Eliza Macadan – Un inedito

per Krys
fuori crollano ponti
viadotti saltano in aria
camion esplosivi
sfrecciano nell’aria di questa
estate sotto pressione
lontana l’anima guarda
il corpo stremato
dal peso di uno zaino
che sembrava una
piuma
vent’anni dopo
sulle spalle sassi
mi colpiscono
da ogni dove
sasseto sotto
le piante dei piedi
in salita su questo Golgota
ancora eretta
in mezzo a questo
vecchio convento
me lo ritrovo dentro
al centro di ogni singolo
passo un sasso
una porta aperta
dà sul terrazzo pieno
di nostalgia
trabocca il pomeriggio
su una sedia vuota davanti
mi vedo che guardo un film
di ken loach
mi vedo nello stesso film
sono piccola eseguo
gli ordini e guardo
e mi guardo mentre guardo
ed è così che
ti aspetto
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Giuseppe MANITTA, Gli occhi non possono morire, Italic, 2018

“Sono immagini, sono espressioni nuove, confinate in genere in uno/ due versi; il che evita sbavature al verso, fino alla scarnificazione. (…) le immagini zampillano con suggestività impressiva, producendo, per associazione, nel lettore, nell’ascoltatore, evocazioni, visioni sue proprie e tuttavia rigenerate dalle espressioni usate dal poeta.”

(dalla prefazione di Corrado Calabrò)

Sul Breviario di Ott

II

Odora di bordello l’angolo della piazza

mentre la tenda rossa, alla finestra,

guarda i passanti

e la bimba sanguina di sogni,

Sofia.

Il Breviario di Ott è sull’altare,

ma nel giorno della Madonna

Sofia è per le strade,

con le gambe strisciate di sudore,

che si addormentano.

La cenere ricopre gli occhi

e il Breviario piange

la martire della città.

E’ mutata l’incisione,

oggi si prega il martirio di santa Sofia.

 

Il naufragio invisibile

III

Il tempo è un libro

scritto con il fango,

è sabbia fusa

incapace di solidificare.

Oggi il vento spinge i capelli

tra i muschi oltre la Montagnola

e il mio angelo feconda il tuo ventre

e poi si abbandona.

 

All’ombra dei rovi

si perde il canto di Dio.

VIII

I santi si piegano

a raccogliere sarmenti

e pietre sulla strada.

 

Poi ritorna il desiderio

dei ventri,

dei letti di paglia

e muore anche Dio.

 

Rogatio

Stamattina gli sguardi sono sporchi,

si cercano tra la sabbia caduta.

Sporca è la strada di sogni

e l’altare rotola per i canali.

E’ ghiaccio il Cristo di fra’ Umile,

porta morte,

e i sogni

s’impastano con la terra

per fare il pane.

 

Giuseppe Manitta è autore di alcuni studi di italianistica. Ha curato i volumi Carducci Contemporaneo (2012) e Boccaccio e la Sicilia (2015, 20162), inoltre si è occupato del petrarchismo cinquecentesco di Antonio Filoteo Omodei. Tra le pubblicazioni principali si ricordano: A partire da Boccaccio (Mursia, 2005, 20107); Noi e il mondo. La novella italiana da Pirandello a Calvino (Mursia, 2007, 2012); Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (1998-2003) (Il Convivio, 2009); Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (2004-2008). Con appendice (2009-2012) (Il Convivio, 2015, 20172); Mihai Eminescu e la «letteratura italiana» (Il Convivio, 2017). Ha tenuto conferenze in diverse università italiane e straniere. È caporedattore della rivista “Il Convivio” e collabora, inoltre, a varie riviste specialistiche, tra le quali “La Rassegna della Letteratura Italiana”, “OBLIO”, “Zibaldone. Estudios Italianos”. Cura la bibliografia leopardiana del “Laboratorio Leopardi” dell’Università La Sapienza di Roma. Di poesia ha pubblicato “L’ultimo canto dell’upupa” (2011, con premessa di Giorgio Barberi Squarotti e introduzione di Carmine Chiodo) e “Il giullare del tempo” (2013, con prefazione di Francesco D’Episcopo).

