MARIO URQUIZA MONTEMAYOR

Esto y aquello

Esto y aquello, deberías decir,
es lo único que se nos ha dado
para este instante, que es de nadie
y para todos

 

Questo e quello

Questo e quello, dovresti dire,

è tutto quel che ci è dato

per questo istante, che è di nessuno

e per tutti.

 

 

Elogio del árbol

A Octavio Paz

El día despierta para nosotros
como la memoria abierta

dispersión absoluta y transparente

gira alrededor del día
el fruto es la mirada franca
el hombre es el mediodía
la poesía es dispersión
memoria
constante retorno
vuelta a este instante
reinvención del otro día

 

 

Elogio dell’albero

A Octavio Paz

Il giorno per noi si sveglia

come la memoria aperta

 

dispersione assoluta e trasparente

 

gira attorno al giorno

il frutto è lo sguardo franco

l’uomo è il mezzogiorno

la poesia è dispersione

memoria

costante ritorno

indietro a questo istante

reinvenzione del giorno altro.

 

 

A veces no estoy para la poesía

A veces no estoy para la poesía
todo el día es sol
insertado en la memoria

sabemos que allá arriba está
porque así nos lo dijeron

el hombre surca la palabra otorgada
camina sin miramientos

su camino se abre en los ojos del día
las cosas se alejan
un poco más de él

 

A volte non ci sono per la poesia

 

A volte non ci sono per la poesia

tutto il giorno è sole

inserito nella memoria

 

sappiamo che lassù esiste

perché così ci dissero

 

l’uomo solca la parola accordata

avanza senza riguardo

 

il suo cammino si apre negli occhi del giorno

le cose si allontanano

da lui un altro po’.

  

Entre el dolor y el placer

Entre el dolor y el placer
huye el día,
los astros dejan de ser audibles y legibles,
remiendo de todo lo vivo y de todo lo soñado,

hay sueños que vienen a estas horas

a tu cuerpo, a mis ojos, a tus manos…
… acabamiento de la luz pensada y escrita,

entre el dolor y el placer
huye el día,
mis pasos en la zozobra del agua vertida,
la noche ofrece a los astros
un ramillete de miradas.

 

Fra il dolore e il piacere

Fra dolore e piacere

fugge il giorno,

gli astri smettono di essere udibili e leggibili,

rammendo di tutto ciò che è vivo e sognato,

 

ci sono sogni che arrivano a quest’ora

 

al tuo corpo, i miei occhi, le tue mani…

… compimento della luce pensata e scritta,

 

fra dolore e piacere

fugge il giorno,

i miei passi nell’angoscia dell’acqua versata,

la notte offre agli astri

un mazzolino di sguardi.

 

Transfiguraciones

Nos volvemos rocas
…espacios infinitos
nombres que susurra el viento

letras desgastadas
escritura memorizada

nos volvemos tiempo
seres huraños
cruces malheridas
erubescencia de la llama trémula

noches incalculables
días fulminantes
luces transmundanas

senda
etérea
de la palabra

parvada de puntos
errabundos y heterodoxos

nos construyen
nos leen
nos condenan
borran
y comienzan en otro instante
en otro sitio.

 

Trasfigurazioni

 

Diventiamo rocce

… spazi infiniti

nomi sussurrati dal vento

 

lettere consunte

scrittura memorizzata

 

diventiamo tempo

esseri scontrosi

croci agonizzanti

erubescenza della tremula fiamma  

 

incalcolabili notti

giorni fulminanti

luci ultraterrene

 

via

eterea

della parola

 

stormo di punti

erranti e eterodossi

 

ci costruiscono

ci leggono

ci condannano

cancellano

e ricominciano in altro istante

altrove

 

Final de patio ferroviario

Bajo
la palabra
los paisajes
se ajan

encuentras

la fotografía
pérdida
inventora
de recuerdos;
evoca nombres
que sólo el viento
aprendió a pronunciar

los árboles
aprendidos
echaron raíces

los muros
ahítos
se levantaron
el viaje
del ferrocarril
se extendió
al olvido

los patios
del ferrocarril
ahora son
caminos
que ni
el viento
quiere
recorrer

 

 

Finale di cortile ferroviario

 

Sotto

la parola

i paesaggi

si logorano

 

ritrovi

 

la fotografia

perdita

creatrice

di ricordi;

evoca nomi

che solo il vento

imparò a pronunciare

 

gli alberi

conosciuti

misero radici

 

i muri

saturi

si alzarono

il viaggio

del treno

si estese

all’oblio

 

i cortili

della ferrovia

ora sono

strade

che nemmeno

il vento

vuole

percorrere

 

Traduzione: Adriana Langtry (in collaborazione con Mia Lecomte)

 

Mario Urquiza Montemayor è nato nel 1994 ad Amecameca (Messico). È autore delle raccolte poetiche El canto y la casa (Capítulo Siete, 2018) e Piedra de toque (Buenos Aires Poetry, 2019).  Ha collaborato con riviste come «Punto en Línea» della UNAM, «Crátera» (Spagna), «Letralia» (Venezuela), «Polipet» (Repubblica Ceca) e «Archivo Sonoro».

