Lucrezia Algozzino – Tre inediti

colmiamo il vuoto

nell’anima con parole

come salti nel nulla

il passato mastica tutto

odora fin qui sento

il graffio di spine sanguina

un sogno infranto nello

specchio del lago

la casa danza mentre

il mattino profuma di caffè

i baci salgono nel fumo

di una tua sigaretta

stelle scie sciamano

vedo con i tuoi occhi

la donna stanca

che non smette di amare

 

 

**

 

Mela di ghiaccio

in primavera sospiri

di vento dai rami

lacrimano foglie

l’urlo gelato spegne

un desiderio intrappolato

nel vuoto della stanza

– amore anima –

distante l’incanto

insegue il tempo

l’inverno smarrito

ci guarda dal suo paradiso

 

**

 

rosa d’intatta purezza

respiri serrata dal tuo petalo

sospiri in una carezza

la tua stessa fine

inattesa.

 

terra che cresci il seme

nel fiato di luce

aspettami

io salgo e scendo ancora

nel gioco dell’ultima

ora

di vita non so

di bellezza qualcosa

il mistero rimane con me

 

C’è un’idea della vita come un corpo a corpo, prima ancora che con le “parole”, con le cose(la “casa”, il “caffé”, la “sigaretta”) come feticcio necessario: occasione di una messa a punto di sé, sono lo specchio che danno la misura di quanto l’Altro sia capace di agirti e influenzarti, oltre ogni “vuoto” e “incanto”. È per questo che, nonostante tutto, su tale scena la “donna”, il soggetto, “non smette di amare” e resta con ammirevole fedeltà a guardia della sua “rosa”, del suo “mistero”. (Vincenzo Guarracino)

 

Questa poesia si radica in un movimento che genera stati d’animo, sentimenti delicati, solitudini e tensioni. Sono i versi di tale tenore che ci rivelano come la poesia appartenga ad un linguaggio insostituibile, ad un’esperienza di scrittura che “insegue il tempo” e “ci guarda dal suo paradiso”. Uno strumento di conoscenza: il canto nel territorio dell’umano, volubile e resistente. (Alessandro Moscè)

 

Lucrezia Algozzino (Antonella Spina) – nata a Palermo nel 1970, vive da molti anni tra Palermo e Bucarest. Viaggia, è impegnata sul fronte del volontariato, dipinge, legge e scrive. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Paolo Fabrizio Iacuzzi, Consegnati al silenzio, Bompiani 2020 – Recensione di Vincenzo Guarracino

Un enigma che fa paura: il MALE SENZA NOME, in un libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi

 

Un libro nutrito di vita, laddove la vita balla pericolosamente su un crinale di malattia e di morte: Consegnati al silenzio. Ballata del bizzarro unico male è questo, sesto capitolo in sette quadri di una saga, piena di vita e insieme di dolore e di morte, che Paolo Fabrizio Iacuzzi con determinazione va costruendo da anni, tra biografia e invenzione, a partire da Magnificat (1996), a Jacquerie (2000), a Patricidio (2005), a Rosso degli affetti (2008), a Pietra della pazzia (2016), fino a Folla delle vene (2018), inscrivendoli in un ambizioso organismo poematico tenuto ossessivamente insieme, oltre che dalla passione per le arti, plastiche e figurative, dal filo di un colore, rispettivamente il bianco, il blu, il giallo, il rosso, il rosa, fino al verde che intride e contraddistingue quest’ultimo tassello. Il tutto vissuto con un atteggiamento tra leggerezza e attesa, giocato com’è tra toni contrastanti, tra popolaresco e sublime, come suggerisce il genere.

La vita c’è perché c’è una galleria di persone, luoghi e situazioni reali, concrete, che coralmente si accampano sulla scena nell’hic et nunc di una evocazione senza tempo, ciascuno fissato con le stimmate del suo dramma, in un gioco di specchi e rifrazioni tra ieri e oggi: un “coro di misericordia” (“Le luci che si accorciano. Inesorabile potenza dell’istante. / Qui riuniti babbo nonno figlio nipote. Mozzi nomi / d’organi virus batteri. Tutti consegnati al silenzio. /…/ un coro di misericordia. Un punto di carità condivisa…”). È una folla che si trasforma in una genealogia, quella che appare nei versi di Iacuzzi, costituendosi come una sorta di “cronaca familiare”, se non di vero e proprio romanzo freudiano (“museo che di me affiora”, come veniva chiamato in un testo della raccolta precedente): una “vita a quadri”, insomma, lineare eppure spezzettata, a livello sia di fabula che di forma, dove individuale e collettivo, io e moltitudine, coincidono eppure sono intercambiabili, nel segno ciascuno di una propria “bizzarra” unicità che emerge dal tempo e si attesta nel teatro di una città, Pistoia, sintetizzata nello Spedale del Ceppo, luogo fondativo e terminale al tempo stesso, incidendovi la propria cifra, onomastica o biografica, in una sigla, come uno sfregio (quello che compare in Pietra della pazzia, nel nome di un antenato, Gio Batta, e in una data, 1816, su una colonna del portico dello Spedale), quasi a decretare e accampare su ogni cosa diritti e signoria, ma con un misto di “crudeltà” e “leggerezza”.

