Raffaele Urraro, Affacciato sull’abisso della notte – Lettura di Vincenzo Guarracino

È un testo molto intenso, questa lirica, Affacciato sull’abisso della notte, estratta da una raccolta di suggestiva intensità (Il lato oscuro delle cose, RP libri, San Giorgio del Sannio 2019), in cui Raffaele Urraro, noto, oltre che come poeta, come biografo e studioso di Leopardi, sembra confrontarsi, riassumendovi in un certo senso tutta quanta la sua avventura di scrittore, con archetipi di una sapienzialità essenziale, necessaria. Con Leopardi, innanzi tutto, e più in profondità con Lucrezio, figure entrambi fondanti della sua struttura di studioso e di poeta.

Con Leopardi, alla cui “presenza” vien fatto qui di pensare, di fronte a un testo che mette in scena una sorta di rilettura dell’io del poeta al cospetto di una scena che evoca insieme l’“infinito” (un “infinito” notturno, evocatore delle notturne atmosfere della Ginestra): un fantasma, questo “infinito”, che ricompare spesso fino all’ultimo testo, proponendosi nella sua indicibile qualità di essenziale interpretante di una tensione verso un oltre irraggiungibile e indicibile, della stessa sostanza dei sogni.

Con Lucrezio, poi, e il suo universo poetico e morale, in particolare quello dell’inizio del secondo libro del De rerum natura (cui non casualmente il titolo della raccolta urrariana sembra alludere), con un’attitudine che sembra solo apparentemente ricalcare le conclusioni del saggio, che, esposto al paesaggio di un mare indecifrabile e tempestoso, si compiace della sua dottrina, salvo capovolgerle in interrogazioni sul fine ultimo delle cose e sulle stesse ragioni dell’essere e della sua creazione.

Affacciato sull’abisso della notte / non riesco a vederne il fondo // pensavo che la notte nera / fosse la culla del mistero che distorce // la nostra sete di vita / di tutto  di niente / ma è solo lo specchio / delle nostre paure // allungare lo sguardo tra le ombre / della notte invadente e scura / è come scoprire il senso del vuoto / horror vacui / dirompente assenza / o vana presenza che stordisce.

 Ecco, nella congiunzione Leopardi-Lucrezio, il poeta Urraro, come mai forse prima nella sua lunga storia poetica, dallo stesso teatro di aridità vesuviane da cui guardavano i due Spiriti poetici fraterni, osserva e si osserva con un’inesausta “sete di vita” e si scopre solo nello specchio delle proprie paure, senza l’illuminazione del primo e senza nemmeno la consolante, atarassica, consapevolezza, del secondo, esposto all’horror vacui di un “abisso”, questo sì “orrido, immenso”, quello del “mistero” che è la vita, in cui ogni creatura fatalmente precipita e da cui non saprebbe scampare se non intuisce o è sorretto da un’amica presenza, da una stella.

Certo, la raccolta non è solo questo. Anzi è molto di più: forse la più limpida e motivata di tutta l’opera di Urraro, quella di uno che osi avventurarsi nella “casa dell’essere”, nelle “oscure profondità” di una materia indicibile e interminabile, “inesplorabile”, per estrarre verità, con la inquieta consapevolezza di un “destino” cui corrispondere. È questo che il poeta mette in scena e lo fa “per forza di scrittura”, come diceva un celebre poeta duecentesco. E il risultato è la registrazione di un’esperienza capace di comunicarci sottili brividi di pensieri, segnali di luce che trasmettono e diffondono a chi legge epifanie sacre di senso.