And Ink Like This, Fabrizio DALL’AGLIO, Gradiva Publications, 2020

Give me depression

For the rain to fall from my eyes –

My sirocco wind

No longer has direction.

 

Give me economy,

I would like to sell my time,

Swap my silence

For a bit of cheerfulness.

 

Give me the edge of the world,

Where dinosaurs are –

There I would like to hit rock bottom

Of tears and of years.

*

Dammi un po’ di depressione,

vorrei piovere dagli occhi.

Il mio vento di scirocco

non ha più una direzione.

 

Dammi un po’ di economia,

vorrei vendere il mio tempo,

barattare il mio silenzio

con un’unghia di allegria.

 

Dammi il margine del mondo

dove stanno i dinosauri.

Là vorrei toccare il fondo

delle lacrime e degli anni.

 

***

 

I altered planets;

Though life would go on

On Earthe.

I changed planet.

I survived a death

-My own –

That took place at other times

And other times revived.

Undamaged, life could go on,

Resilient, adhering to some

Enduring substance;

Its more fertile blends

Now intermittent.

I was throwing my lives away,

Using but one

As a definite end in view.

I looked at myself, from my new planet,

And it was only me walking

On the older planet,

Me quite like myself

Before that other death.

My animal soul quivered,

Hanging by

The inseparable noose of time –

I looked at it casually,

With the pleasure or pain

Of experiment, or something

That might not concern me.

*

Avevo cambiato pianeta.

Continuavo la mia vita

sulla terra,

ma avevo cambiato pianeta.

Succedevo a una morte

– la mia stessa –

accaduta altre volte

altre volte ripresa.

Illesa a me la vita proseguiva

rinfrancava le forze, aderente

alla mia duttile materia

di impasto fertile,

intermittente.

Così cestinavo le mie vite

vivendone una,

come per una meta stabilita;

dal mio nuovo pianeta mi osservavo

ed ero io a camminare

sopra il vecchio pianeta,

io in tutto uguale

alla mia vita prima della morte.

Fremeva la mia anima animale

appesa

al cappio inseparabile del tempo;

la guardavo distratto

nel piacere dolore

di un esperimento

che non mi riguardava.

 

***

 

It was not rain, no, it was not snow,

It was neither sunshine nor wind

And the season was its own restricted space,

A model of time in plastic, a vision.

 

It was not before, no, it was not after,

It was neither night nor day. It would all

Detach and reattach into moments without you,

Without me, or what was there.

 

It was not you, no, it was not me,

It was neither mouth nor body; nor hand nor eye,

But an abandonment in a reflection;

And more a useless, flashing glance.

*

Non era pioggia, no, non era neve

non era sole o vento, e la stagione

era soltanto il suo ristretto spazio

un plastico di tempo, una visione.

 

Non era prima, no, non era dopo

non era notte o giorno, si staccava

e si fissava in un istante vuoto

di te, di me, di tutto ciò che c’era.

 

Non eri tu, no, non ero io

non era bocca corpo mano occhio

ma abbandonato in fondo al suo riflesso

l’inutile bagliore di uno sguardo.

Basilio Rodriguez CAÑADA tradotto da Vincenzo GUARRACINO

ALAZANA

Quiero montar yegua altiva,

de grupa ancha, con nervio,

que ha de sentirme sobre su cuerpo

de alazana, veloz en el paso.

Potrilla de batalla

—maestra en el arte del relincho—,

reservada para la más fiera lucha,

al trote de controversias.

Pura sangre domeñada

por la mano del jinete,

erguido sobre su lomo,

que espolea sensibles ijares,

lanzado al galope de la heroína,

mientras emana blanquísima espuma

por acción y roce del bocado.