Ma c’è anche, al tempo stesso, incombente, non dissimulato, fin dal sintagma del sottotitolo, il segno subdolo del suo sfacimento, un Male che “bizzarro” s’incista nelle pieghe e nel silenzio del corpo o negli oscuri ambulacri tra mente e cuore, come “virus annidati fra un organo / e l’altro”, affermando il diritto di farsi luce e riconoscersi attraverso gli indizi della fisiologia, dal “rumore del sangue” non meno che  da “una traccia” (“di profumo” o ”di seme”): un silenzio da ascoltare come un “mistero”, un enigma che fa paura (“Hiv”) e reclama di essere riconosciuto e alla cui decifrazione l’autore si presta quasi a voler ricostruire per suo tramite quella che lui chiama la propria stessa “autobiopsia”.

È così che nel segno livido del Male, tra “il tempo della peste” e “la peste in tempo”, lo Spedale da luogo concreto e reale diventa il luogo-simbolo, universo concentrazionario, tramutandosi per virtù di poesia in occasione per leggere, attraverso i tasselli di cui il testo si compone, incubi e fantasmi che agitano vita e sentimenti di un individuo, di “Iac che da sempre malato” si è sentito “escluso dal mondo”,  dando modo alla scrittura di saldare un debito col suo passato accendendo, come si dice in conclusione del testo introduttivo, “speranze nel cuore”.

(di Vincenzo Guarracino)

 

Paolo Fabrizio Iacuzzi

CONSEGNATI AL SILENZIO.

BALLATA DEL BIZZARRO UNICO MALE

Bompiani, Milano 2020

And Ink Like This, Fabrizio DALL’AGLIO, Gradiva Publications, 2020

Give me depression

For the rain to fall from my eyes –

My sirocco wind

No longer has direction.

 

Give me economy,

I would like to sell my time,

Swap my silence

For a bit of cheerfulness.

 

Give me the edge of the world,

Where dinosaurs are –

There I would like to hit rock bottom

Of tears and of years.

*

Dammi un po’ di depressione,

vorrei piovere dagli occhi.

Il mio vento di scirocco

non ha più una direzione.

 

Dammi un po’ di economia,

vorrei vendere il mio tempo,

barattare il mio silenzio

con un’unghia di allegria.

 

Dammi il margine del mondo

dove stanno i dinosauri.

Là vorrei toccare il fondo

delle lacrime e degli anni.

 

***

 

I altered planets;

Though life would go on

On Earthe.

I changed planet.

I survived a death

-My own –

That took place at other times

And other times revived.

Undamaged, life could go on,

Resilient, adhering to some

Enduring substance;

Its more fertile blends

Now intermittent.

I was throwing my lives away,

Using but one

As a definite end in view.

I looked at myself, from my new planet,

And it was only me walking

On the older planet,

Me quite like myself

Before that other death.

My animal soul quivered,

Hanging by

The inseparable noose of time –

I looked at it casually,

With the pleasure or pain

Of experiment, or something

That might not concern me.

*

Avevo cambiato pianeta.

Continuavo la mia vita

sulla terra,

ma avevo cambiato pianeta.

Succedevo a una morte

– la mia stessa –

accaduta altre volte

altre volte ripresa.

Illesa a me la vita proseguiva

rinfrancava le forze, aderente

alla mia duttile materia

di impasto fertile,

intermittente.

Così cestinavo le mie vite

vivendone una,

come per una meta stabilita;

dal mio nuovo pianeta mi osservavo

ed ero io a camminare

sopra il vecchio pianeta,

io in tutto uguale

alla mia vita prima della morte.

