La Luna

Il gigante

restava nell’ombra.

La sonda spaziale

non l’aveva sfiorato.

Vestiva elegante

con charme naturale

e antiquato.

Pregava,

il gigante pregava.

A un tratto

una stella vicina

lo morse:

Cristallo di genio

gli disse

tu mediti forse

se a fare fortuna

sarà suficiente

la luna?

Si volse,

il gigante si volse.

Cristallo di donna

rispose

non medito niente.

Per fare fortuna

è già

sufficiente

la luna.

La stella

guardava per terra.

Il gigante

guardava la luna.

 

(da “Le allegre carte”, Fabrizio Dall’Aglio, Valigie Rosse, 2017)

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Lucia TRIOLO, Dedica, Edizioni DrawUp, 2019

Ogni volta che Lucia Triolo mette mano alla penna è come se scrivesse sempre per la prima volta apprendendo logopedicamente il prodigio di essere nel compito estremo della parola: nella sua precisione e nel rischio di una mancanza di controllo, poiché conscio e inconscio, come ci insegna la psicanalisi a più riprese, coabitano nel verbo, ma proprio il rischio aumenta la chiamata alla salvezza. (…)Nell’affanno che si coglie troviamo due poli che lo simboleggiano: il femminile – da sempre il tema profondo della poetessa – e la sicilianità declinata in quella vocazione alla giustizia non legata grecamente alla verità. L’impegno alla parola dischiude orizzonti differenti che s’incistano tra di loro determinando l’impegno dell’io a inoltrarsi nel verbo, sapendo di non poter mai coincidere con esso. Mi pare evidente la prospettiva fenomenologica che da un lato vede l’impossibilità di una relazione e dall’altro la esige così come il sale è necessario al fascino del mare anche se brucia le ferite e nel contempo le cauterizza.

(dalla prefazione di Giuseppe Cerbino)

 

Lucida follia

In punto di lucida follia

mentre stringo tra le mani

uno scheletrico io

e scarico una lacrima in latrina

riesco a dire esattamente

ciò che penso

 

inconcepibile come una gaffe

 

La mia parola

Non c’è scatto che non le appartenga

ho messo la parola

a lottare con la vita

a rabberciarla

come un tessuto vecchio lacero

sporco.

L’ho vista slogarsi per afferrarla

nel precipizio in cui l’io-sono non penetra

nella parola e testardo

non vuole essere-detto

ma nessuna fuga

può essere concessa

 

L’insolenza del silenzio

non cambia la circolazione:

in qualunque stagione a casa

ci si riposa

 

Litanie

Non ho tralasciato nulla

ho chiesto aiuto

rifugiata in antiche litanie

ho invocato i santi della sicurezza

ho invocato i santi della mediocrità

ho invocato i santi dell’infingardaggine

quelli della fatica e del dolore

e del peccato e della miseria.

E poi i santi del vuoto e del nome

Ho trovato una caramella

tra macerie

l’ho scartata

insaziabile

zanzara

ronzava

dentro le litanie

la gioia sembra non

abbia santi né tabernacoli

-questione di profondità

credo

 

Scrivo

Scrivo a rovescio sulla pelle

vivo a rovescio questa vita

come chi non ha più carne

da redimere

tengo le ossa sotto

i passi

lo spirito fa ancora rumore

 

una persiana sbatte sbatte

mi fa arrossire

 

© Lucia Triolo

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Ha pubblicato per la G.A Edizioni: “L’oltre me” (Maggio 2016), per le Edizioni il Fiorino: “Il tempo dell’attesa” (Maggio 2017), per La Ruota Edizioni: “E dietro le spalle gli occhi” (Febbraio 2018), per BIbliotheke Edizioni: “Metafisiche Rallentate” (Ottobre 2018). per DrawUp Edizioni: “Dedica” (Aprile 2019), ancora per La Ruota Edizioni: “Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” (Maggio 2019). È presente in numerose antologie. Tra i numerosi riconoscimenti, premio Amelia Rosselli al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa Città di Conza della Campania 2018 e terza classificata al XIX Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa Guido Gozzano ed. 2018.

