Francesco MARGANI, Nell’ora chiara che tutto accoglie, Controluna, 2018

Costeggiano la statale 117/bis i pini,                                          

meravigliosi ombrelli alla pioggia

caduta nel mattino.

Adesso ti confesso che dovrò partire,

sono arrivato alla fine del diario,

cerco un varco, presto la nebbia renderà

visibile la processione delle lumache.

Siamo orfani, credimi, non ho mai capito di chi.

Abbiamo varcato il muro quaresimale

in attesa dell’evento.

Non so cosa augurarti

un viaggio un libro un incontro

o semplicemente un addio mentre rotei i capelli

seduta sulla cornice di una finestra.

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Nanni CAGNONE, Le cose innegabili, Avagliano Editore, 2018

LII

Desolati, il giorno dopo –

nostra operosa infelicità,

palme fuori posto

nella malevolenza del clima

e rose denudate

nel tedio degli sguardi.

 

Ѐ inverno, dopo tutto,

nessun impulsivo adesso,

non altro che dei poi

per l’arreso fogliame per noi,

non un richiamo, e questa

incolumità del giorno,

di qualsiasi notte

sopra il giorno.

Luca Raul MARTINI, Tra due stazioni, Terra d’ulivi Edizioni, 2018

Vecchi specchi

 

Questa sia la mia linea                      

prima dello stacco

definitivo che è già

avvenuto

e deve essere solo

ratificato dai dubbiosi

contraenti

È la libertà infatti

come tutti i patti

questa morte

il confine la riva

burocratica

che si apre tra le statue

di angeli d’asfalto

Questa è la mia Maginot

io ti dicevo

soffiando sopra

i vecchi specchi

e poi sparivo piano

nel panico di un metro

di distanza

Me lo hai insegnato tu stesso

indicandomi i disegni

di un libro di scuola

in che buche vivevano una volta

i soldati

e un po’ più avanti

mi avevi elencato

tutti gli eroi i morti

la mitologia

inutile e astrusa del Valhalla

Io ora ti ascolto

stanco in una domenica

assolata in un vecchio

ristorante

io stesso un vecchio

io come per beffa trasformato

in anziano notaio

e aspetto ancora che gli dei

o perlomeno i santi

tornino dalla toilette

del fondo sala

e che il tempo dia uno strappo

perché io possa slegarmi da te

più forte e amorevole

di quando mi tendevi la mano

Balbettìo prima dello stupore muto

Balbettìo prima dello stupore muto                                                        

 

una rilucenza è l’aria

fuga di nuvole    seccume d’erba

a implorare le coppe del cielo

una grotta carsica

capovolta in campanile-sfida

a squarciare l’azzurro

 

inciampo di piccole case bianche

con le nostre piccole vite

fiori di droga triste

sui fianchi di monti-sentinella

come visi oscurati    senza sguardo

 

un presagio di    lampi è l’aria

suoni secchi di grandine

già vicino l’autunno    il cuore stanco

il lago assetato

 

correnti pellegrine

soffiano piano sui rami

lanciano in alto note d’arpa

perché prendano consistenza

i fili che tengono fisse le stelle

 

noi siamo a valle

sedimenti del tempo    soffi di voce

i tetti vibrano appena

all’ombra di chiome rosse

(ma noi abbiamo il potere

di riscaldare l’aria con l’amore

fino a calor bianco)

e questa luce

che sommerge d’ipercromia

e il nitore di neve sulle cime

fremito d’angeli nascosti

mentre gli alberi tengono il conto dei giorni

ecco un oggi-frutto    un domani-gemma

i tanti ieri-foglie cadute

(le nervature replicheranno in terra

il loro stampo invisibile)

 

mentre arrossa la montagna

batte il cuore del mondo

l’aria schiumeggia nel torrente

sembra dipinta

  (da Tre valli, uno sguardo, di Elio Scarciglia, Terra d’ulivi Edizioni, 2016)

