Mauro MACARIO, Le trame del disincanto, Puntoacapo, 2016

Mare di Ostia

a Pier Paolo Pasolini

 

Ostia di carne sangue di mare

mare di sputi livida risacca

un padre della patria boccheggia

con la terra nei polmoni

sepoltura di un popolo

nel silenzio dei chiostri

nella memoria partigiana

nel mondo contadino

questa morte nazionale e multinazionale

chiude un’era e passa alla preistoria

si porta via tutto

i musei le biblioteche i testamenti morali

il lievito madre di una coscienza secolare

noi eredi di una compassione gelida

noi figli di questa morte

pasticciata vilipesa derisa

che ci ha trasformato da miti arcaici

in barbari civili

vaghiamo ciechi in una necropoli

senza reperti

le pergamene sono sparite

rimane un ossario senza gloria

e i mandanti si susseguono

di generazione in generazione

mentre i padri della patria

quelli che hanno formato

il tuo sentire più profondo

non muoiono nel loro letto

ma nell’inconscio collettivo

ed è lì il funerale della nostra storia

 

Sarzana, 31 ottobre 2014

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Macario

 

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Alex RAGAZZINI, “La siṣma e al speṅ”, Il Vicolo Editore, Cesena, 2019

I s’à côlt d’in là

D’in do ch’al ven al speṅ

E i ló fiur ch’j è arluṣent

I n’è i nòstar ch’i s’sent?

 

Ci hanno colto di là

Da dove vengono le spine

E i loro fiori rilucenti

Non sono i nostri che senti?

 

Cus ël che acsè u s’adâṅa

Cumpâgna e’ mêl infena?

La doia ch’u s’pê luntâṅa

I spen ch’i s’toca apena.

 

Che cosa è che così ci danna

Uguale al male infine?

La fitta che ci pare lontana

Il lieve toccarci delle spine.

 

Sfiurì senza piò cvel ch’l’è

E’ mêl de’ nöstar bëch

Cun e’ côr ch’u n’dà ment

Che stra al dida u s’sent.

 

Sfioriti senza quel niente

Che è il male della nostra fitta

Col cuore che non s’azzitta

E tra le dita si sente.

 

Pr e’ mêl di spen alóra

E stra al speṅ ch’al fóra

I s’à tuchê i nuv incóra

I fiur dulz ch’i s’indôra.

 

Per il male dei rovi allora

E tra le spine che forano

Ci hanno toccato i nuovi ancora

I fiori dolci che s’indorano.

 

Par l’insogni la fa ch’la môr

La vita ‒ la tröpa môrt de’ côr

E u s’à sfinì e’ côr

E’ mêl de’ mêlamór?

 

Per il sogno ancora muore

La vita ‒ la troppa morte del cuore

E ci ha sfinito il cuore

Il male del malamore?

 

Testi tratti da “La siṣma e al speṅ (L’ansietà e le spine)

Nota: la variante dialettale romagnola adottata nei versi fa riferimento all’area di Russi (Ravenna)

 

Alex Ragazzini, nato a Faenza nel 1973 vive a Brisighella (Ravenna). Ha pubblicato la plaquette Nella Specie (Book Editore, 2000), il monologo Mecanìṣum (Il Vicolo
Editore, 2016) e la raccolta La siṣma e al speṅ (Il Vicolo Editore, 2019). Suoi testi figurano in raccolte antologiche, cataloghi d’arte ed in riviste, quali “Graphie”, “Tratti”,
“Il Parlar Franco” e “Atelier”. Collabora con la rivista “Graphie” e con la rivista on-line “Cartesensibili”.

Ezio SOLVESI, Tutintùn, Samuele Editore, 2019

“E allora al lettore consiglio d’entrare in questa pinacoteca e con Solvesi buona guida, lasciarsi catturare dai quadri di grandi dimensioni con ampie pennellate, a piccole nature, quasi miniature di forti e veloci tocchi. Gli strumenti ora sono i migliori, la parola è ben affinata, il dialetto accarezza, ma sa colpire forte quando necessario.”