Mesetas abruptas conquistadas

por el caballero que, como naipe

del destino, cabalga por el tablero

ajedrezado, en diagonal unas veces,

perpendicular otras,

retrocede y avanza,

con penetraciones estratégicas

que intentan derrocar

al más erecto de los alfiles blancos,

sometido a la servidumbre

y salvaguarda de la real honra,

atisbando infidelidades de potrancos caretos.

Yegua alazana, galopa sin tregua,

acariciada por el leve hálito

de la noche, breve oscuridad

traspasada por el rayo.

Dulce muerte compartida.

(da ¡Imagínate…!Antología, Universidad Externado de Colombia, Decanatura Cultural, 2018)

SAURAVoglio montare giumenta altera /di groppa ampia e con grinta,/che mi faccia sentire sotto /il suo corpo di saura, veloce / nel passo, puledra da battaglia /- maestra nell’arte del nitrito /destinata a lotta furiosa /nel galoppo delle sfide./Purosangue che domina / la mano del fantino che si erge /sui suoi lombi a spronarne gli agili fianchi, /a secondarne il galoppo in una nuvola /di schiuma.  Impervie pianure conquistate /dal cavaliere che, come carta /del destino, cavalca nel riquadro /a scacchiera, a volte in diagonale, /altre volte a perpendicolo, /avanza e retrocede /con strategiche evoluzioni /nell’intento di disarcionare /anche il più saldo degli alfieri, /votato a servizio e salvaguardia /della sua fama, intravedendo /infedeltà per puledri pezzati. /Giumenta saura, galoppa instancabile, /accarezzata dal lieve soffio /della notte, breve oscurità /trapassata dal fulmine /Dolce morte condivisa” (trad. di Vincenzo Guarracino)

*****

Sono storie d’amore, quelle che mette in scena BASILIO RODRIGUEZ CAÑADA nelle sue poesie: storie vissute sulla scena di deserti, geografici e morali, col bisogno “imperioso” di una soddisfazione di un sogno (d’amore, di bellezza), a testimonianza di una costante di questo scrittore, che frequenta con appassionata disinvoltura luoghi fisici e letterari di intrigante suggestione (l’Africa, l’America Latina), e insieme una musa dalle accensioni di volta in volta sensuali ed elegiache, lasciando non di rado trasparire anche una vena di perplessa umoralità.

*****

BASILIO RODRIGUEZ CAÑADA è nato a Navarvillar de Pela (Badajoz) e vive a Madrid, dove è professore di Comunicazione, Edizione e Tecniche di Direzione e Creazione Letteraria, editore (Sial Ediciones e Pigmaliòn) e presidente del PEN Club della Spagna, presentatore televisivo e africanista. È autore di nove raccolte di poesie (l’ultima, Suma poetica, 2011), che hanno ottenuto in patria e all’estero prestigiosi riconoscimenti.

In Italia, nel 2008, è stata tradotta da Emilio Coco, per le Edizioni Levante di Bari, la raccolta C’è stato un tempo / Hubo un tiempo.

Nikolaj Gumilëv – Tre poesie

Preghiera (1907)

 

Sole feroce, sole maligno,

di Dio che vaga negli spazi,

muso folle,

 

sole, brucia il presente

nel nome del futuro,

ma abbi pietà del passato!

 

 

Canzone (1917)

 

Il tuo tempio, Signore, è nei cieli,

ma anche la terra è il tuo rifugio.

I tigli stanno fiorendo nella foresta,

e sui tigli gli uccelli cantano.

 

Come il suono delle tue campane in festa,

la primavera è in cammino per i campi allegri,

e in primavera sulle ali del sogno,

gli angeli scendono verso di noi.

 

Se è così, Signore,

se canto il vero,

dammi, Signore, dammi un segno,

che ho compreso la Tua volontà.

 

Din fronte a chi ora è triste,

appari come una Luce Invisibile,

e qualunque cosa lei chieda,

dà una risposta abbagliante.

 

Perché più del piacevole canto degli uccelli,

più beate delle trombe degli angeli,

sono a noi il brivido delle ciglia

e il sorriso di labbra care.

 

 

Preghiera dei maestri (1920)

Ricordo l’antica preghiera dei maestri:

preservaci Signore da quelli allievi

 

che vogliono che il nostro, miserabile genio

cerchi sempre in modo sacrilego nuove rivelazioni.

 

Un nemico giusto e onesto ci potrebbe piacere,

ma quelli spiano ciascuno dei nostri passi,

 

Loro sono contenti che noi lottiamo, per ora

Pietro ritratta e Giuda tradisce.

 

Solo il cielo conosce il limite delle nostre forze,

i posteri giudicheranno quanto ciascuno ha nascosto.