Eleonora RIMOLO, LA TERRA ORIGINALE, LietoColle, 2018

“Una tensione lucida e stringente pervade l’intera raccolta, che si dà come un canzoniere di alta concentrazione emotiva. Pensieri e immagini hanno una loro forza scontrosa e selvatica, a volte brutale (…) affondata nella materia delle cose del mondo, nella loro ctonia sostanza, ma con strappi improvvisi che sempre rilanciano verso l’alto, e hanno l’irruenza gratuita di uno slancio, di una scoperta improvvisa (…)

Eleonora Rimolo ha qualcosa di fatale e di indocile, di buio e di mortale, e insieme di intimamente luminoso, in cui è come racchiuso il senso profondo della vita, del suo ardore enigmatico e sovrano.”

(dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia)

 

I maestri insegnano in silenzio

quando la sera viola svuotata

rincorre tra le nuvole lo spazio

sporco delle rotaie e dietro siede

il nemico, ed io prego che resti

per riscrivere le lezioni perdute,

per il lupo che divora in tutte

le direzioni raggiunto dalla fame,

perseguitato dalla pulce, sconfitto

da un timido sonno straniero.

 

***

 

Sul delta della tua mano dove il sole

è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi ti chiedo come perdutamente aggiungi

amore alla sottrazione, perché non inchiodi

la penna alla cornice mentre inghiottiti

dai dubbi pensiamo alla fatica come

condanna e la sfinge pretende una soluzione,

uno sforzo che mai si cheta

e ci divide, strappando dal tuo occhio

con morsi insaziati il vizio di brillare.

 

***

 

Perché i giorni dobbiamo viverli tutti

anche quelli in cui ci si chiede

cosa ci faccio qui, adesso?

e poi una sera finalmente la senti

anche tu questa sete

che ha martoriato i campi:

ora puoi berne, puoi bere

stanotte ogni nostro

imperativo senza temere

l’aceto, davvero ogni cosa

secondo natura, tesa

alla vertigine carezzata

dalla benedetta salvezza.

 

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno.

Ha pubblicato il romanzo epistolare Amare le parole (Lite Editions, 2013) e le raccolte poetiche Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013), La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi) e Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva).

Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio Ossi di seppia (Taggia, 2017).

È Direttore per la sezione online della rivista Atelier.

Luca ARIANO, Contratto a termine, qudulibri 2018

“Così oggi forse un poeta narratore rimane da solo, senza un reale pubblico, senza più una memoria, a fare lo stupid <<alle soglie della terra di nessuno>> abbandonata dai preti, dai comunisti, dagli imprenditori arrivisti che lasciano dietro di loro mostri di speculazione, miseria morale e materiale, abbandonata anche dai vecchi che muoiono e dai giovani che partono. Non può, a differenza del poeta lirico, invocare, simulare, cantare, anche la propria morte perché, e mi si passi il tentativo di un richiamo d’insieme, il suo contratto con l’umanità in sé e negli altri non ha termine […]”

(dalla prefazione di Luca Mozzachiodi)

 

 

Solo il tempo di guardare

le lancette di quel vecchio orologio

per accorgerti che i figli crescono.

L’hai visto lì in quella strada

che si inerpica sopra i laghi

dove il cielo si copre in un soffio

e le persiane sbattono d’improvviso.

Non riempirai il letto in una notte

e quella riga sulla pelle non la sutureranno

i profumi e i colori d’una fattoria

perché poi sempre tornerai tra case e palazzi.

Si scuote la tenda ed è l’ora di compilare

quel quadernetto di carta profumata.

*

Una cioccolata delle cinque

scemata in un aperitivo alcolico,

scambio di regali prenatalizi,

post compleanno, appena scoccata l’ora.

Tu racconti – o meglio scrivi,

le loro miserie, con tono da farsa,

ma tra un decennio, da comparsa,

potremmo diventare protagonisti.

Quelle strade misconosciute un terrapieno

nell’aria soffocante della festa.