Vincenzo Guarracino

Luca Raul Martini, Tra due stazioni – Lettura di Vincenzo Guarracino

Tra due stazioni

Ghiaccio e morte sono le parole chiave e il ruit hora il leitmotiv, di questa raccolta di Luca Raul Martini Tra due stazioni, edito da Terra d’ulivi Edizioni di Lecce (2018): motivo conduttore, il ruit hora, teso e drammatico, con tutto il suo portato di vano inseguimento, di dolore e di perdita, in una geografia di scenari culturali vastissimi. Tempo che fugge e inganna, sintetizzato già nei versi esponenziali del testo inaugurale e che si scrive nella forma stessa del testo tra precipizi e anafore, frammentarie inquietudini lessicali e prosodiche, che inseguono una qualche pacificazione, un ubi consistam “dopo il diluvio”, come sintetizza da par suo l’Anelli della “nota” conclusiva. Ecco, nel segno di una lacerante sfuggenza di senso e di forma, di una precarietà di senso e di sentimenti, inscritta in “spasmi / di tempo” senza pacificazione: l’io, abbagliato dall’”accecante nero” di un tempo di perdute illusioni e utopie,  insegue, in uno “sciame senza volto di credenti”, “ignavi” danteschi sulla scena di un moderno di eliotiana densità, un mondo di inattingibile qualità, senza “altro estro” se non la coscienza dolente di un “claustrofobico presente” da cui sperare di sfuggire in virtù di un verso esatto, grondante sangue, ancorché disatteso e inascoltato sull’orlo dell’”abisso”.

Vincenzo Guarracino

Incerto confine di Stefano VITALE – Nota di lettura di Lucia TRIOLO

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di criticaAlbertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

In realtà nel suo parlare chiaro ambedue le direzioni sono incluse. “Incerto confine” si presenta anzitutto come una presa d’atto: incerto è il confine perché:

 

Si resta sempre altrove

dice la nera figura

chiusa nel mio occhio

un essere remoto o la paura?  (11)

 

E ancora:

 

il confine del corpo

È il filo spinato della paura

Da qui si deve cominciare…( 25)

 

Il protagonismo della paura, lo sappiamo bene, si fa azione: “chiudere i porti e lasciar riposare le nere coscienze marce di rabbia/…/chiudere i porti per non incontrare/l’orrore di occhi naufraghi in mare/…/Chiudere i porti alla fuga smarrita/sul mare-sepolcro di cenere e sangue/…/Chiudere i porti del mare che un tempo/fu Nostro onda di luce” (p.8).

 

Da qui la presa d’atto:

 

restiamo prigionieri dei confini

qui tracciati, avvinti al nostro corso

ma siamo questa terra

eterna congiunzione con un’altra parte di noi

nascosta tra terrazzi

d’un paese sconosciuto

lontano da quel che siamo

e forse mai conosceremo” (p.36)

 

 

Certo, sulla consapevolezza dell’appartenenza (ad una terra, ad una cultura, ad un ideale, ad una storia, a qualcosa, a qualcuno…) si gioca la nostra identità. Quindi sembra quasi impossibile rinunciarvi. Ma non appena si avverta che anche l’appartenenza, se cieca, se senza parola, può malvagiamente diventare una dura catena, un confine che ci lega come un laccio, che ci imprigiona col rischio di far di noi i ca-ptivi, i cattivi, eccoci qui a scoprire che:

 

Basta poco, un pensiero distratto

un salto da niente

per poter fare a meno di sé

mentre un fiore rosso spunta a sorpresa” (p.56)

 

Il verso di Stefano Vitale è felice anche per questa sorpresa che ci riserva, per la capacità di denunciare “il disordine del mondo” e nello stesso momento annunciare che anche “Così la vita mette sempre nuove foglie lontano da qui/muto fiorire di luce/nel marcire del tempo” (p.15).