 

Ciò che creeremo da ora in poi è nelle mani di Dio.

ma ciò che creeremo è a tutt’oggi nostro.

 

A tutti gli offensori mandiamo il nostro saluto,

rispondiamo a quelli esaltati: no!

 

I lusinghieri rimproveri e il rumore della voce risibile,

sono egualmente osceni dinnanzi al tempio della creazione.

 

Ѐ vergognoso opprimere l’artista con la droga

come un elefante cartaginese prima della battaglia!

 

(tratte da Nikolaj Gumilëv, poesie scelte, PPP, 2019, traduzioni di Amedeo Anelli)

Jeremy PAGE – Due poesie tradotte da Sara Comuzzo

POSTCARD OF ODESSA

 

Clearing out another drawer,
I come across the postcard
quite by chance – sepia, faded,
the city’s name in Cyrillic script,
and before I know what I am doing
I am composing your name
in characters that are as unfamiliar
to me now as you are,
forty odd years on from the picnic
on the Potemkin steps, the glasses
raised to toast our futures
in the cheapest Soviet vodka;
and all the innocence you coaxed
from me, so tenderly.

 

CARTOLINA DI ODESSA

 

Mettendo in ordine un altro cassetto,

mi imbatto nella cartolina

quasi per caso – di color seppia, sbiadita,

il nome della città in caratteri cirillici,

e prima di sapere cosa sto facendo

sto componendo il tuo nome

in caratteri che mi sono così estranei

adesso, come lo sei tu,

quarant’anni e passa fa dal picnic

sui gradini di Potemkin, i bicchieri

alzati per brindare ai nostri futuri

con la vodka sovietica più economica;

e tutta l’innocenza che hai sfilato

da me, così teneramente.

 

SHADOWLAND

 

I wake to a new world order.

My radio breaks the news

that suddenly the past

really is another country,

and my passport – my last

in burgundy – has become

a historical curiosity overnight.

 

To make tea seems

an act of betrayal now –

let it be coffee, croissants,

and let there be cheese,

quark, and a handful of leaves.

I am a citizen of Shadowland

and I have woken somewhere else.

 

24 June 2016

 

TERRA D’OMBRA

 

 

Mi sveglio ad un nuovo ordine mondiale.

La mia radio dà notizia

che all’improvviso il passato

è davvero un altro paese,

e il mio passaporto – il mio ultimo

in Borgogna – è diventato

una curiosità storica durante la notte.

 

Preparare il tè sembra

un atto di tradimento ora –

lascia che sia caffè, cornetti,

e lascia che ci sia formaggio,

quark e una manciata di foglie.

Sono un cittadino della Terra D’Ombra

e mi sono svegliato da qualche altra parte.

 

24 Giugno 2016

 

Jeremy Page ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tra le quali In and Out of the Dark Wood (HappenStance, 2010) e Closing Time (Pindrop, 2014). Ha anche svolto traduzioni di Catullo, Leopardi, Rimbaud, Verlaine e Boris Vian. La sua novella London Calling è stata pubblicata da Cultured Llama nel 2018. È uno dei membri fondatori del trimestrale letterario The Frogmore Papers.

‘Cartolina di Odessa’ è stata pubblicata nella rivista Agenda; ‘Terra d’ombra’ in Finished Creatures.

 

 

 

 

 

© Natalia Bondarenko

Sara Comuzzo (Udine, 1988) ha vissuto in Canada, Scozia, Australia, Nuova Zelanda, Africa, Irlanda e Inghilterra. Ha vinto il Premio “Valerio Gentile” con la raccolta di racconti Dove nessuno può cadere (Schena Editore, 2014). Alcune sue poesie e recensioni sono comparse su diversi riviste online e siti.

Ha pubblicato quattro raccolte di poesie; la quinta è in arrivo. Ha appena finito un master in letteratura moderna e studi di genere alla Sussex University, con una tesi sul teatro di Sarah Kane. Vive e lavora in Inghilterra.