(Dalla prefazione di Fulvio Segato)

 

VAL ROSANDRA

 

un sbrego

longo e fondo.

una ferita slabràda

che taia in do

la rugosa pele del Carso.

un sbrego, una ferita

fata de una lama de aqua

verde e limpida

che ancora lusi lazò,

in fondo al taio.

E lazò, dove tuto finissi,

ghe xe la cicatrice

de un paesin:

quatro case, grise,

propio sora de la cascada.

 

VAL ROSANDRA

 

uno squarcio / lungo e profondo. / una ferita slabbrata / che

taglia in due / la rugosa pelle del Carso. / uno squarcio, una ferita

/ fatta da una lama d’acqua / verde e limpida / che ancora brilla

laggiù, / in fondo a quel taglio. / E là in fondo, dove tutto finisce,

/ c’è la cicatrice / d’un paesino: / quattro case, grigie, / proprio

sopra la cascata. /

 

L’AMANTE

 

ècola de novo là,

la mia amata!

La me speta ansiosa,

slongàndome i brazi

per strènzerme forte,

co torno de ela.

La xe là, piena de bezi

e luminosa, che la se spècia

nel nostro mar.

Xe là Trieste,

dolze e tenera,

come un’amante

che speta che te torni

de novo casa

e mi, col cuor in gola,

ghe coro incontro

per no farla spetàr!

 

L’AMANTE

 

Eccola di nuovo lì, / la mia amata! / M’aspetta ansiosa, /

allargando le braccia / per stringermi forte, / ogni volta che torno da

lei. / lei è lì, ingioiellata / e luminosa, a specchiarsi / nel nostro

mare. / è lì Trieste, / dolce e tenera, / come un’amante / che

aspetta che torni / di nuovo a casa / ed io, col cuore in gola, / le

corro incontro / per non farla aspettare!

 

 

RICORDI IN SCARSELA

 

Co sarà el mio momento

me piaserìa portarme drio,

sconte inte la scarsela,

solo poche robe, pochi ricordi,

quei che più me ga iutà.

La luce ciara e i colori

de la mia zità

insieme col profumo del mio mar

e dei boschi

del mio Carso.

El morbìn de Trieste

e qualche frase, remenèla,

e qualche canzòn, in dialeto.

 

RICORDI IN TASCA

 

Quando arriverà il mio momento / vorrei portare con me, / nascoste

in tasca, / solo poche cose, pochi ricordi, /quelli che più m’hanno

aiutato. / la luce chiara e i colori / della mia città / insieme col

profumo del mio mare / e dei boschi / del mio Carso. / l’arguzia7

di Trieste / e qualche frase, ridicola8, / e qualche canzone, in

dialetto. /

Luigi OLDANI, Come ventagli, Samuele Editore, 2019

Innamorato degli infiniti, spesso incredibili modi che ha il mondo di creare intarsi o spiragli di bellezza, Oldani ci invita di continuo, fra le righe dei suoi scarni e radiosi, gioiosi e melanconici versi, a sentire la musica che si sprigiona anche dalle dissonanze, dai contrasti o dai capricci apparenti della Legge del cielo (il Dharma), legge che sembra a volte ritmata da un artista jazz (“Dietro le nubi / tante stelle stasera / ascolto jazz”).

(dalla prefazione di Paolo Lagazzi)

 

voglio amare

i ciliegi fiorire

la mia morte.

 

*

 

È tra le mani

col suo verde speranza

l’ortica punge.

 

*

 

Sotto la chioma

buia d’un pino d’aleppo

l’ansia d’un grillo.

 

*

 

Come ondeggia

la chioma dei pini…

mi gira la testa.

 

*

 

Muove la zampa

nel disegno del sonno

solstizio d’oro.

 

*

 

Foglie di rovo

in un palmo di mano

rosso d’autunno.