Appunto: “Lontano da qui”, “lontano da quel che siamo”; ma “Incerto confine” avverte anche che “il senso della migrazione/…/Mito un tempo ora sventura” (p.47), preso anzitutto come allontanamento da… e come disposizione a far saltare il proprio “confine protetto” coglie “giorni felici” (cfr. la poesia di apertura dedicata a Valeria) e riguarda tutti. Capire il nostro tempo come il tempo del confine è anche capire la necessità di un’apertura verso l’oltrepassamento. Il tempo del confine ci coglie infatti nell’atto di una migrazione che da spaziale diventa (senza soluzione di continuità) esistenziale e, per così dire, ontologicamente richiesta. In questo senso la presa d’atto diviene tutt’uno con una sorta di slancio euristico, lo slancio a proiettarci quasi alla ventura in quel “paese sconosciuto” in cerca dell’altra parte di noi: e quel paese sconosciuto siamo certamente noi ma altrettanto certamente non siamo solo noi. L’incertezza del confine, non è più ora una constatazione intrisa di inquietudine e di amarezza. E’ invece il volto affascinante e prezioso di Incerto confine come intento programmatico: è un destino di salvezza che ogni patria divenga terra straniera in quel modo, però, per cui ogni terra straniera è patria.

Stefano Vitale è insomma un uomo del nostro tempo, i suoi sono i versi di un “migrante esistenziale” che vive, dicevo, il tempo del confine anzitutto come un disagio quasi ineliminabile a volte felice a volte infernale. La sfida civile che il suo messaggio azzarda è (direi quasi paradossalmente) quella di tracciare il perimetro di un “confine”, che ognuno può ritrovarsi a essere e a ospitare dentro di sé, e di leggervi quasi una interpretazione di ciò che noi oggi siamo; se la sfida è vinta, guardare dentro le sue parole, dentro i suoi versi è come guardare dentro uno specchio che, volenti o nolenti, ci riflette

 

Siamo sospesi a mezza via

tra gli sguardi illuminati dalla menzogna

e il mesto tacere di verità deluse

e tornano il Mai e il Non c’è Nulla da Fare

a dominare la scena del triste teatro.

Eppure ancora respiriamo

stretti nella condanna felice

d’esser noi stessi tagliente rasoio

talismano di salvezza contro

l’indifferenza, spazio segreto

d’una Casa desiderata (p,21)

 

Il muro che ogni confine sembra necessariamente implicare aiuta il tempo dell’indifferenza e lo protegge perché ci illude di poter ignorare “la lama del presente”, un presente che vorremmo fatto di “attimi dove non siamo mai stati” (p.25: Vitale mutua il verso da Mark Strand “Mappe nere”), perché insomma separa e non fa vedere oltre; se questo muro poi è dentro di noi non ci fa vedere cosa ci succede attorno, fino a rischiare di non farci vedere nemmeno quel che avviene in noi stessi. Sia come sia, la “guerra” che in ogni caso è alle porte non concede alibi: “prima o poi verranno a prenderti” (p.48) “questo è il prezzo che devi pagare” (p.50). L’incombenza del muro è una consapevolezza dolorosa che il verso di Stefano Vitale non a caso sa far scaturire come per incanto, quasi da un ascolto di timbro musicale (cfr. soprattutto pp. 48-51). In realtà in quella consapevolezza si cela un contrasto pieno di significato perché quando il muro passa anche dentro noi e noi dunque stiamo, e siamo esposti, da entrambe le parti ecco che noi stessi, anche se nel modo più doloroso, siamo confine aperto.

Vissuto come tempo della migrazione, il tempo del confine ha una portata liberatoria, diviene “il tempo dell’andare” (p.40): la forza imperativa “del sangue d’una domanda:sono io il mio tempo?””(p.61) può ricevere risposta solo che si comprenda che sempre il tempo è “altro tempo” (p.61) e in ultima analisi è il tempo dell’altro. E’ qui che si dismette quel “linguaggio dei muri” (12) dall’”alfabeto muto” (p.29) che oggi molti di noi parlano anche senza averne coscienza:

 

La chiave è nella Parola

Suono che resta accanto

Colore della pazienza

Distesa sul paesaggio delle ore

Passione e destino senza nome”(p.63).

