MARIO URQUIZA MONTEMAYOR

Esto y aquello

Esto y aquello, deberías decir,
es lo único que se nos ha dado
para este instante, que es de nadie
y para todos

 

Questo e quello

Questo e quello, dovresti dire,

è tutto quel che ci è dato

per questo istante, che è di nessuno

e per tutti.

 

 

Elogio del árbol

A Octavio Paz

El día despierta para nosotros
como la memoria abierta

dispersión absoluta y transparente

gira alrededor del día
el fruto es la mirada franca
el hombre es el mediodía
la poesía es dispersión
memoria
constante retorno
vuelta a este instante
reinvención del otro día

 

 

Elogio dell’albero

A Octavio Paz

Il giorno per noi si sveglia

come la memoria aperta

 

dispersione assoluta e trasparente

 

gira attorno al giorno

il frutto è lo sguardo franco

l’uomo è il mezzogiorno

la poesia è dispersione

memoria

costante ritorno

indietro a questo istante

reinvenzione del giorno altro.

 

 

A veces no estoy para la poesía

A veces no estoy para la poesía
todo el día es sol
insertado en la memoria

sabemos que allá arriba está
porque así nos lo dijeron

el hombre surca la palabra otorgada
camina sin miramientos

su camino se abre en los ojos del día
las cosas se alejan
un poco más de él

 

A volte non ci sono per la poesia

 

A volte non ci sono per la poesia

tutto il giorno è sole

inserito nella memoria

 

sappiamo che lassù esiste

perché così ci dissero

 

l’uomo solca la parola accordata

avanza senza riguardo

 

il suo cammino si apre negli occhi del giorno

le cose si allontanano

da lui un altro po’.

  

Entre el dolor y el placer

Entre el dolor y el placer
huye el día,
los astros dejan de ser audibles y legibles,
remiendo de todo lo vivo y de todo lo soñado,

hay sueños que vienen a estas horas

a tu cuerpo, a mis ojos, a tus manos…
… acabamiento de la luz pensada y escrita,

entre el dolor y el placer
huye el día,
mis pasos en la zozobra del agua vertida,
la noche ofrece a los astros
un ramillete de miradas.

 

Fra il dolore e il piacere

Fra dolore e piacere

fugge il giorno,

gli astri smettono di essere udibili e leggibili,

rammendo di tutto ciò che è vivo e sognato,

 

ci sono sogni che arrivano a quest’ora

 

al tuo corpo, i miei occhi, le tue mani…

… compimento della luce pensata e scritta,

 

fra dolore e piacere

fugge il giorno,

i miei passi nell’angoscia dell’acqua versata,

la notte offre agli astri

un mazzolino di sguardi.

 

Transfiguraciones

Nos volvemos rocas
…espacios infinitos
nombres que susurra el viento

letras desgastadas
escritura memorizada

nos volvemos tiempo
seres huraños
cruces malheridas
erubescencia de la llama trémula

noches incalculables
días fulminantes
luces transmundanas

senda
etérea
de la palabra

parvada de puntos
errabundos y heterodoxos

nos construyen
nos leen
nos condenan
borran
y comienzan en otro instante
en otro sitio.

 

Trasfigurazioni

 

Diventiamo rocce

… spazi infiniti

nomi sussurrati dal vento

 

lettere consunte

scrittura memorizzata

 

diventiamo tempo

esseri scontrosi

croci agonizzanti

erubescenza della tremula fiamma  

 

incalcolabili notti

giorni fulminanti

luci ultraterrene

 

via

eterea

della parola

 

stormo di punti

erranti e eterodossi

 

ci costruiscono

ci leggono

ci condannano

cancellano

e ricominciano in altro istante

altrove

 

Final de patio ferroviario

Bajo
la palabra
los paisajes
se ajan

encuentras

la fotografía
pérdida
inventora
de recuerdos;
evoca nombres
que sólo el viento
aprendió a pronunciar

los árboles
aprendidos
echaron raíces

los muros
ahítos
se levantaron
el viaje
del ferrocarril
se extendió
al olvido

los patios
del ferrocarril
ahora son
caminos
que ni
el viento
quiere
recorrer

 