 

*

 

Se a velo s’alza
quella solita nebbia
la mia pianura.

 

Francesco BELLUOMINI, Ultima vela, Samuele Editore, 2018

“Un percorso da stato d’emergenza /da vero giramondo dei mestieri”, descrive così la sua “avventura” umana e intellettuale, Francesco Belluomini, giusto all’inizio del libro, Ultima vela, autobiografia “in forma poetica”,  che raccoglie e condensa il suo lascito di esperienze in forma di parole, la sua storia (“tutto me stesso”), sotto un titolo metaforicamente comprensivo e allusivo di molte cose, della passione del mare non meno che del fatto che questa fatica si colloca in maniera riassuntiva al punto estremo dell’intera sua vita e costituisce in un certo modo il suo testamento morale nel consegnare ai posteri, senza falsa modestia, i montaliani “fatti” e “nonfatti” di un’esistenza quanto mai singolare, ricca di emozioni e “invenzioni”.

“Un percorso da stato d’emergenza”, attraverso “differenti mondi”, ma con una stella polare, un punto di riferimento inderogabile dal principio fino alla fine, che è la poesia: coltivata e praticata direttamente o stimolata e promossa, con indefessa pazienza e fedeltà, a costo di fatiche e innumerevoli battaglie, nell’infido mare dell’esistenza, la poesia, intesa non solo nel senso più proprio di scrittura ma anche come continua messa in gioco e “invenzione” di sé sulla scena della vita, ha costituito per l’autore il fecondo lievito di progetti, propositi e realizzazioni nell’arco di almeno mezzo secolo, attraverso stagioni e libri e soprattutto attraverso la sua “creatura” più significativa e duratura, quel Premio di Poesia, autentico “monumento”, per sua stessa definizione, che, intitolato alla sua città, ossia Camaiore, continua a costituire, a partire dagli inizi degli anni Ottanta e a tutt’oggi, la testimonianza più viva e concreta di un amore sconfinato, capace di esporlo alle “raffiche di poppa” e ai “perigliosi fortunali” di malevoli e invidiosi inchiodandolo, “disarmato” ma tetragono, come un novello Ulisse, all’”albero del velame” della sua passione.

“Giramondo dei mestieri”, come dire uno che ha fatto sempre molte cose insieme, versutum, insomma, per dirla con l’antico poeta latino: è una bella e appropriata definizione di sé, non c’è che dire, che fa pensare a quella, celebre, di Salvatore Quasimodo che si fissava icasticamente nell’etichetta di “operaio di sogni”, e da cui bisogna partire per comprendere il senso di una ricerca inesausta e inesauribile, fatta di “mestiere” costruito con certosina applicazione fino a dar corpo a un’originale e complessa struttura strofica e metrica, a una historia sui,  in “forma prigionata” di stanze prevalentemente endecasillabiche, fortemente scandite e scalpellate in una lingua dal forte sapore idiomatico, che, a dispetto di ogni assunto “discorsivo”,  s’inseguono e incalzano, in uno “scrivere con foga compulsiva”, per quasi 2500 versi con irruenza tempestosa e a tratti perfino visionaria, obbedendo alla “voce” profonda e irrefrenabile dell’”inconscio” memoriale dell’autore, coerentemente col suo carattere ben noto e riconoscibile.

“Operaio di sogni”, non meno di Quasimodo, e “versatile” non meno dell’eroe di omerica memoria, Francesco Belluomini, “battitore libero” in politica così come in letteratura, si è interamente investito nell’impresa davvero titanica di dar voce, da “veloce tessitore di versi”, esclusivamente alle vicissitudini della sua vita, ma senza concessioni al patetico e senza indulgenza per un elegiaco lirismo da “carta straccia” (oltre che verso certa correttezza lessicale e sintattica troppo letteraria), al punto da preferire (per farsi un’idea della sua formazione) uno “scurrile” Domenico Tempio a Dante, con l’unica intenzione esplicitamente perseguita di ricostruire scenari, situazioni e figure (tra tutte, fondamentali e memorabili, quella del padre, di Rosanna e di Raffaella), che hanno contrappuntato il suo itinerario verso una “linea del traguardo” da sempre intravista e prefissata, grazie anche a una formidabile memoria che gli ha consentito ad ogni passo di non lasciar “nulla del raccolto”.