 

Il tempo della migrazione, il tempo del confine, il tempo dell’andare diviene ora senza soluzione di continuità il tempo della parola

 

Cerchiamo la parola esatta, àncora

Che viene dal bene

Che ci afferri come un destino” (29)

 

la parola esatta che…ci afferri come un destino” espressione dal sapore magico! E la parola giusta, quella esatta che fa vibrare, Stefano Vitale  la mostra presto, quando svela che “passare il confine/è un viaggio verticale”(p.39): noi “Siamo ancor sempre noi/…/Noi siamo qui da lungo tempo”, ci dice chiamando anche in causa Paul Celan (p.35) che di oltrepassamento dei confini se ne intendeva. Non abbiamo bisogno di muoverci. “Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’ Altro è il confine…/ (42).

 

Il tempo della migrazione, il tempo del confine, il tempo dell’andare, il tempo della parola diviene in ultima analisi il tempo dell’Altro, in uno qualunque dei sensi possibili, proprio perché l’Altro è il confine in cui ritrovare sé stessi. A voler parafrasare l’A Diogneto: “me stesso è sempre un altro e in un altro, ma in ogni altro io sono me stesso”.

Evaristo SEGHETTA ANDREOLI, Paradigma di esse, Passigli, 2017

“Seghetta Andreoli ha scaltrito il suo linguaggio in un rapporto con la pagina come se fosse un fotogramma filmico, un’immagine ferma e insieme scorrevole del proprio divenire, dove il corpo stesso vibra nella sua dinamica, dà forma e sostanza al corpus del verso e della strofa che egli disperde oppure trattiene in un rapporto di universale empatia.”  

(dalla nota di Franco Manescalchi)

 

Postulato

 

Ammesso che da te ci sia la pineta,

finirò lì, allora, dietro la periferia

di casa tua, oltre I canneti, macchia

che soffia e russa, quando sale

il vento settembrino.

 

Vagherò così,

tra resina e aghi di pino:

uno finirà

per bucarmi il cuore.

 

Nella valle dei silenzi

 

Poi, passiamo alla valle dei silenzi,

dove solo il canto del capro,

lungo il sentiero, risuona.

 

Il giorno abbandona

i freddi minuti, figli snaturati,

progenie del Tempo.

 

Con dolore li lascia

perché finiranno nel flusso

di tragedie annunciate:

 

spettacolo indegno di avvoltoi

col becco incrostato

di sangue.

 

Altri mesi, altri tempi

 

C’erano dei febbrai in cui i rigagnoli

del ghiaccio disciolto trascinavano

i sintomi dell’imminente primavera.

C’erano le prime margherite

che coloravano di bianco vivo

gli spazi giallognoli del prato.

Allora si correva a perdifiato

perché nell’aria c’era profumo di futuro.

Ora c’è questo grigio strano

sa di ciminiere spente, di fabbriche

dismesse, di non rispettate promesse,

da parte del cielo e non solo.

 

Evaristo Seghetta Andreoli è nato nel 1953 a Montegabbione (TR). Ha pubblicato le raccolte I semi del poeta (Polistampa, 2013), Inquietudine da imperfezione (Passigli, 2015) e Morfologia del dolore (Interlinea, 2015).

Vincenzo GUARRACINO – Un inedito

FRAMMENTI DI CILENTO

 

Qui dove fu pensata la bellezza

e lo sfero brillò di ignota consistenza

elargisce il carrubo la sua ombra

alle pietre che il sole rimodella

nell’arco della Porta che separa

le parole del giorno dalla notte

 

e soccorrono indizi di sapienza

al mito di resistere anche al fosforo

e al benzene dell’estate del millennio

sul sentiero che sale a Porta Rosa

ancora fumano pire di miasmi

di plastica immolata all’inautentico

 

rito del consumo del possibile

per stadi di difficile invenzione

e la scelta tra perdita e profitto

con la tecnica avviene in una pratica

di valori destinati al fallimento

nell’ordine di un tempo inessenziale

 

lo stesso che procede dal suo nome

che un destino pensando fa vivere

identico è in tutti e in ciascuno

conforme ad un’opera invisibile

da cui è assente ogni mutevole

segmento di principio e distruzione

 

e intanto si coltiva sulla sabbia

il vero nell’intesa col sospetto

che conviene al paradosso di una forma

artefatta tra visibile e visione

come un attimo epifanico di addio

al Cilento nel fuoco dei confini:

 

la vita ha diritto alla memoria

così come gli umani hanno diritto

a dirsi nel nome dell’identico

essere nel pensabile assoluto

di ognuno contenuto e contenente

in questo tempo fisso dell’istante

 

espresso nell’evento che lo pensa

uguale con se stesso in ogni punto

per essere e pensarsi nel perpetuo

circuito di creazione e distruzione

come suona il verbo del terribile

e venerando filosofo del Nous

 

Parmenide: trascorre tra gli ulivi

la calma essenza del mare al mezzodì

orizzonte di un senso senza fine

e nella luce è tutto al compimento

bianco gregge e terrestre offerto al sole

in luoghi di segrete risonanze:

 

altro dal sapere è riconoscere

altro è questo vivere dall’essere

tra fine e principio nella duplice

natura la materiale e l’eterea

per ridare a chi pensa la certezza

di una soglia di antichi fondamenti.

 

L’arco folgora Apollo dall’alpestre

azzurro sul mattino da altri nimbi

ed esiste nel mondo dal suo lampo

il sortilegio della luce il volto

della nuda verità al suo apparire

dal Passo Scuro tra le forre la dea

 

Odegitria di pietra là sul sacro

luogo dove si celebra la festa

sul Gheison delle candide pupille

in vista delle piane dell’Alento

e Palistro doni e inni recando

là le zorie dalle terre del viaggio

 

e il vento una trama di confusi

risvegli candisce della giovane

linfa feconda l’orizzonte niente

eguaglia ad Elea la sua ardente

meraviglia ove palpita in silenzio

traverso il lenzuolo d’echi marini

 

penuria di sé che affolla l’anima:

la freccia tesa alla corda già è oltre

e se stessa nello scatto altro luogo

non c’è dove restare solo l’Uno

rimane di Senofane il segreto

è il vuoto da accettare il divino

 

davanti all’urgenza del fenomeno:

l’avanzata stagione la sostiene

come un’ala o un sogno che la luce

silenziosa sull’alba fa apparire

miracolo di regole e promesse

dove un Daimon benefico governa:

 

è in questa imminenza che si gioca

la sorte di ciascuna creatura:

essergli di fronte nel visibile

lo stare tra cose e visi è l’altro

spazio di luce che viviamo quello

prossimo alle spalle è un’ipostasi:

 

mondo diventa nel pensiero solo

la scena degli eventi necessari

l’essere che si sa senza volerlo

nel fuoco di essenziali apparizioni

dove scrive nel tempo le sue trame

l’istante di infiniti appressamenti:

 

come un’onda un ricordo dal perenne

grembo insorge dall’origine si fa

avventura dell’anima nei sensi

e gli occhi carpiscono all’immobile

verde un respiro è in quell’istante che

tutto è detto ed ha complice destino:

 

nel confuso chiarore meridiano

dove affonda nel limo questa piana

hanno mani le mura le feconde

rovine che ti saldano all’arcaica

fonte di sapienza sull’Acropoli

tra grappoli di nuvole e radici:

 

un soffio come un lampo dal profondo

scuote a tratti le viscere del colle

dice quanto incerto è il fondamento

il treno che separa sulla costa

dall’essere il tempo dell’esistere

nel bilico di effimero e di eterno:

 

dove la canicola è inclemente

già ha ceduto al sole per le trame

di agavi ed asfodeli consistenza

la terra si disfa e dissalda al morso

nero dell’asfalto al sale alla troppa

polvere che avanza dalla marina:

 

 

solo nomi riposano gli arcani

detriti di una ruvida matrice

qui mare là monti Pioppi Catona

Terradura e silente sull’abisso

Ascea cui dal sonno Palinuro

sotto un mare di stelle alle veline

 

sponde ancora aspira l’impaziente

disciolta in acque voce con il vento

cerca l’anima l’eco una remota

salvezza tra gli scogli l’innocenza

del sogno di un dolcissimo dormire

come ara di segreta devozione:

 

qui pulsa tra Mandìa e Massascusa

il cuore dove nasce nella valle

luminosa per lieviti ed aromi

il crogiolo Ceraso di diverse

strade e genti sul corso del Palistro

in un canto di pollini e sementi:

 

(era un custode della terra rude

pastore carbonaio minatore

negli Usa dell’inizio Novecento

parco di parole come conviene

ma di amabile consiglio col nome

m’ha donato un sorriso e sacrifici:

 

nell’errare beato per colline

dove grava il cinghiale nella macchia

e al sole la serpe se insidiata

assale compagni i suoi pensieri

al cuore con doveri e melodie

ebbe nella difficile fatica):

 

(lui leggeva greci e russi e conversava

con piante ed animali come figli

lei di preghiere lastricava le sue

strade seminando sogni e pensieri:

un intimo teatro di emozioni

che la vita potenzia non cancella):

 

ecco oltre i mari di ulivi il paese

devoto alla vergine dei fulmini

Santa Barbara tra anfore e cisterne

il suo miele di eriche e castagni

versa a voti di nascite e nuziali

lame di luce nel sonno dal Campo:

 

alla torre la luna dalla piana

fragile colomba nella limpida

vola estate oltre il tempo all’eterno

da Petrosa e Metoio sul crinale

in un ansito di ombre lievitando

tutti i sogni e l’azzurro sulla Stella:

 

sorprende altra voce la vertigine

tra cristalli di verde all’orizzonte

dove l’occhio intuisce Vallo e Novi:

sull’eco che riverbera rintocchi

la stagione declina verso il rosso

e il bruno con dolcissimi riflessi

 

s’impiglia ad una guglia di maiolica

superba  su un tripudio di vigneti:

se per greggi e mercati con promesse

di profitto l’attesa s’avventura

nello stige di vicoli di agresti

negozi e transazioni è tutto un grido

 

la vita quotidiana che si disfa

tra rimorsi e rimpianti nell’ardente

beata età del castigo nei viaggi

della mente e del cuore a quella meta:

tante estati di polvere e di sguardi

al perenne germoglio di una palma

 

Peppino ora custode di memorie

i raccolti sapori tra parole

delle strade consegna al cuore antico

del futuro dopo Paestum e Ascea

ricucendo con Pietro la sapienza

di un paese di fierezza e senza ombre

 

“I’ me ne vogl’ire a lo Ciliento” canta

là dove Omar con l’ansia di un austero

menestrello dà voce a questa terra

lui vivere per primo della calma

eternità della bellezza vide

gli infiniti dei vivi e il poco tempo

 

lievitare dal verso le parole

al sole le vide assieme a Ebner

indenne dalla turba di livori

Vincenzo che esorcizza il senso arcano

dei nomi in un prodigio di pazienza

scaglie reca di luce alla memoria.

 

Un presente di attimi già ieri.

Ma l’oggi dove va? Dove sono

i finiti i non più vivi? Come un sogno

 

niente al sogno assomiglia

 

Vincenzo GUARRACINO, poeta, critico letterario e d’arte, traduttore, è nato a Ceraso (SA) nel 1948 e vive a Como.

Ha pubblicato, in poesia, le raccolte Gli gnomi del verso (1979), Dieci inverni (1989), Grilli e spilli (1998), Una visione elementare (2005); Nel nome del Padre (2008); Ballate di attese e di nulla (2010).