 

Finale di cortile ferroviario

 

Sotto

la parola

i paesaggi

si logorano

 

ritrovi

 

la fotografia

perdita

creatrice

di ricordi;

evoca nomi

che solo il vento

imparò a pronunciare

 

gli alberi

conosciuti

misero radici

 

i muri

saturi

si alzarono

il viaggio

del treno

si estese

all’oblio

 

i cortili

della ferrovia

ora sono

strade

che nemmeno

il vento

vuole

percorrere

 

Traduzione: Adriana Langtry (in collaborazione con Mia Lecomte)

 

Mario Urquiza Montemayor è nato nel 1994 ad Amecameca (Messico). È autore delle raccolte poetiche El canto y la casa (Capítulo Siete, 2018) e Piedra de toque (Buenos Aires Poetry, 2019).  Ha collaborato con riviste come «Punto en Línea» della UNAM, «Crátera» (Spagna), «Letralia» (Venezuela), «Polipet» (Repubblica Ceca) e «Archivo Sonoro».

Evaristo Seghetta Andreoli, In tono minore, Passigli 2020

Ciò che trovo più toccante nella voce di Evaristo è la capacità di rispettare quello che vorrei definire un foedus poetico, un patto col lettore ancora fondato, nonostante le distruzioni del Novecento, sulla superstite e tenace fiducia nella possibilità di riconoscere e condividere la “poeticità” dell’esperienza esistenziale. Parliamo di una dimensione ontologica che sempre meno oggi assomiglia a una koiné, a fronte dell’indubitabile dilagare dell’impoetico, che mette tutti d’accordo.

(dalla prefazione di Sauro Albisani)

 

Partita a due

 

L’orizzonte è profondo stasera,

in controtendenza con le sensazioni.

Ancora appassiona questa partita a due,

a carte scoperte.

 

Le frasi sofferte accendono la notte,

insieme alle stelle di giugno.

Noi, un tutt’uno col vento, respiriamo

il segreto del gelsomino.

 

Lo scontro a colpi di assi e di re

dura fino al mattino.

I pirati del sonno, prima o poi,

abborderanno l’estate.

 

 

Stelle

 

Qualche volta le stelle cadono.

Per il resto, resistono lassù,

appese alla parete dell’Apeiron,

pertugi di fuoco nell’involucro universale.

 

Ce ne accorgiamo

quando sopra il mare tracciano la scia.

Il tuffo nell’infinito è ciò che vorremmo imitare.

 

Sappiamo bene che in quel mare,

sospeso sopra gli sguardi,

nel suo profondo,

c’è tutto ciò che cerchiamo.

 

Fiamme

 

Siamo fiamme irregolari, più alte, più basse,

fiamme spaventate che gridano.

 

Prima dell’avvento del Tempo,

non avevamo forma che ci distinguesse

e anche riguardo allo Spazio ci sarebbe da dire…

 

Ma siamo qua, in questo braciere,

dal quale s’innalza un’orazione muta.

 

Contenuti nelle nostre dimensioni,

ora che il Tempo è cessato,

imprechiamo contro l’Eternità.

 

La complessità tematica che il lettore si trova davanti, e dalla quale resta affascinato nel leggere le liriche di In tono minore, è corroborata e supportata da una profondità del livello fonico ritmico che dimostra come Seghetta Andreoli possegga una straordinaria sensibilità musicale (…)

(dalla postfazione di Fabia Baldi

 

And Ink Like This, Fabrizio DALL’AGLIO, Gradiva Publications, 2020

Give me depression

For the rain to fall from my eyes –

My sirocco wind

No longer has direction.

 

Give me economy,

I would like to sell my time,

Swap my silence

For a bit of cheerfulness.

 

Give me the edge of the world,

Where dinosaurs are –

There I would like to hit rock bottom

Of tears and of years.