Vince FASCIANI – Due poesie

c’è una fila di tombe

la neve è molle di ricordi

perché il bianco è la norma

 

il luogo è stato pavimentato

per farne una stazione di servizio

non sembrano volersene scusare

 

queste cose senza colore

sono forgiate nella paura

 

se menziono tanti dettagli

è perché vedo sullo sfondo

il profilo di una piramide bianca

 

***

 

uno specchio in cortile

la neve di un tempo

la fuga di un bambino

 

non è con voi che è imbronciato

è con il vetro della finestra

sempre lo stesso

 

a seconda di dove è situato

lancia un’occhiata

i ricordi appesi gli uni e gli altri

in un sogno immutabile

e riordina i mostri

nel petto ardente

 

da  Un ange passe (2002) – Trad. Mia LECOMTE

 

 

          © Vince Fasciani

Vince Fasciani è nato nel 1950 a Brig/Glis, in Svizzera, da padre abruzzese e madre svizzera-tedesca. Autodidatta, ha iniziato nel 1977 la sua attività letteraria vera e propria, dedicandosi sopratutto alla poesia e intrecciando varie e importanti collaborazioni internazionali, in particolare a Parigi (poeti surrealisti e fonetici, fra cui soprattutto Ghérasim Luca) e a Praga (pittori e poeti surrealisti, tra i quali Jan Svankmajer, Vratislav Effenberger, Karol Baron, etc.). Autore in italiano e francese, nell’aprile 1983 pubblica a Ginevra il suo primo volume di poesie e varia dal titolo Saisons métisses (Olizane). A partire dal 1984 parteciperà a numerose letture pubbliche, in particolare in Svizzera, Italia, Francia, Colombia e Nicaragua. Ha fatto parte, dall’84 all’87, della cooperativa editrice Aelia Laelia e ha tradotto il Manuale di autodistruzione di Carlo Bordini (Manuel d’autodistruction, Metropolis 1995). Tra le ultime pubblicazioni poetiche si ricordano: in italiano Diario ordinario (Campanotto, 2007); in francese Trousse poétique de secours (l’Age d’Homme, 2013) e J’ai oublié mon âme au pressing (l’Age d’Homme, 2019). È incluso nell’antologia Cento anni di poesia nella svizzera italiana (a cura di P.V Mengaldo, R. Martinoni e G. Bonalumi, edizioni Armando Dadò, 1997) con una una nota critica di Pier Vincenzo Mengaldo. Nel 2014 Valerie Bierens de Haan gli ha dedicato Vince Fasciani: poète de sa vie, raccolta di interviste sul suo percorso biografico e letterario (l’Age d’Homme). Vive a Ginevra, dove lavora ugualmente per l’associazione umanitaria Carrefour rue (https://www.carrefour-rue.ch/).

Patrick Williamson – Due poesie

Luce dispersa

Cadono granelli nella luce

a raccogliersi sull’orlo del tappeto,

 

barattiamo con raggi di sole

dispersi nel crepuscolo,

 

siamo in moto perpetuo,

spargiti, effondi, guizza, e

 

curva una spazzola in ogni angolo,

raccogli il caos, prova a fermare

 

ciò che ci scrolliamo nell’ombra,

siamo strofinacci arrotolati

 

stelle sfarfallanti nell’ombra

cancellate da un chiudersi d’imposte

 

Light scattering

 

Motes in the sunlight fall

to clusters on carpet skirts,

 

let us barter with rays of sun

scattered in the twilight,

 

we are in perpetual movement,

exhale, swirl, disperse, and

 

curve a brush into each corner,

collect the hubbub, try to pin

 

down all we shed in the dusk,

we are dusters that furl,

 

flickering stars in the dusk
that vanish as the shutters close.

 

Il profondo

 

Il mare è una grande bocca, divora

la nostra ultima vulnerabilità,

 

scossi come in un globo di neve,

un mondo in un occhio, in quel momento

 

divento sale

e giaccio sulle ferite della terra

 

e lei trema di rabbia

 

devo risolvere ancora una cosa

prima di andarmene

 

sotto il globo di luce ombra

 

non siamo mai giunti a una svolta

nella vita, mai abbiamo capito

 

muti, a bocca aperta,

ci siamo seppelliti nella sabbia.

 

The depths

 

The sea is a great mouth eating

our final helplessness,

 

shaken as in a snow globe,

a world in eye, in that moment

 

I become salt

and lie on the wounds of the earth

 

and it shivers with rage,

 

I have one thing left to solve

before I go

 

under the globe of light-shade

 

we never turned a corner

in our lives, never knew better,

 

soundless, open-mouthed,

we buried ourselves in sand.