Fremeva la mia anima animale

appesa

al cappio inseparabile del tempo;

la guardavo distratto

nel piacere dolore

di un esperimento

che non mi riguardava.

 

***

 

It was not rain, no, it was not snow,

It was neither sunshine nor wind

And the season was its own restricted space,

A model of time in plastic, a vision.

 

It was not before, no, it was not after,

It was neither night nor day. It would all

Detach and reattach into moments without you,

Without me, or what was there.

 

It was not you, no, it was not me,

It was neither mouth nor body; nor hand nor eye,

But an abandonment in a reflection;

And more a useless, flashing glance.

*

Non era pioggia, no, non era neve

non era sole o vento, e la stagione

era soltanto il suo ristretto spazio

un plastico di tempo, una visione.

 

Non era prima, no, non era dopo

non era notte o giorno, si staccava

e si fissava in un istante vuoto

di te, di me, di tutto ciò che c’era.

 

Non eri tu, no, non ero io

non era bocca corpo mano occhio

ma abbandonato in fondo al suo riflesso

l’inutile bagliore di uno sguardo.

Luca GILIOLI – Un inedito

la Confederazione Galattica

in omaggio a Harry Bates

è giunto il dì degli ultimi tumulti

umani: li forzeremo alla resa.

da secoli ostracizzano i virgulti

che parlan di pace e di nuova ascesa

e tra i loro discordanti singulti

lasceranno un’era già troppo estesa.

l’estinzione umana è perdita lieve:

magro lascito la Storia riceve.

©Luca Gilioli

 

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore. Le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, Gilioli ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

«Occhi di gubìa» e l’esilio della scrittura. Il canto lacerato dell’esperienza linguistica

La cultura […] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri

A. Gramsci

«Occhi di gubìa» e l’esilio della scrittura. Il canto lacerato dell’esperienza linguistica.[1]

Il poema «Occhi di gubìa» di Francesco Belluomini è una perla linguistica. Poiché, come la perla che nasce nel chiuso della conchiglia in seguito ad un lungo lavorio negli anni, generando nell’ostrica si forma la perla, così questo poema uscito nel 2008 è la voce più sicura ed efficace del poeta nel perseguire quella “malattia involontaria”, come egli la denomina, che è la voce di scrittura. Il proporsi di questa ricerca si configura nell’affinare il metro e il timbro poetico che qui l’autore definisce “lirico”. La “Premessa” che introduce il linguaggio marinaro che il particolare con cui è scritto questo poema si conclude con una frase enigmatica e, al tempo, stesso rivelatrice: “Tutto mi trascina a convivere con questa affezione illimitata ed altro non faccio che seguirne la corrente”. L’enigma è chiaramente contenuto in questo singolare bisogno dell’esigenza interiore del linguaggio che rivela all’uomo l’incompletezza del suo essere nel mondo in quanto, legato al bisogno linguistico, bisogno che non termina di appagarsi mai, ma sempre vuole dire, sempre vuole proferire. Mentre già dalla prima poesia sin dal primo titolo si rivela l’affinità che lo lega al pensiero più che al canto o alla lirica propriamente detta. E non proprio per questo la prima poesia s’intitola “Riflessione iniziale”.

RIFLESSIONE INIZIALE

Quanto salmastro questo vento teso

M’ha spruzzato sul viso sempre domo

Ad ogni volontà di parte; quando,

nell’avaro dei piccoli anni, fui

spinto nei verdi solchi dell’oceano:

intruso in acqua salsa per il pane.

Gli anni di stentati equilibri

Nel forzoso avventurarsi di coste,

dentro approdi smentiti da vetrine

in falsa luce, ricco dell’abbraccio

frettoloso di mamma, nel fuggevole

momento di ritorno. Così, come

prigioniero di queste mie memorie

– ormai nell’inatteso dello sbarco

punto su scalcarmi sulla dritta

e riprendo la voglia di rivalsa

sul despota del tempo non avuto.

Nelle sue opere, maggiori o minori, Belluomini parla con insistenza degli sconfitti, dei vinti, dei vilipesi dalla società o dalla storia, questa ferita, questa offesa che rechiamo nel nostro essere più profondo è una sventura non è anestetizzabile nella formuletta rassicurante con poesia della vocazione civile. L’insistenza sul lato tragico della vita ci esplica qualcosa di più e qualcosa di meno. Il pensiero di Belluomini, la sua costante inquietudine è racchiusa nel problema dell’altro. Questa inquietudine si risolve nella problematica dell’uomo che è la parola che parla. Ma che cos’è questa parola che parla? E perché, soprattutto, essa si costituirebbe o si costituisce in poesia? Non è semplice rispondere a questa domanda. Anzi probabilmente questa domanda è l’interrogazione che spinge ogni poeta a scrivere ben sapendo che la risposta è inesistente. Beckett diceva che l’artista moderno non ha niente da dire ma questo nulla da dire deve dirlo, ha bisogno di dirlo.