*

Dammi un po’ di depressione,

vorrei piovere dagli occhi.

Il mio vento di scirocco

non ha più una direzione.

 

Dammi un po’ di economia,

vorrei vendere il mio tempo,

barattare il mio silenzio

con un’unghia di allegria.

 

Dammi il margine del mondo

dove stanno i dinosauri.

Là vorrei toccare il fondo

delle lacrime e degli anni.

 

***

 

I altered planets;

Though life would go on

On Earthe.

I changed planet.

I survived a death

-My own –

That took place at other times

And other times revived.

Undamaged, life could go on,

Resilient, adhering to some

Enduring substance;

Its more fertile blends

Now intermittent.

I was throwing my lives away,

Using but one

As a definite end in view.

I looked at myself, from my new planet,

And it was only me walking

On the older planet,

Me quite like myself

Before that other death.

My animal soul quivered,

Hanging by

The inseparable noose of time –

I looked at it casually,

With the pleasure or pain

Of experiment, or something

That might not concern me.

*

Avevo cambiato pianeta.

Continuavo la mia vita

sulla terra,

ma avevo cambiato pianeta.

Succedevo a una morte

– la mia stessa –

accaduta altre volte

altre volte ripresa.

Illesa a me la vita proseguiva

rinfrancava le forze, aderente

alla mia duttile materia

di impasto fertile,

intermittente.

Così cestinavo le mie vite

vivendone una,

come per una meta stabilita;

dal mio nuovo pianeta mi osservavo

ed ero io a camminare

sopra il vecchio pianeta,

io in tutto uguale

alla mia vita prima della morte.

Fremeva la mia anima animale

appesa

al cappio inseparabile del tempo;

la guardavo distratto

nel piacere dolore

di un esperimento

che non mi riguardava.

 

***

 

It was not rain, no, it was not snow,

It was neither sunshine nor wind

And the season was its own restricted space,

A model of time in plastic, a vision.

 

It was not before, no, it was not after,

It was neither night nor day. It would all

Detach and reattach into moments without you,

Without me, or what was there.

 

It was not you, no, it was not me,

It was neither mouth nor body; nor hand nor eye,

But an abandonment in a reflection;

And more a useless, flashing glance.

*

Non era pioggia, no, non era neve

non era sole o vento, e la stagione

era soltanto il suo ristretto spazio

un plastico di tempo, una visione.

 

Non era prima, no, non era dopo

non era notte o giorno, si staccava

e si fissava in un istante vuoto

di te, di me, di tutto ciò che c’era.

 

Non eri tu, no, non ero io

non era bocca corpo mano occhio

ma abbandonato in fondo al suo riflesso

l’inutile bagliore di uno sguardo.

Luca GILIOLI – Un inedito

la Confederazione Galattica

in omaggio a Harry Bates

è giunto il dì degli ultimi tumulti

umani: li forzeremo alla resa.

da secoli ostracizzano i virgulti

che parlan di pace e di nuova ascesa

e tra i loro discordanti singulti

lasceranno un’era già troppo estesa.

l’estinzione umana è perdita lieve:

magro lascito la Storia riceve.

©Luca Gilioli

 

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore. Le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Alessandra PELLIZZARI, Nodi parlati, Nem, 2019

Gocciolano le merlature dei pinnacoli,

appisolate sull’innalzamento di un doppio

diesis. Qui, tra le remissive pause dei trafori,

reclinati sulle dorature di foglie,

gli umori dei venti e i riflessi piombati,

àlbano.

 

Gocciolano le liquorose coppe,

sulle giunture/suture dei contrappunti,

tra i gradi congiunti degli architravi.

Le brunite nicchie

e i venosi rivoli, rinviati dai marmi,

spiovono.

 

Dripping battlements of pinnacles,

dozing on a soaring double sharp.

Here, between yielding pauses of fretwork,

wind moods and leaded reflections,

stretched out on gilding of leaves,

dawn.

 

Dripping fortified cups

on the seams/sutures of counterpoints,

between joined degrees of architraves.