François Nédel Atèrre, Limite del vero, La vita felice, 2019

C’è molta descrizione di attimi, talvolta pare di assistere a un ragionamento anagogico: Littera gesta docet, quid credas allegoria. Moralis quid agas, quo tendas anagogia. Un senso morale straniante e quasi di accompagnamento, un indicare senza premere sulla ferita che le cose mostrano. Non credo di esagerare se dico che ci sono momenti di scrittura sinestetica.

(dalla postfazione di Giulio Maffii)   

 

 

Poi si va avanti, il tempo di ciascuno

è frammentario – a volte non sussiste.

Chi allegramente scompare, sparpaglia

cocci di sale nel piato degli altri

e fa del bene avaro. Per discese

chi crede di aver cuore pianta i piedi

e regge stanghe di carri pesanti

– ignora i loro gomiti, l’azzurro.

Non ha risposte il sole di novembre:

raccolti i vòlti, ripresi per caso

fili smagliati, intenzioni e parole

rinnega tutto, si consegna al freddo.

 

Invita a fare da soli, in silenzio.

 

*

 

Le strane formule stanno migrando

dal nudo vero. Silenziose, stanche

si poggiano sui cavi della luce

– ma è il cielo a darne, ed è arguto regalo.

Fanno brevissimi cenni col capo.

 

Stentano a riconoscerle figure

di uomini e donne strette nei cappotti,

dal passo svelto. La neve cancella

le vie che portano al lavoro o a casa.

 

La meraviglia si fa innanzi a pochi.

 

*

 

Era quel tempo – non si conta in anni

quando stavamo con loro. I giardini,

le case nuove, i viali nella luce.

 

Ciascuno il suo prodigio, a ogni sentiero

un salto d’acqua, una baracca vuota.

Era quanto bastava, non di meno.

 

Si è sciolto sui mattoni quell’autunno

o sulle pagine aperte dei libri:

poco di bianco, estraneo, sale in grani

le tue sembianze qui, il mio corpo vano

seduto sulle scale, com’è adesso.

 

François Nédel Atèrre (pseudonimo di Francesco Terraccia­no) è nato a Napoli, dove vive e lavora, nel 1967. È laureato in Economia e Commercio. La letteratura, contrappunto alla formazione universitaria e professionale, è costantemente al centro dei suoi interessi: lo studio della poesia europea – del modello italiano, inglese e francese così come delle significative testimonianze russe del Novecento – ha motivato la sua partecipazione a numerose iniziative, mantenendo vivo il contatto con una realtà complessa e in continua evoluzione. Ha pubblicato una raccolta di poesie, Phonè (1992) e un volume di racconti, Il Salice Bianco (1993), entrambi con lo pseudonimo di Francesco Miti. Numerose le sue collaborazioni con riviste letterarie e le partecipazioni a progetti editoriali, rassegne e seminari.  Del 2018 è la raccolta poetica “Mistica del quotidiano”, Terra d’Ulivi edizioni. Le sue poesie sono state tradotte in romeno e inglese.

Henry ARIEMMA, Un gallone di kerosene, Transeuropa, 2019

Amico di ogni treno preso
al caso dei giorni…
Mi dicevi non preoccuparti,
riposa, ti dico quando arrivi
su quel salotto triste tra i pochi
a rubare tempo perso
di partenze segnate,
obbligate, al calzare gli occhi
coi giornali o dalle finestre
sparire in pensieri di facce
comuni nel viaggio…
E sorridevi raccontando
dei mirtilli sui binari
che non si possono prendere
e si perdono alle nostre
sacche golose, ubriache
di questa vita a tratti
intuita davanti al riflesso
del ferro divelto nella porta,
-in fondo orinatoio dei solialle
velocità per non nascondere,
sfuggire l’arrivo quasi fermi…
A chiederci del conto per sempre
anche se pagato.

*

È un dolore che si fa
dolce nel pensiero
per chi manca adesso…
E vorremmo l’esserci
senza riuscirci…
Basta tenere stretto
nell’abbraccio il ricordo
alle parole, il sorriso ai gesti
soffici del non pesare
tare all’io cantando fiori
di questo addio che non esiste.