Nel componimento della poesia “I folli” questa situazione di vuoto che lega l’uomo alla condizione di senso tramite la parola si fecondano nella metafora della vita della navigazione e delle navi.

Su questo mare schiacciato da bonacce

galleggiano ingavonate sulla dritta

le snelle navi che sfidano i venti

con braccia e mani salde sul timone.

 

Barche a torzo lasciate alla deriva

Senza più vele, sena alberi maestri,

vuoti scafi protetti dal fasciame

per scarrociare a lungo il naufragio.

Il nodo gordiano che la poesia affronta, dal punto di vista del pensiero, è quella difficoltà specifica della parola che prova a superare – o che supera – la barriera del silenzio. In questo senso la poesia imprime al linguaggio un altro silenzio ancora, un silenzio che manifesta nel viso la sofferenza. La sofferenza è quell’atto etico implicito che rimuove ogni forma di compiacimento. Il viso, allora, è lo statuto morale. Il viso è quell’identità dell’uomo che lo precede nelle parole, quel linguaggio non-verbale che rivela il significato dell’esperienza interiore. Per questo il “salmastro” che il poeta si trovato “spruzzato sul viso” viene domato sul tempo despota del suo peregrinare negli oceani dell’esistenza. “Quanto salmastro questo vento teso/M’ha spruzzato sul viso sempre domo/ ad ogni volontà di parte” questa densità linguistica tenta di simbolizzare il mondo andando all’essenza delle cose per superare l’immersione costante del mormorio, del chiachiericcio giornaliero in cui tutti parlano e nessuno parla.

Natale a bordo

Aneli raggiungere la terra

Dopo giorni d’intenso scarrocciare,

sotto montagne d’acqua nel monsone

che stringeva d’assedio le fiancate.

 

Un porto nell’imminenza del Natale

Passeggiando tra luci e sfarfallii,

ma niente scaccia il groppo nella gola

l’ansiosa nostalgia della tua casa.

In questo testo la ricerca della parola è una liberazione all’assedio che l’io subisce nell’isolamento, nell’incomunicabile, nell’impotenza d’assenza di parola. Quello stesso senso di solitudine, quell’impotenza alinguistica, nutre l’io scrivente che restituisce senso alla parola nell’atto scrittorio. Il significato, linguistico e extralinguistico, giungono all’espressione che conferisce alla stessa parola significato, in questo senso il poema “Occhi di gubìa” è una perla che splende nell’opera di Belluomini.

Il lavoro sul verso cerca di restituire nelle varie forme le motivazioni che conferiscono quindi senso di trascendenza al quotidiano a quella prigione che è l’esistenza. In questo senso i pensatori autentici hanno una visione delle cose della vita in chiave politica. Quella politica implicita che è condivisione con l’altro che l’atto di scrittura, nella ricorsività di alcuni problemi e temi legati tra loro, restituisce all’umano esistere assegnando senso nella forma e un contenuto della poesia. In tal modo scrivere è quel riscatto della vita sulla morte caratterizzato da risvolti, emotivi e psicologici, che rivelano l’uomo a se stesso. Ma il problema che “la carne la se sfa lisiera,/ nel gran silensio che no’ lassa segno” – come dicono questi meravigliosi versi di Biagio Marin – attestano come ciò che conta nel testo, nella poesia è l’imprimatur del segno, il quale conferisce ed esplicita il senso di scrivere. Così altrettanto in questi bei versi di Belluomini.

Vecchie navi

Gemono vecchie navi nel dolente

attracco del disarmo; inalberati

scafi nell’abbandono della ruggine,

in assente pietà di demolire.

 

Al fondo delle darsene portuali

alcune per parvenza di servizio

offrono per appoggio le murate

al altre d’efficiente cabotaggio.