Burnished niches

and venous rivulets, rebuffed by marble,

flow down.

 

*

 

Sulle reti del tramonto,

occhi di murrine lungo gli spacchi

del cuore,

sui fogli di musica che palpebra,

sulle tombe di laguna,

unte di sangue salmastro.

Sopravvivono i solchi scuri

sul marmo di neve,

sui vegliardi pilastri acritani

tra gli anfratti della piazzetta.

Da un capitello solitario

Aristotele ammonisce un fanciullo

alla giustizia.

Sulle squame ammassate dai venti

per i breviari dei rifiuti tossici,

i nodi delle albe trasfigurate,

celano l’amore sbozzato sui pilastri.

 

Murrine eyes beside the cracks

of the heart,

on the sunset’s networks,

sheets of music the eyelid,

on the lagoon’s tombs,

greased with salty blood.

The dark furrows survive

on snow-white marble,

on the venerable pillars of Acre

through the piazzetta crannies.

On a solitary capital,

Aristotle admonishes a child

to be fair.

The knots of transfigured sunrises,

on fish scales the winds amass

for breviaries of toxic waste,

cloak the heartbreak on pillars.

 

(Da Nodi parlati, Nem, 2019 – edizione bilingue italiano-inglese (traduzione di Patrick Williamson)

 

Alessandra Pellizzari, nata a Verona, vive a Venezia. Storico dell’Arte e insegnante, ha pubblicato le seguenti raccolte: “Lettere a cera persa“, Lietocolle 2006, con prefazione di Andrea Zanzotto; “Intermittenze“, libro d’artista con una partitura di Saverio Tasca; 12 testi per l’antologia “12 poetesse italiane“, Nem 2007, “Mutamenti“, Campanotto Editore 2012, Faglie, Puntoacapo, 2017. E’ presente con alcuni testi nell’antologia “La mano scrive il suono“, Ed. Eikon, Bucarest, 2014.

Angelo GACCIONE, Spore, Interlinea, 2020

“Esatti come proverbi, i componimenti di questa nuova raccolta possono cogliere alla sprovvista anche chi da tempo segue e apprezza l’opera di Angelo Gaccione. Non viene meno la tensione etica che, fin dall’epoca del sodalizio con Carlo Cassola, ha sempre rappre­sentato un elemento riconoscibilissimo nella vicen­da dell’autore, sia pure nella continua escursione tra generi e linguaggi differenti. In Spore però la dimen­sione civile assume una cadenza più familiare, quasi intima, come se il lungo dissidio fra le origini calabresi e la conseguita milanesità – e a Milano, ricordiamolo, Gaccione ha dedicato alcune delle sue pagine più im­portanti – si fosse finalmente assestato sul crinale che sta tra attesa e memoria, tra rievocazione elegiaca del passato e scommessa caparbia su un futuro che tar­da ad avverarsi.”

(dalla presentazione di Alessandro Zaccuri)

 

C’era una volta un occhio

che aveva un solo orbo.

 

Vedere tutto a metà

fu la fortuna sua.

*

La vecchia che mi aspetta sul cantone

è mia madre.

 

Non ti farà domande.

Non farle domande anche tu.

 

Baciala sulla fronte per me.

*

Partirono di buon mattino

e si diressero ad est.

 

Nessuna felicità li sorprese

per strada, ma il sole.

*

Se la vostra anima è nera,

il vostro verso sia,

limpido più del cristallo.

 

Conosce il valore della luce,

solo chi ha toccato,

il fondo della notte.

*

Hanno percorso i nostri stessi passi,

e consumato i sassi della via.

 

Posiamo i piedi dove li hanno messi,

dove si son fermati noi sostiamo.

 

Hanno teso la mano,

questo vi sia d’esempio.

 

Hanno innalzato muri,

questo vi sia di monito.