Per la saggistica, ha pubblicato Guida alla lettura di Verga (1986), Guida alla lettura di Leopardi (1987 e 1998) e le edizioni critiche di opere di Giovanni Verga (I Malavoglia, 1989, Mastro-don Gesualdo, 1990, Novelle, 1991) e di Giacomo Leopardi (Diario del primo amore e altre prose autobiografiche, 1998).

Oltre ciò, l’edizione dell’autografo comasco dell’Appressamento della morte (1993 e 1998), e l’antologia Giacomo Leopardi. Canti e Pensieri, 2005.

 

 

Alessandro MOSCÈ , La vestaglia del padre – Recensione di Giorgio Germosi

L’AMARCORD DI ALESSANDRO MOSCE’   

 

Un giro mentale come radunasse a sé le persone più care, il rigerminare di piante che acquisiscono freschezza e colore dopo essere state annaffiate a primavera. Un transito costante dalla vita alla morte e di nuovo alla vita: La vestaglia del padre (Aragno 2019) di Alessandro Moscè, poeta, narratore e critico, va alla radice del cuore umano, nel pensatoio del figlio che perde il padre e lo insegue con amore fino a ritrovarlo da giovane, a Roma, quando lavorava in uno studio tecnico. Villa Borghese, Vigna Clara, il quartiere Flaminio, la splendida Piazza Navona dei pittori sollevano la capitale del mondo, ma soprattutto un’esperienza individuale e la centralità del ricordo. Il padre compare anche dopo la nascita del figlio, fino a trasfigurarsi da anziano, mentre sta morendo dentro la stanza di un ospedale: “Benedetto tempo slavato di febbraio, / provato delle lancette, riaffiorato nel salto dei delfini / o nei drappi delle nuvole, nei bacini dei fiumi, / nei cellulari spenti, nelle case popolari”. Non poter sapere dove si va a finire accende in Alessandro Mosce la proiezione di un film privato che gli passa davanti con le feste di Natale e di carnevale, con i decenni che non sono mai spariti, ma che vengono assorbiti ed escono allo scoperto negli eventi imponderabili come la malattia e la morte, ma con le richieste di un uomo rivolto al padre, e viceversa. “Una volta, una sola volta / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati”. Molte volte è stato scritto che Alessandro Moscè è un poeta inquadrabile nella tradizione italiana del primo e secondo Novecento, che ripudia lo sperimentalismo e l’avanguardia, che prosegue l’insegnamento di Saba, Caproni, Sereni, Gatto, Penna. Il suo linguaggio è semplice, fluido, monacale. Risponde ad un ritmo che non sale mai vertiginosamente, che non si scompone, ma che si situa nell’ordinaria manifestazione della realtà. Solo il sogno, la visionarietà permettono di trapassare la storia in un amarcord, in un viaggio di ritorno, di resistenza alle stagioni che passano. Moscè resuscita tracce illuminate e colleziona francobolli. Nel suo album c’è la Lazio, Chinaglia, Pulici, nonno Ernesto, nonna Irma, la spiaggia di Porto Recanati, la casa di Ancona, la sua medievale Fabriano chiusa tra i vicoli e aperta nella campagna delle querce secolari. La minuzia con cui vengono descritte le camicie, gli armadi, i comodini rimandano a dei tempi domestici scanditi come le sezioni del libro, con fede e la ragione che si bilanciano autorevolmente in una dolcezza lasciva. Le voci arrivano da un’altra epoca nell’incrocio di un prima e di un dopo. Dopo il padre appaiono le ragazze mai più riviste, un ricovero ospedaliero, i visi sfatti delle persone con una flebo al braccio, l’immaginazione, molto convincente, della quotidianità di un ex manicomio nelle vicinanze di Perugia. Prima si riaffaccia a scatti il muto colloquio, la congiuntura lirica tra passato e presente, l’ansia di nobilitare alcuni di questi francobolli, uno dei quali ritrae l’idolo del padre e del figlio, quel Giorgio Chinaglia calciatore esuberante e indisciplinato che Alessandro Moscè conobbe di persona, che recupera spesso nei suoi libri e al quale è totalmente affezionato, quasi incarnasse il suo secondo padre. Non ci sono fatti letterari in questa raccolta poetica, ma testimonianze, confidenze, verità.

