Mauro MACARIO, Le trame del disincanto, Puntoacapo, 2016

Mare di Ostia

a Pier Paolo Pasolini

 

Ostia di carne sangue di mare

mare di sputi livida risacca

un padre della patria boccheggia

con la terra nei polmoni

sepoltura di un popolo

nel silenzio dei chiostri

nella memoria partigiana

nel mondo contadino

questa morte nazionale e multinazionale

chiude un’era e passa alla preistoria

si porta via tutto

i musei le biblioteche i testamenti morali

il lievito madre di una coscienza secolare

noi eredi di una compassione gelida

noi figli di questa morte

pasticciata vilipesa derisa

che ci ha trasformato da miti arcaici

in barbari civili

vaghiamo ciechi in una necropoli

senza reperti

le pergamene sono sparite

rimane un ossario senza gloria

e i mandanti si susseguono

di generazione in generazione

mentre i padri della patria

quelli che hanno formato

il tuo sentire più profondo

non muoiono nel loro letto

ma nell’inconscio collettivo

ed è lì il funerale della nostra storia

 

Sarzana, 31 ottobre 2014

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Macario

 

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La Luna

Il gigante

restava nell’ombra.

La sonda spaziale

non l’aveva sfiorato.

Vestiva elegante

con charme naturale

e antiquato.

Pregava,

il gigante pregava.

A un tratto

una stella vicina

lo morse:

Cristallo di genio

gli disse

tu mediti forse

se a fare fortuna

sarà suficiente

la luna?

Si volse,

il gigante si volse.

Cristallo di donna

rispose

non medito niente.

Per fare fortuna

è già

sufficiente

la luna.

La stella

guardava per terra.

Il gigante

guardava la luna.

 

(da “Le allegre carte”, Fabrizio Dall’Aglio, Valigie Rosse, 2017)

Vincenzo GUARRACINO – Tre poesie

Nel solstizio d’estate

ad Angelo e Rosella Maugeri

 

Si potrebbero leggere le radici

i movimenti ansiosi che

si disegnano

quando è assente il pensiero

 

ma la vita non è assente col tempo

ed è pensiero di

radici

e per sempre ha radici

senza ansie

 

col sole poi l’anno in

questo canto di stazioni

cresciute

non si scorda

o il sì esatto di ogni minuto

 

l’amore è un vino che

migliora

 

(21 giugno 1980)

 

 I.

 

Quieti laghi, lucciole

sfarinate sulle gote come baci

reticenti di dolcezze,

che la sete sollecita al solstizio,

per l’erta degli orti appari

nell’ipostasi del nuoto, vuota,

ampolla desiata, di rossori

 

VI.

 

e i corpi si rifugiano nell’ombra

con gelido senso minerale

ma è vasta la casa che il vento

alimenta

e forse la voce si inceppa

e l’atleta attraversa d’un balzo

la piazza

ed è già morto –

 

resta in fondo la stanza

che conduce a libertà

irta di insopportabili timori

come una luna avvolta d’acqua

 

e così si tendono le reti

molti vetri si spezzano

e le terre sentono la lotta

nel loro vuoto

 

Tratte da “Dieci inverni”, Book Editore (1990)

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

Ha inoltre curato il carteggio Leopardi-Ranieri (Addio, anima mia, 2003), il romanzo di Antonio Ranieri, Ginevra o l’orfana della Nunziata (2006), le novelle milanesi di Verga Per le vie, 2008, Libro delle preghiere muliebri di Vittorio Imbriani (2009) e Amori di Carlo Dossi (2010).

Ha curato le traduzioni dei Lirici greci (1991 e 2009), dei Poeti latini (1993), dei Carmi di Catullo (1986 e 2005), dei Versi aurei di Pitagora (1988 e 2005), dei versi latini di A.Rimbaud, Tu vates eris (1988), dei Canti Spirituali di Ildegarda di Bingen (1996), del Poema sulla Natura di Parmenide (2006) e l’antologia Poeti Latini cristiani dei primi secoli (2017).

Mihai EMINESCU (n. 15 gennaio 1850)

Odă (în metru antic)

Portrait of Mihai Eminescu – photograph taken by Jan Tomas (1841-1912) in Prague, 1869

Nu credeam să-nvăţ a muri vrodată;
Pururi tânăr, înfăşurat în manta-mi,
Ochii mei nălţam visători la steaua
Singurătăţii.

Când deodată tu răsărişi în cale-mi,
Suferinţă tu, dureros de dulce…
Pân-în fund băui voluptatea morţii
Ne’ndurătoare.