Se le vecchie navi attraccate in porto non vengono demolite e lasciate a marcire e anche quando la pietà per le cose viene a mancare in seno all’umanità la voce del poeta riscatta quell’oltraggio nella scrittura. Come nel caso delle vittime è la scrittura che si assume la possibilità del senso, assumendo su di sé quella ferita del mondo che l’io porta nell’intimo per lasciar passare, da un occhio di gubia, la ruvida catena dell’ancora. Quell’ancora che qui potrebbe assumere anche il significato il doppio significato che libera dalla ferita costringendo l’uomo a fermarsi per riflettere sulla vita stessa, l’ancora che rappresenta la ferita della vita stessa, come la scrittura, libera le forze positive del soggetto, dell’io, così liberando la nave basta lasciando andare le cime, come si dice nella poesia Lupi di Mare.

Lupi di mare

Basta mollare le cime del tuo porto

per dare braccia e voce alle murate,

mentre la barca geme sull’imboccatura

in sbandata sull’agitarsi dei saluti.

 

Gente scolpita dai venti, lupi di mare

che danno poco peso alle burrasche:

ma d’occhi in velo sulle facce d’argilla

ai dissolti contorni delle loro case.

Chiudo osservando che scrivere è un valore veicolato dalla parola stessa che si produce nell’atto, il suo significato è un farsi carico della letteratura in quanto necessità, benché essa sia inutile. La letteratura è la presa d’atto di fare qualcosa del linguaggio. È che la letteratura, la poesia accade nell’intenzione di Dire.

 

[1] «L’occhio di gubia» sono quelle feritoie ovali collocate in alto sulla prua di una nave, atte al passaggio delle catene delle ancore.

PASSI FALSI, rubrica a cura di Marco G. Ciaurro

Marco G. Ciaurro ha studiato all’Università di Pisa con Aldo G. Gargani e Manlio Iofrida, all’École des Hautes Études con Jacques Derrida. È membro della Société Amis de Blanchot e fa parte del Comité de rédaction. Fra i lavori più importanti ricordiamo “La questione degli intellettuali” di Maurice Blanchot (traduzione, 2011) e la curatela del libro di Aldo G. Gargani, “L’arte di esistere contro i fatti”, edito da Lamantica (Brescia 2017). Ha scritto il romanzo “La stanza dei fili” edito da Valleri (Firenze 2000) e il libro di racconti “L’infelicità perfetta” edito da Società Editrice  Fiorentina nel 2009. La sua raccolta di poesie “A trazione poetica” (Carmignani Editrice) è del 2015.

Un poeta della scienza – Alessandro Volta (I)

Poeta “lucreziano”, poeta cioè che celebra le conquiste del pensiero e della Scienza, in accordo con lo spirito dell’epoca, Alessandro Volta (Como, 1745 – 1827), uno dei più famosi fisici della storia, il cui nome è legato all’elettricità, la cui unità di misura, il volt (V), prende proprio da lui il suo nome?

A giudicare da certe superstiti prove giovanili, sì. Versi composti all’età di poco meno di vent’anni, nel 1764, e pubblicati postumi e mai realmente apprezzati nella loro specificità, relegati come sono al ruolo di “presagi” di un genio precoce, rivelando comunque, fin dall’argomento trattato, il mondo dei fenomeni naturali che sarà il campo degli interessi e studi dell’età matura del giovane autore, come testimoniano le famose Lettere sull’aria infiammabile delle paludi (Milano 1777), ossia sul gas metano, relativamente alle sue scoperte e riflessioni su un fenomeno studiato sul Lago Maggiore, mentre in barca costeggiava i canneti presso Angera.

Ma torniamo al poemetto di cui si diceva prima. Si tratta di un poemetto didascalico in latino, comprendente 500 esametri di non spregevole fattura e dedicato all’esposizione delle recenti scoperte dell’”oro tonante”, della polvere pirica e dei fuochi fatui, in cui il giovane autore mette a frutto non solo un bagaglio letterario disinvoltamente padroneggiato ma anche precise competenze in materia, con la coscienza di chi sa di assolvere una missione di civiltà in nome della scienza, dispiegando il tutto nel linguaggio della poesia, in una interessante miscela di immaginazione e riflessione, a riprova di una curiositas nutrita in giusta dose di entusiasmo e ragione, non diversamente da un altro poemetto perduto, anch’esso in latino, Stagioni, composto addirittura di 800 versi, ricordato dal coetaneo e amico, il canonico Giulio Cesare Gattoni.