 

Patrick Williamson abita vicino a Parigi. Poeta e traduttore letterario, ha pubblicato una dozzina di opere. Le sue ultime raccolte sono Traversi (inglese-italiano, Samuele Editore, 2018), Beneficato (Samuele Editore, 2015), Tiens ta langue/Hold your tongue (Harmattan, 2014), Gifted (Corrupt Press, 2014), e Nel Santuario (Samuele Editore, 2013; Menzione speciale della Giuria della XV Concorso Guido Gozzano, 2014). Ha curato e tradotto The Parley Tree, An Anthology of Poets from French-speaking Africa and the Arab World (Arc Publications, 2012), e ha tradotto fra gli altri Tahar Bekri, Gilles Cyr, Guido Cupani and Erri de Luca. È membro fondatore dell’agenzia transnazionale Linguafranca.

Traduzione: Guido Cupani

Mihai EMINESCU (n. 15 gennaio 1850)

Odă (în metru antic)

Portrait of Mihai Eminescu – photograph taken by Jan Tomas (1841-1912) in Prague, 1869

Nu credeam să-nvăţ a muri vrodată;
Pururi tânăr, înfăşurat în manta-mi,
Ochii mei nălţam visători la steaua
Singurătăţii.

Când deodată tu răsărişi în cale-mi,
Suferinţă tu, dureros de dulce…
Pân-în fund băui voluptatea morţii
Ne’ndurătoare.

Jalnic ard de viu chinuit ca Nessus.
Ori ca Hercul înveninat de haina-i;
Focul meu a-l stinge nu pot cu toate
Apele mării.

De-al meu propriu vis, mistuit mă vaiet,
Pe-al meu propriu rug, mă topesc în flăcări…
Pot să mai re’nviu luminos din el ca
Pasărea Phoenix?

Piară-mi ochii turburători din cale,
Vino iar în sân, nepăsare tristă;
Ca să pot muri liniştit, pe mine
Mie redă-mă!

 

ODE (in ancient meter)

 

I never thought I would learn how to die, ever.

Forever young, cloaked in my mantle,

My eyes, dreamful, were affixed to the star

Of solitude.

 

All of a sudden you rose across my way –

You, my suffering, so painful and sweet;

To its full I drank your voluptuous,

Merciless death.

 

Wretched I burn alive tortured like Nessus,

Or like Hercules by his harness poisoned –

My fire can’t be quenched by all the sweeping

Waves of the seas.

 

Woe betide, by my own dream devoured…

Consumed by flames, I wail on a pyre, my own;

Can I never rise anew, luminous

Like the Phoenix?

 

Oh, troubled eyes, from my path now vanish,

Return to my bosom, sad indifference;

So I can die in peace, my own old self

To me redeem!

(1883)

 

LA STEAUA

La steaua care-a răsărit
E-o cale-atât de lungă,
Că mii de ani i-au trebuit
Luminii să ne-ajungă.

Poate de mult s-a stins în drum
În depărtări albastre,
Iar raza ei abia acum
Luci vederii noastre,

Icoana stelei ce-a murit
Încet pe cer se suie:
Era pe când nu s-a zărit,
Azi o vedem, şi nu e.

Tot astfel când al nostru dor
Pieri în noapte-adâncă,
Lumina stinsului amor
Ne urmăreşte încă.

 

UNTO THE STAR

‘Tis such a long way to the star

Rising above our shore –

It took its light to come this far

Thousands of years and more.

 

It may have long died on its way

Into the distant blue,

And only now appears its ray

To shine for us as true.

 

We see an icon slowly rise

And climb the canopy –

It lived when yet unknown to eyes:

We see what ceased to be!

 

And so it is when yearning love

Dies in the deepest night:

Its extinct flame still glows above

And haunts us with its light.

 

(1886)

(da Eternal Longing, Impossible Love/ Eternul Dor, Imposibila Iubire, english translation by Adrian George Sahlean, Eikon, Bucarest, 2016)

Nina Cassian: “… The work accomplished by Adrian George Sahlean is undoubtedly quite a feat. He is not the first who dared to climb the ‘steps of perfection’ and, I am sure, he will not ne the last… On reading it, though, some of his ‘solutions’ seem impossible o surpass. I consider this most recenttransation of the ‘’Evening Star’ a true cultural event which should be welcomed”

Nina Cassian: “… lucrarea lui Adrian George Sahlean e fără indoială o performanţă. Nu e primul care s-a încumetat să urce menţionatele ‘trepte ale desăvârşirii’ şi – sunt sigură – nu este ultimul… Unele ‘soluţii’ pe care le-a aflat par însă, la prima lectură, de nedepăşit… Consider că această cea mai recentă traducere a “Luceafărului” merită salutată ca un adevărat act de cultură.”