Jalnic ard de viu chinuit ca Nessus.
Ori ca Hercul înveninat de haina-i;
Focul meu a-l stinge nu pot cu toate
Apele mării.

De-al meu propriu vis, mistuit mă vaiet,
Pe-al meu propriu rug, mă topesc în flăcări…
Pot să mai re’nviu luminos din el ca
Pasărea Phoenix?

Piară-mi ochii turburători din cale,
Vino iar în sân, nepăsare tristă;
Ca să pot muri liniştit, pe mine
Mie redă-mă!

 

ODE (in ancient meter)

 

I never thought I would learn how to die, ever.

Forever young, cloaked in my mantle,

My eyes, dreamful, were affixed to the star

Of solitude.

 

All of a sudden you rose across my way –

You, my suffering, so painful and sweet;

To its full I drank your voluptuous,

Merciless death.

 

Wretched I burn alive tortured like Nessus,

Or like Hercules by his harness poisoned –

My fire can’t be quenched by all the sweeping

Waves of the seas.

 

Woe betide, by my own dream devoured…

Consumed by flames, I wail on a pyre, my own;

Can I never rise anew, luminous

Like the Phoenix?

 

Oh, troubled eyes, from my path now vanish,

Return to my bosom, sad indifference;

So I can die in peace, my own old self

To me redeem!

(1883)

 

LA STEAUA

La steaua care-a răsărit
E-o cale-atât de lungă,
Că mii de ani i-au trebuit
Luminii să ne-ajungă.

Poate de mult s-a stins în drum
În depărtări albastre,
Iar raza ei abia acum
Luci vederii noastre,

Icoana stelei ce-a murit
Încet pe cer se suie:
Era pe când nu s-a zărit,
Azi o vedem, şi nu e.

Tot astfel când al nostru dor
Pieri în noapte-adâncă,
Lumina stinsului amor
Ne urmăreşte încă.

 

UNTO THE STAR

‘Tis such a long way to the star

Rising above our shore –

It took its light to come this far

Thousands of years and more.

 

It may have long died on its way

Into the distant blue,

And only now appears its ray

To shine for us as true.

 

We see an icon slowly rise

And climb the canopy –

It lived when yet unknown to eyes:

We see what ceased to be!

 

And so it is when yearning love

Dies in the deepest night:

Its extinct flame still glows above

And haunts us with its light.

 

(1886)

(da Eternal Longing, Impossible Love/ Eternul Dor, Imposibila Iubire, english translation by Adrian George Sahlean, Eikon, Bucarest, 2016)

Nina Cassian: “… The work accomplished by Adrian George Sahlean is undoubtedly quite a feat. He is not the first who dared to climb the ‘steps of perfection’ and, I am sure, he will not ne the last… On reading it, though, some of his ‘solutions’ seem impossible o surpass. I consider this most recenttransation of the ‘’Evening Star’ a true cultural event which should be welcomed”

Nina Cassian: “… lucrarea lui Adrian George Sahlean e fără indoială o performanţă. Nu e primul care s-a încumetat să urce menţionatele ‘trepte ale desăvârşirii’ şi – sunt sigură – nu este ultimul… Unele ‘soluţii’ pe care le-a aflat par însă, la prima lectură, de nedepăşit… Consider că această cea mai recentă traducere a “Luceafărului” merită salutată ca un adevărat act de cultură.”

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mihai_Eminescu

Isabella LEARDINI – Una stagione d’aria, Donzelli Editore, 2017

“Talento riconosciuto all’età di vent’anni da Maria Luisa Spaziani, Franco Loi, Sergio Zavoli, in questo nuovo libro – opera matura cui ha lavorato per dieci anni – Isabella Leardini inscena un Canzoniere d’amore rivolto a diverse generazioni di donne e di uomini. (…)Una stagione d’aria è anche la storia della fine della giovinezza che preme per entrare in un’età nuova. Il racconto arioso e doloroso di un’Italia che fatica a cambiare e appare come un paese metafisico, o eternamente balneare, dove il ripetersi delle stagioni femminili incrocia destini diversi. Protagonista è una voce sola che accoglie le voci di altre «ragazze strane», «le ragazze del mare» archetipo nella contemporaneità di una classicità assorbita con naturale sapienza.” (Elisa Donzelli)

 

Sono nata a pugni chiusi

e a pugni chiusi

rimango a fare muro alle stagioni.

Vorrei poter andare via con l’aria

come i turisti che sciamano leggeri

dentro la sera ferma dell’estate.

Ma stringo sempre meno, tra i capelli

raccolgo tutta l’acqua che non piove

e quando i fuochi impazzano mi pianto

contro le linee accese dei destini

come l’ultimo boato senza luce.