Angelo Gaccione è nato a Cosenza. Narratore e drammaturgo, ha pubblicato numerosi libri di saggi, racconti, fiabe, aforismi e testi teatrali. Fra i più noti ricordiamo: Il sigaro in bocca, Manhattan, L’incendio di Roccabruna, La striscia di cuoio, Disarmo o barbarie (assieme a Carlo Cassola); L’immaginazione editoriale. Personaggi e progetti dell’editoria del secondo Novecento (assieme a Raffaele Crovi); il best seller Lettere ad Azzurra. A Milano ha dedicato quattro libri di successo: Milano, la città e la memoria; La città narrata (tre edizioni); Poeti per Milano; Milano in versi. Dopo un lungo silenzio editoriale, nel 2013 Gaccione ha pubblicato tutto il suo teatro in un unico volume Ostaggi a teatro. Testi teatrali 1985-2007, in cui compaiono testi come Tradimenti, La Porta del Sangue, Stupro, Dal fondo, Pathos, Single, Hermana, La sedia vuota, La seduta, ecc.; e un’elegante edizione aggiornata di Milano città narrata per mesi fra i libri più venduti dedicati a Milano. Nel 2016 è uscita la raccolta di riflessioni e pensieri Il lato estremo e ha curato assieme a Giorgio Colombo Intervista a Pier Paolo Pasolini.Torino 1961. Nel 2017 per il centenario della nascita dello scrittore ha curato il carteggio Cassola e il disarmo. La letteratura non basta e pubblicato un delizioso volume di fiabe dal titolo L’orologio di mastro Hanus. In poesia molto apprezzata la sua raccolta Lingua Mater (in lingua dialettale con testo italiano a fronte). Notevole il suo impegno civile espresso anche attraverso un’ampia produzione saggistica. Vive e lavora a Milano dove, da diciassette anni, dirige il giornale di cultura “Odissea” a cui collaborano prestigiose firme della cultura italiana ed internazionale.

Evaristo SEGHETTA ANDREOLI, Paradigma di esse, Passigli, 2017

“Seghetta Andreoli ha scaltrito il suo linguaggio in un rapporto con la pagina come se fosse un fotogramma filmico, un’immagine ferma e insieme scorrevole del proprio divenire, dove il corpo stesso vibra nella sua dinamica, dà forma e sostanza al corpus del verso e della strofa che egli disperde oppure trattiene in un rapporto di universale empatia.”  

(dalla nota di Franco Manescalchi)

 

Postulato

 

Ammesso che da te ci sia la pineta,

finirò lì, allora, dietro la periferia

di casa tua, oltre I canneti, macchia

che soffia e russa, quando sale

il vento settembrino.

 

Vagherò così,

tra resina e aghi di pino:

uno finirà

per bucarmi il cuore.

 

Nella valle dei silenzi

 

Poi, passiamo alla valle dei silenzi,

dove solo il canto del capro,

lungo il sentiero, risuona.

 

Il giorno abbandona

i freddi minuti, figli snaturati,

progenie del Tempo.

 

Con dolore li lascia

perché finiranno nel flusso

di tragedie annunciate:

 

spettacolo indegno di avvoltoi

col becco incrostato

di sangue.

 

Altri mesi, altri tempi

 

C’erano dei febbrai in cui i rigagnoli

del ghiaccio disciolto trascinavano

i sintomi dell’imminente primavera.

C’erano le prime margherite

che coloravano di bianco vivo

gli spazi giallognoli del prato.

Allora si correva a perdifiato

perché nell’aria c’era profumo di futuro.

Ora c’è questo grigio strano

sa di ciminiere spente, di fabbriche

dismesse, di non rispettate promesse,

da parte del cielo e non solo.

 

Evaristo Seghetta Andreoli è nato nel 1953 a Montegabbione (TR). Ha pubblicato le raccolte I semi del poeta (Polistampa, 2013), Inquietudine da imperfezione (Passigli, 2015) e Morfologia del dolore (Interlinea, 2015).