Pubblicata per la prima volta nel 1899 dal pronipote Zanino Volta, scopritore del manoscritto leopardiano Appressamento della morte, che ne fece anche una traduzione in versi sciolti, l’opera è apparsa ai suoi non molti studiosi per quel che è, e cioè poco più di una scolastica esercitazione, intrisa di entusiastica ammirazione per il trionfo di Sofia, la “Scienza”, a testimonianza di un faticoso processo di chiarificazione delle ragioni esistenziali e morali da parte di un giovane alla scoperta del suo futuro, che, pur senza rivelare “veri lampi di genio”, come onestamente rileverà più tardi lo storico Giuseppe Brambilla, dimostra la volontà di mettere a frutto i suoi studi in direzione di un mondo di interessi sicuramente poco da altri contemporanei frequentato.

Nel segno della poesia, che qui reclama il suo diritto a spaziare sublimiori, uberiorique campo, “liberamente in campo più sublime ed ubertoso”, si celebra, in verità, come nota Francesco Lo Moro, “il congedo della Musa”, l’abbandono delle illusioni poetiche adolescenziali, delle larve di gloria e degli allori del Parnaso arcadico di tanti oziosi contemporanei, per accingersi ai ben più seri impegni della ricerca scientifica: “Il culto della scienza, in quanto sentimento vissuto intimamente, diventa nell’intelletto pensiero coerente. D’ora in poi, la sintesi logica si fa sempre più forte. L’animo è caldo, ma la riflessione disperde il nucleo sentimentale. Nello stesso tempo, la potenzialità poetica, l’immaginazione, non si annullano, ma, subordinandosi, si apprestano a rendere alla scienza e allo scienziato insigni servigi”. (…)

di Vincenzo Guarracino

Alessandra PELLIZZARI, Nodi parlati, Nem, 2019

Gocciolano le merlature dei pinnacoli,

appisolate sull’innalzamento di un doppio

diesis. Qui, tra le remissive pause dei trafori,

reclinati sulle dorature di foglie,

gli umori dei venti e i riflessi piombati,

àlbano.

 

Gocciolano le liquorose coppe,

sulle giunture/suture dei contrappunti,

tra i gradi congiunti degli architravi.

Le brunite nicchie

e i venosi rivoli, rinviati dai marmi,

spiovono.

 

Dripping battlements of pinnacles,

dozing on a soaring double sharp.

Here, between yielding pauses of fretwork,

wind moods and leaded reflections,

stretched out on gilding of leaves,

dawn.

 

Dripping fortified cups

on the seams/sutures of counterpoints,

between joined degrees of architraves.

Burnished niches

and venous rivulets, rebuffed by marble,

flow down.

 

*

 

Sulle reti del tramonto,

occhi di murrine lungo gli spacchi

del cuore,

sui fogli di musica che palpebra,

sulle tombe di laguna,

unte di sangue salmastro.

Sopravvivono i solchi scuri

sul marmo di neve,

sui vegliardi pilastri acritani

tra gli anfratti della piazzetta.

Da un capitello solitario

Aristotele ammonisce un fanciullo

alla giustizia.

Sulle squame ammassate dai venti

per i breviari dei rifiuti tossici,

i nodi delle albe trasfigurate,

celano l’amore sbozzato sui pilastri.

 

Murrine eyes beside the cracks

of the heart,

on the sunset’s networks,

sheets of music the eyelid,

on the lagoon’s tombs,

greased with salty blood.

The dark furrows survive

on snow-white marble,

on the venerable pillars of Acre

through the piazzetta crannies.

On a solitary capital,

Aristotle admonishes a child

to be fair.

The knots of transfigured sunrises,

on fish scales the winds amass

for breviaries of toxic waste,

cloak the heartbreak on pillars.

 

(Da Nodi parlati, Nem, 2019 – edizione bilingue italiano-inglese (traduzione di Patrick Williamson)

 

Alessandra Pellizzari, nata a Verona, vive a Venezia. Storico dell’Arte e insegnante, ha pubblicato le seguenti raccolte: “Lettere a cera persa“, Lietocolle 2006, con prefazione di Andrea Zanzotto; “Intermittenze“, libro d’artista con una partitura di Saverio Tasca; 12 testi per l’antologia “12 poetesse italiane“, Nem 2007, “Mutamenti“, Campanotto Editore 2012, Faglie, Puntoacapo, 2017. E’ presente con alcuni testi nell’antologia “La mano scrive il suono“, Ed. Eikon, Bucarest, 2014.