*

Prima o poi l’estate

smetterà coi suoi rumori dentro e fuori

e non ci sarà più la stessa sera

che appende mille volte le braccia

al vuoto dei balconi.

Quando il mio viso smetterà di sfarsi

come qualcosa che soffre al sole

e di puntare al tempo senza pace

non sarà solo un panico dell’aria.

La voce che mi taglia il fiato

se ne andrà con il tuo volto in un respiro

e ci saranno giorni, anzi giornate

intere come piante ancora vive.

*

Lasciamo l’infanzia e il suo brillare

quando le scorribande della vita

si fermano aggrappate sulla fronte

a splendere di più contro la luce.

Quando il buio viene uguale, senza scosse

la vacanza è un gioco breve di abbandoni

non uno stato, una stagione d’aria.

È il teatro di presagi dei bambini

quel dondolare i piedi ad aspettare

l’istante esatto in cui la sera arriva.

*

Tutte le lacrime sono una preghiera

che prima o poi si posa.

Dormono sotto le chiavi

i nostri documenti stretti insieme

con la fede di un’unica graffetta.

Così un portiere d’albergo

senza neanche saperlo ci sposa

quando dice a voce alta i nostri nomi

finalmente uno accanto all’altro.

*

Come è difficile per me e per te

lasciare andare via la giovinezza,

non ci riusciamo a romperla in un colpo

è la fatica di ogni cosa che muore.

Le nostre prove infinite di volo

posati accanto come bambini

che aprono gli occhi dentro piccoli addii.

Non è arrivata ancora una stagione

che non ci abbia colti di sorpresa.

© Giulio Malfer

Isabella Leardini è nata a Rimini nel 1978. Nel 2002 ha vinto la sezione inediti del Premio Montale con i testi in seguito pubblicati nel libro La coinquilina scalza, uscito nella collana «Niebo» curata da Milo De Angelis (La Vita Felice, 20044), tradotto poi in Spagna (Ediciones de la Isla de Siltolá, 2017) con la cura di Juan Carlos Reche. Diverse sono le antologie, in Italia e all’estero, in cui compaiono sue poesie, tra cui Les Poètes de la Méditerranée (Gallimard, 2010) e Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). Direttrice artistica del festival Parco Poesia, con l’artista Giovanni Turria cura le collezioni di poesia e grafica d’arte Print & Poetry. Si occupa di laboratori di scrittura poetica dedicati agli adolescenti. Nel 2018 ha pubblicato con Mondadori il libro “Domare il drago. Laboratorio di poesia per dare forma alle emozioni”.

Giulia MARTINI – Un inedito

Se ho preso qualche chilo è per la noia –

 

è stato averci messo troppa cura

perché tutti i discorsi si tenessero

a farmi diventare vescovile.

 

Lascio che vada sostituendosi

alla Purpurea quest’amarsi digitale –

e non sai quanto poco ora m’importi

 

che le cose succedevano e noi no.

© Inedito

© Leonardo Pasquinelli

Giulia Martini è nata a Pistoia e vive a Firenze, dove si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi su Pigre divinità e pigra sorte di Patrizia Cavalli. Ha esordito nel 2015 raccogliendo trentotto componimenti sotto il titolo Manuale d’Istruzioni (Gruppo Albatros Il Filo). Sue poesie sono comparse su varie riviste e antologie. A giugno 2018 è uscita la sua seconda raccolta di testi poetici, Coppie minime (Interno Poesia). È in corso di pubblicazione un’antologia di alcuni poeti italiani nati negli anni Ottanta e Novanta, a sua cura.

Tudor ARGHEZI

© Ivan Kancev

Da Canti a bocca chiusa

 

Vengono da sole

Vengono da sole le cose dal passato,

L’anima delle cose senza presenza, senz’ombra.

Vengono dalle erbacce del tempo,

Dal velluto del marciume,

Dal suo fomento, dallo sughero cavo,

Accompagnate da voli di libellule.

Le tristezze di una volta,

Da altre vite della vita.

Alcune mi conoscono, altre m’han dimenticato.

Ho freddo…

Come si chiamava non me lo disse.

La vidi dall’alto

Un’altra volta.

Due volte la vidi,

Estranea.

Una volta al pozzo della Samaritana,

Un’altra, per strada, sotto l’ombrello.

Non è più la fanciulla slanciata col mastello sulla spalla;

È una cosa, mischiata

Alle cose senza ombra.

 

Din “Cîntece cu gura-nchisă

 

Singure vin

Singure vin lucrurile din trecut,

Duhul lucrurilor, fără ființă, fără umbră.