Nicola MANICARDI, Non so, i Quaderni del Bardo, 2018

“Questo libro si compone di poesie all’attacco e di poesie di meditazione di un autore sempre all’erta. Qui ci troviamo di fronte a un caso particolare. Un poeta educato che cerca la diseducazione. Per il quale ogni ora ogni diversa luce può essere un indizio di un percorso che può portare davvero molto “altrove” rispetto al suo inizio.”

dalla prefazione di Pier Damiano Ori

 

La meccanica del male

 

Indosso il sofferto

come se fosse un vestito da festa.

A volte mi chiamano papà

nel moto divento lui.

Lui sono io, che combatte con il vero

la farsa da primo mattino.

 

Non mi chiamano per nome

nelle ore in cui vivo a fuoco – la fatica

ma l’anagrafe attesta che sono qui.

Lui sono io, ringrazio l’assenza

tastandomi le rughe tatuate

ne leggo – che ho anche riso

la noto da quelle che escono dalla faccia.

 

*

 

Quando il silenzio

ha una sola voce

allora ci sei dentro.

 

Lo stillicidio di essere oggi

 

La strada è un ambulatorio.

Tutti con diversi mali

più grave del proprio è ancora da provare.

Al semaforo ci si prova la febbre

al pedonale si leggono referti

in prima pagina dei giornali.

Il dottore passa in visita a mattina e sera

la suora lo accompagna scortata da un avvocato

mandato da un commissario

in questo suolo sotto sequestro.

(avviso per le puerpere: il latte è finito, c’è solo polvere).

 

Almeno cinque minuti d’aria

 

Sui lavori in corso del tuo viso

una ruga scende troppo.

Spostando l’indice

dalle gote alla tempia

la carreggiata è ora transitabile

sopra l’arco palatino

si ampia lo spazio

della bocca che accenna un sorriso

togliti gli occhiali da sole.

 

Nicola Manicardi è nato nel 1972 a Modena, città dove tutt’ora vive. Di formazione scientifica, grande lettore, nutre la passione per la letteratura e per la poesia sin dall’infanzia. Suoi versi sono stati pubblicati in antologie e la sua prima raccolta di poesie , Periplo”, è uscita nel 2015.

 

Eliza Macadan – Un inedito

Venezia è una donna
che una volta dava a tutti
l’amore e la sifilide
ai disperati il cianuro
all’odor d’incenso
e ai poeti l’intermezzo
da un plumbeo cielo londinese
all’eden di Ellada grezzo
andava scalza a lavare
nei canali umori
di feroci notti senza fine
ora salita sui suoi tacchi
da una borsa di puttana
un po’ cosmopolita
estrae l’accendino rubato
in un albergo a cinque stelle
alza lo sguardo blu
schiarito questi evi
accende il Campanile
fuma tre nuvole di passaggio
poi tutto spegne
è un ardore un rumore
che galleggia al largo
ma chiusi sono tutti i porti
qui si arriva e si parte
solo morti

Daniela PERICONE, Distratte le mani, Coup d’idée, 2017

“Si attraversano così le pagine di questo libro, ci si muove negli spazi e nelle architetture di versi e di testi entro cui i fonemi si richiamano tra di loro, i concetti s’accampano per variazioni di suono e virate d’idee, e questo in presenza di una rattenuta tensione, di una prossimità vertiginosa (e, appunto, coraggiosa) alla fiamma e al magma, di una contiguità al pericolo e al precipizio. (…) Lontanissima dalle retoriche intorno al corpo o alla femminilità, così come da quelle confessionali e psicologistiche, la poetessa reggina continua una ricerca esigente con sé stessa e con il lettore, attenta ai valori della lingua e alla sua capacità pressoché inesauribile di generare senso, ma anche di farlo deflagrare (…)”.

dalla postfazione di Antonio Devicienti

 

 

La luna

è l’occhio del ciclone

al punto esatto di fusione

elianti trasmutati in asfodeli

esorbitano a sciami

scontornano

il candore di fiamma

che l’imbianca

lascivia di mille occhi

disumani che stringe a sé

strappando il primato al sole

– le onde di attrazione

stremano più del fuoco.