Margherita RIMI, Le voci dei bambini, Mursia, 2019

“Nasce un sommesso teatro dell’anima; anime coatte e violate ma pur sempre anime, cioè fautrici di un parlare novellante, cupo e stridente, dolcissimo e fatato. Il male e il bene si mischiano come due acque con diversa pulizia. La fogna torna a separarsi dalla fonte, gomito a gomito. Margherita Rimi, che riesce a fare in modo che questo linguaggio non vada dissipato, lo adatta e lo fa germogliare in un infantile e adulto quanto potente canzoniere, effetto collaterale umanissimo della presente catasta umana.”

(dalla prefazione di Guido Oldani)

 

Mi hanno chiesto a chi voglio più bene:

 

Mia mamma non mi manda più

da papà

 

Si sono lasciati

 

Mi dice scemo stronzo

col cavolo che ci vai da tuo padre

 

*

 

Mi dice che sono bugiarda

perché voglio bene a mio padre

 

Avevo fatto un disegno

per lui

 

Da quando io sono nata

mia madre

 

non è più felice

 

*

 

Penso a cose brutte

 

Il primo è che sono morti tutti. I miei genitori e

anche mia sorella

che il mondo scompare e non c’è più nessuno

che io resto da solo

 

Il secondo che sono arrabbiato

con quella lì che dice: oggi scrivete in corsivo

 

ma io non sono capace

 

Il terzo è

 

forse dobbiamo iniziare da capo

perché non mi ricordo

 

*

 

I miei compagni gridano

mi fanno spaventare

 

Mi dicono: buttana di to’ ma’

 

Mio padre mi grida poi mi dà botte

poi sbatte la porta, va via e si mette a fischiare

 

Così si calma mio padre

 

 

Quando mio papà diventa piccolo e io divento grande:

Io gliela faccio pagare

 

Margherita Rimi vive ad Agrigento. Neuropsichiatra infantile, svolge un’intensa attività di prima linea contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. È nella redazione di «Quaderni di Arenaria» e «FuoriAsse» e collabora ad altre riviste italiane. Tra le raccolte di versi, Per non inventarmi, pref. di Marilena Renda (Kepos, 2002); La cura degli assenti, pref. di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2007); Era farsi. Autoantologia 1974-2011, pref. di Daniela Marcheschi (Marsilio, 2012);  Nomi di cosa – Nomi di persona, risvolto di copertina di Amedeo Anelli (Marsilio, 2015). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, a cura di Daniela Marcheschi (Mursia, 2016); În corp de val, a cura di Eliza Macadan (Eikon, 2017); Mille anni di poesia religiosa italiana, a cura di Daniela Marcheschi (EDB, 2017). Sue poesie sono state inoltre  pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere tra queste «Poesia», «Il segnale», «Poezia. Revistă de cultură poetică», «Terres de femmes», «Exit»; Tra i premi ricevuti il Piersanti Mattarella (2017), e il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia. Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).

Paolo FEBBRARO, La danza della pioggia, Elliot, 2019

Le mura di Kron                                                   

 

L’Europa è un orlo a frange, un fiordo,

mille approdi e sùbito i monti.

 

I monti li dosiamo coi camion

rifocilliamo di ghiaia gli arenili

consumati da un mare annidato

nel grigio biancore dei ghiacciai.

 

Paura di lasciare il mondo al sole.

Il mare torna a galla

come un diluvio ben ricordato.

Si sta innalzando la verità.

Il mare si rammarica assediando

le terre emerse in tutto ciò che fa.

 

Il sole sempre a mezzogiorno

è un criminale snidato che culmina.

Tu stai all’aperto per fare la fila,

c’è l’ombra d’una nube che si fulmina.

 

Siamo i reciproci, gli scontri e i contusi,

sacchi di stoffe su allergie, eritemi,

il secco di respiri sempre chiusi.

 

E i treni prendono l’aereo,

le navi proseguono in cabinovia.

La gara fra le case, in fila per vedere

chi arriverà prima in periferia.

 

Verso la fine, i prezzi sono modici.

Disaggreghiamo i dati statistici,

i danni li stimiamo se turistici.

E le preghiere diventano codici.