Angelo GACCIONE, Spore, Interlinea, 2020

“Esatti come proverbi, i componimenti di questa nuova raccolta possono cogliere alla sprovvista anche chi da tempo segue e apprezza l’opera di Angelo Gaccione. Non viene meno la tensione etica che, fin dall’epoca del sodalizio con Carlo Cassola, ha sempre rappre­sentato un elemento riconoscibilissimo nella vicen­da dell’autore, sia pure nella continua escursione tra generi e linguaggi differenti. In Spore però la dimen­sione civile assume una cadenza più familiare, quasi intima, come se il lungo dissidio fra le origini calabresi e la conseguita milanesità – e a Milano, ricordiamolo, Gaccione ha dedicato alcune delle sue pagine più im­portanti – si fosse finalmente assestato sul crinale che sta tra attesa e memoria, tra rievocazione elegiaca del passato e scommessa caparbia su un futuro che tar­da ad avverarsi.”

(dalla presentazione di Alessandro Zaccuri)

 

C’era una volta un occhio

che aveva un solo orbo.

 

Vedere tutto a metà

fu la fortuna sua.

*

La vecchia che mi aspetta sul cantone

è mia madre.

 

Non ti farà domande.

Non farle domande anche tu.

 

Baciala sulla fronte per me.

*

Partirono di buon mattino

e si diressero ad est.

 

Nessuna felicità li sorprese

per strada, ma il sole.

*

Se la vostra anima è nera,

il vostro verso sia,

limpido più del cristallo.

 

Conosce il valore della luce,

solo chi ha toccato,

il fondo della notte.

*

Hanno percorso i nostri stessi passi,

e consumato i sassi della via.

 

Posiamo i piedi dove li hanno messi,

dove si son fermati noi sostiamo.

 

Hanno teso la mano,

questo vi sia d’esempio.

 

Hanno innalzato muri,

questo vi sia di monito.

Angelo Gaccione è nato a Cosenza. Narratore e drammaturgo, ha pubblicato numerosi libri di saggi, racconti, fiabe, aforismi e testi teatrali. Fra i più noti ricordiamo: Il sigaro in bocca, Manhattan, L’incendio di Roccabruna, La striscia di cuoio, Disarmo o barbarie (assieme a Carlo Cassola); L’immaginazione editoriale. Personaggi e progetti dell’editoria del secondo Novecento (assieme a Raffaele Crovi); il best seller Lettere ad Azzurra. A Milano ha dedicato quattro libri di successo: Milano, la città e la memoria; La città narrata (tre edizioni); Poeti per Milano; Milano in versi. Dopo un lungo silenzio editoriale, nel 2013 Gaccione ha pubblicato tutto il suo teatro in un unico volume Ostaggi a teatro. Testi teatrali 1985-2007, in cui compaiono testi come Tradimenti, La Porta del Sangue, Stupro, Dal fondo, Pathos, Single, Hermana, La sedia vuota, La seduta, ecc.; e un’elegante edizione aggiornata di Milano città narrata per mesi fra i libri più venduti dedicati a Milano. Nel 2016 è uscita la raccolta di riflessioni e pensieri Il lato estremo e ha curato assieme a Giorgio Colombo Intervista a Pier Paolo Pasolini.Torino 1961. Nel 2017 per il centenario della nascita dello scrittore ha curato il carteggio Cassola e il disarmo. La letteratura non basta e pubblicato un delizioso volume di fiabe dal titolo L’orologio di mastro Hanus. In poesia molto apprezzata la sua raccolta Lingua Mater (in lingua dialettale con testo italiano a fronte). Notevole il suo impegno civile espresso anche attraverso un’ampia produzione saggistica. Vive e lavora a Milano dove, da diciassette anni, dirige il giornale di cultura “Odissea” a cui collaborano prestigiose firme della cultura italiana ed internazionale.

Raffaele Urraro, Affacciato sull’abisso della notte – Lettura di Vincenzo Guarracino

È un testo molto intenso, questa lirica, Affacciato sull’abisso della notte, estratta da una raccolta di suggestiva intensità (Il lato oscuro delle cose, RP libri, San Giorgio del Sannio 2019), in cui Raffaele Urraro, noto, oltre che come poeta, come biografo e studioso di Leopardi, sembra confrontarsi, riassumendovi in un certo senso tutta quanta la sua avventura di scrittore, con archetipi di una sapienzialità essenziale, necessaria. Con Leopardi, innanzi tutto, e più in profondità con Lucrezio, figure entrambi fondanti della sua struttura di studioso e di poeta.