Il risultato è il poema di una vita, di continui andirivieni tra porti e mestieri i più diversi, una vita costellata da viaggi, avventure, disavventure, amori e perfino da naufragi, oltre che da libri: quelli suoi, in versi e in prosa, usciti presso Editori differenti, grandi o piccoli che siano, e gratificati anche da riconoscimenti sempre più prestigiosi in Italia e all’estero; e quelli altrui, letti insaziabilmente dapprima solo nelle pause di un lavoro faticoso da mozzo sulle navi, poi “nottetempo” e nei silenzi, da inventore e Presidente di un Premio Letterario, che è diventato nel tempo uno specchio della società non soltanto letteraria italiana.

(Prefazione di Vincenzo GUARRACINO)

 

 

Come se disarmato sulla testa
d’albero del velame di quest’ultima
regata,sulla boa di sopravvento
tentassi completare la bolina
con la vela rimasta nel pozzetto,
per prendere le raffiche di poppa
e tagliare la linea del traguardo
nel valzer dell’insolite strambate.
Un percorso da stato d’emergenza
da vero giramondo dei mestieri,
non mancato scontare mio peccato
doppiando pure quattro continenti.

 

Lupi di mare

 

Basta mollare le cime del tuo porto

per dare braccia e voce alle murate,

mentre la barca geme sull’imboccatura

in sbandata sull’agitarsi dei saluti.

 

Gente scolpita dai venti, lupi di mare

che danno poco peso alle burrasche:

ma d’occhi in velo sulle facce d’argilla

ai dissolti contorni delle loro case.

 

I folli

 

Su questo mare schiacciato da bonacce

galleggiano ingavonate sulla dritta

le snelle navi che sfidavano i venti

con braccia e mani salde sul timone.

 

Barche a tòrzo lasciate alla deriva

senza più vele, senz’alberi maestri,

vuoti scafi protetti dal fasciame

per scarrocciare a lungo in naufragio.

Lucianna ARGENTINO, In canto a te, Samuele Editore, 2019

“A pochi è data una simile esperienza straordinaria, e qui la poetessa sa tradurre nella poesia tutta una gamma significativa di immagini e parole evocatrici, registri colti e comuni, luoghi di spiazzamento, punti di vista insoliti, riferimenti letterari, colloqui con altre molteplici scritture, come abbiamo già indicato. Quanto c’è di dato autobiografico viene posto in relazione e si dipana con leggerezza dentro una tradizione letteraria magari non così diffusa e universalmente conosciuta, ma tuttavia presente e forte nella letteratura e nella scrittura del passato, e dialoga con essa.”

(dalla prefazione di Gabriella Musetti)

 

Perdonami

per non aver compreso allora

quanto profondo fosse l’amore

questo che ha attraversato

primavere renitenti e inverni caparbi

e approda ora alla nostra estate piena

con lo stesso volto

gli occhi arrossati dal rimpianto

le mani giunte in preghiera

per la grazia del qui e ora

noi liberi dal per sempre

ché eterno sarà l’essere stati.

 

*

 

Tra gli occhi di lui e i miei

l’attesa intorpidita e dolorante,

il coraggio del respiro,

il formicolio dello sguardo

a lungo immobile davanti alla pagina

nel cui nome separo

le acque di sopra dalle acque di sotto.

Creo terra con frutti in abbondanza,

d’obbedienza sazio gli angeli

in lode di lui che mi rammenda gli strappi,

fa l’orlo ai miei abiti.

 

*

 

Riconsegno la costola a Dio,

offro la metà del mio cuore

per il nuovo innesto

così che i due siano davvero

una carne sola, un coro il battito,

consanguinei i passi del sangue,

congiunto il respiro.