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mihai_Eminescu

Nikolaj Gumilëv – I miei lettori

I miei lettori

 

Un anziano avventuriero di Addis-Abeba,

che aveva sottomesso molte tribù

mi mandò un suo lanciere nero

con un saluto composto dai miei versi.

Un sottotenente che guidò le cannoniere

sotto il fuoco delle batterie nemiche,

un’intera notte in un mare del Sud

mi ha recitato a memoria i miei versi.

L’uomo che dalla calca della folla

uccise l’ambasciatore dell’Imperatore

venne a stringermi la mano

felicitandomi per i miei versi.

 

Molti di loro, forti, malvagi e  gioiosi,

uccisori di elefanti e di uomini,

che muoiono di sete nel deserto

o congelati sul bordo di un pezzo di ghiaccio perenne,

fedeli al nostro pianeta

forte, gioioso e malvagio,

tengono i miei libri in una borsa da sella

li leggono in un bosco di palme,

li dimenticano su una nave che affonda.

 

Io non li insulto con la nevrastenia,

io non li umilio con il calore del sentimento

io non li infastidisco con sottintese profonde allusioni,

sul contenuto d’un uovo succhiato,

e quando intorno fischiano le pallottole,

quando le onde  rompono  le rive,

io insegno loro a non aver paura,

a non aver paura e a fare ciò che si deve.

 

E quando una donna dal bellissimo volto,

l’unico amato in tutto l’universo,

dice: «Non vi amo»,

io insegno loro a sorridere,

a partire e a non tornare più.

E quando verrà l’ultima ora,

e fitta e uniforme la nebbia gli oscurerà la vista,

insegnerò loro a ricordare

tutta la cara e crudele esistenza,

la terra natale e il mondo strano,

ed al cospetto di Dio,

ad attendere tranquilli il suo giudizio

con parole semplici e sagge.

(traduzione di Amedeo Anelli)

 

Мои читатели

 

Старый бродяга в Аддис-Абебе,
Покоривший многие племена,
Прислал ко мне черного копьеносца
С приветом, составленным из моих стихов.
Лейтенант, водивший канонерки
Под огнем неприятельских батарей,
Целую ночь над южным морем
Читал мне на память мои стихи.
Человек, среди толпы народа
Застреливший императорского посла,
Подошел пожать мне руку,
Поблагодарить за мои стихи.

Много их, сильных, злых и веселых,
Убивавших слонов и людей,
Умиравших от жажды в пустыне,
Замерзавших на кромке вечного льда,
Верных нашей планете,
Сильной, весёлой и злой,
Возят мои книги в седельной сумке,
Читают их в пальмовой роще,
Забывают на тонущем корабле.

Я не оскорбляю их неврастенией,
Не унижаю душевной теплотой,
Не надоедаю многозначительными намеками
На содержимое выеденного яйца,
Но когда вокруг свищут пули
Когда волны ломают борта,
Я учу их, как не бояться,
Не бояться и делать что надо.

И когда женщина с прекрасным лицом,
Единственно дорогим во вселенной,
Скажет: я не люблю вас,
Я учу их, как улыбнуться,
И уйти и не возвращаться больше.
А когда придет их последний час,
Ровный, красный туман застелит взоры,
Я научу их сразу припомнить
Всю жестокую, милую жизнь,
Всю родную, странную землю,
И, представ перед ликом Бога
С простыми и мудрыми словами,
Ждать спокойно Его суда.

Legge Lorena Nocera

Tudor ARGHEZI

© Ivan Kancev

Da Canti a bocca chiusa

 

Vengono da sole

Vengono da sole le cose dal passato,

L’anima delle cose senza presenza, senz’ombra.

Vengono dalle erbacce del tempo,

Dal velluto del marciume,

Dal suo fomento, dallo sughero cavo,

Accompagnate da voli di libellule.

Le tristezze di una volta,

Da altre vite della vita.

Alcune mi conoscono, altre m’han dimenticato.

Ho freddo…

Come si chiamava non me lo disse.

La vidi dall’alto

Un’altra volta.

Due volte la vidi,

Estranea.

Una volta al pozzo della Samaritana,

Un’altra, per strada, sotto l’ombrello.

Non è più la fanciulla slanciata col mastello sulla spalla;

È una cosa, mischiata

Alle cose senza ombra.

 

Din “Cîntece cu gura-nchisă

 

Singure vin

Singure vin lucrurile din trecut,

Duhul lucrurilor, fără ființă, fără umbră.

Vin din buruienile vremii,

Din catifeaua putregaiului,

Din iasca lui, din pluta scorburoasă,

Însoțite de zboruri de libelule.