*

E non sei lo sfidante
nel retro quadro a giorno…
È notte per dame
inseguendo e sfuggendo
il non muoversi…
Non ci sono cavalli ne torri
per Re o regine al riparo,
terra spezzata in onore
al cerchio rotante…
Perché amico, sei attesa
e d’altra parte vuoto…

*
Sono piene mani venute incontro
al cuore nella casa del sorriso
-ti prego- rimani all’ieri
per non avere saldo volere
a parola del sogno,
braccia uguali al domani
del fare quando porta chiude
gratitudine a non esserci più.

 

Henry Ariemma è nato a Los Angeles nel 1971 e vive a Roma.
Suoi componimenti sono apparsi su riviste e litblog specializzati.
Per Ladolfi pubblicato le raccolte di poesie Aruspice nelle viscere
(2016) e Arimane (2017).

Mattia TARANTINO, Fiori estinti, Terra d’ulivi Edizioni, 2019

L’urgenza del verso risponde ad un’altra urgenza: la perpetua ricerca di assoluzione, il grido scomposto e liberatorio che non può darsi nella preghiera intesa come atto pretenzioso che prevede risposta, bensì nella confessione, affinché «avvenga / la resa del cielo al nostro ultimo altare». L’indagine tentata dal verbo attraverso la costruzione di un codice esclusivo e archetipico non risolve l’infinita nostalgia di un aldilà senza nome, il tragico dissidio della memoria, poiché non c’è «nulla che non sia un vago e memorabile martirio».

(dalla postfazione di Giorgia Esposito)

 

Dal sale

 

Poiché venimmo

dal sale nero avvinghiato

alle stelle, e le stelle

sudano una luce malata;

poiché fummo

battezzati con le feci

degli angeli, e gli angeli

non ci davano nome;

poiché tradimmo

e usurammo ogni verso, ora

ci strappiamo le ossa e ridiamo.

 

 

I poeti

 

Siamo allegri se spezziamo le stelle,

se scaviamo nel pane tornando

al frumento, perché ogni

verso è sporco di terra.

 

I poeti esistono nel vino,

nel sangue e nelle sillabe: hanno ossa

di uva, e i bambini le pestano.

 

Quando venni al mondo ordinai

ai tuoni di scheggiarsi al mio urlo;

ora imploro

che almeno un chicco si salvi.

 

 

Autunno

 

È da un po’ che le foglie sono incerte,

che il cielo non sprofonda

nelle loro vene scure, dove il sangue

aggrovigliato gira e cade.

 

Stamattina un passero di ronda

annunciava la catastrofe cantando.

 

 

Vigilia d’inverno

 

Ho offerto i miei voti all’inverno,

alla rosa sbaragliata da una neve

che non cade, non vacilla, ma soltanto

che attendiamo e ci rinnega.

 

Da domani i bambini torneranno

a inventare nuove storie e nuovi fiori.

 

 

Distico

 

Cerco un distico che chiuda

i miei versi o li sbaragli.

 

 

Vorrei guardare il cielo

 

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

mi aprono il sangue e disturbano

i versi in bocca ai morti:

stanotte mia madre non partecipa

al pane che si spezza, non consente

né risate né preghiere, capovolge

tutti i nomi e li scavalca;

stanotte mio padre non ricorda

quante volte ha indovinato, quante volte

la parola gli ha mozzato la parola.

Stanotte prendo l’ago e cucio

i miei occhi agli occhi di mia madre, prendo

un piccolo coltello e svuoto

le mie ossa nelle ossa di mio padre.

Vorrei guardare il cielo, ma le stelle

le ho tra i denti e fanno male.

 

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Co-dirige Inverso – Giornale di poesia; ; collabora come traduttore con Iris News – Rivista internazionale di poesia. Fa parte della redazione di Menabò – Quadrimestrale internazionale di cultura poetica e letteraria e di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale. È presente in diverse riviste e antologie, italiane e internazionali. I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue. Ha pubblicato Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi, 2017) e Fiori estinti (Terra d’ulivi, 2019).