Come con lui io

– noi corpo dell’Eden.

Valeria Di Felice, Il battente della felicità, 2019 – Nota di lettura di Maria Lenti

Cuore-Amore è rima ardua, la più difficile del mondo (Umberto Saba). La sequenza di gesti, l’anamnesi, l’agguato della fine, o la prossimità al… cielo, l’immersione nel piacere sensuale, l’abbraccio del no, il rifiuto dopo l’intesa, altro, sono già nel seminato poetico di secoli e secoli e in ogni lingua del mondo.

Come agire questi tratti, singolarmente o insieme, oggi, in poesia? Sarà l’ascolto del sé, momento per momento, la “presa” dentro i versi di sensazioni, di incontri dentro un incontro o viceversa per fermarlo e animarsi e dirsi-dirlo in altra sostanza?

Ecco, l’ultimo libro di Valeria Di Felice, Il battente della felicità, ha il passo e l’andamento or ora delineato. Io e tu, dove l’io si distende interloquendo con un tu che dimora di sicuro (nelle varie poesie) nell’io della persona che lo nomina ma anche nel proprio sé, di cui, la persona che lo nomina, ha cercato di conoscere (e cerca di farlo ancora) una interiorità aderente alla propria. Interiorità sì, ma anche il corpo che quella interiorità contiene.

L’amore torna da dove nasce e nasce dove è tornato, si fa radice e nutrimento, si nomina nelle sue tante sinuosità del sentire intimo: delle fibre del corpo di quelle del sentimento; dell’emozione erotica e dell’emozione del cuore.  Se c’è negli spazi il pensiero alla ricerca del respiro, non c’è lo spazio della perdita, il dispendio dell’amore: «In questa stanza di troppa luce / non so scrivere più parole buie / perché tu sei chiaramente qui / limpidamente immerso nel grembo / di muschi e intrecci – / rami abbracciati ai nostri tronchi / in questo bosco dove l’ombra / si fa ritorno e latte sgorgato / dai seni della terra.» (p. 47).

Nell’inizio della scoperta, mai finita, e dunque nel suo prosieguo, si tracciano le linee, le curve, le parole dell’unione delle due persone e, infine, la felicità.

Che viene esplicitata al presente indicativo: quello che è stato (nella reciproca conoscenza) è, ed è anche in funzione del futuro liberando il continuum di uno stato e di un essere nella separazione non nell’assimilazione, nella distinzione non nell’inglobamento dell’uno nell’altra fino a perdere identità. Verbo al presente, dunque. Quando il verso ha il verbo al passato (prossimo, imperfetto), questo segna l’antefatto (peraltro già in L’antiriva del 2014) che conferma lo stato presente. Il continuum stilistico darà affermazione e ricerca, espressione che fissa e, contemporaneamente, dilata il pensiero, fino alla chiara forma conclusiva (dell’amore e della poesia).

Libro d’amore, che fonda sull’amore la nascita di un giorno aperto, di un mondo leggero, di un vivere nuovo, Il battente della felicità si presenta, nelle sue tre sezioni, come un libro a tema. Ribadisce il sentire amoroso nei suoi risvolti e nelle possibilità vissute, in primis, e tenute care dentro di sé: «Ti porterò con me / in ogni goccia di verità / a dissetare nuove certezze, / in ogni bocca che non temerà / le gabbie incolte della non-vita, / in ogni ventre che non reciderà / ancora la bellezza del seme. // Dammi le tue mani, / dita affusolate di pioggia / a inanellare di ghirlande / la cappella / di un fiore selvatico.» (p. 26). Che la vita cominci, allora, e che sia «non casa, ma dimora dei grovigli più veri». (p. 49)

 

Valeria Di Felice, Il battente della felicità, Giuliano Ladolfi Editore, 2019, pp. 68, € 10 (con disegni di Gigino Falconi)