseguendo una sua personale ricerca della felicità attraverso la poesia e la coltivazione di un suo progetto di armonia con se stesso e con gli altri, oltre l’”assurdo teatrino” di una mortificante quotidianità: un’utopia che i Muri e le Trincee vuole abolirli, sconfiggerli, ma con la Parola, con la forza di un messaggio positivo. Uno che sente di parlare non a nome di sé soltanto, ma di interpretare ed esprimere il sentire di tanti di una Moltitudine, “tra la realtà / e la forza dei sogni”. ecco: è da qui che si pone Mullon, incurante di passare agli occhi dei più per “ingenuo” e “tonto”, forte della coscienza di chi insegue se stesso sapendo di non “assomigliare a niente”. Altro che “cuori aperti e porti chiusi” come con slogan inquietante promette e minaccia un ruspante “Statista” da salamelle.

Lorenzo, alla tronfia sicumera di certi Soloni e alle anfetaminiche elucubrazioni di tanti sedicenti Poeti, oppone la sua dolente “sapienza” della vita ricordando con pudore e discrezione che “il mondo è così sospeso / nell’universo / che bastano poche note di una musica per farlo girare”: una “musica” quanto mai lieve che “se ne va / senza lasciare traccia” a non accettarla, a non lasciarla vivere dentro di noi nella forza della sua debolezza e bellezza, liberandosi dell’ingombro di troppe cose inutili.

 

***

 

Li affido a te, Signore, questi negri / che sbucano a decine, a centinaia, / a gruppi o in fila indiana, / dal sottopasso della ferrovia / vicino a casa nostra. / Si avviano starnazzanti verso il mare, / intasano la strada, incuranti del traffico, / che ti verrebbe voglia di gridare, / per fargli il controcanto, / cerchi scampo chi può, mamma, li neri! / Sia chiaro, siamo aperti / a ogni loro esigenza / grazie al nostro passato di emigranti / però, diamine, un po’ più di rispetto / per chi a quest’ora schiaccia un pisolino, / parlare ad alta voce è di esseri incivili. / Guardali quanti sono, / somigliano alle bibliche locuste, / a un gregge di montoni in Aspromonte, / gli uomini con involti nella mano / o in bilico sul capo / le donne più composte coi residui / della loro famiglia tra le braccia / o sospesi alle spalle. / Donne dolorosissime / con negli occhi i massacri / delle guerre e della fame, donne fortunate / che si sono disfatte di altre donne / schiavizzate, stuprate, lapidate, / con le ferite aperte / di matrimoni imposti e vedovanze, / che intrecciano i capelli delle bambine bianche / col viavai di lunghe dita nere / sotto lo sguardo attento delle madri. / E uomini vaganti / tra lettini e ombrelloni / che, come per un gioco di magia, / estraggono da zaini e da borsoni / l’armamentario delle meraviglie: / borse a soffietto, zufoli, girandole, / lingue di menelik, ranocchi luminosi, / nani spruzzanti bolle di sapone, / rosari, figurine / di Padre Pio e dell’odiato Papa, / immagini di Cristo sorridente / con il cuore squarciato dalla spada, / loro poveri cristi musulmani. / Signore, dammi ascolto, / spalancagli le porte dello Janna / e adagia sopra il seno delle huri / la loro schiena rotta / sotto il peso di inutili negozi, / con una nube dove riposare / i piedi martoriati / dalla cocente sabbia del deserto / lungo la spiaggia di Montesilvano” (Emilio Coco, Preghiere, Quaderni di RebStein 2011)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).