di Giorgio Germosi

 

Alessandro Moscè, La vestaglia del padre (Aragno 2019). Pp. 116, euro 12,00

Margherita RIMI, Le voci dei bambini, Mursia, 2019

“Nasce un sommesso teatro dell’anima; anime coatte e violate ma pur sempre anime, cioè fautrici di un parlare novellante, cupo e stridente, dolcissimo e fatato. Il male e il bene si mischiano come due acque con diversa pulizia. La fogna torna a separarsi dalla fonte, gomito a gomito. Margherita Rimi, che riesce a fare in modo che questo linguaggio non vada dissipato, lo adatta e lo fa germogliare in un infantile e adulto quanto potente canzoniere, effetto collaterale umanissimo della presente catasta umana.”

(dalla prefazione di Guido Oldani)

 

Mi hanno chiesto a chi voglio più bene:

 

Mia mamma non mi manda più

da papà

 

Si sono lasciati

 

Mi dice scemo stronzo

col cavolo che ci vai da tuo padre

 

*

 

Mi dice che sono bugiarda

perché voglio bene a mio padre

 

Avevo fatto un disegno

per lui

 

Da quando io sono nata

mia madre

 

non è più felice

 

*

 

Penso a cose brutte

 

Il primo è che sono morti tutti. I miei genitori e

anche mia sorella

che il mondo scompare e non c’è più nessuno

che io resto da solo

 

Il secondo che sono arrabbiato

con quella lì che dice: oggi scrivete in corsivo

 

ma io non sono capace

 

Il terzo è

 

forse dobbiamo iniziare da capo

perché non mi ricordo

 

*

 

I miei compagni gridano

mi fanno spaventare

 

Mi dicono: buttana di to’ ma’

 

Mio padre mi grida poi mi dà botte

poi sbatte la porta, va via e si mette a fischiare

 

Così si calma mio padre

 

 

Quando mio papà diventa piccolo e io divento grande:

Io gliela faccio pagare

 

Margherita Rimi vive ad Agrigento. Neuropsichiatra infantile, svolge un’intensa attività di prima linea contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. È nella redazione di «Quaderni di Arenaria» e «FuoriAsse» e collabora ad altre riviste italiane. Tra le raccolte di versi, Per non inventarmi, pref. di Marilena Renda (Kepos, 2002); La cura degli assenti, pref. di Maurizio Cucchi (LietoColle, 2007); Era farsi. Autoantologia 1974-2011, pref. di Daniela Marcheschi (Marsilio, 2012);  Nomi di cosa – Nomi di persona, risvolto di copertina di Amedeo Anelli (Marsilio, 2015). Sue pure La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite, e una intervista (Libreria Ticinum Editore – CISESG, 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (Edizioni People&Humanities, 2018). Figura in antologie italiane e straniere: Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, a cura di Daniela Marcheschi (Mursia, 2016); În corp de val, a cura di Eliza Macadan (Eikon, 2017); Mille anni di poesia religiosa italiana, a cura di Daniela Marcheschi (EDB, 2017). Sue poesie sono state inoltre  pubblicate sparsamente in riviste italiane e straniere tra queste «Poesia», «Il segnale», «Poezia. Revistă de cultură poetică», «Terres de femmes», «Exit»; Tra i premi ricevuti il Piersanti Mattarella (2017), e il DilloInsintesi (2017) insieme con Letizia Battaglia. Per il lavoro poetico sull’infanzia ha avuto un riconoscimento dall’Unicef Italia (2016).