Vince FASCIANI – Due poesie

c’è una fila di tombe

la neve è molle di ricordi

perché il bianco è la norma

 

il luogo è stato pavimentato

per farne una stazione di servizio

non sembrano volersene scusare

 

queste cose senza colore

sono forgiate nella paura

 

se menziono tanti dettagli

è perché vedo sullo sfondo

il profilo di una piramide bianca

 

***

 

uno specchio in cortile

la neve di un tempo

la fuga di un bambino

 

non è con voi che è imbronciato

è con il vetro della finestra

sempre lo stesso

 

a seconda di dove è situato

lancia un’occhiata

i ricordi appesi gli uni e gli altri

in un sogno immutabile

e riordina i mostri

nel petto ardente

 

da  Un ange passe (2002) – Trad. Mia LECOMTE

 

 

          © Vince Fasciani

Vince Fasciani è nato nel 1950 a Brig/Glis, in Svizzera, da padre abruzzese e madre svizzera-tedesca. Autodidatta, ha iniziato nel 1977 la sua attività letteraria vera e propria, dedicandosi sopratutto alla poesia e intrecciando varie e importanti collaborazioni internazionali, in particolare a Parigi (poeti surrealisti e fonetici, fra cui soprattutto Ghérasim Luca) e a Praga (pittori e poeti surrealisti, tra i quali Jan Svankmajer, Vratislav Effenberger, Karol Baron, etc.). Autore in italiano e francese, nell’aprile 1983 pubblica a Ginevra il suo primo volume di poesie e varia dal titolo Saisons métisses (Olizane). A partire dal 1984 parteciperà a numerose letture pubbliche, in particolare in Svizzera, Italia, Francia, Colombia e Nicaragua. Ha fatto parte, dall’84 all’87, della cooperativa editrice Aelia Laelia e ha tradotto il Manuale di autodistruzione di Carlo Bordini (Manuel d’autodistruction, Metropolis 1995). Tra le ultime pubblicazioni poetiche si ricordano: in italiano Diario ordinario (Campanotto, 2007); in francese Trousse poétique de secours (l’Age d’Homme, 2013) e J’ai oublié mon âme au pressing (l’Age d’Homme, 2019). È incluso nell’antologia Cento anni di poesia nella svizzera italiana (a cura di P.V Mengaldo, R. Martinoni e G. Bonalumi, edizioni Armando Dadò, 1997) con una una nota critica di Pier Vincenzo Mengaldo. Nel 2014 Valerie Bierens de Haan gli ha dedicato Vince Fasciani: poète de sa vie, raccolta di interviste sul suo percorso biografico e letterario (l’Age d’Homme). Vive a Ginevra, dove lavora ugualmente per l’associazione umanitaria Carrefour rue (https://www.carrefour-rue.ch/).

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Patrick Williamson – Due poesie

Luce dispersa

Cadono granelli nella luce

a raccogliersi sull’orlo del tappeto,

 

barattiamo con raggi di sole

dispersi nel crepuscolo,

 

siamo in moto perpetuo,

spargiti, effondi, guizza, e

 

curva una spazzola in ogni angolo,

raccogli il caos, prova a fermare

 

ciò che ci scrolliamo nell’ombra,

siamo strofinacci arrotolati

 

stelle sfarfallanti nell’ombra

cancellate da un chiudersi d’imposte

 

Light scattering

 

Motes in the sunlight fall

to clusters on carpet skirts,

 

let us barter with rays of sun

scattered in the twilight,

 

we are in perpetual movement,

exhale, swirl, disperse, and

 

curve a brush into each corner,

collect the hubbub, try to pin

 

down all we shed in the dusk,

we are dusters that furl,

 

flickering stars in the dusk
that vanish as the shutters close.

 

Il profondo

 

Il mare è una grande bocca, divora

la nostra ultima vulnerabilità,

 

scossi come in un globo di neve,

un mondo in un occhio, in quel momento

 

divento sale

e giaccio sulle ferite della terra

 

e lei trema di rabbia

 

devo risolvere ancora una cosa

prima di andarmene

 

sotto il globo di luce ombra

 

non siamo mai giunti a una svolta

nella vita, mai abbiamo capito

 

muti, a bocca aperta,

ci siamo seppelliti nella sabbia.

 

The depths

 

The sea is a great mouth eating

our final helplessness,

 

shaken as in a snow globe,

a world in eye, in that moment

 

I become salt

and lie on the wounds of the earth

 

and it shivers with rage,

 

I have one thing left to solve

before I go

 

under the globe of light-shade

 

we never turned a corner

in our lives, never knew better,

 

soundless, open-mouthed,

we buried ourselves in sand.