Davanti a quel marmo non porti

nemmeno fiori finti

o una composizione di foglie secche:

avresti dovuto portare in dote un sorriso,

un volto – o che ne sai,

mani lisce, ma la tua promessa

è uno spot fuori onda.

*

L’hai fatto in quel parcheggio vuoto

con la pioggia a catinelle a battezzare

il pomeriggio, sul divano, o nel bagno

d’un ufficio ma tanto è dato per certo

che non la rivedrai nel piazzale

scendendo dalle colline in un sudore di sole.

In fondo sei sempre lo stesso che distrugge

i suoi mattoncini contro il muro;

quella convivenza quasi per gioco,

per non spegnere la luce senza un <<Buona notte>>

ma poi i nodi vengono al petto e ogni sabato

sotto quella lenzuola un altro respiro.

Ti han regalato una terra battuta da un vento

Australe – proprio verso sera,

e non sai cosa daresti per vedere tua nonna

potare le sue rose o salire sul sellino

ma l’odore di stagione lo mischi alle polveri

della città, oggi, che Bologna, con la sua babele

di portici ti rassicura nel tuo anonimo sguardo.

 

Luca Ariano è nato a Mortara (PV) nel 1979, vive a Parma. Le sue poesie sono apparse su riviste, blog e siti letterari, collabora con le riviste “clanDestino” e “Racna” ed è redattore de “Le voci della Luna”. Tra le sue pubblicazioni di poesia, “Bagliori crepuscolari nel buio” (1999), “La coda nella galassia” e “Bitume d’intorno”(2005), “la Renault di Aldo Moro” (2014), “Ero altrove” (2015). Ha curato varie antologie di poesia e ha pubblicato più libri d’artista in collaborazione.

Tre inediti – Franco Antonio Canavesio

Schietti e sottili

© Martha Nieuwenhuijs

i muscoli danzanti

diverso l’incedere in sogno

senza meta

dal passo regolato del giorno.

Come sull’erba

anche tra le pietre

senza ostacoli, senza fatica

la discesa a rotta di collo.

 

Acqua verde, aria verde

con le piante, senza scarpe

i figli dei contadini

sognavano sui prati di marzo

anche di giorno.

 

Tra i figli della notte

io corro, a braccia larghe
senza sentiero, senza traccia.

Al risveglio stupisco

di tanta leggerezza

di tanto spazio.

Corro

*

Non dirmi se eri vera, chi tra le tante

tu che appari, nel sonno

quando l’occhio vede senza filtri

senza affanno.

Talvolta scavalco quel limite d’argento

riduco la distanza dal bordo

l’incontro è di luce col tuo corpo

e vera, alle dita e agli occhi

terrena e risorta, sei fatta di carne.

Le porte del tempo

 

*

Un inverno

di grigi stagnanti

le solite vetrine

cianfrusaglie da due soldi.

A costo zero

quattro passi rivamare

i gabbiani

confusi con le onde.

Nel dehor la primavera

già stampata sui cuscini,

dietro il vetro dei limoni

tu fiorita, al tavolino.

Bassa stagione

 

Franco Antonio Canavesio – mezzo veneziano e per l’altra metà sabaudo, ingegnere prestato alla poesia, ama l’arte figurativa, la musica e il canto. Ha ottenuto lusinghieri successi in numerosi Concorsi Nazionali di Poesia, tra cui due primi premi nel 2016 e 2018. Suoi versi compaiono in numerose antologie e sono ospitati regolarmente sul foglio di poesia torinese AmadoMio, curato da Luca Borrione e Marcello Croce. Fresco di stampa, l’ultimo volume, catalogo della Mostra L’anima Sognante, vede le sue poesie affiancate ai dipinti dell’artista Martha Nieuwenhuijs, un sodalizio consolidato sin dalla precedente pubblicazione Canti e Incanti, edita nel 2015.  Di prossima pubblicazione la sua raccolta intitolata  Il custode del giardino.