Con Leopardi, alla cui “presenza” vien fatto qui di pensare, di fronte a un testo che mette in scena una sorta di rilettura dell’io del poeta al cospetto di una scena che evoca insieme l’“infinito” (un “infinito” notturno, evocatore delle notturne atmosfere della Ginestra): un fantasma, questo “infinito”, che ricompare spesso fino all’ultimo testo, proponendosi nella sua indicibile qualità di essenziale interpretante di una tensione verso un oltre irraggiungibile e indicibile, della stessa sostanza dei sogni.

Con Lucrezio, poi, e il suo universo poetico e morale, in particolare quello dell’inizio del secondo libro del De rerum natura (cui non casualmente il titolo della raccolta urrariana sembra alludere), con un’attitudine che sembra solo apparentemente ricalcare le conclusioni del saggio, che, esposto al paesaggio di un mare indecifrabile e tempestoso, si compiace della sua dottrina, salvo capovolgerle in interrogazioni sul fine ultimo delle cose e sulle stesse ragioni dell’essere e della sua creazione.

Affacciato sull’abisso della notte / non riesco a vederne il fondo // pensavo che la notte nera / fosse la culla del mistero che distorce // la nostra sete di vita / di tutto  di niente / ma è solo lo specchio / delle nostre paure // allungare lo sguardo tra le ombre / della notte invadente e scura / è come scoprire il senso del vuoto / horror vacui / dirompente assenza / o vana presenza che stordisce.

 Ecco, nella congiunzione Leopardi-Lucrezio, il poeta Urraro, come mai forse prima nella sua lunga storia poetica, dallo stesso teatro di aridità vesuviane da cui guardavano i due Spiriti poetici fraterni, osserva e si osserva con un’inesausta “sete di vita” e si scopre solo nello specchio delle proprie paure, senza l’illuminazione del primo e senza nemmeno la consolante, atarassica, consapevolezza, del secondo, esposto all’horror vacui di un “abisso”, questo sì “orrido, immenso”, quello del “mistero” che è la vita, in cui ogni creatura fatalmente precipita e da cui non saprebbe scampare se non intuisce o è sorretto da un’amica presenza, da una stella.

Certo, la raccolta non è solo questo. Anzi è molto di più: forse la più limpida e motivata di tutta l’opera di Urraro, quella di uno che osi avventurarsi nella “casa dell’essere”, nelle “oscure profondità” di una materia indicibile e interminabile, “inesplorabile”, per estrarre verità, con la inquieta consapevolezza di un “destino” cui corrispondere. È questo che il poeta mette in scena e lo fa “per forza di scrittura”, come diceva un celebre poeta duecentesco. E il risultato è la registrazione di un’esperienza capace di comunicarci sottili brividi di pensieri, segnali di luce che trasmettono e diffondono a chi legge epifanie sacre di senso.

Vincenzo Guarracino

Luca Raul Martini, Tra due stazioni – Lettura di Vincenzo Guarracino

Tra due stazioni

Ghiaccio e morte sono le parole chiave e il ruit hora il leitmotiv, di questa raccolta di Luca Raul Martini Tra due stazioni, edito da Terra d’ulivi Edizioni di Lecce (2018): motivo conduttore, il ruit hora, teso e drammatico, con tutto il suo portato di vano inseguimento, di dolore e di perdita, in una geografia di scenari culturali vastissimi. Tempo che fugge e inganna, sintetizzato già nei versi esponenziali del testo inaugurale e che si scrive nella forma stessa del testo tra precipizi e anafore, frammentarie inquietudini lessicali e prosodiche, che inseguono una qualche pacificazione, un ubi consistam “dopo il diluvio”, come sintetizza da par suo l’Anelli della “nota” conclusiva. Ecco, nel segno di una lacerante sfuggenza di senso e di forma, di una precarietà di senso e di sentimenti, inscritta in “spasmi / di tempo” senza pacificazione: l’io, abbagliato dall’”accecante nero” di un tempo di perdute illusioni e utopie,  insegue, in uno “sciame senza volto di credenti”, “ignavi” danteschi sulla scena di un moderno di eliotiana densità, un mondo di inattingibile qualità, senza “altro estro” se non la coscienza dolente di un “claustrofobico presente” da cui sperare di sfuggire in virtù di un verso esatto, grondante sangue, ancorché disatteso e inascoltato sull’orlo dell’”abisso”.

Vincenzo Guarracino