 

Patrick Williamson abita vicino a Parigi. Poeta e traduttore letterario, ha pubblicato una dozzina di opere. Le sue ultime raccolte sono Traversi (inglese-italiano, Samuele Editore, 2018), Beneficato (Samuele Editore, 2015), Tiens ta langue/Hold your tongue (Harmattan, 2014), Gifted (Corrupt Press, 2014), e Nel Santuario (Samuele Editore, 2013; Menzione speciale della Giuria della XV Concorso Guido Gozzano, 2014). Ha curato e tradotto The Parley Tree, An Anthology of Poets from French-speaking Africa and the Arab World (Arc Publications, 2012), e ha tradotto fra gli altri Tahar Bekri, Gilles Cyr, Guido Cupani and Erri de Luca. È membro fondatore dell’agenzia transnazionale Linguafranca.

Traduzione: Guido Cupani

Mihai EMINESCU (n. 15 gennaio 1850)

Odă (în metru antic)

Portrait of Mihai Eminescu – photograph taken by Jan Tomas (1841-1912) in Prague, 1869

Nu credeam să-nvăţ a muri vrodată;
Pururi tânăr, înfăşurat în manta-mi,
Ochii mei nălţam visători la steaua
Singurătăţii.

Când deodată tu răsărişi în cale-mi,
Suferinţă tu, dureros de dulce…
Pân-în fund băui voluptatea morţii
Ne’ndurătoare.

Jalnic ard de viu chinuit ca Nessus.
Ori ca Hercul înveninat de haina-i;
Focul meu a-l stinge nu pot cu toate
Apele mării.

De-al meu propriu vis, mistuit mă vaiet,
Pe-al meu propriu rug, mă topesc în flăcări…
Pot să mai re’nviu luminos din el ca
Pasărea Phoenix?

Piară-mi ochii turburători din cale,
Vino iar în sân, nepăsare tristă;
Ca să pot muri liniştit, pe mine
Mie redă-mă!

 

ODE (in ancient meter)

 

I never thought I would learn how to die, ever.

Forever young, cloaked in my mantle,

My eyes, dreamful, were affixed to the star

Of solitude.

 

All of a sudden you rose across my way –

You, my suffering, so painful and sweet;

To its full I drank your voluptuous,

Merciless death.

 

Wretched I burn alive tortured like Nessus,

Or like Hercules by his harness poisoned –

My fire can’t be quenched by all the sweeping

Waves of the seas.

 

Woe betide, by my own dream devoured…

Consumed by flames, I wail on a pyre, my own;

Can I never rise anew, luminous

Like the Phoenix?

 

Oh, troubled eyes, from my path now vanish,

Return to my bosom, sad indifference;

So I can die in peace, my own old self

To me redeem!

(1883)

 

LA STEAUA

La steaua care-a răsărit
E-o cale-atât de lungă,
Că mii de ani i-au trebuit
Luminii să ne-ajungă.

Poate de mult s-a stins în drum
În depărtări albastre,
Iar raza ei abia acum
Luci vederii noastre,

Icoana stelei ce-a murit
Încet pe cer se suie:
Era pe când nu s-a zărit,
Azi o vedem, şi nu e.

Tot astfel când al nostru dor
Pieri în noapte-adâncă,
Lumina stinsului amor
Ne urmăreşte încă.

 

UNTO THE STAR

‘Tis such a long way to the star

Rising above our shore –

It took its light to come this far

Thousands of years and more.

 

It may have long died on its way

Into the distant blue,

And only now appears its ray

To shine for us as true.

 

We see an icon slowly rise

And climb the canopy –

It lived when yet unknown to eyes:

We see what ceased to be!

 

And so it is when yearning love

Dies in the deepest night:

Its extinct flame still glows above

And haunts us with its light.

 

(1886)

(da Eternal Longing, Impossible Love/ Eternul Dor, Imposibila Iubire, english translation by Adrian George Sahlean, Eikon, Bucarest, 2016)

Nina Cassian: “… The work accomplished by Adrian George Sahlean is undoubtedly quite a feat. He is not the first who dared to climb the ‘steps of perfection’ and, I am sure, he will not ne the last… On reading it, though, some of his ‘solutions’ seem impossible o surpass. I consider this most recenttransation of the ‘’Evening Star’ a true cultural event which should be welcomed”

Nina Cassian: “… lucrarea lui Adrian George Sahlean e fără indoială o performanţă. Nu e primul care s-a încumetat să urce menţionatele ‘trepte ale desăvârşirii’ şi – sunt sigură – nu este ultimul… Unele ‘soluţii’ pe care le-a aflat par însă, la prima lectură, de nedepăşit… Consider că această cea mai recentă traducere a “Luceafărului” merită salutată ca un adevărat act de cultură.”