 

Salmi e versetti pettinati in congegni.

Mercato di vini e di veli frammisti.

Fitte emicranie, pensieri nel pozzo.

L’Economia è un eliso di schiavisti.

Chi parla di salvezza è rozzo.

Meglio suicidi che fascisti.

 

*

 

Gli alberi che non vediamo

sono gli uccisi da quelli che vediamo

farsi posto, gentili, affusolando le sagome,

predestinati al cielo, astretti, ariani.

 

In basso invece c’è la storia:

gesti nodosi, ramaglia complicata

come una trama shakespeariana,

agguati d’anni, anfratti proditori

e carceri d’aria verde scuro.

Fermi e innocenti come la scena

da cui i servi abbiano appena ripulito

le lacrime e il sangue.

 

*

 

Di notte annuisco, mi accosto al nero

accostamento di ogni cosa, sono

un generale imposto dalla truppa.

Faccio la voce di parole altrui.

Un comandante di fiumi

mi tiene al suo servizio.

Io dipingo pareti e le dissolvo

perché il colore dissolve l’oblio.

 

È notte, esiste l’anima

mentre nel giorno incappucciato solo Dio.

 

Paolo Febbraro (Roma 1965) vive a Dublino, ma per motivi di lavoro trascorre circa trecento giorno l’anno a Roma. Le sue opere in versi sono Il secondo fine (1999), Il bene materiale (2008), Fuori per l’inverno (2014) ed Elenco di cose reali (2018). Il Diario di Kaspar Hauser (2003), tradotto in spagnolo, inglese e francese, è un’opera in versi e in prosa, mentre racconti e aforismi sono comparsi in I grandi fatti (2016). Fra i suoi saggi letterari: L’idiota. Una storia letteraria (2011), Primo Levi e i totem della poesia (2013) e Leggere Seamus Heaney (2015). Ha curato la prima edizione italiana dei versi di Edward Thomas, La strada presa. Poesie scelte (2017) e Angel Hill di Michael Longley (2019).

Biagio ACCARDO, Ascetica del quotidiano, Samuele Editore, 2019

Commuove il senso di smarrimento che scaturisce dalla certezza di una presenza. Il sapere che c’è una vita che vive e ci supera, come il cuore che batte in noi malgrado noi, il respiro, che non si può arrestare per volontà, ci supera, ci sovrasta, è più di noi. Ma ci sfugge, nel superarci traccia una via che non sappiamo sempre ribattere. Ci sembra di inseguire una Chimera, ma è la nostra esperienza, il nostro modo di stare al mondo. Il poeta qui lo sa, lo sente. E versifica per noi. Fa materia concreta di tutti i dubbi che si hanno di fronte al credere che oltre al veduto, meglio, dentro al veduto, c’è un mistero, che ha avuto voce nelle scritture sacre, nelle voci degli antichi. dei nostri antenati. dei nostri nonni. C’è un’educazione che permette la percezione vivida del mistero. Si chiama Ascesi.

(dalla prefazione di Massimiliano Bardotti)                    

 

Non è più tempo di interrogazioni.
tutto è qui, in questa luce
così enunciata
da farci amare l’ombra.
tutto è qui, mentre incrocio
la polvere e la salita.
Provo a scalare il mondo
per scendere in dio.

 

*

 

Continuamente gravava in noi
il nuovo tempo, ma eravamo
scalzi e i piedi, i nostri piedi,
non conoscevano il dolore
dei talloni scorticati.
Chi ci mise in cammino aspettò
il lampo di una notte novembrina:
da lì andammo per sentieri
ubriachi di fango. Più volte poi
uno sguardo spense il sogno,
oscurò la timida alba.

Ma se consideri tu quanto fu sparso
tra sasso e sasso, da passo a passo,
sa di miracolo questa voce, questa tua voce
che ancora muove il camminare.

 

*

 

Lo incontro, come un viaggiatore
qualunque. dona
e non sa di donare.

Lo spirito è di casa
se non ha nessuna casa.