Tristețile de demult

Din-ntr-alte vieți ale vieții.

Unele mă știu, altele m-au uitat,

Mi-e frig…

Cum o chema nu mi-a spus.

Am văzut-o de sus

Încă o dată.

De două ori am văzut-o,

Înstrăinată.

O dată, la fîntîna Samaritencii,

O dată, pe stradă, sub umbrelă.

Nu mai e fata zveltă cu donița pe umăr;

E un lucru, amestecat

Cu lucrurile fără umbră.

 

Da Sillabe

 

Salmo

Tu mi hai fatto e m’hai detto: vivi

Ed ho vissuto, raccontano così.

Del mio vissuto che si chiama vita, e uccide,

Tu non hai detto prima che

La vita e l’amore ci uccide, non la morte

È tutto quanto ha imparato un essere da te.

Non m’hai parlato mai di lacrime

Eppure io di lacrime son pieno

M’hai spinto a ballare, a cantare

E mai hai accennato al mio funerale.

Non hai creato la terra per amore e pietà

Volevi un ampio posto libero, per cimiteri, qua.

 

Din Silabe

 

Psalm 

Cînd m-ai făcut, mi-ai spus: de-acum trăiește.

Și am trăit, așa se povestește.

Trăirea mea se cheama viață și omoară.

Dar tu mi-ai spus odinioară

Că ne ucide moartea, nu viața și iubirea.

Atît a învățat la tine omenirea.

Nu mi-ai vorbit de lacrimi niciodată

Dar lacrima-i în mine adunată.

M-ai îndemnat să joc, să cînt,

Și nu mi-ai pomenit  și de mormînt.

Tu n-ai făcut pîmîntul din milă și iubire.

Îți trebuia loc slobod, întins, de cimitire.

 

Marina

Onda tesa, onda ad onda,

Fino all’altra sponda

Lava con latte cotonato,

Cielo basso, pioppo alto.

Tre o quattro pescatori,

Stanno ore dopo ore

Muti come sapienti,

Sotto ombrelli capienti.

Sull’orizzonte gigantesco

Un hotel sale e cresce;

Tutto il cielo è camicia

E lo veste di celeste.

Anche il lago è tenuto

A vestirlo con la luce

A lustrare tutto intorno

La sua bellezza vile.

 

Marină

 

Undă-ntinsă, val cu val,

Pînă-n malul celălalt

Spală-n lapte de opal

Cerul scund și plopul înalt.

Trei sau patru-n mal, pescari,

Stau de ceasuri fără număr

Muți ca niște cărturari,

Sub umbrele pîn’ la umăr.

Peste zare, uriașă,

Creasta-și suie un hotel;

În tot cerul dat cămașă,

A-mbrăcat azuru-n el.

Și-i silit și lacul sur

Să-l îmbrace cu lumină

Și să lingă împrejur

Frumusețea lui meschină.

(trad. Eliza Macadan)

 

Tudor Arghezi (pseudonimo di Ion N. Teodorescu) nasce a Bucarest nel 1880. Solo verso I suoi cinquant’anni, nel 1927, pubblica la sua prima raccolta poetica Accordi di parole, ma da quel momento la sua presenza sarà costante sulla scena letteraria, subendo una dolorosa interruzione nei primi anni del regime popolare romeno. Morirà a Bucarest, nel 1967. Si è considerato un’artigiano della parola: “Se mi sono fatto un nome letterario, me lo sono fatto di notte, con le braccia tremanti dalla stanchezza della terra”. E osservava: “Scrivo da quarant’anni, ma debutto ogni giorno, come la prima volta quando riempii di segni un foglio di carta. Sono un eterno scolaro. Meno di uno scolaro, sono un ripetente. Il numero della classe della stoffa della manica è passato sul braccio: galeotto per sempre del pensiero sepolto nella parola e cementato insieme con essa.”
Per gli studiosi, Arghezi è “il miglior fabbro”, colui che, dopo Mihai Eminescu, è stato il più profondo riformatore della lingua poetica romena. “Solo il fatto di aver scritto in una lingua di ridotta circolazione impedisce di parlare di lui come di Claudel, Rilke, Esenin o Majakovski, Eluard o Eliot, Lorca o Aragon”, scriveva Marco Cugno nel volume di poesia argheziana uscito da Einaudi nel 1972.
Tudor Arghezi è stato tradotto in Italia da Mario De Micheli, Rosa Del Conte, Salvatore Quasimodo e Marco Cugno.