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mihai_Eminescu

Nikolaj Gumilëv – I miei lettori

I miei lettori

 

Un anziano avventuriero di Addis-Abeba,

che aveva sottomesso molte tribù

mi mandò un suo lanciere nero

con un saluto composto dai miei versi.

Un sottotenente che guidò le cannoniere

sotto il fuoco delle batterie nemiche,

un’intera notte in un mare del Sud

mi ha recitato a memoria i miei versi.

L’uomo che dalla calca della folla

uccise l’ambasciatore dell’Imperatore

venne a stringermi la mano

felicitandomi per i miei versi.

 

Molti di loro, forti, malvagi e  gioiosi,

uccisori di elefanti e di uomini,

che muoiono di sete nel deserto

o congelati sul bordo di un pezzo di ghiaccio perenne,

fedeli al nostro pianeta

forte, gioioso e malvagio,

tengono i miei libri in una borsa da sella

li leggono in un bosco di palme,

li dimenticano su una nave che affonda.

 

Io non li insulto con la nevrastenia,

io non li umilio con il calore del sentimento

io non li infastidisco con sottintese profonde allusioni,

sul contenuto d’un uovo succhiato,

e quando intorno fischiano le pallottole,

quando le onde  rompono  le rive,

io insegno loro a non aver paura,

a non aver paura e a fare ciò che si deve.

 

E quando una donna dal bellissimo volto,

l’unico amato in tutto l’universo,

dice: «Non vi amo»,

io insegno loro a sorridere,

a partire e a non tornare più.

E quando verrà l’ultima ora,

e fitta e uniforme la nebbia gli oscurerà la vista,

insegnerò loro a ricordare

tutta la cara e crudele esistenza,

la terra natale e il mondo strano,

ed al cospetto di Dio,

ad attendere tranquilli il suo giudizio

con parole semplici e sagge.

(traduzione di Amedeo Anelli)

 

Мои читатели

 

Старый бродяга в Аддис-Абебе,
Покоривший многие племена,
Прислал ко мне черного копьеносца
С приветом, составленным из моих стихов.
Лейтенант, водивший канонерки
Под огнем неприятельских батарей,
Целую ночь над южным морем
Читал мне на память мои стихи.
Человек, среди толпы народа
Застреливший императорского посла,
Подошел пожать мне руку,
Поблагодарить за мои стихи.

Много их, сильных, злых и веселых,
Убивавших слонов и людей,
Умиравших от жажды в пустыне,
Замерзавших на кромке вечного льда,
Верных нашей планете,
Сильной, весёлой и злой,
Возят мои книги в седельной сумке,
Читают их в пальмовой роще,
Забывают на тонущем корабле.

Я не оскорбляю их неврастенией,
Не унижаю душевной теплотой,
Не надоедаю многозначительными намеками
На содержимое выеденного яйца,
Но когда вокруг свищут пули
Когда волны ломают борта,
Я учу их, как не бояться,
Не бояться и делать что надо.

И когда женщина с прекрасным лицом,
Единственно дорогим во вселенной,
Скажет: я не люблю вас,
Я учу их, как улыбнуться,
И уйти и не возвращаться больше.
А когда придет их последний час,
Ровный, красный туман застелит взоры,
Я научу их сразу припомнить
Всю жестокую, милую жизнь,
Всю родную, странную землю,
И, представ перед ликом Бога
С простыми и мудрыми словами,
Ждать спокойно Его суда.

Legge Lorena Nocera

Tudor ARGHEZI

© Ivan Kancev

Da Canti a bocca chiusa

 

Vengono da sole

Vengono da sole le cose dal passato,

L’anima delle cose senza presenza, senz’ombra.

Vengono dalle erbacce del tempo,

Dal velluto del marciume,

Dal suo fomento, dallo sughero cavo,

Accompagnate da voli di libellule.

Le tristezze di una volta,

Da altre vite della vita.

Alcune mi conoscono, altre m’han dimenticato.

Ho freddo…

Come si chiamava non me lo disse.

La vidi dall’alto

Un’altra volta.

Due volte la vidi,

Estranea.

Una volta al pozzo della Samaritana,

Un’altra, per strada, sotto l’ombrello.

Non è più la fanciulla slanciata col mastello sulla spalla;

È una cosa, mischiata

Alle cose senza ombra.

 

Din “Cîntece cu gura-nchisă

 

Singure vin

Singure vin lucrurile din trecut,

Duhul lucrurilor, fără ființă, fără umbră.