Vin din buruienile vremii,

Din catifeaua putregaiului,

Din iasca lui, din pluta scorburoasă,

Însoțite de zboruri de libelule.

Tristețile de demult

Din-ntr-alte vieți ale vieții.

Unele mă știu, altele m-au uitat,

Mi-e frig…

Cum o chema nu mi-a spus.

Am văzut-o de sus

Încă o dată.

De două ori am văzut-o,

Înstrăinată.

O dată, la fîntîna Samaritencii,

O dată, pe stradă, sub umbrelă.

Nu mai e fata zveltă cu donița pe umăr;

E un lucru, amestecat

Cu lucrurile fără umbră.

 

Da Sillabe

 

Salmo

Tu mi hai fatto e m’hai detto: vivi

Ed ho vissuto, raccontano così.

Del mio vissuto che si chiama vita, e uccide,

Tu non hai detto prima che

La vita e l’amore ci uccide, non la morte

È tutto quanto ha imparato un essere da te.

Non m’hai parlato mai di lacrime

Eppure io di lacrime son pieno

M’hai spinto a ballare, a cantare

E mai hai accennato al mio funerale.

Non hai creato la terra per amore e pietà

Volevi un ampio posto libero, per cimiteri, qua.

 

Din Silabe

 

Psalm 

Cînd m-ai făcut, mi-ai spus: de-acum trăiește.

Și am trăit, așa se povestește.

Trăirea mea se cheama viață și omoară.

Dar tu mi-ai spus odinioară

Că ne ucide moartea, nu viața și iubirea.

Atît a învățat la tine omenirea.

Nu mi-ai vorbit de lacrimi niciodată

Dar lacrima-i în mine adunată.

M-ai îndemnat să joc, să cînt,

Și nu mi-ai pomenit  și de mormînt.

Tu n-ai făcut pîmîntul din milă și iubire.

Îți trebuia loc slobod, întins, de cimitire.

 

Marina

Onda tesa, onda ad onda,

Fino all’altra sponda

Lava con latte cotonato,

Cielo basso, pioppo alto.

Tre o quattro pescatori,

Stanno ore dopo ore

Muti come sapienti,

Sotto ombrelli capienti.

Sull’orizzonte gigantesco

Un hotel sale e cresce;

Tutto il cielo è camicia

E lo veste di celeste.

Anche il lago è tenuto

A vestirlo con la luce

A lustrare tutto intorno

La sua bellezza vile.

 

Marină

 

Undă-ntinsă, val cu val,

Pînă-n malul celălalt

Spală-n lapte de opal

Cerul scund și plopul înalt.

Trei sau patru-n mal, pescari,

Stau de ceasuri fără număr

Muți ca niște cărturari,

Sub umbrele pîn’ la umăr.

Peste zare, uriașă,

Creasta-și suie un hotel;

În tot cerul dat cămașă,

A-mbrăcat azuru-n el.

Și-i silit și lacul sur

Să-l îmbrace cu lumină

Și să lingă împrejur

Frumusețea lui meschină.

(trad. Eliza Macadan)

 

Tudor Arghezi (pseudonimo di Ion N. Teodorescu) nasce a Bucarest nel 1880. Solo verso I suoi cinquant’anni, nel 1927, pubblica la sua prima raccolta poetica Accordi di parole, ma da quel momento la sua presenza sarà costante sulla scena letteraria, subendo una dolorosa interruzione nei primi anni del regime popolare romeno. Morirà a Bucarest, nel 1967. Si è considerato un’artigiano della parola: “Se mi sono fatto un nome letterario, me lo sono fatto di notte, con le braccia tremanti dalla stanchezza della terra”. E osservava: “Scrivo da quarant’anni, ma debutto ogni giorno, come la prima volta quando riempii di segni un foglio di carta. Sono un eterno scolaro. Meno di uno scolaro, sono un ripetente. Il numero della classe della stoffa della manica è passato sul braccio: galeotto per sempre del pensiero sepolto nella parola e cementato insieme con essa.”
Per gli studiosi, Arghezi è “il miglior fabbro”, colui che, dopo Mihai Eminescu, è stato il più profondo riformatore della lingua poetica romena. “Solo il fatto di aver scritto in una lingua di ridotta circolazione impedisce di parlare di lui come di Claudel, Rilke, Esenin o Majakovski, Eluard o Eliot, Lorca o Aragon”, scriveva Marco Cugno nel volume di poesia argheziana uscito da Einaudi nel 1972.
Tudor Arghezi è stato tradotto in Italia da Mario De Micheli, Rosa Del Conte, Salvatore Quasimodo e Marco Cugno.