 

***

 

ora vado a sparire, vi lascio dire fare

parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi

stare, io per me non sono niente, né voi

siete niente niente per me – un treno

m’è caduto ai piedi, no sono io caduta

da un treno, io ho deragliato, ho tirato

su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro

giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori

fuori di me fuori

 

***

 

Cammini quieto ai ritorni

che portano in seno

una sola tristezza, di fiume

che vegli lontano. Ascolta,

non è strano che dicano inverni

dispersi nel buio i lampioni

le foglie – consola sostare al di qua

degli sguardi, e andare placati

e oscurarsi – a pochi è data fortuna

di uguali parole, un dono la neve

nel cupo dei suoni – breve carezza

che salda al silenzio per quanto

ne dolga l’assenza. Poi l’ombra oscilla

una mano da un luogo non dentro

non fuori – soffitto alle fughe

sempre lì dove in raffiche

piove un tepore se tremo

a un richiamo mio tuo.

 

Daniele Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria. Ha pubblicato “Passo di giaguaro”, Edizioni Il Gabbiano 2000, “Aria di ventura”, Book Editore 2005, “Il caso e la ragione”, Book Editore 2010, “L’inciampo”, L’arcolaio 2015 e “Distratte le mani”, Coup d’idée Edizioni 2017.  Cura eventi culturali, è autrice e interprete di letture sceniche, collabora con riviste di cultura e letteratura. Alcune sue poesie tratte da “L’inciampo” sono state tradotte in  romeno e pubblicate nella rivista “Poezia” di Iasi (Romania). Daniela Pericone è tra i 22 poeti pubblicati nel volume antologico “Lido” – poezie italiană contemporană, uscito nel 2018 presso Editura Eikon di Bucarest.

Giovanni IBELLO, Turbative siderali, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

Michele Joshua MAGGINI, ESODO, ’round midnight edizioni, 2017

“Maggini traccia l’epica del poeta, quasi uno scavo archeologico nella sua figura, la ricerca di direzione, la necessità di religione, un credo in cui la poesia è preghiera, i santi somigliano più agli eroi, compagni di viaggio, dive e madonne carnali, padri sperduti, ritrovati (…) C’è ananke, rabbia santa, in quest’opera granitica, un talento indiscusso.”

dalla prefazione di Riccardo Frolloni                                                                             

 

 

In te vedo che ogni parvenza si sperde

di traccia umana e scompare.

Pure noi si è poco più che sgretolarsi di polvere.

 

Qui noi ombre ci cerchiamo per darci

una voce e non domandiamo perché una

mano ponga solo che fine.

**

Proemio II / Fine

 

L’Esodo è stato questo mare:

dal silenzio ai nomi,

dai nomi al silenzio.

 

E’ un passato che si frantima e si speza

tra le tempie. E’ un passato che ritorna e non si

[compie.

Mare, solo mare, solo questo significato. E’ stato

[questo

l’Esodo: essere il viaggio, dalla cellula al nulla

[dal nulla

al nucleo, da un nome all’altro

di ciascuno di voi, preparare la sconfita

perché noi ultimi siamo chi ricorda, siamo chi

[non avrà

capitolo ma una voce. Mare, solo mare (urla

[mare mare

mare fino a diventare mare). Vi canto,

muse mortali, come l’uomo fece a sua immagine

[e somiglianza la materia, i circuiti.

L’Esodo è pure un assedio ad una terra

promessa, è verbo che rimane verbo, verbo che

[infine si incarna

s’immateria e non è mare che ritorna in sé,

[persa la riva,

ma un presente che muore quando si rigenera.

 

“Se è un eroe, non tornerà.

Saprà che ogni terra è promessa”.

 

L’Esodo non è stato questo

perché è e non ha fine.

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive per “Midnight”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.