Vin din buruienile vremii,

Din catifeaua putregaiului,

Din iasca lui, din pluta scorburoasă,

Însoțite de zboruri de libelule.

Tristețile de demult

Din-ntr-alte vieți ale vieții.

Unele mă știu, altele m-au uitat,

Mi-e frig…

Cum o chema nu mi-a spus.

Am văzut-o de sus

Încă o dată.

De două ori am văzut-o,

Înstrăinată.

O dată, la fîntîna Samaritencii,

O dată, pe stradă, sub umbrelă.

Nu mai e fata zveltă cu donița pe umăr;

E un lucru, amestecat

Cu lucrurile fără umbră.

 

Da Sillabe

 

Salmo

Tu mi hai fatto e m’hai detto: vivi

Ed ho vissuto, raccontano così.

Del mio vissuto che si chiama vita, e uccide,

Tu non hai detto prima che

La vita e l’amore ci uccide, non la morte

È tutto quanto ha imparato un essere da te.

Non m’hai parlato mai di lacrime

Eppure io di lacrime son pieno

M’hai spinto a ballare, a cantare

E mai hai accennato al mio funerale.

Non hai creato la terra per amore e pietà

Volevi un ampio posto libero, per cimiteri, qua.

 

Din Silabe

 

Psalm 

Cînd m-ai făcut, mi-ai spus: de-acum trăiește.

Și am trăit, așa se povestește.

Trăirea mea se cheama viață și omoară.

Dar tu mi-ai spus odinioară

Că ne ucide moartea, nu viața și iubirea.

Atît a învățat la tine omenirea.

Nu mi-ai vorbit de lacrimi niciodată

Dar lacrima-i în mine adunată.

M-ai îndemnat să joc, să cînt,

Și nu mi-ai pomenit  și de mormînt.

Tu n-ai făcut pîmîntul din milă și iubire.

Îți trebuia loc slobod, întins, de cimitire.

 

Marina

Onda tesa, onda ad onda,

Fino all’altra sponda

Lava con latte cotonato,

Cielo basso, pioppo alto.

Tre o quattro pescatori,

Stanno ore dopo ore

Muti come sapienti,

Sotto ombrelli capienti.

Sull’orizzonte gigantesco

Un hotel sale e cresce;

Tutto il cielo è camicia

E lo veste di celeste.

Anche il lago è tenuto

A vestirlo con la luce

A lustrare tutto intorno

La sua bellezza vile.

 

Marină

 

Undă-ntinsă, val cu val,

Pînă-n malul celălalt

Spală-n lapte de opal

Cerul scund și plopul înalt.

Trei sau patru-n mal, pescari,

Stau de ceasuri fără număr

Muți ca niște cărturari,

Sub umbrele pîn’ la umăr.

Peste zare, uriașă,

Creasta-și suie un hotel;

În tot cerul dat cămașă,

A-mbrăcat azuru-n el.

Și-i silit și lacul sur

Să-l îmbrace cu lumină

Și să lingă împrejur

Frumusețea lui meschină.

(trad. Eliza Macadan)

 

Tudor Arghezi (pseudonimo di Ion N. Teodorescu) nasce a Bucarest nel 1880. Solo verso I suoi cinquant’anni, nel 1927, pubblica la sua prima raccolta poetica Accordi di parole, ma da quel momento la sua presenza sarà costante sulla scena letteraria, subendo una dolorosa interruzione nei primi anni del regime popolare romeno. Morirà a Bucarest, nel 1967. Si è considerato un’artigiano della parola: “Se mi sono fatto un nome letterario, me lo sono fatto di notte, con le braccia tremanti dalla stanchezza della terra”. E osservava: “Scrivo da quarant’anni, ma debutto ogni giorno, come la prima volta quando riempii di segni un foglio di carta. Sono un eterno scolaro. Meno di uno scolaro, sono un ripetente. Il numero della classe della stoffa della manica è passato sul braccio: galeotto per sempre del pensiero sepolto nella parola e cementato insieme con essa.”
Per gli studiosi, Arghezi è “il miglior fabbro”, colui che, dopo Mihai Eminescu, è stato il più profondo riformatore della lingua poetica romena. “Solo il fatto di aver scritto in una lingua di ridotta circolazione impedisce di parlare di lui come di Claudel, Rilke, Esenin o Majakovski, Eluard o Eliot, Lorca o Aragon”, scriveva Marco Cugno nel volume di poesia argheziana uscito da Einaudi nel 1972.
Tudor Arghezi è stato tradotto in Italia da Mario De Micheli, Rosa Del Conte, Salvatore Quasimodo e Marco Cugno.