 

 

Davide CUORVO – Tre poesie

Un grammo di silenzio

C’è un pianoforte tra i rami impigliato.
Riecco il bianco del fiume,
sbocciato da poche lagune e qualche
grammo di silenzio.
Ah se fosse una difesa questo ardire
del mio sangue!
Farei testamento delle lacrime,
comprenderei il moto longilineo delle onde,
la brezza nel disgelo, il bianco e nero
dei coralli. Alla finestra dirimpetto
cesserei anche il resto di ogni ora,
E non infrangerei gli scogli. Nemmeno a
luna spenta oserei impedire la marea.
Che è inverno e non odo gli alberi ad urlare.
Se ne stanno cheti tra gli scorci di un pontile,
nelle foglie inzzuppate di salsedine.
E se pure prospere le ore a ricamarsi
un altro sguardo, so per certo che anche
i muri cederanno, nella schiena del torrente.
Le vetrate fanno presto
a schiudersi alla pioggia.
E nel sapore di fogliame, si fa sera.

 

Velo in bianco e nero

(Non sai che un fiore incolto
non veste colore al mattino)
L’inoltrata sera assale un lampione;
la panchina immobile mi scruta
lungo il viale. C’è un’ombra nell’ombra, irrequieta
come può sostare una foglia oltre la nube;
tace solo l’inverno. Silenzio in attesa,
una lontana parola che opprime:
(imparavamo assieme e qui mi perdo)
Il disagio presagiva inadeguato e invece.
Adagio, sussurravano le foglie ad una legge permanente.
(Non conosco la solitudine)
Sparve oltre la città come a ridestare
un brivido. Un sentiero carezzava la brezza,
viziata, ai lasciti di un marciapiede.
(Il ponte non portava a te, né il cuore)
Mi nascosi dietro un vento mansueto.

 

Come fossile in un prato

Tu non conosci i miei profili,
le case travolte dalla nebbia,
gli approdi scordati dai tramonti.
Sono cenere tra le fondamenta
                                                dei miei pianti
Non accondiscendo all’autunno,
né ortica diverranno i rintocchi di campane.
Ho fragili anche i miei ossequi
fra le dita
Sulla rena che lambisce il mare
tremano gli uccelli,
sfiorando i tuoi dolori, a freddo
nella sera
Non affiorano gli stralci che intaglia
la pioggia. In fondo, rare volte si è
attanagliato il cuore alla legge forata
nella pietra
M’appoggio ai crepacci della notte.
Sarò fossile nel tuo prato.

(testi tratti dalla raccolta “La Misura del Silenzio” Manni Editori, 2017)

 

 

Davide Cuorvo è nato nel 1992 a Pompei, vive però in provincia di Avellino. Ha studiato nelle università di Pisa e di Napoli, è attore, scrittore e direttore artistico della associazione culturale Logopea. È fondatore del Premio Nazionale di Poesia e Narrativa Città di Conza della Campania. Vincitore del prestigioso Premio Aoros, ha uno stile di grande intensità lirica, che si inserisce con forza nel contesto della nuova poesia italiana. Ha pubblicato per i tipi di Manni Editori la silloge “La Misura del silenzio”.

Franco MANZONI – Un inedito

Turbamento di speranza    

 

ah com’è tristamaro

quando un tempo mi trovai

senza motivi o giuramenti

nella carne tua cruda carne

luce d’occhi fianchi seni

pronunciando risa aderenti

lungo la tangenziale fiaccolata

nominante abitazione intensa

linda ricompensa di stazione

partenza dorsale d’obiettivo

giacente inferno sulla lingua

dicevi senz’astio lenta

nel malessere dei secoli

“prendimi intera comprendimi”

chiedendo certa di danzare aperta

stretti sul posto sopra il mare

non dolendosi di vento e polvere

“saziatene più dell’abbastanza”

coi lividi del temporale sulle ciglia

sigillandomi le tempie in fine

per nostra cara uscita di stanza

resa arresa schiava figlia

di un dolce turbamento di speranza

 

© Inedito

 

Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, da oltre trent’anni è una firma del “Corriere della Sera”.

Ha pubblicato numerose sillogi poetiche tra cui Imperatore!, Esausto amore, Totò, Padania, Verso la seta, Faccina, Lettere dal fronte, Figlio del padre, En sombra del grito, Casa di passaggio, In fervida assenza.

Nel 2018 è uscita per l’editore Eikon di Bucarest l’antologia bilingue Înger de sânge/ Angelo di sangue. Del 2018 è anche il suo saggio critico “Femminea estasi – Sulla poetica di Gabriella Cinti” (Algra Editore).